Napoli – Tante attività a Napoli, di Mario Mirabile

“Si chiede all’assemblea di approvare questa relazione che dimostra l’enorme lavoro svolto nell’anno 2018 dalla Sezione UICI di Napoli, nella consapevolezza che per mantenere i diritti conquistati in tanti anni di dure battaglie, è necessario non abbassare la guardia e cooperare tutti quanti insieme sotto l’unica bandiera dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.” Così si è conclusa la relazione morale relativa all’anno 2018 approvata lo scorso venerdì dai soci della Sezione di Napoli; una relazione lunga e articolata in cui sono state descritte tutte le attività, i progetti e le iniziative portate avanti lo scorso anno da dirigenti, responsabili dei presidi, dipendenti e volontari che hanno cercato di dare il massimo per fornire servizi di qualità ai disabili visivi residenti nell’area metropolitana di Napoli. Ma la lettura e l’approvazione dei documenti sono stati soltanto uno dei momenti dell’assemblea, infatti essa è stata aperta dall’intervento del socio onorario UICI e amico On. Paolo Russo e dal Presidente Nazionale Mario Barbuto che è intervenuto telefonicamente, manifestando ancora una volta l’affetto verso i soci della sezione partenopea. Come di consueto, l’assemblea è stata anche il momento per conferire dei riconoscimenti a coloro che si sono prodigati nei vari ambiti in favore dei non vedenti e dell’Unione e, questa volta, il Consiglio ha deciso di conferire una pergamena al prof. Stefano Perna – docente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e tra i responsabili della IOS Developer Academy; al dott. Corrado Pietrantuono – direttore della commissione medico-legale dell’INPS, il quale da tantissimi anni cerca di colmare le varie falle presenti nella burocrazia dell’Istituto di Previdenza e alla prof.ssa Bianca Gasparrini, la quale con la sua associazione realizza progetti finalizzati all’inclusione dei disabili visivi dell’Africa Centrale e l’Ultimo progetto, a cui sta partecipando anche la sezione UICI di Napoli, riguarda la costruzione di una ludoteca per ragazzi ciechi del Benin. Il conferimento di una pergamena ricordo ha simboleggiato soltanto il prosieguio della collaborazione con persone che hanno sposato a pieno la causa dell’Unione Ciechi e hanno compreso le esigenze dei disabili visivi. Il pomeriggio assembleare è stato al centro di una settimana ricca di attività ed iniziative tra le quali:
– la presentazione del percorso tattilo-plantare LOGESVET nella biblioteca comunale di Sant’Anastasia. Percorso fortemente voluto dai responsabili del locale presidio e dall’amministrazione comunale che, ancora una volta, dimostra di essere vicina alle istanze dell’Unione.
L’incontro seminariale “bisogni specifici degli allievi con disabilità visiva nella scuola di tutti e per tutti”, incontro organizzato dalla commissione istruzione per raccogliere le buone prassi in materia di inclusione scolastica e metterle in rete.
– Il laboratorio finalizzato a creare oggetti sul tema della Pasqua organizzato dalla commissione pari opportunità nei locali sezionali il giorno 13 aprile.
– Il seminario “Occhio al bagnante” organizzato in partnership con il comitato Spiagge superabili, nella sala consiliare del Comune di Meta. Il seminario è stato organizzato con l’intento di formare gli operatori balneari per far sì che i disabili sensoriali possano fruire a pieno delle spiagge e del mare nella prossima stagione estiva.

Istituto dei Ciechi di Milano: Rodolfo Masto nominato Presidente, di Mario Censabella

Non avrei mai pensato che il nostro Presidente Cav. di Gran Croce Rodolfo Masto fosse tanto modesto da non comunicare subito l’ultimo importantissimo personale successo: essere stato nominato presidente del nuovo Consiglio di Amministrazione della più recente configurazione dell’Istituto dei Ciechi di Milano.
Rodolfo Masto già nel 1992 è stato nominato dal competente ministero, Commissario straordinario dell’Istituto. Sin d’allora Rodolfo Masto si è battuto per ottenere una normalizzazione delle cariche istituzionali dell’Ente.
Rodolfo Masto in tutti questi anni si è dovuto sobbarcare oneri e responsabilità non comuni facendo mantenere all’ente attività e impegni, non facendo mancare alcuna assistenza a coloro che erano in carico o che si rivolgevano all’Istituto dei Ciechi di Milano per ottenere assistenza e istruzione.
Dal 1992 a ieri Rodolfo Masto ha sfruttato tutte le sue conoscenze e il suo impegno per ottenere che gli organismi ministeriali preposti procedessero a emanare gli opportuni decreti, intesi a far nominare il nuovo consiglio di amministrazione concedendo all’Ente Istituto dei Ciechi di Milano le sue nuove prerogative e configurazioni.
Martedì 22 gennaio 2019 si è riunito il nuovo Consiglio di Amministrazione dell’Ente con tutte le sue facoltà e prerogative, nel corso della riunione ha provveduto alla nomina dei componenti del CdA della nuova Fondazione Istituto dei Ciechi di Milano:
Rodolfo Masto, Presidente;
Giangiacomo Ruggeri, Vice Presidente;
Mario Barbuto, Consigliere;
Laura Stampini, Consigliere;
Alberto Colace, Consigliere;
Non sarebbe mio compito, modesto estensore di una realtà, esprimere pareri ma non posso esimermi dal rivolgere a Rodolfo Masto, al quale meritatamente è stata assegnata la Presidenza, il più vivo compiacimento; a tutti i componenti giungano le felicitazioni per il nuovo importante ruolo assunto: un abbraccio a Giangiacomo Ruggeri con il quale sono legato da sincera amicizia.
Ho conosciuto tutti i componenti poiché il nuovo Presidente mi ha usato l’attenzione di invitarmi al pranzo dopo il loro insediamento, quindi ho avuto modo di conoscerli, sono a tutti grato per l’attenzione e la simpatia con le quali si sono intrattenuti con me, io, modesto presidente onorario dell’Unione Italiana dei Ciechi di Milano.

