Catanzaro – La sezione UICI perde il suo guerriero nel giorno del suo Centenario, di Luciana Loprete

Dieci, cento o mille parole non basterebbero per descrivere lo stato d’animo che mi assale in questo momento. Te ne sei andato in una fredda notte d’autunno, giorno in cui colei che ci ha fatto conoscere, la nostra Unione ha compiuto il suo centesimo anno d’età.
Eri allora un ragazzo di 25 anni, un ragazzo che all’improvviso era stato catapultato in una condizione profondamente lontana da quello che sino ad allora era stato il tuo percorso di vita. Condizione però che non ti ha limitato, anzi al contrario ti sei subito speso affiancandomi nelle iniziative di prevenzione della cecità, di recupero di soggetti in stato di abbandono e soprattutto nella rivendicazione dei diritti spesso violati.
Oggi non ho perso un socio, un consigliere o un amico, oggi ho perso Domenico e non ci sono parole che possano bastare per racchiudere quello che eri e quello che hai rappresentato per tutti noi.

Non è mai facile dire addio ad una persona ma lo è ancor di più quando a legarti sono sentimenti profondi di affetto ed amicizia. Hai lasciato un segno ed ora un vuoto incolmabile, nessuno avrà mai la forza e la voglia di dimenticarti. Sei stato un guerriero fino alla fine, lo stesso guerriero che mi ha sempre affiancato nelle innumerevoli battaglie che l’amore per il prossimo ci spingevano ad affrontare.

Non dimenticherò mai le nostre chiamate, gli scambi di opinioni, ma soprattutto non dimenticherò mai il tuo incoraggiamento ed il tuo spingermi a proseguire sul percorso che insieme avevamo tracciato. Non ti dimenticherò mai e veglierò sui gioielli che hai lasciato qui in terra. Ciao fratellino mio.

Luciana Loprete insieme a Domenico Garieri

Un secolo di luce, di Mattia Gattuso

Autore: Mattia Gattuso

Nella ricorrenza dei cento anni della Nostra grande Associazione il mio attaccamento alla stessa mi porta a svolgere queste brevi considerazioni utilizzando un titolo che, a mio avviso, ben si presterebbe ad essere utilizzato per il Congresso: Un secolo di luce.

Infatti. in questo complisecolo del 26 ottobre prossimo, un faro ha indirizzato l’occhio della mente dei non vedenti italiani: l’Unione Italiana dei Ciechi.

Utilizzo la vecchia denominazione volontariamente perché, avendo partecipato al Congresso in cui essa è stata modificata in Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, ritengo che sia quello il segno distintivo che caratterizza da sempre la Nostra Associazione.

Infatti, quando partecipai al ventiduesimo Congresso ho assistito all’ingresso degli ipovedenti, rientrando fra di essi anche quelli lievi con un visus residuo fino a 3/10 che, beati loro, li rende pur sempre vedenti.

Ho partecipato anche al ventitreesimo Congresso che ha visto numerose modificazioni dello Statuto della Nostra Associazione, ma su di esse non esprimo alcuna valutazione lasciando l’ingrato compito di proporre modifiche, sulla scorta delle criticità emerse nel quinquennio appena trascorso, qualora ve ne siano, alla Commissione che fra qualche giorno se ne occuperà in sede congressuale.

Ma la vera considerazione che volevo esprimere è che la Nostra Grande Associazione vive di vita propria.

È così grande, radicata, importante e riconosciuta tale che è lei che rende importante chi la guida e, contemporaneamente, chi la guida rende importante lei, in uno scambio simbiotico in cui l’una non può sopravvivere senza l’altro, non dimenticando che un Capitano del popolo dei ciechi senza soci e senza validi luogotenenti non potrebbe tenere nessuna campagna vittoriosa.

È lei che è sopravvissuta ai soci fondatori e a chi nei decenni ne è stato alla guida che, proprio nell’occasione del centenario, merita di essere ricordato: Aurelio Nicolodi (1920-1945); Paolo Bentivoglio (1945-1965); Giuseppe Fucà (1965-1980); Roberto Kervin (1980-1986); Tommaso Daniele (1986-2014) e Mario Barbuto (2014 – 2020).

È lei che si alimenta con l’operosità dei singoli soci che trovano nel Presidente Nazionale ed in quelli territoriali la punta di un iceberg che porta nella società civile esempi di eccellenza, esempi che stupiscono i vedenti che spesso esclamano “come fanno? Io non ne sarei capace”.

E nell’approssimarsi del prossimo Congresso del 5 – 8 novembre 2020, il ventiquattresimo, non posso che augurare, ed augurarmi, che coloro che saranno rieletti o eletti per la prima volta, continuino a rappresentare i soci difendendo ciò che nei decenni è stato conquistato e battendosi per rifondare la legislazione del collocamento dei non vedenti oggetto di gravi rimaneggiamenti.

Solo a mo’ d’esempio richiamo la cessazione della figura del massofisioterapista non vedente, che tanto lustro ci ha dato, e la diminuzione dell’importanza dei centralinisti telefonici ciechi a fronte dell’assenza di altre figure di pari importanza da offrire ai nostri soci. Mi consolo, anzi mi inorgoglisco, pensando che la Nostra Grande Associazione rappresenta la luce della mente e del cuore che ci ha alimentati ormai da un secolo e ci ha aiutati ad essere uguali pur non essendolo in partenza, Associazione che abbiamo ricevuto in usufrutto dai soci del futuro ai quali la dobbiamo restituire più prestigiosa di prima.

Firma digitale remota di Aruba, di Giovanni Clerici

Autore: Giovanni Clerici

Dal 2003 siamo alle prese con la Firma Digitale e con i problemi derivanti dalla sua accessibilità. L’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, si è messa subito in campo con i suoi tecnici per evitare che i disabili visivi restassero emarginati dall’uso di questo importantissimo strumento giuridico per la privacy e per l’autonomia.

