Dai Cammei, all’Arte di Raccontare, di Luisa Bartolucci

Da sempre sono una forte lettrice e da diversi anni, ormai, mi accade di dover leggere e recensire libri e, non di rado intervistarne gli autori, uomini, donne, così diversi tra loro. Ma quando accade di dover leggere e presentare il libro di un’amica, le emozioni si fanno più intense. Intanto vi è la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo che riguardi forse più l’autrice che l’amica, poi vi è un mondo che si schiude, fatto di sentimenti e continue scoperte. Così quando Erica Monteneri, donna di grande cultura, intelligente e dinamica, della quale già avevo letto e pubblicato anche sul nostro periodico “Kaleidos” alcuni racconti al femminile, colei che ho fortemente voluto fosse la referente della Commissione nazionale Pari Opportunità mi ha parlato del suo volume di racconti, non ho potuto fare a meno di leggerlo immediatamente.
“Cammei – ritratti di donne dagli anni ’60 al 2000” (Pegasus Edition), è un libro che non lascia indifferenti, che ti incolla alla sedia, al computer, finché non si finisce di divorare anche l’ultima riga dell’ultimo racconto. “Ci sono cammei nei cui pochi centimetri quadrati si vede un intero paesaggio. Così come nelle storie delle vite di Marina, Maria, Luciana, Teresa, Giulia e di tutte le altre figure femminili che abitano questo libro e che sono tutte amate da Erica che, con la consapevolezza di non essere politically correct, ha chiesto di fare la prefazione e la presentazione a ben due uomini: Rodolfo Masto, Presidente della sezione di Milano dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS-APS e al critico cinematografico Giancarlo Zappoli.
Erica Monteneri è nata a Modena e si è laureata all’Università degli Studi di Milano, città in cui ha insegnato dal 1967 al 1983 nei Licei. Dal 2000 presta la sua attività da dirigente presso la sezione milanese dell’Unione. Presiede il Circolo Culturale e Ricreativo “Paolo Bentivoglio”, ove organizza spettacoli teatrali, musicali, presentazioni di libri e molto altro. Erica ci ha rilasciato una significativa intervista che riportiamo di seguito:
D. Erica, come è nata l’idea di questo libro?
R. In realtà non ho mai avuto l’idea a priori di pubblicare un libro, i racconti sono stati composti nell’arco di molti anni da quando ho perso la vista e costituiscono una specie di album di ricordi di donne che mi hanno colpito.
D. Il libro si compone di una raccolta di racconti. Quando sono stati scritti e perché hai atteso tanto per pubblicarli? scrivevi più per te, o pensavi che prima o poi li avresti diffusi in qualche modo?
R. Ho sempre scritto solo per me stessa, per fissare i momenti di vita o personaggi che ritenevo importanti per la conoscenza della variopinta casistica umana. Sono stata spinta a pubblicare il libro da alcune amiche che mi hanno aiutato nella stesura scritta e perché ho deciso che se non lo facevo alla mia età non lo facevo più.
D. Il titolo è estremamente bello, significativo, richiama alla mente o eleganti gioielli, o anche collaborazioni eccezionali che impreziosiscono, ad esempio, i film…
R. I Cammei mi sono sempre piaciuti, forse perché li portava mia nonna, una donna elegante raffinata intelligente. Le mie protagoniste per me sono piccoli cammei e ho cercato anche nella copertina del libro di rendere questa idea: volti che racchiudono un’anima, una personalità.
D. Quanto vi è della tua vita in questi scritti?
R. Molto perché tutti i personaggi li ho conosciuti in momenti precisi della mia vita, nessuno è inventato. Quindi c’è la compagna di liceo, di università, c’è la scelta di avere un figlio dopo che avevo perso la vista, ci sono colleghe di scuola e ci sono donne che mi anno raccontato le loro piccole storie quotidiane ricche di un’attualità ancora viva. In uno scritto c’è un protagonista maschile ma in quel caso ci sono vicino a lui due figure femminili particolarmente intense.
D. Personaggi femminili molto diversi: a quale sei più legata?
R. Li ho amati tutti in modo diverso perché ho partecipato con empatia a tutte le loro storie. Forse sono più legata a Giulia perché ho trovato in lei la forza di superare le situazioni più difficili con coraggio e serenità.
D. Attraverso le figure, i cammei di queste donne ripercorri anche la storia ed i costumi del nostro Paese. A quale scansione temporale sei più affezionata, quale senti più tua?
R. Sono senz’altro legata alle ragazze degli anni Sessanta e Settanta con cui ho condiviso la gioia delle grandi scoperte esistenziali: la speranza nel progresso, nel mutamento in meglio della società, nella conquista dei diritti delle donne, ma in realtà ho scritto molti altri racconti in cui parlo anche del presente e mi sento ugualmente immersa in esso. Quindi non mi sento legata solo ad alcuni momenti, fanno tutti parte dello stesso arazzo che è la mia vita.
D. Quanta realtà e quanta fantasia vi è nelle storie che narri?
R. Tutti i nuclei sono reali, il modo di porgere la storia è personale.
D. Hai dei momenti particolari della giornata in cui ti piace scrivere e con quali strumenti scrivi?
R. Mi piace scrivere quando sono sola, molto spesso alla mattina presto o verso il tramonto, sul balcone di casa mia nelle buone stagioni con un piccolo registratore a cui sussurro i miei pensieri.
D. È stato arduo scegliere tra i numerosi racconti che avevi, quelli che sono andati a comporre questa raccolta?
R. Sì molto perché ho eliminato alcuni racconti che avevano come protagoniste le mie più care amiche di cui non intendevo mettere in piazza i segreti. Altri racconti non li ritenevo ancora definiti bene. Perciò diciamo che tra tutti i racconti che ho scritto ne ho scelti sì e no un terzo.
D. Questo libro non è fine a se stesso, ma con i proventi verrà finanziato un progetto interessante ed ambizioso: “L’arte di raccontare”, un corso di scrittura creativa aperto a 16 partecipanti, 8 uomini e 8 donne, ciechi e/o ipovedenti. Erica, vorresti illustrarlo ai nostri lettori?
R. Come scrittrice non vedente ho affrontato molti problemi e non so se li ho risolti. Sono convinta che la scrittura sia liberatoria, serva a oggettivare dei problemi che magari ci avvelenano la vita, ma bisogna sapere come oggettivarli. Ci sono delle regole di scrittura che io stessa ho intuito ma non so se ho realizzato. Per questo ho pensato che creare una classe ideale di scrittori che si confrontano tra loro sarebbe una bella esperienza. Forse è la mia vecchia mentalità da insegnante che viene fuori. Mi sono rivolta a un docente noto che fa lo scrittore, Massimo Tallone, socio fondatore di una scuola di scrittura creativa e comunicazione che ha abbracciato con entusiasmo il progetto. È vero che oggi in Italia tutti scrivono, non importa se creeremo o meno 16 nuovi scrittori di fama, ritengo che sarà un ottimo risultato se queste 16 persone riusciranno a esprimere con chiarezza il loro mondo interiore senza idealizzazioni e mistificazione.