Grazie di esserci stato, di Rafanelli Virgilio Moreno

Autore: Rafanelli Virgilio Moreno

Venerdì 22 marzo scorso, in silenzio, quasi senza voler disturbare nessuno, Nicola Forese ci ha lasciato; un uomo semplice, modesto, sempre pronto a sorridere e con un animo straordinariamente grande. Ho conosciuto Nicola nella seconda metà degli anni 70 dello scorso secolo e da subito è nata fra noi una istintiva simpatia ed amicizia, corroborata dall’unanime impegno nelle battaglie per la difesa dei diritti dei ciechi, degli ipovedenti e di tutti i disabili. In quegli anni, ancora tanto cammino i ciechi italiani dovevano compiere per raggiungere il sogno di una piena inclusione sociale, il diritto a percepire a titolo della minorazione l’indennità di accompagnamento, il pieno diritto al lavoro, una vera integrazione scolastica, il diritto alla riabilitazione, al superamento delle barriere sensoriali e culturali; ecco, in queste battaglie Nicola è stato sempre in prima fila, sempre pronto ad andare a manifestare a Roma o dove fosse necessario andare, spesso rinunciando al dormire. Allora per viaggiare non vi erano le Freccia Rossa, ma dei lentissimi treni. Era orgoglioso di rappresentare la sua sezione di Pistoia che amava tanto, lui, uomo venuto dal Sud, di cui aveva mantenuto tutte le sue bellissime peculiarità; dicevo, la sua sezione che amava tanto, sopra ogni cosa, e di cui è stato per tantissimi anni, prima consigliere e successivamente consigliere delegato, sempre attento, sempre disponibile. Si era anche distinto nel mondo delle nuove tecnologie, di cui era diventato nel tempo, un vero e proprio esperto, aiutando e sollecitando tanti non vedenti divenuti suoi amici e che oggi insieme a me lo piangono.
Un forte impegno lo aveva dedicato al mondo del lavoro prima e al mondo degli anziani poi, frequentando assiduamente la loro sala virtuale ed impegnandosi in vari progetti riguardanti il mondo dei disabili della terza età. Era vicepresidente provinciale dell’I.Ri.Fo.R., cui aveva dato il suo positivo e fondamentale contributo. È stato componente della F.A.N.D. provinciale di Pistoia, Federazione in cui credeva moltissimo, convinto com’era che, uniti avremmo potuto rappresentare meglio una forte minoranza sociale.
Nicola Forese è stato tutto questo, ma è stato soprattutto un uomo buono, dall’animo nobile, con una profonda visione positiva della vita, dedito alla sua famiglia, ai suoi meravigliosi figli ed al suo lavoro di operatore telefonico presso l’amministrazione comunale di Pistoia, lavoro che ha sempre svolto con serietà, impegno e dedizione, tenendo alta la bandiera dell’uguaglianza e della dignità dei lavoratori ciechi e ipovedenti.
Caro Nicola nel concludere questo mio breve ricordo di te, interpretando sicuramente i sentimenti di quei tanti di noi che hanno avuto la fortuna di conoscerti, vorrei salutarti con l’ultima frase che la Presidente della sezione provinciale di Pistoia dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Tiziana Lupi ha esclamato al termine della sua commemorazione in una splendida giornata di sole di inizio primavera nell’affollatissima chiesa di Albinatico a Ponte Buggianese, alla presenza anche di numerosi non vedenti. Tiziana ha concluso così, commuovendo tutti: “grazie Nicola di esserci stato”.

Ancora sulla pittura tattile, di Aldo Grassini

Ho letto l’interessante intervento di Antonio Greco e Nunziante Esposito nel Corriere Braille n. 8 (22-28 febbraio), pag. 21 e seguenti, sotto il titolo “La pittura tattile”. Credo necessario fare qualche puntualizzazione:
a) se è possibile percepire i colori con le mani;
b) come è possibile per un cieco fruire di un’opera pittorica;
c) se i suoni possono farci “vedere” le immagini, magari con l’ausilio dell’informatica.
Sul primo punto, tu, Antonio, non sei affatto “tonto”, come dici; anzi cogli nel segno quando scrivi: “Il colore deve esser vissuto, gustato e goduto e per poterlo assaporare è necessaria la vista.”
Perfetto. Chi ha visto ed ora non vede più, può immaginare i colori, insomma, può ricordarli. Ma per chi non ha visto mai i colori sono parole che non potranno mai tradursi in rappresentazioni concrete. E ciò vale per tutti i sensi. Essi hanno una specificità che non può esser tradotta: i colori sono colori, i suoni sono suoni, gli odori sono odori, i sapori sono sapori, le sensazioni tattili sono sensazioni tattili. Passiamo pur le mani su una tela o su una superficie: potremo avere sensazioni piacevoli e stimolanti a seconda dei materiali, ma non potremo mai riconoscere i colori. Possiamo accordarci in modo tale che a determinate sensazioni acustiche, olfattive, termiche ecc. corrispondano determinati colori, ma saremmo sempre sul terreno della pura informazione, e ciò non consentirà di rappresentarci percettivamente i colori corrispondenti se non ne abbiamo mai avuto esperienza.
Ma allora la pittura per noi ciechi è un tabù? Non proprio. Fermo restando che nella pittura i colori, la luce, le ombre sono essenziali ai fini di una vera fruizione estetica, un dipinto non è fatto soltanto di colori. Ci sono anche le forme delle cose rappresentate, ci sono i contenuti, i messaggi, la simbologia e tutto questo, in certe condizioni, è accessibile anche per chi non vede.
Facciamo un esempio. Prendiamo la Guernica di Picasso. Da oltre ottant’anni questo grande dipinto emoziona e commuove milioni di fruitori. C’è senza dubbio una straordinaria immagine visiva, fatta di colori e di forme, ma c’è anche un forte messaggio politico ed umano: la denuncia dell’ingiusto scatenamento di una guerra civile, la condanna della violenza, la pietà per chi la patisce crudelmente, il grido di protesta per la libertà violata… Non è solo l’immagine visiva, ma tutto questo insieme, così potentemente espresso, che emoziona e fa gridare al capolavoro.
Al Museo Omero abbiamo una riproduzione della Guernica in bassorilievo. I ciechi non vedono i colori, ma possono apprezzare tattilmente le forme e naturalmente anche il messaggio che esse sanno trasmettere.
Ricordiamo che soltanto la vista e il tatto sono in grado di cogliere la forma, gli altri sensi no. E un bassorilievo ben fatto offre alle mani che lo esplorano la possibilità di riconoscere le figure e di penetrarne perfino i significati più segreti.
Ma, attenti! Un bassorilievo non è una pittura. Esso appartiene a un genere diverso: la scultura. Si tratta in definitiva di una traduzione in un altro linguaggio, con tutti i pregi e i difetti che può avere una traduzione.
E veniamo al terzo punto. Nunziante Esposito dice cose molto interessanti circa le prospettive offerte dagli sviluppi della tecnologia informatica. Tuttavia bisogna chiarire bene una cosa: la sinestesia, cioè la possibilità di associare più sensazioni (p. es. colori e suoni) non può dare la vista a chi non vede!
Mi spiego. Circa la forma, abbiamo già sottolineato che soltanto il tatto e la vista possono consentirci di percepirla. Voler delineare un contorno con variazioni termiche tattilmente percepibili, o con suoni o con odori sarebbe fatica sprecata. La musica e le descrizioni possono stimolare la nostra immaginazione, ma in modo assolutamente soggettivo e senza possibilità di riscontro.
Pensiamo ad una musica a programma, tanto per fare un esempio, ai “Quadri di un’esposizione” di Mussorgskij nella versione orchestrale di Ravel. Si tratta di una mostra di pittura tradotta in musica. Mussorgskij esprime con i suoni le impressioni e le emozioni suscitate in lui da quei dipinti e si tratta di una musica bellissima e giustamente famosa. Ma ascoltandola qualcuno potrebbe dire di “vedere” quei quadri? Di rappresentarsi quelle forme e quei colori?
Con la sinestesia visivo-uditiva una persona, in questo caso Mussorgskij, manifesta lo stato emotivo che in lui produce un colore, un’immagine (che un cieco non può vedere) e lo manifesta attraverso un analogo stato emotivo in lui prodotto da un suono, da una musica che anche un cieco può apprezzare. È come se gli dicesse: “Ti emoziona questa musica? Ebbene, allo stesso modo io mi emoziono davanti a questa immagine.”
Nunziante ci parla nel suo articolo, delle mirabolanti prospettive che ci offre la tecnologia: basta toccare un quadro o soltanto passarci accanto per ascoltare (badate bene: non vedere) gli uccelli che cantano, il ruscello che scorre, il treno che passa, l’aereo che vola! Ascoltare mentre che gli altri vedono.
Nuovo e soggettivo è il mezzo con cui attivare quei suoni, ma la cosa in sé non è poi così rivoluzionaria. Potevamo farlo anche prima semplicemente pigiando il tasto di un povero e vecchio magnetofono! E i film commentati non ci propongono suoni e informazioni contestualmente allo scorrere delle immagini?
Io credo che la tecnologia ci offra delle potenzialità sconfinate, ma la vista ai ciechi ancora non è in grado di restituirla!