Dopo aver fornito supporto ed avuto da Poste Italiane un dispositivo di firma digitale accessibile su pendrive che è ancora l’unico di quelli venduti ad esserlo, ci siamo dedicati alla verifica di accessibilità delle firme digitali remote oferte da alcuni gestori.

Aruba, gestore di firma digitale che non ci ha mai dato ascolto per la firma digitale su pendrive che commercializza, dispositivo che all’ultimo test eseguito è risultato non accessibile, da qualche tempo ha messo in commercio anche la sua firma digitale remota.

Questa firma remota, contrariamente al dispositivo su pendrive, al momento risulta completamente accessibile e senza aver fornito da noi un supporto o eseguito dei test di accessibilità.

La firma digitale remota, anche se diversa come concezione da quella su pendrive, è uno strumento dedicato a chi desidera questo tipo di strumento giuridico senza dover usare dei lettori da collegare al pc che si collegano ai siti di riferimento e leggono i certificati contenuti in un supporto magnetico locale.

Per la firma digitale remota, è sempre necessaria la connessione ad Internet, ma non abbiamo bisogno di nessun dispositivo fisico. Infatti, come da ad intendere il termine “remota”, il requisito fondamentale è quello di avere una connessione ad internet attiva, unico requisito necessario, dato che i propri certificati di firma sono ospitati on line su dei server dedicati.

In questo modo, da una qualsiasi postazione o dispositivo collegato in rete, sia esso un pc, piuttosto che uno smartphone o un tablet, possiamo firmare digitalmente i nostri documenti. Unica incombensa necessaria, installare l’applicazione software di firma specifico per il proprio dispositivo.

Sebbene la firma digitale remota viene commercializzata da molti provider di servizi, avendo provato con soddisfazione quella di Aruba, sia per una certa semplicità di sottoscrizione, sia per la buona accessibilità dei software usati, di seguito viene spiegato quali passi effettuare per acquistarla ed usarla.

Quella che ci interessa è la firma digitale remota “OTP mobile”. In pratica, si va ad acquistare i certificati di firma, mentre il generatore di password temporanee usa e getta, OTP, è fornito dall’applicazione OTP di Aruba, fornita gratuitamente.

Il primo passo da fare, quindi, è collegarsi al sito di Aruba e scegliere di acquistare la firma digitale remota OTP Mobile. Ovviamente, è necessario avere un account Aruba e se non si fosse già in possesso di tale account, lo si dovrà creare.

L’acquisto si compone di tre fasi:

– Una prima schermata, nella quale inserire i propri dati o, comunque, completare i dati mancanti.

– Una seconda schermata, nella quale inserire i dati di un documento di riconoscimento.

– Una terza schermata consiste, invece, nello scegliere il metodo con cui effettuare il riconoscimento, passaggio fondamentale per accertare la propria identità.

In questa terza fase, ci sono varie opzioni tra cui scegliere: dal riconoscimento on line tramite un operatore, procedura a pagamento, e le altre gratuite, tramite tessera sanitaria, carta di identità elettronica, SPID e firma digitale.

Molto importante anche il test eseguito per verificare che la modalità scelta per il riconoscimento funzioni correttamente e che è completamente accessibile ed utilizzabile allo scopo per acquistare la firma.

A questo punto non resta che effettuare il pagamento, tramite carta di credito o PayPal, servizio anch’esso accessibile.

Confermato l’acquisto e trascorso qualche minuto, si riceveranno le mail necessarie per il riconoscimento, l’attivazione della firma digitale remota e del dispositivo OTP.

Tutti questi passaggi sono fatti con procedura guidata, direi anche molto intuitivi e forniti di spiegazioni pratiche, di conseguenza, basta attenersi alla procedura guidata e non si incontrano difficoltà, nemmeno per chi usa uno screen-reader.

Riassumendo, il primo passaggio sarà quello del riconoscimento che, se avvenuto con successo, consente di passare all’attivazione della firma remota. Dovendo scegliere un nome utente e una password, compiuto anche questo passo, si installa e si configura l’OTP Mobile, operazione che conclude la procedura. Se tutta la procedura viene eseguita senza problemi, si è immediatamente pronti per iniziare ad usare la propria firma remota.

Attenzione, l’ultima email che si riceve è quella per scaricare i software necessari per la firma, disponibili per pc, tablet e smart phone, per dare la possibilità di scaricare il software adatto per il proprio dispositivo.

Personalmente ho provato i due software per computer Mac e per iPhone, entrambi completamente accessibili e anche semplici da utilizzare.

Uso della Firma Digitale Remota.

Per firmare, una volta aperto il software sul dispositivo utilizzato, si procede caricando il documento da firmare. Viene chiesto di inserire il proprio nome utente e la password, quindi, al passo successivo si dovrà inserire l’OTP generato dall’applicazione.

Proprio in questa fase, se state utilizzando un iPhone, si abbassa ad icona il software di firma e si apre l’app Aruba OTP Mobile e si genera il codice usa e getta. Cliccando due volte sul codice, questo viene copiato negli appunti.

In questo modo, chiudendo l’applicazione Aruba OTP Mobile ed aprendo di nuovo quella per la firma, basta spostarsi sul campo dove bisogna inserire l’OTP e si può incollare, procedura che semplifica e velocizza di molto la firma, evitando di dover ricordare a mente il codice numerico di 8 cifre.

Tutti questi software consentono anche di apporre ai documenti in aggiunta la marca temporale, un servizio aggiuntivo che si può acquistare separatamente. Questo ulteriore sigillo, serve a certificare la data e l’ora in cui il documento viene firmato, sigillo che è valido solo se c’è la marcatura temporale. In questo contesto di firma digitale e marca temporale, un documento firmato e marcato certifica sia l’identità del firmatario, sia indiscutibilmente ora e data in cui queste apposizioni sono avvenute.