La pittura tattile, di Antonio Greco e Nunziante Esposito

“Sono così tonto che non riesco ancora a capire su quali basi solide si fonda la teoria della percezione della pittura tattile da parte dei non vedenti. Eppure io sono un non vedente di quasi 92 anni e di esperienza ho tanta. Ho provato a strisciare sulle tele che ho appese a casa mia, ma non ho provato nessuna sensazione né di colori, né tattile, e tanto meno emozioni. Ho provato a farmi aiutare, ma si son fermati alla descrizione. Io son d’accordo sulle opere scolpite, sulla scultura e sulla architettura in genere dove si può provare qualche sensazione di bello a metà, perché l’opera scolpita rappresenta anche manifestazioni di bellezze di colori, di sfumature, di bronci, di sguardi torvi, di sorrisi, di manifestazioni di pianto, di gioia ed altro che alle mani sfuggono. Secondo me tutto ciò che si scrive sul gusto dei colori e delle fotografie è solo frutto di fantasia e di emozioni sforzate. Allora, se le descrizioni sono sufficienti per suscitare a questi non vedenti che vantano la fruizione della bellezza dei colori di emozioni particolari, estasi, sensazioni ed altro, perché sperperare tanto denaro per creare opere tattili di pittura che non servono a niente? È inutile mettere chiodini per sforzarsi di dare la fantasia di sensazioni del colore; il colore deve essere vissuto, gustato e goduto e per poterlo assaporare è necessaria la vista. È inutile prenderci in giro. Come si fa a gustare colori, sfumature di colori, profondità del colore, intensità delle forme di spazi frammisti a colori ed altro? Leggendo il Corriere Braille trovo che tali affermazioni di pittura tattile stanno crescendo in tutta Italia come funghi. Ecco perché all’inizio ho scritto che forse sono tonto. Ebbene, illuminatemi voi, assertori convinti di tale argomento. Speriamo che mi pubblichiate questo scritto, in modo da poter sentire e conoscere altre opinioni e altri pareri in merito”.
Antonio Greco

“Sto leggendo sempre più spesso di questo argomento e, sempre più spesso, ne sento parlare sulla stampa e sui media, come se fosse una cosa scontata per chi non vede. Più si va avanti e più siamo bombardati da articoli con i quali si asserisce che si può produrre la pittura in braille, dicendo che si può addirittura percepire i colori dei quadri.
A dire il vero, ho fatto varie prove per rendermi conto, ed ho provato su quadri in tela o stampe, con superfici più o meno lisce o ruvide, sia con colori tenui sia con colori forti, ma non provo nessuna sensazione che mi faccia capire se sto toccando un rosso, piuttosto di un giallo o di un verde. Eppure sono in tanti ad affermare queste cose!
Nel tempo mi sono dovuto convincere che, se non ho queste sensazioni, dipende dall’aver perso la vista a 43 anni e non posso avere la sensibilità che può avere una persona che è nata cieca o che lo è diventata da bambino. Ho acquisito questa convinzione, anche perché non ho una buona dimestichezza a leggere il braille correntemente, pur conoscendone la struttura, e tutti mi hanno sempre detto che dipende dalla poca sensibilità del tatto. Il che se ne voglia dire e spiegare, ma ogni volta che leggo di questo argomento, onestamente, rimango molto perplesso e non riesco a non considerare molto fantasioso chi ci vuole per forza dire che riesce a capire i colori con il tatto.
Era da molto tempo che non affioravano alla mia mente questi pensieri, ma oggi una email di un mio caro amico ha riportato con molta insistenza alla mia mente questo “per me” strano argomento.
Stimolato da questo scambio di opinioni con il mio amico Professore Antonio Greco, sto seriamente riconsiderando le mie convinzioni sulla pittura Braille, proprio perché Antonio non ha perso la vista da adulto come me.
Antonio ha fatto delle considerazioni che concordo e condivido, quindi, mi sono deciso a scrivere per poter anch’io dire quello che penso in merito.
Dopo aver letto le considerazioni di Antonio ed averci riflettuto un poco, prima sono rimasto un po’ perplesso, ma mi sono subito convinto che non ero io a non percepire nulla e che questo riconoscimento dei colori e le sensazioni che non ho mai provato, non sono frutto della perdita della vista da adulto.
Occupandomi di tecnologie ed avendolo visto pubblicizzato soprattutto sul Web, ma anche per averlo provato con le mie mani in un centro di sviluppo, posso dire che siamo veramente in procinto di avere tra non molto tempo la pittura tattile. E non lo dico tanto per dire. Non per voler contrastare questo filone di pensiero con il quale si afferma di queste sensazioni che, personalmente, trovo difficili da sostenere, ma solo per dire la mia in merito e far conoscere cosa ci dobbiamo aspettare in futuro.
Tanto per essere chiaro, lascio a chi le sente tutte le sensazioni che si provano a leggere con le mani i colori e i panorami di pitture e foto, come le sensazioni che si provano, a detta di chi le prova, a vedere i panorami rappresentati con la musica. Personalmente sono convinto che quello che sta per arrivare sarà veramente una rivoluzione per chi non ha mai visto o chi non vede più.
Infatti, quella che ho apprezzato, ma per averla vissuta in prima persona, è una pittura fatta attualmente su uno schermo al quale sono stati associati dei suoni. Mi spiego.
Tramite il computer, su uno schermo gigante, diciamo 40 pollici, di tipo touch, quindi, di quelli che tocchi ed è come se avessi spostato il cursore in quel punto, vengono disegnati dei paesaggi, composti da tutto quello che è in natura, come se fosse una natura disegnata in un quadro.
Se nel quadro è disegnato un albero, con sopra degli uccellini, quando tocchi da quelle parti senti la natura viva, quindi, il frusciare delle foglie per il vento, il canto degli uccelli sull’albero, rumori ambientali, eccetera. Così per un corso d’acqua, un treno che passa, un aereo che vola, e tutti i rumori di quella composizione. Tutto riprodotto da un computer che è connesso al monitor e ne gestisce i suoni.
Praticamente, toccando lo schermo, ci si può rendere conto da soli di quello che si sta toccando ed avere un quadro poi di insieme della rappresentazione. In pratica si hanno dei riscontri reali di quello che è disegnato e non si ha nessun bisogno delle sensazioni, bensì con i suoni riprodotti fedelmente e con l’intensità adeguata.
Altra soluzione per avere lo stesso risultato, ma senza toccare lo schermo, si ottiene dotando il sistema con dei sensori di prossimità che percepiscono la presenza di persone in movimento nell’area davanti a quello che praticamente è un monitor. Con questi sensori di prossimità, si intercettano i movimenti di una persona davanti al monitor e, di conseguenza, si può fare in modo di riprodurre questi suoni anche solo avvicinandosi alla parte di disegno rappresentato su un lato piuttosto che su un altro.
In conclusione, se si mette a parete uno di questi quadri che, possono ricoprire anche un’intera parete di una stanza perché sono praticamente dei fogli di materiale plastico speciale, dotandoli di questo sistema elettronico computerizzato, si possono rappresentare interi paesaggi, ma anche grandi quadri, quindi, avvicinandosi alle parti che compongono l’immagine rappresentata, si percepiscono automaticamente i suoni naturali dei soggetti rappresentati in quello che, praticamente, è un quadro sonorizzato.
E non vale solo per le rappresentazioni o le pitture. Infatti, sono in arrivo in commercio dei fogli di plastica che possono fare da rivestimento anche ad una grande parete per diventare uno schermo, sono più che convinto che nei prossimi anni, veramente potremo vedere, con il sistema sopra descritto, anche i tabelloni pubblicitari che ci raccontano quello che vi è rappresentato. Basta programmarne i suoni in base a quello che è in essi disegnato e, avvicinandoci ad essi, ci verrà raccontato con dei suoni cosa rappresentano.
Non è fantascienza, ma solo quello che al momento è già possibile, anche se i costi sono ancora proibitivi per una soluzione del genere. Però, sappiamo tutti che con il tempo i costi vanno a scemare ed avremo sicuramente una soluzione anche per le rappresentazioni di paesaggi o di pitture.
Nunziante Esposito, nunziante.esposito@uiciechi.it”.