Dai Cammei, all’Arte di Raccontare, di Luisa Bartolucci

Da sempre sono una forte lettrice e da diversi anni, ormai, mi accade di dover leggere e recensire libri e, non di rado intervistarne gli autori, uomini, donne, così diversi tra loro. Ma quando accade di dover leggere e presentare il libro di un’amica, le emozioni si fanno più intense. Intanto vi è la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo che riguardi forse più l’autrice che l’amica, poi vi è un mondo che si schiude, fatto di sentimenti e continue scoperte. Così quando Erica Monteneri, donna di grande cultura, intelligente e dinamica, della quale già avevo letto e pubblicato anche sul nostro periodico “Kaleidos” alcuni racconti al femminile, colei che ho fortemente voluto fosse la referente della Commissione nazionale Pari Opportunità mi ha parlato del suo volume di racconti, non ho potuto fare a meno di leggerlo immediatamente.
“Cammei – ritratti di donne dagli anni ’60 al 2000” (Pegasus Edition), è un libro che non lascia indifferenti, che ti incolla alla sedia, al computer, finché non si finisce di divorare anche l’ultima riga dell’ultimo racconto. “Ci sono cammei nei cui pochi centimetri quadrati si vede un intero paesaggio. Così come nelle storie delle vite di Marina, Maria, Luciana, Teresa, Giulia e di tutte le altre figure femminili che abitano questo libro e che sono tutte amate da Erica che, con la consapevolezza di non essere politically correct, ha chiesto di fare la prefazione e la presentazione a ben due uomini: Rodolfo Masto, Presidente della sezione di Milano dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS-APS e al critico cinematografico Giancarlo Zappoli.
Erica Monteneri è nata a Modena e si è laureata all’Università degli Studi di Milano, città in cui ha insegnato dal 1967 al 1983 nei Licei. Dal 2000 presta la sua attività da dirigente presso la sezione milanese dell’Unione. Presiede il Circolo Culturale e Ricreativo “Paolo Bentivoglio”, ove organizza spettacoli teatrali, musicali, presentazioni di libri e molto altro. Erica ci ha rilasciato una significativa intervista che riportiamo di seguito:
D. Erica, come è nata l’idea di questo libro?
R. In realtà non ho mai avuto l’idea a priori di pubblicare un libro, i racconti sono stati composti nell’arco di molti anni da quando ho perso la vista e costituiscono una specie di album di ricordi di donne che mi hanno colpito.
D. Il libro si compone di una raccolta di racconti. Quando sono stati scritti e perché hai atteso tanto per pubblicarli? scrivevi più per te, o pensavi che prima o poi li avresti diffusi in qualche modo?
R. Ho sempre scritto solo per me stessa, per fissare i momenti di vita o personaggi che ritenevo importanti per la conoscenza della variopinta casistica umana. Sono stata spinta a pubblicare il libro da alcune amiche che mi hanno aiutato nella stesura scritta e perché ho deciso che se non lo facevo alla mia età non lo facevo più.
D. Il titolo è estremamente bello, significativo, richiama alla mente o eleganti gioielli, o anche collaborazioni eccezionali che impreziosiscono, ad esempio, i film…
R. I Cammei mi sono sempre piaciuti, forse perché li portava mia nonna, una donna elegante raffinata intelligente. Le mie protagoniste per me sono piccoli cammei e ho cercato anche nella copertina del libro di rendere questa idea: volti che racchiudono un’anima, una personalità.
D. Quanto vi è della tua vita in questi scritti?
R. Molto perché tutti i personaggi li ho conosciuti in momenti precisi della mia vita, nessuno è inventato. Quindi c’è la compagna di liceo, di università, c’è la scelta di avere un figlio dopo che avevo perso la vista, ci sono colleghe di scuola e ci sono donne che mi anno raccontato le loro piccole storie quotidiane ricche di un’attualità ancora viva. In uno scritto c’è un protagonista maschile ma in quel caso ci sono vicino a lui due figure femminili particolarmente intense.
D. Personaggi femminili molto diversi: a quale sei più legata?
R. Li ho amati tutti in modo diverso perché ho partecipato con empatia a tutte le loro storie. Forse sono più legata a Giulia perché ho trovato in lei la forza di superare le situazioni più difficili con coraggio e serenità.
D. Attraverso le figure, i cammei di queste donne ripercorri anche la storia ed i costumi del nostro Paese. A quale scansione temporale sei più affezionata, quale senti più tua?
R. Sono senz’altro legata alle ragazze degli anni Sessanta e Settanta con cui ho condiviso la gioia delle grandi scoperte esistenziali: la speranza nel progresso, nel mutamento in meglio della società, nella conquista dei diritti delle donne, ma in realtà ho scritto molti altri racconti in cui parlo anche del presente e mi sento ugualmente immersa in esso. Quindi non mi sento legata solo ad alcuni momenti, fanno tutti parte dello stesso arazzo che è la mia vita.
D. Quanta realtà e quanta fantasia vi è nelle storie che narri?
R. Tutti i nuclei sono reali, il modo di porgere la storia è personale.
D. Hai dei momenti particolari della giornata in cui ti piace scrivere e con quali strumenti scrivi?
R. Mi piace scrivere quando sono sola, molto spesso alla mattina presto o verso il tramonto, sul balcone di casa mia nelle buone stagioni con un piccolo registratore a cui sussurro i miei pensieri.
D. È stato arduo scegliere tra i numerosi racconti che avevi, quelli che sono andati a comporre questa raccolta?
R. Sì molto perché ho eliminato alcuni racconti che avevano come protagoniste le mie più care amiche di cui non intendevo mettere in piazza i segreti. Altri racconti non li ritenevo ancora definiti bene. Perciò diciamo che tra tutti i racconti che ho scritto ne ho scelti sì e no un terzo.
D. Questo libro non è fine a se stesso, ma con i proventi verrà finanziato un progetto interessante ed ambizioso: “L’arte di raccontare”, un corso di scrittura creativa aperto a 16 partecipanti, 8 uomini e 8 donne, ciechi e/o ipovedenti. Erica, vorresti illustrarlo ai nostri lettori?
R. Come scrittrice non vedente ho affrontato molti problemi e non so se li ho risolti. Sono convinta che la scrittura sia liberatoria, serva a oggettivare dei problemi che magari ci avvelenano la vita, ma bisogna sapere come oggettivarli. Ci sono delle regole di scrittura che io stessa ho intuito ma non so se ho realizzato. Per questo ho pensato che creare una classe ideale di scrittori che si confrontano tra loro sarebbe una bella esperienza. Forse è la mia vecchia mentalità da insegnante che viene fuori. Mi sono rivolta a un docente noto che fa lo scrittore, Massimo Tallone, socio fondatore di una scuola di scrittura creativa e comunicazione che ha abbracciato con entusiasmo il progetto. È vero che oggi in Italia tutti scrivono, non importa se creeremo o meno 16 nuovi scrittori di fama, ritengo che sarà un ottimo risultato se queste 16 persone riusciranno a esprimere con chiarezza il loro mondo interiore senza idealizzazioni e mistificazione.