Al link che segue, si va direttamente alla pagina di accesso, dove eventualmente anche registrarsi, al fine di compiere l’acquisto della firma digitale remota OTP Mobile di Aruba.

https://manage.pec.it/carrello/login.aspx

Giovanni Clerici, clerici.giovanni@gmail.com

Congresso e programmi: e se girassimo il cannocchiale al contrario?, di Giovanni Taverna

Autore: Giovanni Taverna

Parlare di strumenti ottici a casa nostra può sembrare paradossale, ma evidentemente  si tratta di metafora riassuntiva. Il prossimo sarà il quarto congresso nazionale al quale prendo parte; a parte le ovvie considerazioni sull’età che questo lascia intendere, la memoria degli scorsi episodi mi ha suggerito alcune riflessioni che potranno parere forse un po’ folli ma nel caso sono in buona compagnia di tanti folli. Mi soffermo in particolare sulla questione del programma; ogni volta si alzano a gran voce richieste di quali siano i programmi del candidato presidente e dei candidati consiglieri, li si esamina e li si seziona per ogni verso e alla fine… succede che il programma che esce dal congresso elenca dai 300 ai 400 obbiettivi, che spesso e volentieri o ignorano bellamente tutti i vari programmi proposti da candidati di ogni livello oppure li comprendono tutti senza eccezioni, senza priorità, ma, soprattutto, determinati da commissioni nelle quali spesso i candidati non sono compresi. Senza voler esagerare potrebbe accadere tranquillamente che di tutti i vari programmi presentati dai candidati diversi non si trovasse traccia nelle risoluzioni finali del congresso, anche se più spesso accade che nei programmi dei candidati le proposte veramente nuove siano molto rare e si tratti spesso di riproporre problemi che tutti conoscono benissimo e che vengono riproposti ad ogni congresso, con risultanti evidenti considerazioni negative su quanto l’intera associazione riesca veramente ad incidere in certi ambiti, se gli stessi problemi ricorrono a distanza di anni quando non di decenni interi. “Va bene, bighellone, ma dove vuoi arrivare?”  Domanda del tutto legittima alla quale mi affretto a rispondere. Parto da un presupposto. L’articolo 5 dello statuto, comma 2, recita:

“2.  Sono di sua competenza: la discussione e l’approvazione della relazione consuntiva del Consiglio Nazionale e delle risoluzioni di indirizzo sulla politica associativa”.

La parte che desidero consideriate con attenzione è la seconda frase, cioè: ”risoluzioni di indirizzo sulla politica associativa”.

Questa frasetta, di per sè insignificante per dimensioni, è in realtà quella che porta poi alla nascita dei famosi trecento e passa obbiettivi finali, ma il senso della frase è chiarissimo: chi stabilisce le linee che guideranno l’attività dei prossimi cinque anni sono le risoluzioni del congresso, non i programmi più o meno mirabolanti e formalmente impeccabili dei candidati. Altro che pretendere i programmi! Lo statuto afferma chiaramente che le linee guida le decide il congresso, in barba a qualsiasi cosa ci abbiano raccontato i candidati a qualsiasi carica: questo è il cannocchiale rovesciato che da origine al titolo paradossale, tanto più paradossale se si pensa che questo banalissimo ragionamento statutario non si è forse mai sentito fare, che da decenni o forse di più ogni congresso ha chiesto ampio spazio perché i candidati a qualsiasi carica esponessero il loro programma mentre le commissioni statutarie congressuali ne formulavano un altro magari simile magari no senza che nessuno battesse ciglio. Per onestà devo dire che al prossimo congresso non mi aspetto certo che si cambi registro, perché prima di tutto dovrebbero cambiare registro i candidati, a  partire dai candidati presidenti, che dovrebbero limitarsi a dire: ”Caro il mio congresso, il programma non lo devi chiedere a me, perché lo statuto affida il compito a te e tu lo hai sempre svolto producendo programmi con centinaia di punti; a me, candidato presidente o consigliere, puoi chiedere solo lumi su come praticamente ed organizzativamente io debba far lavorare questo macchinone per ottenere gli obbiettivi che tu mi dici”. Solo questo e null’altro, “il di più viene dal maligno” parafrasando il Vangelo quando indica il rapporto con la verità dei discorsi. Ma un discorso così, lo sentiremo mai in un congresso? E se qualcuno lo facesse, il congresso lo capirebbe? Siamo tutti un po’ troppo avvelenati dalla politica elettorale, che ci imbottisce la testa di programmi chilometrici e miracolistici per darci l’impressione di poter scegliere diverse alternative, mentre in realtà le scelte che si possono realmente fare spesso son obbligate dalle scelte economiche e  chiunque vinca quelle, dovrà mettere in campo qualsiasi cosa ci abbia raccontato prima; e così anche noi ci apprestiamo ad una nuotata nei programmi chiesti ai candidati che stavolta potrebbero arrivare a 66. Si salvi chi può.

Giovanni Taverna

Consigliere Nazionale UICI

Aggiornamento o formazione?, di Salvatore Maugeri

Autore: Salvatore Maugeri

Vorrei, con questo breve articolo, fare una riflessione sull’atteggiamento psicologico che assumono le minoranze e, nel caso dell’unione italiana ciechi, sull’inclusione scolastica.

Qual è la risposta culturale dell’associazione alla carenza pedagogica e didattica degli insegnanti curriculari rispetto alle didattiche speciali?

Questo è a mio avviso il nodo della questione per uscire dalla sindrome che solo rendendo sempre più speciale e specialistica la didattica, si ottengono risultati migliori sul piano dell’educazione, senza accorgersi che si rimane sempre più rinserrati in un atteggiamento culturale che non riesce a superare il primo stadio dell’inclusione e cioè l’inserimento.