Rinnovamento: il fatto e il percepito, di Luciano Paschetta

In questi giorni si è sviluppato un minimo di dibattito sulla politica associativa, dal quale ho tratto la necessità di una riflessione su il “fatto” e il “percepito”.
Il Presidente e alcuni dirigenti, intervenuti nel dibattito, hanno sottolineato quanto sin qui fatto in termini di innovazione e, in particolare, quanto ci sia intenzione di fare per il necessario rinnovamento di questa nostra unione.
Da quanto emerso ho però rilevato come ci sia un divario tra quanto fatto e quanto percepito in termini di rinnovamento: ho già avuto modo di sottolineare la mia preoccupazione per l’assenza da tempo di un reale dibattito associativo, la stessa lista “UICICongresso”, sede di accesi dibattiti precongressuali, proseguiti all’inizio del nuovo mandato presidenziale, ha smesso di essere un luogo di confronto di idee. Eppure il Presidente sembra rimarcarne l’importanza, quando, in un recente messaggio inviato alla stessa lista, scrive: …”Certo, la grande riforma deve ancora cominciare… Quella che restituirà forza di attrazione alle sezioni; consentirà una riorganizzazione efficiente, guidata dalle Regioni; produrrà maggiori e migliori strumenti di azione per la dirigenza nazionale; rimetterà in moto la passione dei soci e dei rappresentanti; darà spazio maggiore alle aspettative degli ipovedenti e ai diritti delle persone con pluridisabilità; porterà finalmente le nostre ragazze e i nostri ragazzi a impadronirsi del proprio destino e lavorare per offrire all’Unione quella dirigenza numerosa, capace, orgogliosa, libera, consapevole, diffusa e radicata in ogni angolo d’Italia.
Da dove avrà principio questa riforma? Dai soci, dal territorio, dalle sezioni, secondo me.” Per poi concludere: “Scorciatoie non ve ne sono. La strada del rinnovamento profondo e generale è questa!”.
Un messaggio che evidenzia come le cose da fare siano ancora molte, ma soprattutto come un reale rinnovamento non possa avvenire se non partendo dai soci e per farlo occorre che quanto scritto dal Presidente diventi patrimonio comune e condiviso ed altrettanto comuni e condivisi gli obiettivi indicati e, questo non può avvenire senza un dibattito associativo.
Viceversa, quello che si verifica all’interno dell’associazione da parte dei soci è un “silenzio assordante” il che, unito alla loro costante diminuzione, deve stimolare tutti noi a fare molta attenzione al “percepito” di quanto fatto e proposto dall’U.I.C.I..
Chiunque si sia interessato di comunicazione, sa che quando si comunica è fondamentale, verificare non già il “detto”, ma il “percepito”. Tuttavia io non scomoderò gli esperti di comunicazione, ma mi servirò di esempi tratti dalla mia esperienza diretta.
L’unico mestiere che credo di aver imparato a fare nella mia vita è quello del docente e proprio da questa esperienza ho tratto un importante insegnamento: non sono io che, dopo una lezione, devo compiacermi dicendomi “Ho fatto una bella lezione”, ma sarà la percezione che i discenti ne avranno avuto ed il loro coinvolgimento sugli argomenti trattati a dirmi se è stata una bella lezione. L’importante per un insegnante è imparare ad “ascoltare” gli allievi, a non bloccare mai le loro domande, a cogliere il “clima” della classe. Non servirà a nulla dire alla fine di una lezione fatta “senza ascolto” se qualcuno ha qualche domanda da fare: nessuno chiederà nulla. Questo esempio vale per la valutazione della comunicazione all’interno della nostra associazione, dove, se la comunicazione non arriva non serve “bacchettare”, serve capire come fare a farla arrivare meglio. Un esempio, è vero che sul giornale UICI vi sono i rendiconti delle Direzioni e dei Consigli Nazionali (io sono uno che se li va a leggere), ma constatato che molti non fannoo lo stesso, perché non pubblicare i rendiconti in modo più formale con un Comunicato? Ovviamente è solo un banale esempio. Un dato è certo qualcosa non ha funzionato nella comunicazione tra Dirigenti Nazionali e Dirigenti locali e tra questi e i soci, se nessuno sente più la necessità o, peggio, l’utilità di un confronto.
La comunicazione verso l’esterno poi non ha funzionato meglio: la continua diminuzione di soci, non va interpretata come un fatto ineluttabile, ma piuttosto come la nostra incapacità di “attrarre”. Il crudo linguaggio dei numeri ci dice: nel nostro paese ci sono oltre 350.000 ciechi assoluti (dati INPS) e circa un milione e mezzo di ipovedenti, possibile che non si riesca ad incrementare un numero di soci che rappresenta ormai solo un misero 3% (sì avete letto bene tre per cento) di quelli potenziali. Questo è il problema dei problemi al quale dobbiamo tutti porre la massima attenzione e dedicare le nostre energie, secondo una strategia condivisa, diversamente, con questi numeri, sarà sempre più difficile rivendicare il nostro diritto di rappresentanza dei disabili visivi.
Certamente molto è stato fatto sulla via del rinnovamento, ma non dobbiamo nasconderci neanche quelle carenze che non sono solo di comunicazione. Traggo un esempio concreto da un settore chiave, che mi sta particolarmente a cuore: quello della formazione. Quest’anno, per tutta una serie di circostanze, sono stati nominati oltre 30.000 docenti di sostegno senza alcuna preparazione, (una vera emergenza di formazione tiflopedagogica), orbene, né l’U.I.C.I., né gli enti collegati, hanno avuto la capacità di proporre a livello nazionale iniziative utili alla loro formazione. Non sono valse neanche sollecitazioni in tal senso: all’ODG, nel quale si segnalava questa emergenza e si chiedeva di finanziare (in mancanza di meglio) almeno quale intervento “tampone” brevi corsi a livello regionale di informazione/formazione tiflopedagogica, approvato dall’Assemblea dei Quadri Dirigenti del Piemonte tenutasi ad inizio ottobre sulle tematiche dell’istruzione, e inviato alla Direzione Nazionale, non è stato dato alcun riscontro, come se nessuno l’avesse ricevuto.
Spero che questo mio contributo serva a “provocare” un dibattito costruttivo: ormai ci stiamo velocemente avvicinando al Congresso del centenario, un’occasione da non perdere per una nuova rinascita associativa.

Autonomia personale e mondo del lavoro: un binomio imprescindibile, di Valeria Tranfa

Quale ruolo per il tiflologo nell’acquisizione delle competenze relative alla sfera delle autonomie?