La pittura tattile, di Antonio Greco e Nunziante Esposito

“Sono così tonto che non riesco ancora a capire su quali basi solide si fonda la teoria della percezione della pittura tattile da parte dei non vedenti. Eppure io sono un non vedente di quasi 92 anni e di esperienza ho tanta. Ho provato a strisciare sulle tele che ho appese a casa mia, ma non ho provato nessuna sensazione né di colori, né tattile, e tanto meno emozioni. Ho provato a farmi aiutare, ma si son fermati alla descrizione. Io son d’accordo sulle opere scolpite, sulla scultura e sulla architettura in genere dove si può provare qualche sensazione di bello a metà, perché l’opera scolpita rappresenta anche manifestazioni di bellezze di colori, di sfumature, di bronci, di sguardi torvi, di sorrisi, di manifestazioni di pianto, di gioia ed altro che alle mani sfuggono. Secondo me tutto ciò che si scrive sul gusto dei colori e delle fotografie è solo frutto di fantasia e di emozioni sforzate. Allora, se le descrizioni sono sufficienti per suscitare a questi non vedenti che vantano la fruizione della bellezza dei colori di emozioni particolari, estasi, sensazioni ed altro, perché sperperare tanto denaro per creare opere tattili di pittura che non servono a niente? È inutile mettere chiodini per sforzarsi di dare la fantasia di sensazioni del colore; il colore deve essere vissuto, gustato e goduto e per poterlo assaporare è necessaria la vista. È inutile prenderci in giro. Come si fa a gustare colori, sfumature di colori, profondità del colore, intensità delle forme di spazi frammisti a colori ed altro? Leggendo il Corriere Braille trovo che tali affermazioni di pittura tattile stanno crescendo in tutta Italia come funghi. Ecco perché all’inizio ho scritto che forse sono tonto. Ebbene, illuminatemi voi, assertori convinti di tale argomento. Speriamo che mi pubblichiate questo scritto, in modo da poter sentire e conoscere altre opinioni e altri pareri in merito”.
Antonio Greco

“Sto leggendo sempre più spesso di questo argomento e, sempre più spesso, ne sento parlare sulla stampa e sui media, come se fosse una cosa scontata per chi non vede. Più si va avanti e più siamo bombardati da articoli con i quali si asserisce che si può produrre la pittura in braille, dicendo che si può addirittura percepire i colori dei quadri.
A dire il vero, ho fatto varie prove per rendermi conto, ed ho provato su quadri in tela o stampe, con superfici più o meno lisce o ruvide, sia con colori tenui sia con colori forti, ma non provo nessuna sensazione che mi faccia capire se sto toccando un rosso, piuttosto di un giallo o di un verde. Eppure sono in tanti ad affermare queste cose!
Nel tempo mi sono dovuto convincere che, se non ho queste sensazioni, dipende dall’aver perso la vista a 43 anni e non posso avere la sensibilità che può avere una persona che è nata cieca o che lo è diventata da bambino. Ho acquisito questa convinzione, anche perché non ho una buona dimestichezza a leggere il braille correntemente, pur conoscendone la struttura, e tutti mi hanno sempre detto che dipende dalla poca sensibilità del tatto. Il che se ne voglia dire e spiegare, ma ogni volta che leggo di questo argomento, onestamente, rimango molto perplesso e non riesco a non considerare molto fantasioso chi ci vuole per forza dire che riesce a capire i colori con il tatto.
Era da molto tempo che non affioravano alla mia mente questi pensieri, ma oggi una email di un mio caro amico ha riportato con molta insistenza alla mia mente questo “per me” strano argomento.
Stimolato da questo scambio di opinioni con il mio amico Professore Antonio Greco, sto seriamente riconsiderando le mie convinzioni sulla pittura Braille, proprio perché Antonio non ha perso la vista da adulto come me.
Antonio ha fatto delle considerazioni che concordo e condivido, quindi, mi sono deciso a scrivere per poter anch’io dire quello che penso in merito.
Dopo aver letto le considerazioni di Antonio ed averci riflettuto un poco, prima sono rimasto un po’ perplesso, ma mi sono subito convinto che non ero io a non percepire nulla e che questo riconoscimento dei colori e le sensazioni che non ho mai provato, non sono frutto della perdita della vista da adulto.
Occupandomi di tecnologie ed avendolo visto pubblicizzato soprattutto sul Web, ma anche per averlo provato con le mie mani in un centro di sviluppo, posso dire che siamo veramente in procinto di avere tra non molto tempo la pittura tattile. E non lo dico tanto per dire. Non per voler contrastare questo filone di pensiero con il quale si afferma di queste sensazioni che, personalmente, trovo difficili da sostenere, ma solo per dire la mia in merito e far conoscere cosa ci dobbiamo aspettare in futuro.
Tanto per essere chiaro, lascio a chi le sente tutte le sensazioni che si provano a leggere con le mani i colori e i panorami di pitture e foto, come le sensazioni che si provano, a detta di chi le prova, a vedere i panorami rappresentati con la musica. Personalmente sono convinto che quello che sta per arrivare sarà veramente una rivoluzione per chi non ha mai visto o chi non vede più.
Infatti, quella che ho apprezzato, ma per averla vissuta in prima persona, è una pittura fatta attualmente su uno schermo al quale sono stati associati dei suoni. Mi spiego.
Tramite il computer, su uno schermo gigante, diciamo 40 pollici, di tipo touch, quindi, di quelli che tocchi ed è come se avessi spostato il cursore in quel punto, vengono disegnati dei paesaggi, composti da tutto quello che è in natura, come se fosse una natura disegnata in un quadro.
Se nel quadro è disegnato un albero, con sopra degli uccellini, quando tocchi da quelle parti senti la natura viva, quindi, il frusciare delle foglie per il vento, il canto degli uccelli sull’albero, rumori ambientali, eccetera. Così per un corso d’acqua, un treno che passa, un aereo che vola, e tutti i rumori di quella composizione. Tutto riprodotto da un computer che è connesso al monitor e ne gestisce i suoni.
Praticamente, toccando lo schermo, ci si può rendere conto da soli di quello che si sta toccando ed avere un quadro poi di insieme della rappresentazione. In pratica si hanno dei riscontri reali di quello che è disegnato e non si ha nessun bisogno delle sensazioni, bensì con i suoni riprodotti fedelmente e con l’intensità adeguata.
Altra soluzione per avere lo stesso risultato, ma senza toccare lo schermo, si ottiene dotando il sistema con dei sensori di prossimità che percepiscono la presenza di persone in movimento nell’area davanti a quello che praticamente è un monitor. Con questi sensori di prossimità, si intercettano i movimenti di una persona davanti al monitor e, di conseguenza, si può fare in modo di riprodurre questi suoni anche solo avvicinandosi alla parte di disegno rappresentato su un lato piuttosto che su un altro.
In conclusione, se si mette a parete uno di questi quadri che, possono ricoprire anche un’intera parete di una stanza perché sono praticamente dei fogli di materiale plastico speciale, dotandoli di questo sistema elettronico computerizzato, si possono rappresentare interi paesaggi, ma anche grandi quadri, quindi, avvicinandosi alle parti che compongono l’immagine rappresentata, si percepiscono automaticamente i suoni naturali dei soggetti rappresentati in quello che, praticamente, è un quadro sonorizzato.
E non vale solo per le rappresentazioni o le pitture. Infatti, sono in arrivo in commercio dei fogli di plastica che possono fare da rivestimento anche ad una grande parete per diventare uno schermo, sono più che convinto che nei prossimi anni, veramente potremo vedere, con il sistema sopra descritto, anche i tabelloni pubblicitari che ci raccontano quello che vi è rappresentato. Basta programmarne i suoni in base a quello che è in essi disegnato e, avvicinandoci ad essi, ci verrà raccontato con dei suoni cosa rappresentano.
Non è fantascienza, ma solo quello che al momento è già possibile, anche se i costi sono ancora proibitivi per una soluzione del genere. Però, sappiamo tutti che con il tempo i costi vanno a scemare ed avremo sicuramente una soluzione anche per le rappresentazioni di paesaggi o di pitture.
Nunziante Esposito, nunziante.esposito@uiciechi.it”.