Per inserimento infatti si intende mettere dentro un gruppo.

Per integrazione scolastica si intendeva il processo di scambio fra due o più culture. Era questo quindi uno stadio più avanzato del processo che aveva avuto inizio con la legge 360 e successivamente con la 517.

Per inclusione oggi si intende la relazione che sussiste fra due insiemi quando gli elementi dell’uno fanno parte dell’altro.

Come si vede, l’inclusione è una fase avanzata che richiede la flessibilità e lo scambio delle competenze fra insegnanti curriculari e specializzati.

È naturale che una forte formazione dell’insegnante di sostegno e degli esperti che si occupano di inclusione, sia fondamentale per attivare lo scambio, ma l’insegnante specializzato rischia di rimanere chiuso nella sua specializzazione se non è capace di confrontarsi con le metodologie e le didattiche che gli insegnanti curricolari mettono in atto nella scuola di oggi.

La formazione è uno strumento che rende possibile il confronto fra gli insegnanti e consente di progettare un modello di scuola inclusiva.

La formazione continua e la ricerca di moderne didattiche che tengano conto dell’individualizzazione dell’insegnamento, non deve riguardare solo gli insegnanti di classe, ma tutti coloro che a vario titolo fanno parte del gruppo di lavoro. La logica che deve sottostare alla preparazione delle didattiche speciali deve essere capace di rendersi flessibile fino a incontrare modelli didattici diversi e viceversa… il cuore dell’inclusione sta nell’incontro di due elementi diversi.

Nel nostro caso, dove la didattica speciale è forte, il rischio di cadere nello specialismo, col rischio concreto di attuare costantemente una separazione di fatto fra il bambino/bambina non vedente e il resto del gruppo classe è inevitabile. Il passaggio a questo punto dall’individualizzazione dell’insegnamento all’insegnamento individuale è breve.

E l’inclusione?

Propongo con Andrea Canevaro, alcuni punti da considerare importanti per chi ha la responsabilità di un gruppo-classe, e vorrebbe accompagnarlo, guidarlo, perché diventi un gruppo cooperativo, una classe cooperativa.

  • Ascoltare.
  • Alzare il livello. Qualche volta, abbassarlo.
  • Cercare diverse fonti per le risposte.
  • Trasformare i conflitti in domande.
  • Articolare gli spazi.
  • Conquistare spazi.
  • Scandire i tempi con dei rituali.
  • Fare emergere diversi ruoli per l’organizzazione del gruppo-classe.
  • Valorizzare ciascuno in rapporto al gruppo-classe. Fare memoria.

Alla luce di quanto detto sopra aggiungerei che è necessario analizzare il contesto scolastico e puntare non sulla quantità, ma sulla qualità organizzativa e sul modo di fare scuola tenendo conto delle esigenze di tutti.

Le disabily educations hanno sottolineato ad esempio come l’educazione inclusiva non si rivolge solo agli alunni disabili e a coloro che presentano bisogni educativi speciali, ma a tutti. E ancora: l’educazione inclusiva mira a rendere inclusivi i contesti, le pratiche didattiche, il curricolo , la valutazione gli approcci pedagogici

Per concludere direi che la formazione degli insegnanti non produrrà i frutti sperati se non riesce a coniugare l’aggiornamento dei contenuti con la modificazione dell’atteggiamento della relazione educativa e dell’atto pedagogico. E’ nel gruppo che la valenza formativa contribuisce a dare senso all’educazione e si fa lievito per la crescita di tutti. L’atto educativo non sarà quindi un tecnicismo, un puro addestramento, ma processo di crescita culturale e sociale.

Salvatore Maugeri
Célestin Freinet, La scuola del fare, ed.junior, 2002
Autori Vari, Disability studies e inclusione, Erickson 2018
Autori vari, Storie di scuola, Erickson, 2016
Alain Goussot, La pedagogia speciale come scienza delle mediazioni e delle
differenze, Aras Edizioni, 2015
Andrea Canevaro in: Suggerimenti per una didattica della vicinanza
Autori vari, La sfida dell’apprendere, ed.junior, 2006

Salvatore Maugeri, ha insegnato all’Istituto per Ciechi di Firenze, come
insegnante di sostegno nella scuola primaria e secondaria di primo grado. È
stato distaccato come psicopedagogista presso il comune di Firenze.
Attualmente conduce laboratori presso l’Università di Firenze, è attivo nel
Movimento di Cooperazione Educativa e svolge attività di consulenza per
l’unione italiana ciechi.

Ma chi l’ha detto che ad una certa età il Braille è precluso?, di Giorgio Piccinin

Autore: Giorgio Piccinin

È opinione comune che l’insegnamento del Braille ad età avanzata sia sì possibile e fattibile ma con risultati di praticità, velocità e dimestichezza non certo entusiasmanti. Ad età inoltrata la maggior parte ci rinuncia dato che la sensibilità delle dita risulta per così dire compromessa e non esercitabile più di tanto; non per tutti però. Prendiamo il caso di Antonio, 73 anni, una vita passata in fabbrica. Ora, si trova con una forte ipovisione, causa una maculopatia. Ha iniziato a frequentare alcuni anni fa la nostra sezione territoriale di Pordenone dell’U.I.C.I., prima per avere informazioni e supporti, poi per dare una mano, compatibilmente con le sue facoltà.

Si era iscritto ad un corso di alfabetizzazione Braille ma dopo un paio di lezioni ha abbandonato, restituendo tavoletta e punteruolo e decretando come impossibile da raggiungere il suo obiettivo, quello cioè non di imparare a leggere speditamente bensì di riconoscere almeno le lettere e capire come scriverle, interagendo così con l’acquisita competenza nel sovraintendere alle stampe Braille che da tempo, sempre in associazione, gestisce. Antonio infatti si rende disponibile ad avviare e seguire le apposite stampanti durante i processi di realizzazione per conto della nostra biblioteca e dell’intera sezione territoriale ma gli mancava un tassello, quello cioè di connettersi direttamente con i fogli scritti che uscivano e di dare loro una consecutio precisa in caso di bisogno o di intoppo tecnico.