Quando pensiamo ad un giovane non vedente che si affaccia al mondo del lavoro, quali sono i requisiti che deve possedere? È sicuramente importante che sia preparato, ma le competenze relazionali e sociali che gli vengono richieste sono forse meno importanti? Tra le altre riflessioni ci siamo soffermati a parlare di questo durante il Convegno “Istruzione, Formazione e Lavoro” svoltosi presso l’Istituto dei Ciechi di Milano, il 30 novembre scorso.
Cosa significa quindi diventare persone autonome? Nel percorso di istruzione e di formazione di un ipovedente o di un non vedente, quanto è importante dedicare tempo e risorse al raggiungimento di buoni livelli di autonomia?
La risposta, solo apparentemente ovvia, è che nessuno può arrivare preparato ad affrontare il mondo del lavoro se non viene formato ed educato fin da piccolo a raggiungere buoni livelli di indipendenza.
Questo principio vale per tutti i bambini e i ragazzi, vale in tutti gli ordini di scuola, in proporzione all’età e alla propria condizione, a maggior ragione vale, ed è importante, per chi ha una disabilità visiva e quindi accede alla realtà in modo differente.
Da sempre infatti l’Istituto dei Ciechi di Milano si è occupato, e si preoccupa anche oggi, di formare i ragazzi minorati della vista non solo offrendo loro gli strumenti di studio più adatti, ma soprattutto curando la dimensione dell’autonomia personale, suggerendo strategie opportune per superare le difficoltà che la mancanza della vista pone, offrendo al mondo della scuola e alle famiglie un punto di vista attento a non cedere alla tentazione di sostituirsi a…, di fare al posto di.
Spesso insegnanti e genitori cadono in questo errore senza neppure accorgersi, perché “il ragazzo è in difficoltà”, “ci mette tanto tempo…”, “non ci vede, quindi è impossibile che ci riesca da solo…”
Con la vita di Istituto e con la scuola speciale prima, e con il servizio di Consulenza Tiflopedagogica poi, nelle scuole di ogni ordine e grado, i Tiflologi dell’Istituto dei Ciechi di Milano, secondo un modello di intervento che è diventato oggi esempio per tutta la Regione Lombardia, affiancano insegnanti di sostegno, assistenti alla comunicazione e operatori, che lavorano nella scuola, affinché ad ogni singolo bambino e ragazzo ipovedente e non vedente si insegni quanto sia importante imparare non soltanto discipline e contenuti scolastici, ma anche e soprattutto abilità di autonomia personale e sociale per poter affrontare la vita con le giuste competenze.
Oggi indubbiamente il mondo del lavoro è cambiato, richiede capacità di adattamento, richiede flessibilità, autostima e ottime capacità di relazione.
Il mercato del lavoro è in continua evoluzione, esistono occupazioni che solo 20 anni fa non esistevano e, si dice, che tra altri 20 esisteranno mestieri che ancora non sono stati inventati. Trovare lavoro è difficile e la ricerca è molto selettiva.
Dall’altra parte la società tende a iperproteggere i giovani, vengono chiamati ancora “ragazzi” i trentenni e i trentacinquenni che, soltanto qualche anno fa erano già padri di famiglia, vivevano fuori casa ed erano completamente indipendenti sul piano economico di fronte alla collettività. A maggior ragione perché non rimandare l’emancipazione dei ragazzi che non vedono? Non è forse giusto scoraggiare la loro indipendenza e procrastinare il distacco dalla famiglia? Farli sentire sicuri soltanto a casa, proteggerli dal mondo cattivo, evitando loro qualche frustrazione in più, rispetto a quelle che incontrano già tutti i giorni?
È anche in questo senso che prende significato la proposta dell’intervento tiflologico.
Fin dalla primissima infanzia, infatti, è preziosa la figura del Tiflologo che insiste nel sottolineare quanto sia importante conquistare mano a mano la propria autonomia.
È il tiflologo quindi che, prendendo in carico un bambino o un ragazzo, attraverso una periodica osservazione a scuola, attraverso il dialogo con la famiglia, attraverso i momenti di scambio con gli insegnanti, partecipando alla programmazione degli obiettivi didattici e non, e confrontandosi con gli altri specialisti, ha la preziosa opportunità di offrire un nuovo punto di vista, non si stanca di sottolineare come non sia la minorazione visiva a rendere un cieco poco autonomo, ma la difficoltà, conscia o inconscia, ad investire di più sul raggiungimento anche di altre competenze…
Fin dalla scuola dell’infanzia, e per tutti i successivi ordini di scuola, oltre che occuparsi di fornire indicazioni sui percorsi didattici e sui materiali specifici per stimolare il bambino ad apprendere e a sviluppare le proprie capacità cognitive, il tiflologo sottolinea come sia importante che la scuola verifichi prima, ed incentivi poi, competenze rivolte ad avere cura di sé. Imparare a vestirsi e svestirsi da solo quando si è piccoli, lavarsi ed asciugarsi le mani ed il viso significheranno da grandi saper curare il proprio aspetto, vestirsi con cura, saper abbinare i colori con gusto, imparare a truccarsi…
È sempre il tiflologo che fornisce indicazioni specifiche affinché il bambino impari a muoversi con sicurezza negli ambienti scolastici, perché diventi capace di raggiungere da solo il proprio banco, conosca il percorso per andare in bagno, sia in grado di riporre il materiale utilizzato al posto giusto. Una volta divenuto adulto, quel ragazzo potrà quindi essere in grado di uscire da solo senza paura, potrà imparare la strada per andare in ufficio, saprà tenere in ordine la sua scrivania, e si muoverà con disinvoltura negli spazi della quotidianità.
Il tiflologo poi si preoccupa di verificare le capacità di ogni bambino di mangiare da solo, di usare le posate in modo corretto, suggerisce il momento opportuno per insegnargli a versare l’acqua, invita gli insegnanti a richiedergli di mantenere una buona postura a tavola. Queste competenze, acquisite in modo adeguato all’età cronologica di ciascuno, e man mano fatte proprie, permettono un domani di andare a mangiare con i colleghi, di recarsi al ristorante con amici e parenti senza dipendere da nessuno, senza paura di doversi vergognare. Sentirsi adeguati in mezzo agli altri significa aumentare il proprio livello di autostima, prerequisito fondamentale, tra gli altri, per inserirsi positivamente anche nel mondo del lavoro.
Imparare a studiare in autonomia da ragazzini, padroneggiare una postazione informatica personalizzata, usare software specifici, approcciarsi ad internet, utilizzare al meglio le opportunità che il mondo dell’informatica mette a disposizione, significa da adulti accedere ad una gamma sempre più vasta di opportunità lavorative, diventare più competitivi sul mercato del lavoro. Anche di questo si cura il tiflologo, affiancato, a partire più o meno dal terzo anno della scuola primaria, dal tifloinformatico.
Diventare capaci di progettare la propria giornata e la propria settimana, decidere in piena coscienza quali attività e quali amici frequentare nel tempo libero, sentirsi davvero padroni di sé perché si è consapevoli dei propri limiti ma anche delle proprie risorse sono bagaglio indispensabile per affrontare a testa alta la vita.
Essere autonomi nelle relazioni con gli altri da piccolo significa imparare a controllare un’eventuale stereotipia, vuole dire tenere la testa alta e diritta, voltarsi sempre in direzione di chi sta parlando, non interrompere l’altro, mantenere un adeguato tono di voce.
Da grande queste competenze si tradurranno nell’apparire sicuri di sé, nel possedere buone capacità di autocontrollo, nel poter imparare a parlare in pubblico senza vergognarsi, e così via.
Tutte queste capacità vengono acquisite con gradualità, giorno dopo giorno, passo dopo passo, con l’aiuto di chi, certo del risultato, con molta dolcezza ma con altrettanta fermezza, indica la strada giusta, accompagna fisicamente il gesto di chi ancora non possiede la tecnica, fornisce indicazioni verbali fino a che i risultati non sono stati raggiunti.
L’importante è poter cominciare questo percorso fin dall’infanzia per evitare che, affacciandosi alla vita adulta e poi anche al mondo del lavoro, si rischi di non avere abbastanza tempo per colmare le lacune, per evitare che di quel ragazzo o di quella ragazza si debba dire “è intelligente, è capace, impara in fretta però…”
È auspicabile quindi che ogni scuola, dove è inserito un ragazzo con difficoltà visiva, così come prevede la nostra normativa regionale, possa usufruire del Servizio di Consulenza Tiflopedagogica. Servirsi della Consulenza significa proprio potersi confrontare con un tiflologo che aiuti gli insegnanti e tutto il personale scolastico a porre l’accento, tra gli altri aspetti, anche sulle problematiche relative all’autonomia, significa venire incoraggiati a mettersi in gioco sempre, nonostante le difficoltà e i limiti, accanto alle famiglie, per crescere ragazzi preparati sul piano degli apprendimenti, ma anche e soprattutto, su quello personale, perché davvero persone capaci di diventare autonome, protagoniste appieno della propria vita e non fruitori passivi di un’esistenza determinata da altri.