Rinnovamento: il fatto e il percepito, di Luciano Paschetta

In questi giorni si è sviluppato un minimo di dibattito sulla politica associativa, dal quale ho tratto la necessità di una riflessione su il “fatto” e il “percepito”.
Il Presidente e alcuni dirigenti, intervenuti nel dibattito, hanno sottolineato quanto sin qui fatto in termini di innovazione e, in particolare, quanto ci sia intenzione di fare per il necessario rinnovamento di questa nostra unione.
Da quanto emerso ho però rilevato come ci sia un divario tra quanto fatto e quanto percepito in termini di rinnovamento: ho già avuto modo di sottolineare la mia preoccupazione per l’assenza da tempo di un reale dibattito associativo, la stessa lista “UICICongresso”, sede di accesi dibattiti precongressuali, proseguiti all’inizio del nuovo mandato presidenziale, ha smesso di essere un luogo di confronto di idee. Eppure il Presidente sembra rimarcarne l’importanza, quando, in un recente messaggio inviato alla stessa lista, scrive: …”Certo, la grande riforma deve ancora cominciare… Quella che restituirà forza di attrazione alle sezioni; consentirà una riorganizzazione efficiente, guidata dalle Regioni; produrrà maggiori e migliori strumenti di azione per la dirigenza nazionale; rimetterà in moto la passione dei soci e dei rappresentanti; darà spazio maggiore alle aspettative degli ipovedenti e ai diritti delle persone con pluridisabilità; porterà finalmente le nostre ragazze e i nostri ragazzi a impadronirsi del proprio destino e lavorare per offrire all’Unione quella dirigenza numerosa, capace, orgogliosa, libera, consapevole, diffusa e radicata in ogni angolo d’Italia.
Da dove avrà principio questa riforma? Dai soci, dal territorio, dalle sezioni, secondo me.” Per poi concludere: “Scorciatoie non ve ne sono. La strada del rinnovamento profondo e generale è questa!”.
Un messaggio che evidenzia come le cose da fare siano ancora molte, ma soprattutto come un reale rinnovamento non possa avvenire se non partendo dai soci e per farlo occorre che quanto scritto dal Presidente diventi patrimonio comune e condiviso ed altrettanto comuni e condivisi gli obiettivi indicati e, questo non può avvenire senza un dibattito associativo.
Viceversa, quello che si verifica all’interno dell’associazione da parte dei soci è un “silenzio assordante” il che, unito alla loro costante diminuzione, deve stimolare tutti noi a fare molta attenzione al “percepito” di quanto fatto e proposto dall’U.I.C.I..
Chiunque si sia interessato di comunicazione, sa che quando si comunica è fondamentale, verificare non già il “detto”, ma il “percepito”. Tuttavia io non scomoderò gli esperti di comunicazione, ma mi servirò di esempi tratti dalla mia esperienza diretta.
L’unico mestiere che credo di aver imparato a fare nella mia vita è quello del docente e proprio da questa esperienza ho tratto un importante insegnamento: non sono io che, dopo una lezione, devo compiacermi dicendomi “Ho fatto una bella lezione”, ma sarà la percezione che i discenti ne avranno avuto ed il loro coinvolgimento sugli argomenti trattati a dirmi se è stata una bella lezione. L’importante per un insegnante è imparare ad “ascoltare” gli allievi, a non bloccare mai le loro domande, a cogliere il “clima” della classe. Non servirà a nulla dire alla fine di una lezione fatta “senza ascolto” se qualcuno ha qualche domanda da fare: nessuno chiederà nulla. Questo esempio vale per la valutazione della comunicazione all’interno della nostra associazione, dove, se la comunicazione non arriva non serve “bacchettare”, serve capire come fare a farla arrivare meglio. Un esempio, è vero che sul giornale UICI vi sono i rendiconti delle Direzioni e dei Consigli Nazionali (io sono uno che se li va a leggere), ma constatato che molti non fannoo lo stesso, perché non pubblicare i rendiconti in modo più formale con un Comunicato? Ovviamente è solo un banale esempio. Un dato è certo qualcosa non ha funzionato nella comunicazione tra Dirigenti Nazionali e Dirigenti locali e tra questi e i soci, se nessuno sente più la necessità o, peggio, l’utilità di un confronto.
La comunicazione verso l’esterno poi non ha funzionato meglio: la continua diminuzione di soci, non va interpretata come un fatto ineluttabile, ma piuttosto come la nostra incapacità di “attrarre”. Il crudo linguaggio dei numeri ci dice: nel nostro paese ci sono oltre 350.000 ciechi assoluti (dati INPS) e circa un milione e mezzo di ipovedenti, possibile che non si riesca ad incrementare un numero di soci che rappresenta ormai solo un misero 3% (sì avete letto bene tre per cento) di quelli potenziali. Questo è il problema dei problemi al quale dobbiamo tutti porre la massima attenzione e dedicare le nostre energie, secondo una strategia condivisa, diversamente, con questi numeri, sarà sempre più difficile rivendicare il nostro diritto di rappresentanza dei disabili visivi.
Certamente molto è stato fatto sulla via del rinnovamento, ma non dobbiamo nasconderci neanche quelle carenze che non sono solo di comunicazione. Traggo un esempio concreto da un settore chiave, che mi sta particolarmente a cuore: quello della formazione. Quest’anno, per tutta una serie di circostanze, sono stati nominati oltre 30.000 docenti di sostegno senza alcuna preparazione, (una vera emergenza di formazione tiflopedagogica), orbene, né l’U.I.C.I., né gli enti collegati, hanno avuto la capacità di proporre a livello nazionale iniziative utili alla loro formazione. Non sono valse neanche sollecitazioni in tal senso: all’ODG, nel quale si segnalava questa emergenza e si chiedeva di finanziare (in mancanza di meglio) almeno quale intervento “tampone” brevi corsi a livello regionale di informazione/formazione tiflopedagogica, approvato dall’Assemblea dei Quadri Dirigenti del Piemonte tenutasi ad inizio ottobre sulle tematiche dell’istruzione, e inviato alla Direzione Nazionale, non è stato dato alcun riscontro, come se nessuno l’avesse ricevuto.
Spero che questo mio contributo serva a “provocare” un dibattito costruttivo: ormai ci stiamo velocemente avvicinando al Congresso del centenario, un’occasione da non perdere per una nuova rinascita associativa.