Dennis, un suo quasi coetaneo ipovedente, piano piano lo ha convinto a riprovarci, con delle pillole di insegnamento ad personam che erogava a tempo perso tra un volontariato e l’altro e quattro chiacchere in compagnia. La riluttanza di Antonio si sgretolò col tempo e, ripresi i ferri del mestiere, con molta pazienza, dedizione e costanza, imparò l’alfabeto prima, a riconoscere le lettere poi, a scrivere qualche parola in seguito e a portarsi a casa, infine, qualche piccola rivista per carpirne il significato di qualche articolo.

Antonio è un esempio di come anche ad una certa età si possa e ci si debba provare. Si tiene in allenamento ed esegue i compiti che Dennis gli affida con zelo e soddisfazione.

Non si può certo pretendere che ad una certa età la sensibilità dei polpastrelli sia fresca e assorbente come quella di un bambino, tuttavia se ci si impegna un pochino e ci si crede si può ancora fare!

Bravo Antonio e…. bravo Dennis!

Il Braille può essere davvero ancora un’opportunità per tutti.

L’esempio di Antonio serva soprattutto ai giovani, ai ragazzi e alle loro famiglie che, a volte, non credono nel Braille come investimento imprescindibile di cultura, autonomia e manualità, considerandolo obsoleto, superato dalle moderne applicazioni informatiche.

Ad una certa età acquisire, per quanto si può, il Braille rappresenta anche un motivo di fiducia e autostima dovendo fare i conti con una disabilità progressiva e, magari, improvvisa.

Come è vero che talune persone che perdono la vista da anziani riescono ad utilizzare con buon profitto le tecnologie touchscreen, così risulta altrettanto vero che il Braille non costituisce un confine invalicabile e anagraficamente incontrovertibile. Allenare il tatto costituisce comunque motivo di riscatto sociale e personale, sentendosi parte di una realtà sì disagiata ma con risorse da sfruttare, in una condizione in cui l’autonomia personale resta una priorità ed un obiettivo inconfutabile anche nelle piccole cose come saper interagire, seppur minimamente, con quella grande rivoluzione culturale che ancora oggi il Braille rappresenta.

Inoltre, la continuità di un sapere e la sua applicazione personale è il giusto riconoscimento ed il più alto esempio valoriale che si possa riservare ai nostri padri che tanto hanno dato per la nostra categoria e per il suo affrancamento sociale.

Ritroviamoci, è necessario, di Michele Corcio

Autore: Michele Corcio

Mie modestissime, forse insignificanti riflessioni che sottopongo all’autorevole valutazione del Presidente e dei Componenti la Direzione Nazionale di IAPB Italia ONLUS.

Caro Presidente, cari tutti.

Il mio, non è solo l’auspicio a ritrovarci nuovamente a Roma, stringerci la mano, abbracciarci, scambiare battute (che pure sarebbe un grandissimo piacere dopo mesi di forzata separazione), ma è soprattutto un vivo e sincero desiderio di recuperare il tempo perduto, con l’entusiasmo e la passione che ha sempre caratterizzato il nostro agire per il bene comune e per la tutela della vista.

Durante questi mesi di isolamento in casa, ho molto riflettuto su tutte le nostre vicende, personali ed associative, stimolato in ciò anche dalla nuova fatica del nostro Prof. Filippo Cruciani, che ho avuto l’onore di leggere in bozze, e che ripercorre, con la forza dei fatti storici e dovizia di riferimenti documentali, le storie parallele, e sovente convergenti, dell’oftalmologia e della tiflologia sin dagli inizi dell’Ottocento. La lettura di questo interessantissimo lavoro, infatti, meritevole di pubblicazione e diffusione, non può lasciare indifferenti e molti sono gli spunti di riflessione che esso suscita, perché numerosi sono stati gli eventi che hanno visto, per la prevenzione delle patologie oculari, illustri oculisti italiani fianco a fianco di illuminati Direttori di istituti per ciechi e successivamente, con la nascita dell’Unione Italiana dei Ciechi, di indomiti e lungimiranti leader associativi. E felice sintesi dei comuni intenti fu, agli inizi del Novecento, la Rivista “Tiflologia e igiene oculare”, ben presto divenuta “Tiflologia e prevenzione della cecità”. Capitolo dopo capitolo, il Prof. Cruciani evidenzia i notevoli risultati clinici e sociali conseguiti grazie alle azioni sinergiche di oculisti e rappresentanti di organizzazioni di e per ciechi. Indispensabili sinergie, che, dalla costituzione della Sezione Italiana dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, hanno permesso di tessere quella tela di rapporti scientifici, sociali ed istituzionali, che ha portato a conseguire negli ultimi decenni importanti e fondamentali Leggi per la prevenzione e la riabilitazione visiva.

Ritroviamoci! Per riprendere a tessere insieme quella bella tela che si è sfilacciata in qualche punto, ma che è ancora ben robusta e di notevole qualità, sempre più riconosciuta e apprezzata da istituzioni e privati cittadini. Quella robusta tela dove l’ordito è costituito dalle aree strategiche individuate e definite dalla Direzione Nazionale nel dicembre del 2017 (Informazione e Prevenzione; Ricerca, Formazione e Sviluppo; Gestione e risorse umane; Promozione e coordinamento dei Servizi di riabilitazione visiva; Comunicazione; Fundraising), e dove la trama è costituita dalla molteplicità delle attività annualmente messe in campo per la tutela della vista, tra le priorità dei piani nazionale e regionali di prevenzione e di riabilitazione.