Valeria Tranfa
Tiflologa dell’Istituto dei Ciechi di Milano

2019: Sarà l’anno buono?, di Mario Mirabile

È tempo di pensare a quanto fatto nell’anno appena conclusosi e a quanto si dovrà fare nei prossimi mesi. Si programmano attività, si pensa alle assemblee di primavera, si inizia a riflettere, anche se manca più di un anno e mezzo, sul prossimo congresso dell’Unione. Un congresso che rimarrà nella storia; il congresso del centenario, che si svolgerà nella città in cui Nicolodi ebbe l’intuizione di mettere tutti i ciechi italiani sotto un’unica bandiera. Sulle liste di discussione e sulla stampa associativa, già si iniziano a leggere interventi e proposte che intendono avviare un dibattito sull’assetto organizzativo che dovrà avere l’Unione nei prossimi anni. Quanti delegati al congresso, come dovrà essere eletto il Consiglio Nazionale, quale dovrà essere il ruolo di quest’ultimo organo, forse le regole sulle incompatibilità sono troppo restrittive, forse dobbiamo definire meglio qual è il ruolo delle direzioni regionali e così via. Tutti temi utili e ragionamenti che consentiranno di definire senz’altro l’assetto organizzativo della nostra associazione, ma consentitemi, pensieri che non devono assorbirci per il prossimo biennio. Come al normale cittadino italiano non importa niente del prossimo congresso del partito Democratico, allo stesso modo, almeno credo, alla stragrande maggioranza dei nostri associati non interessa benché minimamente il dibattito sull’avvicinamento al prossimo congresso. Anche io credo di far parte di questa maggioranza di soci che, pur orgogliosa di far parte di un sodalizio che si appresta a compiere un secolo di storia, si rende conto che le energie di tutti devono essere spese per far sì che i diritti conquistati, siano davvero effettivi e non sanciti soltanto da leggi che restano sulla carta e vengono disattese, o addirittura eluse. Mi farebbe piacere che il 2019 possa essere ricordato come l’anno della svolta, l’anno in cui le leggi 113 del 1985, 120 del 1991, 104 del 1992, la 29 del 94, la 68 del 99, il D.Lgs. 151 del 2015, la legge sulla “buona scuola”, e su tutte la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e l’art. 3 della Costituzione Italiana vengono finalmente rispettate e applicate per tutti, e dico tutti, i cittadini. Nell’anno appena iniziato, purtroppo, l’inclusione scolastica degli alunni disabili visivi sembra essere ancora una meta lontana; capita frequentemente che famiglie sono costrette a lottare per imporre la presenza del loro bambino all’interno di una classe, scontrandosi con la scarsa preparazione degli insegnanti, con l’arroganza dei burocrati, con l’inettitudine dei politici e, più in generale con l’inefficienza del sistema Scuola, che fa ancora fatica a mettere a disposizione interventi personalizzati che consentano una piena inclusione. Tutte le negazioni di diritti sacrosanti vengono giustificate in maniera fin troppo semplicistica, con la cronica mancanza di risorse economiche. Dicasi altrettanto per le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, o per accedere ad interventi riabilitativi, al diritto di praticare una attività sportiva, al diritto alla mobilità ecc…. L’attenzione di tutti noi deve essere rivolta a tutte queste problematiche, che potranno essere risolte soltanto se tutti noi ci muoveremo nella stessa direzione, mettendo da parte i personalismi e i vari “orticelli”, dando vita davvero ad una vera squadra composta da tanti giocatori, il cui unico obbiettivo è quello di tutelare i diritti dei disabili visivi ed individuare strategie atte a consentirne la loro piena integrazione. Tutte le strutture dell’Unione e tutti gli enti collegati ad essa quali IRIFOR, Biblioteca, UNIVOC, INVAT, Federazione, stamperie varie e tutti gli altri enti che si occupano di disabilità visiva a tutti i livelli, devono essere braccia di un unico corpo che deve muoversi in maniera univoca. Questo, a mio parere, deve essere il vero salto di qualità che noi tutti dobbiamo fare. Speriamo che questo sia l’anno buono!

2019, un anno da non perdere!, di Massimo Vita

Mentre ci apprestiamo a vivere le festività più classiche della nostra comunità e delle nostre famiglie, il pensiero va al prossimo anno. Un anno da non perdere in vista del tanto atteso anno del centenario.
Se guardiamo a quanto ci propone la situazione politica del paese non possiamo non essere inquieti, ma vorrei riflettere su come la nostra organizzazione debba vivere questo anno in preparazione del centenario. Dobbiamo ancora necessariamente completare con determinazione il progetto che avevamo costruito nel Congresso di Chianciano. Molto si è fatto, ma rimane molto da fare per rendere efficiente tutto l’apparato organizzativo, soprattutto a livello territoriale. Le nostre strutture sono ancora sofferenti per la canonica mancanza di risorse umane e di risorse economiche, malgrado la grande azione di sostegno svolta dalla Direzione Nazionale.
Qualche problema esiste ancora nella comunicazione tra il centro e la periferia, ma la maggiore criticità si evidenzia nel passaggio alla nuova contabilità e nel sistema di organizzazione delle nostre strutture, ancora troppo burocratizzata e affaticata per stare al passo con le normative che regolano la vita delle Onlus.
In questo periodo, in cui si sta per dispiegare l’effetto del nuovo codice del terzo settore, la vicenda si complica ulteriormente.
Nel Congresso di Chianciano uno dei temi, ripreso anche nello Statuto, era quello della razionalizzazione delle nostre sedi territoriali. In questo senso il dibattito è stato carente o, meglio, quasi inesistente. Qualche voce giustifica questa mancanza con le difficoltà di stabilire la rappresentanza congressuale qualora si decidesse di accorpare delle sedi. A mio avviso questa è una giustificazione molto debole. Il prossimo congresso dovrà stabilire metodi e procedure che spingano verso un nuovo assetto delle nostre strutture.
Ritengo che la questione della rappresentanza si debba e si possa declinare con un diverso modello congressuale.
Vedrei tre livelli: congressi territoriali, congressi regionali e congresso nazionale.
Questo modello avrebbe alcuni vantaggi: maggiore spazio per il dibattito congressuale, più coinvolgimento del territorio e un Congresso Nazionale più approfondito e meno elefantiaco.
Una questione da affrontare è quella delle incompatibilità di cariche che, a mio avviso, lo scorso congresso ha elevato eccessivamente. Le troppe incompatibilità tra i vari livelli di cariche ci mettono in seria difficoltà nel reperire la classe dirigente e una classe dirigente di qualità.
Una domanda è d’obbligo: le incompatibilità sono una foglia di fico per mascherare i ruoli dei dirigenti?
Un consigliere nazionale oggi non può partecipare né alle Direzioni Regionali né agli Uffici di Presidenza delle sedi territoriali.
Questa norma, giusta in via di principio, comporta delle difficoltà notevoli alle sedi territoriali.
Io fisserei tale incompatibilità solo tra le strutture verticalmente dipendenti, e cioè tra il Consiglio Nazionale e le Direzioni Regionali e tra le Direzioni Regionali e gli Uffici di Presidenza territoriali.

Ruolo dei genitori o tutori
Un tema poco discusso è quello del ruolo dei genitori e dei tutori.
A mio modesto avviso la loro presenza negli organi non dovrebbe essere calcolata tra i vedenti bensì tra i soci effettivi.
Io li vedrei anche presenti negli uffici di presidenza fino alla vice presidenza.
Metterei solo un limite di presenza dei genitori o tutori negli organi come è per i vedenti.
Faccio un esempio per meglio esprimere il mio pensiero: su cinque persone, darei spazio a un esterno vedente e a un genitore; in un organo di sette persone darei spazio a un vedente e a due genitori.

Consiglio Nazionale
Un tema connesso al Consiglio Nazionale e alla sua composizione è quello dei componenti di diritto.
Se organizziamo i congressi come proposto sopra, nel Consiglio Nazionale non ha molto senso la presenza di diritto dei presidenti regionali e, inoltre, il Consiglio Nazionale dovrebbe essere un organo con maggiori poteri di controllo e indirizzo rispetto alla Direzione Nazionale.
Oggi questo organismo è pletorico e condizionato dalla presenza dei componenti della Direzione Nazionale e del Presidente.
Io ritengo che un candidato alla presidenza dovrebbe proporre la lista o le liste candidate al Consiglio Nazionale e con essa anche quella dei candidati alla Direzione Nazionale.
I candidati alla Direzione almeno in parte, non dovrebbero essere candidabili o eleggibili in Consiglio Nazionale.

Enti collegati
Gli enti collegati come: I.Ri.Fo.R., INVAT, Associazione per il Fundraising e Progettazione, hanno come presidente di diritto quello dell’UICI, mentre io penso che questi enti dovrebbero essere controllati dall’UICI ma dovrebbero avere una presidenza diversa.
Con il nuovo codice del terzo settore, se non vi saranno cambiamenti, dovremo adeguare molte delle nostre strutture e quindi studiare nuove forme per I.Ri.Fo.R., Biblioteca di Monza e gli altri enti.
Una forma potrebbe essere quella delle fondazioni di partecipazione con maggioranza nelle mani dell’UICI.
Affiderei al Consiglio Nazionale il compito di nomina dei rappresentanti UICI negli enti controllati.

Probiviri
Il collegio dei probiviri oggi ha armi parzialmente spuntate, dal momento che non può decretare l’espulsione ma questo comporta che, soprattutto i dirigenti si sentano immuni.
Si potrebbe immaginare la possibilità di espulsione legata a comportamenti reiteratamente scorretti e sanzionati.