Autonomia personale e mondo del lavoro: un binomio imprescindibile, di Valeria Tranfa

Quale ruolo per il tiflologo nell’acquisizione delle competenze relative alla sfera delle autonomie?

Quando pensiamo ad un giovane non vedente che si affaccia al mondo del lavoro, quali sono i requisiti che deve possedere? È sicuramente importante che sia preparato, ma le competenze relazionali e sociali che gli vengono richieste sono forse meno importanti? Tra le altre riflessioni ci siamo soffermati a parlare di questo durante il Convegno “Istruzione, Formazione e Lavoro” svoltosi presso l’Istituto dei Ciechi di Milano, il 30 novembre scorso.
Cosa significa quindi diventare persone autonome? Nel percorso di istruzione e di formazione di un ipovedente o di un non vedente, quanto è importante dedicare tempo e risorse al raggiungimento di buoni livelli di autonomia?
La risposta, solo apparentemente ovvia, è che nessuno può arrivare preparato ad affrontare il mondo del lavoro se non viene formato ed educato fin da piccolo a raggiungere buoni livelli di indipendenza.
Questo principio vale per tutti i bambini e i ragazzi, vale in tutti gli ordini di scuola, in proporzione all’età e alla propria condizione, a maggior ragione vale, ed è importante, per chi ha una disabilità visiva e quindi accede alla realtà in modo differente.
Da sempre infatti l’Istituto dei Ciechi di Milano si è occupato, e si preoccupa anche oggi, di formare i ragazzi minorati della vista non solo offrendo loro gli strumenti di studio più adatti, ma soprattutto curando la dimensione dell’autonomia personale, suggerendo strategie opportune per superare le difficoltà che la mancanza della vista pone, offrendo al mondo della scuola e alle famiglie un punto di vista attento a non cedere alla tentazione di sostituirsi a…, di fare al posto di.
Spesso insegnanti e genitori cadono in questo errore senza neppure accorgersi, perché “il ragazzo è in difficoltà”, “ci mette tanto tempo…”, “non ci vede, quindi è impossibile che ci riesca da solo…”
Con la vita di Istituto e con la scuola speciale prima, e con il servizio di Consulenza Tiflopedagogica poi, nelle scuole di ogni ordine e grado, i Tiflologi dell’Istituto dei Ciechi di Milano, secondo un modello di intervento che è diventato oggi esempio per tutta la Regione Lombardia, affiancano insegnanti di sostegno, assistenti alla comunicazione e operatori, che lavorano nella scuola, affinché ad ogni singolo bambino e ragazzo ipovedente e non vedente si insegni quanto sia importante imparare non soltanto discipline e contenuti scolastici, ma anche e soprattutto abilità di autonomia personale e sociale per poter affrontare la vita con le giuste competenze.
Oggi indubbiamente il mondo del lavoro è cambiato, richiede capacità di adattamento, richiede flessibilità, autostima e ottime capacità di relazione.
Il mercato del lavoro è in continua evoluzione, esistono occupazioni che solo 20 anni fa non esistevano e, si dice, che tra altri 20 esisteranno mestieri che ancora non sono stati inventati. Trovare lavoro è difficile e la ricerca è molto selettiva.
Dall’altra parte la società tende a iperproteggere i giovani, vengono chiamati ancora “ragazzi” i trentenni e i trentacinquenni che, soltanto qualche anno fa erano già padri di famiglia, vivevano fuori casa ed erano completamente indipendenti sul piano economico di fronte alla collettività. A maggior ragione perché non rimandare l’emancipazione dei ragazzi che non vedono? Non è forse giusto scoraggiare la loro indipendenza e procrastinare il distacco dalla famiglia? Farli sentire sicuri soltanto a casa, proteggerli dal mondo cattivo, evitando loro qualche frustrazione in più, rispetto a quelle che incontrano già tutti i giorni?
È anche in questo senso che prende significato la proposta dell’intervento tiflologico.
Fin dalla primissima infanzia, infatti, è preziosa la figura del Tiflologo che insiste nel sottolineare quanto sia importante conquistare mano a mano la propria autonomia.
È il tiflologo quindi che, prendendo in carico un bambino o un ragazzo, attraverso una periodica osservazione a scuola, attraverso il dialogo con la famiglia, attraverso i momenti di scambio con gli insegnanti, partecipando alla programmazione degli obiettivi didattici e non, e confrontandosi con gli altri specialisti, ha la preziosa opportunità di offrire un nuovo punto di vista, non si stanca di sottolineare come non sia la minorazione visiva a rendere un cieco poco autonomo, ma la difficoltà, conscia o inconscia, ad investire di più sul raggiungimento anche di altre competenze…
Fin dalla scuola dell’infanzia, e per tutti i successivi ordini di scuola, oltre che occuparsi di fornire indicazioni sui percorsi didattici e sui materiali specifici per stimolare il bambino ad apprendere e a sviluppare le proprie capacità cognitive, il tiflologo sottolinea come sia importante che la scuola verifichi prima, ed incentivi poi, competenze rivolte ad avere cura di sé. Imparare a vestirsi e svestirsi da solo quando si è piccoli, lavarsi ed asciugarsi le mani ed il viso significheranno da grandi saper curare il proprio aspetto, vestirsi con cura, saper abbinare i colori con gusto, imparare a truccarsi…
È sempre il tiflologo che fornisce indicazioni specifiche affinché il bambino impari a muoversi con sicurezza negli ambienti scolastici, perché diventi capace di raggiungere da solo il proprio banco, conosca il percorso per andare in bagno, sia in grado di riporre il materiale utilizzato al posto giusto. Una volta divenuto adulto, quel ragazzo potrà quindi essere in grado di uscire da solo senza paura, potrà imparare la strada per andare in ufficio, saprà tenere in ordine la sua scrivania, e si muoverà con disinvoltura negli spazi della quotidianità.
Il tiflologo poi si preoccupa di verificare le capacità di ogni bambino di mangiare da solo, di usare le posate in modo corretto, suggerisce il momento opportuno per insegnargli a versare l’acqua, invita gli insegnanti a richiedergli di mantenere una buona postura a tavola. Queste competenze, acquisite in modo adeguato all’età cronologica di ciascuno, e man mano fatte proprie, permettono un domani di andare a mangiare con i colleghi, di recarsi al ristorante con amici e parenti senza dipendere da nessuno, senza paura di doversi vergognare. Sentirsi adeguati in mezzo agli altri significa aumentare il proprio livello di autostima, prerequisito fondamentale, tra gli altri, per inserirsi positivamente anche nel mondo del lavoro.
Imparare a studiare in autonomia da ragazzini, padroneggiare una postazione informatica personalizzata, usare software specifici, approcciarsi ad internet, utilizzare al meglio le opportunità che il mondo dell’informatica mette a disposizione, significa da adulti accedere ad una gamma sempre più vasta di opportunità lavorative, diventare più competitivi sul mercato del lavoro. Anche di questo si cura il tiflologo, affiancato, a partire più o meno dal terzo anno della scuola primaria, dal tifloinformatico.
Diventare capaci di progettare la propria giornata e la propria settimana, decidere in piena coscienza quali attività e quali amici frequentare nel tempo libero, sentirsi davvero padroni di sé perché si è consapevoli dei propri limiti ma anche delle proprie risorse sono bagaglio indispensabile per affrontare a testa alta la vita.
Essere autonomi nelle relazioni con gli altri da piccolo significa imparare a controllare un’eventuale stereotipia, vuole dire tenere la testa alta e diritta, voltarsi sempre in direzione di chi sta parlando, non interrompere l’altro, mantenere un adeguato tono di voce.
Da grande queste competenze si tradurranno nell’apparire sicuri di sé, nel possedere buone capacità di autocontrollo, nel poter imparare a parlare in pubblico senza vergognarsi, e così via.
Tutte queste capacità vengono acquisite con gradualità, giorno dopo giorno, passo dopo passo, con l’aiuto di chi, certo del risultato, con molta dolcezza ma con altrettanta fermezza, indica la strada giusta, accompagna fisicamente il gesto di chi ancora non possiede la tecnica, fornisce indicazioni verbali fino a che i risultati non sono stati raggiunti.
L’importante è poter cominciare questo percorso fin dall’infanzia per evitare che, affacciandosi alla vita adulta e poi anche al mondo del lavoro, si rischi di non avere abbastanza tempo per colmare le lacune, per evitare che di quel ragazzo o di quella ragazza si debba dire “è intelligente, è capace, impara in fretta però…”
È auspicabile quindi che ogni scuola, dove è inserito un ragazzo con difficoltà visiva, così come prevede la nostra normativa regionale, possa usufruire del Servizio di Consulenza Tiflopedagogica. Servirsi della Consulenza significa proprio potersi confrontare con un tiflologo che aiuti gli insegnanti e tutto il personale scolastico a porre l’accento, tra gli altri aspetti, anche sulle problematiche relative all’autonomia, significa venire incoraggiati a mettersi in gioco sempre, nonostante le difficoltà e i limiti, accanto alle famiglie, per crescere ragazzi preparati sul piano degli apprendimenti, ma anche e soprattutto, su quello personale, perché davvero persone capaci di diventare autonome, protagoniste appieno della propria vita e non fruitori passivi di un’esistenza determinata da altri.