Ritroviamoci! Perché è necessario implementare le attività dell’organizzazione a cui nel 1977, meritoriamente, hanno dato vita la Società Oftalmologica Italiana e l’Unione Italiana dei Ciechi. E’ necessario affrontare insieme le molte sfide del presente e del futuro, con l’indispensabile competenza scientifica della SOI e con la diffusa presenza territoriale dell’UICI. Ci restano pochi mesi per adeguare il vigente Statuto di IAPB Italia al Codice del Terzo Settore e l’occasione potrà essere utile per apportare anche altre modifiche che, insieme, riterremo opportune. In questi ultimi anni, grazie all’azione corale di tutti, inclusi Dipendenti e Collaboratori, IAPB Italia ONLUS non solo ha saputo conservare ed accrescere i contributi di Legge per le proprie finalità istituzionali, ma ha conquistato crescente credibilità nazionale ed internazionale ed ha anche creato non poche aspettative, che non possono essere disattese.

Ritroviamoci. Perché abbiamo tutti il dovere di salvaguardare il patrimonio di esperienze e competenze professionali maturate da IAPB Italia in tanti anni e continuare a metterle quotidianamente al servizio dell’interesse comune per la tutela della vista, quale inestimabile prezioso bene che garantisce ad ogni persona autonomia e indipendenza.

Nel suo messaggio per la Festa della Repubblica di quest’anno, il Presidente Mattarella ha rivolto a politici, cittadini ed Istituzioni un accorato appello ad essere uniti e coesi per superare l’emergenza epidemiologica e tornare a crescere come Paese. Questo autorevole appello, io credo, valga anche per ritrovare la nostra unità come Direzione Nazionale, perché IAPB Italia, nel suo insieme, possa andare sempre più lontano.

Catania – L’estate 2020 della Sezione UICI, di Anna Buccheri

Autore: Anna Buccheri

Anche quest’anno le stagioni si succedono, come gli altri anni, come sempre, in un tempo strano che ci ha costretti ad altre abitudini, ad assumere altri modi di affrontare le cose e di stare con gli altri, in una straniante e insolita modalità che ha un nome orrendo: distanziamento sociale.

E l’estate è il tempo delle vacanze e del divertimento, e non solo. L’estate può essere il tempo dell’isolamento, della solitudine: negozi che chiudono, gente che parte, orari ridotti.

La sezione UICI di Catania è riuscita e riesce ad essere vicina e di sostegno ai Soci e alle Socie, anche al tempo del Coronavirus.

La Consigliera decana Carmen Romeo e la neo-eletta Giovanna, Jenny, Cangemi hanno organizzato e trovato il modo di dare a questa estate lo spirito giusto di tempo condiviso, di allegria e di divertimento.

Carmen Romeo, in qualità di Coordinatrice della Commissione terza età, ha proposto per piccoli gruppi di 6-7 persone più un paio di ragazzi del Servizio Civile la granita ogni venerdì mattina a partire da venerdì 28 agosto e per tutto settembre ad Aci Bonaccorsi, paese a 365 metri sul mare, sulle ultime propaggini del versante sud-orientale dell’Etna, che si affaccia come un balcone naturale sul mar Ionio.

Al fresco, all’aperto e nel pieno rispetto delle regole dettate dal Coronavirus, un primo gruppo di partecipanti sotto gli alberi il 28 agosto si è goduto il fresco e quel meraviglioso dono che ti concede il tempo lento e sereno, non pressato da impegni improrogabili e scadenze, quando puoi vivere ogni attimo gustandotelo in pace e tranquillità con una granita e una brioche e in compagnia di amici.

Jenny Cangemi ha invece organizzato l’andata al mare per piccoli gruppi sfruttando gli ingressi che la Sezione UICI di Catania tradizionalmente acquista per la stagione balneare fino a metà settembre al lido Le Palme, lungomare di Catania, la cosiddetta Playa, sabbia dorata e fine, con la possibilità di pranzare con un piccolo contributo da parte del Socio. Un giorno è stato riservato esclusivamente ai giovani.

Peraltro il lido Le Palme ha in dotazione la sedia Job che il primo agosto 2019 il Presidente dei Lions Acitrezza Verga, Mario Seminara, ha consegnato alla Presidente UICI di Catania, Rita Puglisi, nella sede UICI catanese e che consente alle persone con disabilità motorie di accedere in tutta sicurezza alla spiaggia e di entrare in acqua e poter così fare il bagno in mare come tutti, dal momento che la sedia Job va in acqua e galleggia come un salvagente.

In Sezione inoltre sono proseguite le attività: di ginnastica dolce e di teatro per la terza età (Corso IRIFOR Sicilia per la terza età) rispettivamente con l’insegnante Giorgia Bucisca e con l’attrice e regista Tiziana Giletto; di ginnastica per over 35 con l’insegnante Giorgia Bucisca; di teatro per i ragazzi con l’attrice e regista Tiziana Giletto; di stimolazione basale e di attività motoria per bambini (Corso IRIFOR Sicilia Intervento precoce bambini 0-6 anni) rispettivamente con la dottoressa Dora Messina e con la dottoressa Alessia Puglisi.   

Le attività di ginnastica e di teatro si svolgono in terrazza, quelle di stimolazione basale e di psicomotricità per i bambini in giardino, in sicurezza e nel rispetto delle regole di distanziamento previste per il Coronavirus, in quattro giorni alla settimana dal lunedì al giovedì e vedono impegnati piccoli gruppi di 5 partecipanti alla volta. 