Organizzazione degli uffici
In questo campo, si devono compiere riflessioni diverse a seconda che si guardi alla sede nazionale o alle sedi regionali o territoriali.
La Sede Nazionale ha una organizzazione ancora troppo ingessata e burocratica ma ancora riesce a fornire risposte alle diverse esigenze, tuttavia i temi da affrontare sono sempre più complessi per le costanti variazioni del quadro legislativo di riferimento.
Le strutture regionali dovrebbero essere tarate in modo da potersi occupare sempre di più e meglio dell’amministrazione delle sedi territoriali.
Se i consigli regionali si occupassero delle strutture territoriali per i servizi principali come la contabilità e i bilanci, se ne avrebbe un quadro omogeneo mentre oggi ogni sezione territoriale si comporta in modo diverso.

Autofinanziamento e progettazione
Questo settore, che la nostra organizzazione in passato aveva affrontato in modo disorganico, sta vedendo una concreta crescita e, in questo senso, la nascita di una struttura che segua il settore potrebbe essere importante.
Penso che in futuro questo settore dovrà sempre di più essere lasciato nelle mani dei tecnici mentre a noi deve rimanere il controllo e l’indirizzo.
Per convincere i cittadini a donare si deve puntare sulla proposta di progetti concreti, verificabili e soprattutto si deve rendere conto con chiarezza di come si sono utilizzate le risorse ottenute nelle singole campagne.
Dobbiamo riuscire a costruire una immagine più unitaria sul territorio altrimenti le miriadi di iniziative oggi in campo potrebbero indurre in confusione coloro che ci osservano con interesse.

Conclusione
Il prossimo anno sarà un anno complesso ma entusiasmante perché la nostra organizzazione, nonostante i limiti, ha ancora tanto entusiasmo e grandi ideali.
Nella grande famiglia ci sono tanti figli devoti, tante donne e tanti uomini che si vogliono mettere in gioco che, guidati da un padre equilibrato e coraggioso, sapranno dirigerci verso porti sicuri e mete sempre più alte.
Massimo Vita

2019, di Massimo Vita

Difronte a un nuovo anno che inizia, nei miei pensieri si affastellano mille emozioni, infiniti dubbi, timori e speranze.
I primi pensieri sono per la mia famiglia, per come ha vissuto questo anno appena trascorso, per come vive la sua esistenza. Siamo in un periodo tranquillo ma, come in tutte le famiglie, qualche inquietudine non manca. Spero possa, ancora una volta e per sempre, guidarci l’amore che unisce me e la mia sposa. Un amore che ci lega ai figli e alla famiglia più allargata dei parenti.
Io e la mia sposa ci amiamo, stimiamo e rispettiamo e questo ci ha regalato 33 anni di matrimonio.
Il secondo pensiero va a quanti, come la mia mamma non sono più con me. Ricordo Enrico, e quanti ci hanno lasciato un vuoto pesante.
Un pensiero che fruga la mia coscienza e che non si presenta solo il primo dell’anno è quello che mi interroga sul mio essere.
Essere padre, essere sposo, essere socio, essere dirigente, essere cittadino.
Mi chiedo e non so darmi una risposta se dovrei chiedere scusa a qualcuno, se dovrei apportare modifiche al mio essere padre, marito, socio, dirigente e cittadino.
Penso che ogni essere pensante, debba guardarsi intorno a trecentossessanta gradi per non perdere il contatto con la realtà e apprezzare quello che ha costruito ma, allo stesso tempo, deve saper discriminare le sue azioni e portare avanti le più utili a tutti i suoi riferimenti: famiglia, associazione e società.
Oggi non serve compilare un elenco di buoni propositi, è certamente il tempo di ripartire per il sentiero che abbiamo davanti impegnandosi a percorrerlo con determinazione, coerenza, amore per la famiglia, per la società e per la legalità.
Oggi serve rivolgere un pensiero a chi non può festeggiare, a chi non sa amare, a chi non riesce a sperare.
Mi sento di augurare buon anno a tutti coloro che si impegnano per gli altri, per coloro che hanno meno possibilità; per coloro che in questo mondo lavorano senza attendersi un grazie e spesso rischiano la vita; a coloro che nei giorni di festa sono al servizio degli altri con il proprio lavoro pagato o volontario.
Oggi, dunque, si inizia un nuovo anno e si riprende il cammino con una bisaccia piena di sogni e speranze ma anche di timori e paure come sempre.
Se ci penso bene, questa è la vita.
Una vita che vale la pena vivere e che va vissuta con impegno e determinazione che, se sono conditi con l’Amore, certamente daranno soddisfazione.
Massimo Vita

Il Servizio Civile protagonista alla XXIII Edizione del Premio Louis Braille, di Pierfrancesco Greco