Valeria Tranfa
Tiflologa dell’Istituto dei Ciechi di Milano

2019: Sarà l’anno buono?, di Mario Mirabile

È tempo di pensare a quanto fatto nell’anno appena conclusosi e a quanto si dovrà fare nei prossimi mesi. Si programmano attività, si pensa alle assemblee di primavera, si inizia a riflettere, anche se manca più di un anno e mezzo, sul prossimo congresso dell’Unione. Un congresso che rimarrà nella storia; il congresso del centenario, che si svolgerà nella città in cui Nicolodi ebbe l’intuizione di mettere tutti i ciechi italiani sotto un’unica bandiera. Sulle liste di discussione e sulla stampa associativa, già si iniziano a leggere interventi e proposte che intendono avviare un dibattito sull’assetto organizzativo che dovrà avere l’Unione nei prossimi anni. Quanti delegati al congresso, come dovrà essere eletto il Consiglio Nazionale, quale dovrà essere il ruolo di quest’ultimo organo, forse le regole sulle incompatibilità sono troppo restrittive, forse dobbiamo definire meglio qual è il ruolo delle direzioni regionali e così via. Tutti temi utili e ragionamenti che consentiranno di definire senz’altro l’assetto organizzativo della nostra associazione, ma consentitemi, pensieri che non devono assorbirci per il prossimo biennio. Come al normale cittadino italiano non importa niente del prossimo congresso del partito Democratico, allo stesso modo, almeno credo, alla stragrande maggioranza dei nostri associati non interessa benché minimamente il dibattito sull’avvicinamento al prossimo congresso. Anche io credo di far parte di questa maggioranza di soci che, pur orgogliosa di far parte di un sodalizio che si appresta a compiere un secolo di storia, si rende conto che le energie di tutti devono essere spese per far sì che i diritti conquistati, siano davvero effettivi e non sanciti soltanto da leggi che restano sulla carta e vengono disattese, o addirittura eluse. Mi farebbe piacere che il 2019 possa essere ricordato come l’anno della svolta, l’anno in cui le leggi 113 del 1985, 120 del 1991, 104 del 1992, la 29 del 94, la 68 del 99, il D.Lgs. 151 del 2015, la legge sulla “buona scuola”, e su tutte la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e l’art. 3 della Costituzione Italiana vengono finalmente rispettate e applicate per tutti, e dico tutti, i cittadini. Nell’anno appena iniziato, purtroppo, l’inclusione scolastica degli alunni disabili visivi sembra essere ancora una meta lontana; capita frequentemente che famiglie sono costrette a lottare per imporre la presenza del loro bambino all’interno di una classe, scontrandosi con la scarsa preparazione degli insegnanti, con l’arroganza dei burocrati, con l’inettitudine dei politici e, più in generale con l’inefficienza del sistema Scuola, che fa ancora fatica a mettere a disposizione interventi personalizzati che consentano una piena inclusione. Tutte le negazioni di diritti sacrosanti vengono giustificate in maniera fin troppo semplicistica, con la cronica mancanza di risorse economiche. Dicasi altrettanto per le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, o per accedere ad interventi riabilitativi, al diritto di praticare una attività sportiva, al diritto alla mobilità ecc…. L’attenzione di tutti noi deve essere rivolta a tutte queste problematiche, che potranno essere risolte soltanto se tutti noi ci muoveremo nella stessa direzione, mettendo da parte i personalismi e i vari “orticelli”, dando vita davvero ad una vera squadra composta da tanti giocatori, il cui unico obbiettivo è quello di tutelare i diritti dei disabili visivi ed individuare strategie atte a consentirne la loro piena integrazione. Tutte le strutture dell’Unione e tutti gli enti collegati ad essa quali IRIFOR, Biblioteca, UNIVOC, INVAT, Federazione, stamperie varie e tutti gli altri enti che si occupano di disabilità visiva a tutti i livelli, devono essere braccia di un unico corpo che deve muoversi in maniera univoca. Questo, a mio parere, deve essere il vero salto di qualità che noi tutti dobbiamo fare. Speriamo che questo sia l’anno buono!