Un’altra esperienza significativa e importante, una “sfida” ai pregiudizi e ai limiti, è stata “Scaliamo la vetta”, gita ai crateri sommitali dell’Etna, prevista all’interno del  Progetto IRIFOR Sicilia Gioco la mia parte per i ragazzi non vedenti della provincia di Catania, il 24 agosto 2020. Il Progetto prevede un’altra gita per un secondo gruppo di ragazzi alle Gole dell’Alcantara con percorso in canoa.

I ragazzi, di età compresa tra i 13 e i 16 anni, sono: Carmelo Colletta, Francesco Licandro, Valerio Messina, Matteo Panebianco. Li hanno accompagnati: Nando Sutera (Tiflologo del Centro di Consulenza Tiflodidattica di Catania e Coordinatore del Progetto), Luca Cosma (Guida alpina), Rosario Calcagno (Esperto della flora e dell’ambiente del vulcano), Elisabetta Sapuppo (Pedagogista e Assistente alla comunicazione, collaboratrice della Sezione UICI di Catania) e Federico Grasso (che collabora con la Sezione UICI di Catania dove ha svolto il Servizio Civile).

«Abbiamo fatto una cosa indimenticabile» dice Carmelo, 16 anni cieco assoluto, «è stata un’esperienza che la stragrande maggioranza dei nostri coetanei non fa per paura, pigrizia o disinteresse. Abbiamo raggiunto i crateri sommitali del Vulcano, il più alto del continente euroasiatico, siamo saliti sul tetto della Sicilia».

In una prospettiva di esperienza globale, olistica e sinestesica le parole di Nando Sutera rivelano: «Sentiamo ancora la polvere della lava sulla nostra pelle, la fatica del camminare sulla pietra lavica, l’odore acre dello zolfo e di altri minerali, sentiamo ancora sulle nostre mani il vapore caldissimo che fuoriesce dalle piccole fenditure che si trovano lassù, sentiamo ancora il senso di libertà che abbiamo provato quando siamo arrivati sul tetto della nostra meravigliosa isola…».

Elisabetta Sapuppo racconta del confronto con Francesco Licandro, prima della partenza, del timore di fare un percorso noioso e faticoso sotto il sole e sulle pietre, per scoprire poi che invece vale la pena, che ci si viene a trovare in un ambiente fresco, gradevole.

L’orario di partenza ha dato la possibilità di sperimentare insieme la colazione presto, per un viaggio lungo come durata e breve nella percezione delle proprie emozioni, tutto scorreva veloce perché si stava bene.

Si è provata una fatica che è anche soddisfazione, si è vissuta la sosta con gli altri (escursionisti, guide) che ti danno del tu, sono estranei con cui si crea un clima di familiarità tipico della gente di montagna, si è scoperto un doversi affidare reciproco, in uno spirito di amicizia, solidarietà, fiducia, è stata la rivelazione di un’umanità che si sostiene reciprocamente, derivandone un senso di appagamento.

Il gruppo ha funzionato da rete, da contenitore, da propulsore di energia, ci si è sentiti spronati e sostenuti vicendevolmente.

Gioia, condivisione, quasi un percorso spirituale, stare insieme avendo un obiettivo comune, una meta da raggiungere, ha riassunto così l’esperienza Elisabetta Sapuppo.

Ma un Congresso è solo questione di numeri?, di Giovanni Taverna

Autore: Giovanni Taverna

Ho letto con sommo interesse l’articolo di Mario Mirabile comparso su questo quotidiano; ne ho tratto motivi di condivisione ma anche qualche brividino. Dal punto di vista del noto principio “una testa un voto”, il suo discorso non fa una grinza, neppure un plisset: sulla base dei suoi numeri le piccole sezioni hanno una rappresentanza dei soci ampiamente sopravvalutata . A colpo d’occhio, pardon, d’orecchio, mi colpisce un poco che non venga proposto alcun correttivo, ma questo potrà essere trovato proseguendo la discussione. Il  quesito che mi provoca i brividini è invece su tutt’altro piano: il Congresso è  solo una questione di numeri? Messa così la domanda , potrei risultare non particolarmente presente a  me stesso, dato che tutti mi direbbero che ovviamente qualsiasi consesso democratico si basa sui numeri e se i numeri non rappresentano perfettamente il corpo totale si possono avere squilibri e  storture. Fin qui tutto bene, entro certi limiti sono totalmente in sintonia con questa visione. I limiti ai quali accenno non so se stiano a lato, sopra o sotto la questione e spero di riuscire a spiegarmi con soddisfacente chiarezza. Se l’unico compito del congresso fosse elettorale, il problema posto da Mario avrebbe una soluzione draconiana: raddoppiare la rappresentanza delle sezioni più grandi o dimezzare la rappresentanza delle sezioni piccole; ambedue le soluzioni foriere di qualche conseguenza forse indigeribili dal corpo associativo: il raddoppio delle rappresentanze porterebbe a congressi ancor più elefantiaci dei presenti, con gli aggravi di spesa e le difficoltà organizzative derivanti. Ma comunque, con un po’ di sacrifici magari sarebbe affrontabile. La riduzione alla metà della rappresentanza delle piccole sezioni potrebbe invece causare traumi più massivi con conseguenti mal di pancia generalizzati. Ma anche qui un consiglio nazionale votato al suicidio potrebbe adottare la misura, dato che con i congressi composti come ora alla votazione congressuale una proposta del genere passerebbe difficilmente. Ora arrivo al centro del discorso; il Congresso non ha solo una funzione elettorale, ma anche una funzione di creazione o modificazione di norme della vita sociale e la programmazione delle linee guida delle attività globali dei cinque anni successivi. L’approvazione di norme e linee è  certo sottoposta al principio di rappresentanza numerica ma non solo a questo, almeno a mio parere. Chi ha responsabilità dirigenziali nazionali e regionali sa benissimo quanta strada ci sia ancora da fare per ottenere omogeneamente in tutto il territorio nazionale una applicazione puntuale delle regole e una altrettanto puntuale persecuzione delle linee guida stabilite da un congresso; tutto questo non è  frutto di una generalizzata impreparazione della dirigenza territoriale, che pure in parte è reale, ma deriva anche in gran parte dalla condivisione piena e sentita delle regole e delle linee guida; chi le approva fino ad un certo punto o le ritiene pleonastiche, confuse o non adattabili alla realtà locale tende a svicolare; è fin troppo ovvio affermare che regole e linee saranno tanto più applicate fedelmente e precisamente quanto più la loro formulazione sarà stata condivisa da tutte le realtà anche quelle piccole o minime. Quindi una riduzione sostanziale della presenza congressuale di 66 sezioni temo porterebbe con se il rischio di abbassare la soglia di condivisione delle regole e delle linee guida sotto una soglia pericolosa, causata proprio dalla mancata partecipazione alla loro formulazione.Temo quindi che la soluzione al problema posto da Mario si riduca all’aumento di quasi il doppio delle rappresentanze delle grandi sezioni, se ce lo possiamo permettere dal punto di vista economico. Mi permetto di aggiungere un ulteriore motivo di riflessione su un tema affine; in ogni modo, nelle condizioni attuali, anche una proporzione uniforme tra rappresentanti congressuali e soci sarebbe reale e democraticamente pesante  se le assemblee sezionali non raggiungessero certi numeri? O se questi numeri fossero troppo bassi il problema del rapporto democrazia  versus numeri rappresentati  non sarebbe ugualmente falsato? Tra epidemia e il resto i numeri di questa tornata assembleare potrebbero non avere un valido valore statistico, ma andrà valutato attentamente il risultato dei mezzi che sono stati messi in campo per aumentare i numeri delle presenze assembleari, cioè le assemblee on line e il voto informatico, ma se non riusciamo ad apportare mutamenti sostanziali a questa situazione temo che anche con tutti i bilanciamenti congressuali possibili lo squilibrio della rappresentanza non sarà realmente superato alla radice.