La kermesse, organizzata dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e condotta dalla bellissima Elisa Isoardi, si è svolta, nella serata dello scorso 3 dicembre, a Roma, nell’imponente cornice dell’Auditorium della Conciliazione. «L’attività dei volontari è una missione che serve ai nostri Cuori, facendoci superare i nostri limiti», ha affermato nel corso della manifestazione Annamaria Palummo, coordinatrice della Commissione Uici per il Servizio Civile e i soci. L’evento sarà trasmesso il prossimo 27 dicembre, in seconda serata, su Rai 1. Poche cose nell’esperienza della vita riescono a scaldare il cuore, colmandolo con la piacevole sensazione della soddisfazione, della compiutezza, della gioia interiore: una di queste cose è senz’altro l’impegno nel dar forma a ciò in cui si crede. Impegno che, quando viene tradotto nel servizio agli altri, diventa ragione di vita; una ragione di vita, la quale, allorché essa trova ispirazione nella dimensione del volontariato, si trasfigura in missione.
Ecco, il volontariato è una missione, che ha trovato la sua istituzionalizzazione, attraverso apposite leggi dello Stato, nella fantastica realtà del Servizio Civile Nazionale, diventato Universale con il Decreto Legislativo n. 40 del 2017. Una realtà che vive grazie all’impegno di tante ragazze e tanti ragazzi, innamorati della vita e disponibili a rendere più bella la vita di tutti; un Servizio che chiama, come si legge sul sito predisposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, a «impegnarsi in un progetto finalizzato alla difesa, non armata e non violenta, della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica Italiana, con azioni concrete per le comunità e per il territorio. È un impegno per gli altri, è una partecipazione di responsabilità, è un’occasione per crescere confrontandosi, è un modo per conoscere (…), per capire e condividere, è una crescita professionale, è uno strumento di pace e di integrazione, è una forma di aiuto a chi vive in disagio o ha minori opportunità, è un atto di amore e di solidarietà verso gli altri, è una occasione di confronto con altre culture, è una risorsa per il Paese, è una esperienza utile per avvicinarsi al mondo del lavoro».
Una risorsa, quella del Servizio Civile Universale, che quest’anno è stata protagonista alla XXIII Edizione del Premio Louis Braille, svoltasi, nella serata dello scorso 3 dicembre, a Roma, nell’imponente cornice dell’Auditorium della Conciliazione, a due passi da piazza San Pietro. «Con il Premio Braille – ha sottolineato il Presidente Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, Mario Barbuto – la nostra Associazione intende mantenere vivo il dialogo con i cittadini e con le istituzioni, a ogni livello, per evidenziare le principali criticità che coinvolgono le persone con disabilità visiva. Questo evento, quindi, è un’occasione d’incontro, di riflessione e anche di festa, da condividere con tutti, col pubblico presente in teatro e con quello che si avvarrà della trasmissione televisiva offerta a noi da Rai 1; trasmissione che consentirà a tantissime famiglie di vedere e ascoltare le emozioni che hanno preso vita in quest’edizione del Premio».
Un’Edizione che non è fuori luogo definire speciale: condotta dalla bravissima Elisa Isoardi, splendida nel calcare l’impegnativo proscenio in uno scintillante abito da sera, la manifestazione, oltre a registrare la partecipazione d’illustri artisti, quali, Michele Placido, Biagio Izzo, Cristiano de Andrè, Peppino di Capri, Annalisa Minetti, Simona Molinari, Violante Placido, Paolo Ruffini, Paolo Migone, Giovanni Caccamo, Piero Mazzocchetti, Miriam Candurro, Annabelle Belmondo, Roberta Morise, Sarah Jane Morris e Tony Remy, è stata impreziosita dai tre momenti dedicati alle premiazioni, destinate per il 2018 a protagonisti d’assoluta eccezione, come Andrea Camilleri, la Banca d’Italia e Dalila Addario, Volontaria del Servizio Civile; una vincitrice, quest’ultima, che, come evidenziato da Elisa Isoardi, ha recato sul palcoscenico dell’Auditorium capitolino, accompagnata da altri volontari, dal Presidente Mario Barbuto e dai dirigenti Nazionali dell’Uici, «un onore particolare». Un onore traboccante senso civico e altruismo, spiegato alla conduttrice e alla vasta platea da Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Uici e coordinatrice della Commissione per il Servizio Civile e i soci, salita sulla ribalta per raccontare una missione alta: «questo riconoscimento – ha asserito la dott.ssa Palummo – rende onore a tutti i ragazzi che portano avanti questa missione del Servizio Civile. Seppur istituzionalizzato, esso, infatti, ha i crismi dell’afflato empatico, della compenetrazione, della condivisione emotiva in cui sboccia lo slancio missionario, avente dentro i valori che noi vogliamo rappresentare con questo premio. Valori aulici, incommensurabili, quali la solidarietà, la propensione all’aiuto e, soprattutto, l’impegno quotidiano verso le persone come noi, le quali, pur avendo la minorazione sensoriale, trovano la bellezza della vita grazie a loro, ai nostri volontari. Perciò credo che quella di stasera sia l’espressione massima della riconoscenza per l’opera che le nostre ragazze e i nostri ragazzi profondono ogni giorno: l’espressione massima della riconoscenza per il modus operandi con cui tante ragazze e tanti ragazzi rendono concreta quotidianamente la loro disponibilità a servire lo Stato attraverso il servizio che prestano a noi. Sì, la loro è veramente una missione: una missione che serve ai nostri Cuori, facendoci superare i nostri limiti». Quei cuori che hanno palpitato d’emozione nel sentire queste parole, a cui hanno fatto seguito quelle in cui si articola la motivazione dell’assegnazione del Premio Braille 2018 a un rappresentante del Servizio Civile, lette dalla scrittrice e giornalista Rai Vittoriana Abate: «Ai volontari del Servizio Civile Universale: care ragazze e cari ragazzi, a voi, che con la vostra presenza e con il vostro aiuto rendete più semplici le nostre giornate; a voi che sapete costruire legami d’amicizia ben oltre i doveri del Servizio». Dolce e significativa, in particolare, è la ragione che ha indotto l’Uici ad assegnare il prestigioso riconoscimento proprio a Dalila Addario, la quale, come ha spiegato la conduttrice Isoardi, pur in gravidanza, non ha voluto mancare al soggiorno estivo per i pluridisabili: «Un esempio, questo, della sensibilità – ha affermato il Presidente Nazionale Mario Barbuto – che connota i nostri volontari. Quei volontari che Dalila, in quest’occasione, rappresenta splendidamente». Uno splendore che, dopo la consegna del premio, effettuata dalla modella francese Annabelle Belmondo, nipote del grandissimo Jean Paul, si è promanato anche nelle parole di Dalila, per la quale «il Servizio Civile prestato nell’Uici è volontariato, ma è anche sfida, è rivincita, è crescita personale: ecco perché voglio invitare tutti i ragazzi a prendere parte a questa bellissima e indimenticabile avventura, soprattutto in seno all’Uici, ove impegno, bontà d’animo e voglia di mettersi in gioco rendono ogni istante importante, per noi e per tutti».
Un momento di toccante bellezza, incastonato in una serata ove arte e solidarietà hanno trovato impeccabile fusione, tra musica, risate, commozione e poesia, come quella regalata dal maestro Andrea Camilleri nel video registrato qualche giorno fa presso la sua casa romana, ove ha ricevuto il Premio Braille alla carriera dalle mani del presidente Barbuto: visibilmente commosso, il grande scrittore siciliano ha ringraziato l’Uici per questo riconoscimento, che lo fa «sentire parte di una grande famiglia», indugiando a lungo, nella sua riflessione, sulla sua sopraggiunta condizione di non vedente, da cui egli sta traendo nuove risorse interiori, nuova forza mentale, nuova vena ispirativa, grazie a cui, certamente, saprà regalare altre storie, altri intrecci, altri personaggi «fantastici, eppure tanto vivi e reali», come sta scritto nella motivazione del premio, alla nostra quotidianità. Quella quotidianità che per molti ciechi ha riservato e riserverà nuove prospettive professionali, grazie anche ad aziende e istituzioni come la Banca d’Italia, terzo soggetto premiato durante la serata, quale riconoscimento alla sua politica di promozione lavorativa dei non vedenti, sulla cui scorta è possibile valicare le già acquisite funzioni proprie dei centralinisti. Insomma, sono stati refoli verbali e artistici di straordinaria intensità umana, morale e artistica, quelli che lo scorso 3 dicembre hanno attinto la formale e monumentale eleganza dell’Auditorium della Conciliazione; momenti unici, rispetto ai quali le parole fanno fatica a veicolare il valore in essi insito; attimi che solo la poesia può aiutare a disegnare… Attimi di vera emozione tersa carpiti a una sera da altre diversa.

Una stupenda esperienza, di Matteo Tiraboschi

Carissimi lettori, sono Matteo Tiraboschi, faccio parte e sono co-fondatore con il giovane amico Gabriele Scorsolini del gruppo «risolviamo», un gruppo WhatsApp nato il 23 maggio di quest’anno. È un gruppo che tenta di risolvere e di far conoscere i problemi che non vanno e che coinvolgono tutti i disabili, in primis noi che non vediamo, e ci appoggiamo a tutte le associazioni di categoria. Vi voglio parlare di un bel fine settimana trascorso in Umbria, a Terni precisamente, dal 30 novembre al 03 dicembre. Il primo dicembre, sabato scorso, abbiamo dato realtà a una campagna che stiamo promuovendo da mesi, ossia quella di fare un video per sensibilizzare i tanti guidatori di ogni mezzo che spesso per distrazione fretta o cattiva volontà non si fermano davanti alle strisce pedonali causando pericoli a loro stessi e a tutti i pedoni, compresi noi. Siamo andati in Umbria in 14 persone, tantissimi media ci hanno dato voce e supporto: c’erano il Messaggero, la Repubblica, il Corriere dell’Umbria, la Rai regione Umbria, tele Terni, il giornale on-line Terni today e la voce dell’Umbria. Abbiamo fatto alcune riprese con loro e sono già sulla pagina Facebook del nostro gruppo, dove vi invitiamo in tanti a cliccare mi piace; basta scrivere “risolviamo” e troverete foto e diversi contributi che attestano ciò che sto dicendo. Abbiamo fatto anche un altro video che prima delle feste faremo girare. Ora voi direte: perché costui ci racconta sta storia? Per dire che assieme la nostra voce diventa grande e che è giusto far conoscere le nostre esigenze e problemi ma è soprattutto giusto tentare di farli conoscere per poi risolverli; il nostro gruppo, infatti, ha la voglia di scrivere alle istituzione, agli enti, ai ministeri, nessuno escluso. Per il prossimo anno abbiamo già più di 13 argomentazioni che vorremmo mettere sul piatto e che vorremmo cercare di risolvere e questo lo potremo fare con l’apporto di tutti voi, anche della nostra Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti dove noi siamo tutti iscritti regolarmente. Quindi ci affidiamo anche a voi e a tutte le associazioni che si occupano di noi, non per farci la guerra ma per vincerla piuttosto e far conoscere che noi ci siamo, esistiamo e che vogliamo vivere con la massima autonomia possibile. Quindi vi chiedo di nuovo di mettere un bel mi piace su Facebook alla pagina “risolviamo” e se volete far parte della chat su WhatsApp contattate pure Beatrice Bologna al numero 348 6807340 o Daniela Nuccio al 3398845138 oppure Gabriele Scorsolini al 3201991446 o direttamente me al numero 3385092651.
Permettetemi di fare alcuni ringraziamenti: in primis all’azienda per cui lavoro da oltre 20 anni come centralinista, la multinazionale mondiale Tenaris Dalmine che ci ha finanziato il video, l’associazione “apri tutte le radio” che ci ha dato man forte e voce, la prima è stata la radio della nostra Unione “Slash Radio”, poi la radio di Giuseppe Cesena, la radio Tor di Domenico Mancusi, la radio Orizzonte di Florance Della Valle e radio Stella Marina di Max e Meri e per ultima radio Azzurra. Grazie alle persone che hanno tradotto il video in diverse lingue leggendo il messaggio scritto dall’amica amministratrice dottoressa Daniela Nuccio, grazie a Beatrice Bologna che li ha contattati, grazie al cameramen Fabio che sta lavorando a questo video, grazie a Gabriele Scorsolini e alla sua stupenda famiglia che ci hanno fatto sentire tutti come a casa nostra. Grazie agli amici tutti che son venuti e ai restanti del gruppo WhatsApp che son stati sempre aggiornati e collegati con noi. Insomma questa è solo la prima di una serie di campagne e di ritrovi che faremo per crescere sempre meglio insieme a tutti voi o ai tanti di voi che lo vorranno fare insieme a noi. Vogliamo essere come una grande orchestra che suona all’unisono e che arriva al dunque per risolvere più problemi possibili. Davvero, ancora grazie a tutti… ah, non sono mancati i momenti culinari ottimi che ci hanno unito ancora di più!