2019, un anno da non perdere!, di Massimo Vita

Mentre ci apprestiamo a vivere le festività più classiche della nostra comunità e delle nostre famiglie, il pensiero va al prossimo anno. Un anno da non perdere in vista del tanto atteso anno del centenario.
Se guardiamo a quanto ci propone la situazione politica del paese non possiamo non essere inquieti, ma vorrei riflettere su come la nostra organizzazione debba vivere questo anno in preparazione del centenario. Dobbiamo ancora necessariamente completare con determinazione il progetto che avevamo costruito nel Congresso di Chianciano. Molto si è fatto, ma rimane molto da fare per rendere efficiente tutto l’apparato organizzativo, soprattutto a livello territoriale. Le nostre strutture sono ancora sofferenti per la canonica mancanza di risorse umane e di risorse economiche, malgrado la grande azione di sostegno svolta dalla Direzione Nazionale.
Qualche problema esiste ancora nella comunicazione tra il centro e la periferia, ma la maggiore criticità si evidenzia nel passaggio alla nuova contabilità e nel sistema di organizzazione delle nostre strutture, ancora troppo burocratizzata e affaticata per stare al passo con le normative che regolano la vita delle Onlus.
In questo periodo, in cui si sta per dispiegare l’effetto del nuovo codice del terzo settore, la vicenda si complica ulteriormente.
Nel Congresso di Chianciano uno dei temi, ripreso anche nello Statuto, era quello della razionalizzazione delle nostre sedi territoriali. In questo senso il dibattito è stato carente o, meglio, quasi inesistente. Qualche voce giustifica questa mancanza con le difficoltà di stabilire la rappresentanza congressuale qualora si decidesse di accorpare delle sedi. A mio avviso questa è una giustificazione molto debole. Il prossimo congresso dovrà stabilire metodi e procedure che spingano verso un nuovo assetto delle nostre strutture.
Ritengo che la questione della rappresentanza si debba e si possa declinare con un diverso modello congressuale.
Vedrei tre livelli: congressi territoriali, congressi regionali e congresso nazionale.
Questo modello avrebbe alcuni vantaggi: maggiore spazio per il dibattito congressuale, più coinvolgimento del territorio e un Congresso Nazionale più approfondito e meno elefantiaco.
Una questione da affrontare è quella delle incompatibilità di cariche che, a mio avviso, lo scorso congresso ha elevato eccessivamente. Le troppe incompatibilità tra i vari livelli di cariche ci mettono in seria difficoltà nel reperire la classe dirigente e una classe dirigente di qualità.
Una domanda è d’obbligo: le incompatibilità sono una foglia di fico per mascherare i ruoli dei dirigenti?
Un consigliere nazionale oggi non può partecipare né alle Direzioni Regionali né agli Uffici di Presidenza delle sedi territoriali.
Questa norma, giusta in via di principio, comporta delle difficoltà notevoli alle sedi territoriali.
Io fisserei tale incompatibilità solo tra le strutture verticalmente dipendenti, e cioè tra il Consiglio Nazionale e le Direzioni Regionali e tra le Direzioni Regionali e gli Uffici di Presidenza territoriali.

Ruolo dei genitori o tutori
Un tema poco discusso è quello del ruolo dei genitori e dei tutori.
A mio modesto avviso la loro presenza negli organi non dovrebbe essere calcolata tra i vedenti bensì tra i soci effettivi.
Io li vedrei anche presenti negli uffici di presidenza fino alla vice presidenza.
Metterei solo un limite di presenza dei genitori o tutori negli organi come è per i vedenti.
Faccio un esempio per meglio esprimere il mio pensiero: su cinque persone, darei spazio a un esterno vedente e a un genitore; in un organo di sette persone darei spazio a un vedente e a due genitori.

Consiglio Nazionale
Un tema connesso al Consiglio Nazionale e alla sua composizione è quello dei componenti di diritto.
Se organizziamo i congressi come proposto sopra, nel Consiglio Nazionale non ha molto senso la presenza di diritto dei presidenti regionali e, inoltre, il Consiglio Nazionale dovrebbe essere un organo con maggiori poteri di controllo e indirizzo rispetto alla Direzione Nazionale.
Oggi questo organismo è pletorico e condizionato dalla presenza dei componenti della Direzione Nazionale e del Presidente.
Io ritengo che un candidato alla presidenza dovrebbe proporre la lista o le liste candidate al Consiglio Nazionale e con essa anche quella dei candidati alla Direzione Nazionale.
I candidati alla Direzione almeno in parte, non dovrebbero essere candidabili o eleggibili in Consiglio Nazionale.

Enti collegati
Gli enti collegati come: I.Ri.Fo.R., INVAT, Associazione per il Fundraising e Progettazione, hanno come presidente di diritto quello dell’UICI, mentre io penso che questi enti dovrebbero essere controllati dall’UICI ma dovrebbero avere una presidenza diversa.
Con il nuovo codice del terzo settore, se non vi saranno cambiamenti, dovremo adeguare molte delle nostre strutture e quindi studiare nuove forme per I.Ri.Fo.R., Biblioteca di Monza e gli altri enti.
Una forma potrebbe essere quella delle fondazioni di partecipazione con maggioranza nelle mani dell’UICI.
Affiderei al Consiglio Nazionale il compito di nomina dei rappresentanti UICI negli enti controllati.

Probiviri
Il collegio dei probiviri oggi ha armi parzialmente spuntate, dal momento che non può decretare l’espulsione ma questo comporta che, soprattutto i dirigenti si sentano immuni.
Si potrebbe immaginare la possibilità di espulsione legata a comportamenti reiteratamente scorretti e sanzionati.

Organizzazione degli uffici
In questo campo, si devono compiere riflessioni diverse a seconda che si guardi alla sede nazionale o alle sedi regionali o territoriali.
La Sede Nazionale ha una organizzazione ancora troppo ingessata e burocratica ma ancora riesce a fornire risposte alle diverse esigenze, tuttavia i temi da affrontare sono sempre più complessi per le costanti variazioni del quadro legislativo di riferimento.
Le strutture regionali dovrebbero essere tarate in modo da potersi occupare sempre di più e meglio dell’amministrazione delle sedi territoriali.
Se i consigli regionali si occupassero delle strutture territoriali per i servizi principali come la contabilità e i bilanci, se ne avrebbe un quadro omogeneo mentre oggi ogni sezione territoriale si comporta in modo diverso.

Autofinanziamento e progettazione
Questo settore, che la nostra organizzazione in passato aveva affrontato in modo disorganico, sta vedendo una concreta crescita e, in questo senso, la nascita di una struttura che segua il settore potrebbe essere importante.
Penso che in futuro questo settore dovrà sempre di più essere lasciato nelle mani dei tecnici mentre a noi deve rimanere il controllo e l’indirizzo.
Per convincere i cittadini a donare si deve puntare sulla proposta di progetti concreti, verificabili e soprattutto si deve rendere conto con chiarezza di come si sono utilizzate le risorse ottenute nelle singole campagne.
Dobbiamo riuscire a costruire una immagine più unitaria sul territorio altrimenti le miriadi di iniziative oggi in campo potrebbero indurre in confusione coloro che ci osservano con interesse.

Conclusione
Il prossimo anno sarà un anno complesso ma entusiasmante perché la nostra organizzazione, nonostante i limiti, ha ancora tanto entusiasmo e grandi ideali.
Nella grande famiglia ci sono tanti figli devoti, tante donne e tanti uomini che si vogliono mettere in gioco che, guidati da un padre equilibrato e coraggioso, sapranno dirigerci verso porti sicuri e mete sempre più alte.
Massimo Vita