Vera o finta democrazia: cosa vogliamo fare nei prossimi anni?, di Mario Mirabile

Autore: Mario Mirabile

Prima di entrare nel merito dell’articolo, è doveroso da parte mia fare alcune di precisazioni per sgomberare il campo da ogni equivoco:

  1. mi permetto di esprimere la mia opinione, perché credo nel ruolo fondamentale che il nostro sodalizio ha avuto, ha ed avrà per tutti i disabili visivi italiani;
  2. non ambisco ad alcun incarico nazionale, né intendo muovere critiche alla Presidenza e alla Dirigenza attuale, ma voglio soltanto condividere alcune riflessioni, a mio parere molto importanti, atte a stimolare la discussione in vista dell’imminente congresso in cui dobbiamo mettere le basi per il prossimo quinquennio e non solo;
  3. avendo partecipato ad assemblee di altre associazioni storiche, sono fermamente convinto che la nostra associazione è una delle poche in cui i soci possano con il proprio voto, contribuire alla scelta dei quadri dirigenti, sia a livello locale, sia a livello nazionale, ma al contempo credo che qualcosa nel nostro statuto in tema di rappresentanza debba essere assolutamente rivista;
  4.  non intendo fare la guerra alla piccole sezioni, ma voglio soltanto rappresentare la necessità delle sezioni con un maggior numero di soci di avere maggiore considerazione.

Qualche mese fa, ci è stato inviato l’elenco numerico degli associati al 31 dicembre 2019: 38.901 disabili visivi che al 31 dicembre 2019 risultavano essere iscritti all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. Non voglio addentrarmi in discussioni finalizzate a ricercare le motivazioni da cui deriva questo dato, ma è fuor di dubbio che il numero è di gran lunga inferiore rispetto ai 120/130 mila individui che percepiscono una indennità dall’INPS. Un numero ancora più scarno, se si considerano i numeri degli Ipovedenti di cui, teoricamente, la nostra associazione dovrebbe farsi carico. In virtù di alcune scelte portate avanti in questi ultimi anni dalla dirigenza nazionale, vedi criteri di ripartizione del fondo sociale,  e in vista del prossimo congresso, sento l’esigenza di soffermarmi su alcuni dati. Nel nostro sodalizio ci sono 66 sezioni con meno di 300 soci ciascuna, tra queste 13 sezioni hanno addirittura meno di 100 soci ciascuna, che, in totale, hanno n. 11.508 soci effettivi. Dette sezioni, in base alle disposizioni statutarie attualmente in vigore, esprimono n. 132 delegati al congresso. Ci sono invece n. 8 sezioni che hanno più di 1.000 soci ciascuna, che, in totale, hanno 10.809 soci effettivi. Dette sezioni, in base alle disposizioni statutarie attualmente vigenti, esprimono n. 34 delegati al congresso.  Tenendo conto del dato appena enunciato, credo che sia palese un vero e proprio difetto di rappresentanza democratica. Volendo giocare un po’ con le statistiche, un delegato eletto in una sezione con meno di 300 soci al congresso rappresenta in media n. 87 soci; mentre un delegato eletto in una sezione con più di mille soci ne rappresenta in media 317. A tutto ciò si aggiunga il fatto che i presidenti regionali sono membri di diritto in quanto consiglieri nazionali. Dunque le piccole regioni possono contare su un ulteriore delegato che fa aumentare ancora di più il divario e il difetto di rappresentanza delle realtà più grandi. I numeri appena citati, ovviamente, creano difetti di rappresentanza anche nei consigli regionali. Anche in questi organismi, infatti, con le regole attuali, minoranze organizzate diventano maggioranze. Spero che da queste poche righe possa avviarsi una discussione profiqua atta a correggere eventuali difetti dello Statuto e rendere la nostra Grande Associazione più democratica nel vero senso della parola.