Cefalù – Presentazione del libro di Tommaso Di Gesaro “Colori nella penombra” pubblicato da Spazio Cultura Edizioni, di Peppino Re

“Il messaggio principale del mio libro a tutti quelli che avranno la pazienza di leggere fino in fondo è di non arrendersi, di seguire i propri obiettivi indipendentemente dagli ostacoli, che vanno affrontati e superati”.

Mercoledì 21 novembre nel pomeriggio eravamo in tanti nella sala dedicata a Michele Perriera, un prof. Palermitano, un artista che davvero si è potuto considerare “uomo libero”, che ha portato nella nostra città il bello del teatro e della recitazione.
Accanto a me diverse persone non vedenti che conoscevano Tommaso da una vita, curiose e speranzose di trovare in questa presentazione, una foto di personaggio che ha vissuto pienamente il nostro mondo associativo e, che, quindi, parlando di sé ne avrebbe messo a fuoco aspetti e situazioni. Mi punto però sulla immagine e sulla persona di Lia, una fila avanti a me. Quella signora lo ha seguito da sempre, e me la sarei immaginato in prima fila.
Il clima è quello della grande festa, e anch’io non ho voluto essere da meno presentandomi in vestito, come tanti lì.
Finalmente Enzo Gueli, caporedattore di radio Rai presenta la serata, e Nicola Macaione, l’editore, racconta il ruolo che ognuno ha avuto nella creazione di questo libro anche in formato audio-libro, quindi le musiche di Salvo Capizzi, la voce di Laura Ephrikian che legge, il montaggio di Giacomo Cuticchio, il disegno della copertina di Stefano Canzoneri e come ognuno di essi si sia entusiasmato per quel testo e abbia dato il proprio contributo con grande partecipazione emotiva.
E finalmente Tommaso racconta i quattro anni che ci sono voluti per scrivere la sua vicenda e della demotivazione seguita per il disinteresse mostrato da altri editori cui si era rivolto, e la gioia di essere arrivati alla pubblicazione odierna. Precisa che il suo vero messaggio è quello di convincere tutti che gli ostacoli vanno combattuti e superati, che non bisogna arrendersi e lottare, andare avanti.
Intanto Laura Ephrikian ci fa ascoltare l’introduzione, quella per cui ognuno di noi che arrivato a un punto alto della sua vita, vorrebbe sottrarre al tempo il privilegio di cancellarci. Ognuno di noi vorrebbe conservare qualcosa e lasciarlo ad altri, magari ai più cari.
Dopo una esecuzione musicale con due magnifiche chitarre, si svolge un bel dialogo in cui Gueli intervista Tommaso e gli fa uscire quel anelito di libertà, di composta ma ferrea determinazione, quella capacità di cogliere i movimenti del sociale e del personale che tutti gli riconosciamo come forza profonda, e che gli merita l’attenzione e la stima dei presenti.
Poi un altro ascolto con la voce di Laura Ephrikian, quel momento dell’adolescenza in cui l’autore dell’opera scopre la cecità come peso, sente attorno a sé la minaccia della discriminazione che lo separa dai coetanei. Fatica e vive di radio come finestra sul mondo e fuga da Isnello, una finestra che gli racconta di un mondo capace di trafiggere il Presidente degli stati Uniti John Kennedy, l’imperatore pro tempore del mondo. E allora l’umana preoccupazione di non farcela, di non trovare una donna con cui fare famiglia capace di sopportare tutto ciò, e quindi la decisione di farsi prete, di sublimare, di trovare al suo interno un modo per esserci, da protagonista. Il colloquio con don Carmelo,suo padre, comunista e anticlericale, con la delusione nel cuore, e Tommaso che ritiene di non farcela a vivere questa vita e insiste su questa scelta. Don Carmelo cede, ma la chiesa no, non lo vorrà.
Come non ricordare per me il dramma filosofico di san Tommaso che, volendo andare dai domenicani, fu contrastato dal padre e dalla sua famiglia. Ma tenne duro e fu forse il più grande filosofo del medioevo. Come non pensare ai miei tanti alunni che volevano seguire questa vocazione, e al mio dolore e al tenue tentativo di scoraggiarli, per poi accettare e sperare che loro potessero essere un vero aiuto per il popolo.
Dopo un altro brano di chitarre, Enzo Gueli lancia alcuni interventi: Gigi Di Franco,, l’amico di sempre, con cui Tommaso ha diviso da quando io lo conosco gioie e dolori, successi e fallimenti, sogni e realtà, e l’aneddoto citato nel libro del precipitare in piscina del costa verde per la scarsità di vista, ma da alcuni letto come un tuffo liberatorio dopo una estenuante campagna elettorale. Poi Renzo Minincleri, presidente del Consiglio regionale U.I.C.I. della Sicilia, che, con il suo potente realismo chiarisce che i guai e le discriminazioni e le porte chiuse e le radio di Di Gesaro sono quelle che incontrano quasi tutti i ciechi e a cui ognuno reagisce come può e come sa. E infine Bianca che chiede le motivazioni profonde del libro, che Tommaso riespone.
Non posso nascondere che anch’io avevo la mia domanda, ma che non mi sono sentito di fare in quel momento. Avrei voluto chiedergli dell’amicizia, di come diventa importante per noi anche per il bisogno di aiuto, ma diventa occasione per parlare e ascoltare l’altro e sentirsi reciprocamente insieme. Ma, per questa volta è andata.
Alla fine la serata scivola sulla solidarietà, su Laura e i suoi viaggi in Africa e sul suo lavoro per i bambini africani. Così Tommaso ha il suo libro che io ho comprato per leggerlo con chi avrei voluto con me in quel pomeriggio; chi vi ha collaborato sarà soddisfatto e Gigi potrà confermare la sua scelta. Ha puntato su una grande persona, capace anche di scrivere un libro, non solo qualche articolo delle sgangherate leggi regionali mai troppo applicate.
Colori nella Penombra, un’altra testimonianza di un non vedente che sente di incoraggiare amici e lettori verso la volontà di vivere a pieno la propria vita. Incontrando Tommaso lo si sente come un uomo mite, poco incline al contrasto, sereno e pronto a riflettere. Dunque, da dove prendere quello spirito guerriero che serve per vivere realizzandosi? Ma, guardandolo meglio, affiora un uomo che voleva fare politica e l’ha fatta; voleva fare l’avvocato come libera professione, e lo sta ancora facendo; voleva creare attorno a sé affetti, famiglia e un gruppo, e vi è riuscito. Per cui, il suo messaggio, forse, va letto, nel trovare la propria strada e seguirla, per… fare uscire questi colori dalla penombra.

Cefalù 25/11/2018