Psicologia e disabilità visiva, di Maria Luisa Gargiulo

Autore: Maria Luisa Gargiulo

UNA BUSSOLA PER ORIENTARSI
Rubrica per genitori.

La psicologia rappresenta senz’altro una risorsa per le persone ipovedenti e non vedenti, e ciò per numerosi motivi. È banale sostenere che le competenze psicologiche possano essere utili per molteplici aspetti della nostra vita. Questa affermazione potrebbe sembrare ovvia e scontata, ma a volte non si può fare a meno di notare quanto nella cultura italiana sia ancora poco diffusa una conoscenza realistica della psicologia e della sua utilità nella società civile. Troppo spesso assistiamo alla diffusione dai canali di informazione di messaggi contraddittori ed ambigui che qualche volta banalizzano le competenze dello psicologo. Da una parte esiste una grandissima domanda inevasa di salute psicologica da parte della popolazione generale, la quale finisce per rivolgersi a nuove professioni non meglio identificate come il counselor, il pedagogista clinico, il coach, il filosofo clinico ecc.. D’altro canto il gran numero degli psicologi presenti sul territorio nazionale non è pienamente occupato, è palese quindi che vi sia un problema nella pianificazione e realizzazione delle politiche riguardanti la salute, dato che non si verificano condizioni per cui la domanda e l’offerta di questi servizi si incontrano.
Occorre potenziare azioni di comunicazione sociale, per diffondere presso i cittadini conoscenze precise su che cosa la gente si possa aspettare dallo psicologo e per risolvere quali tipi di problemi.
Forse si tratta di un luogo comune, però ancora certi medici di base, dai cui ambulatori passano molte persone prima di essere orientate verso competenze specialistiche, non sono molto adusi ad inviare le persone verso lo psicologo. Di solito si trovano medici molto preoccupati ed attenti ad indirizzare persone cardiopatiche dal cardiologo, altre che hanno dolori articolari dall’ortopedico, quelli che sembrano avere sintomi d’asma dall’allergologo, per le relative diagnosi e cure, ma se ad esempio qualcuno si presenta raccontando di avere qualche disturbo d’ansia, lamenta di dormire in un modo non soddisfacente, di avere difficoltà a concentrarsi o difficoltà a cibarsi in modo equilibrato, è possibile che il medico, nell’intento di aiutare la persona, tenti di minimizzare il suo disagio, gli somministri qualche psicofarmaco, magari dopo aver fatto un’affrettata, non meglio precisata diagnosi di un problema psicologico.
Per fortuna esistono anche tanti medici in gamba e competenti, che hanno compreso l’importanza di orientare i loro pazienti verso i professionisti che specificamente si occupano di un certo settore, come ad esempio lo psicologo. Costoro, oltre a rendere un servizio importante alle singole persone, contribuiscono a diffondere nella popolazione informazioni su cosa sia la psicologia e che cosa ci si può aspettare da uno psicologo, per quali tipi di evenienze e necessità. Non possiamo fare a meno di notare quanto sia del tutto disomogenea la disponibilità e rintracciabilità per il cittadino, di servizi psicologici territoriali nelle differenti zone del Paese, elemento che contribuisce non poco alla scarsa diffusione dell’abitudine di rivolgersi allo psicologo, come ad una delle tante risorse professionali della comunità.
Così come questa difficoltà esiste per la popolazione generale, è facile immaginare come tale lacuna sia presente verso categorie specifiche di persone, ad esempio quelle con disabilità. Nella situazione attuale, si può facilmente intuire come una persona con una disabilità possa essere poco orientata rispetto alle possibilità oppure ai servizi che la psicologia e gli psicologi possono realizzare per lui.
Inoltre, la presenza di una malattia fisica, di solito rende necessari tutta una serie di esami e di attenzioni cliniche, per diagnosticare o per controllare la situazione dell’organo o dell’apparato che è alla base della disabilità. In questo senso la persona, ovviamente, tende a concentrare tutte le proprie energie nel cercare professionisti che si occupino specificamente di quell’apparato.
È piuttosto raro per una persona in una tale situazione, essere informata che, oltre ad occuparsi di quella specifica zona del suo corpo, di quell’organo, di quella lesione o di quella malattia, sarebbe per lui molto utile occuparsi di come tutta la sua persona reagisca a quella minorazione, giacché la malattia, l’organo, l’apparato, eccetera, fanno parte di un sistema più grande e più complesso che, necessariamente, viene condizionato dall’esistenza di quella specifica disabilità.
Considerando poi che la massima parte delle patologie alla base delle varie disabilità appartiene a quella folta schiera di situazioni cliniche per le quali non esistono cure guaritive, è ovvio che, tanto prima la persona smette di concentrarsi solo sull’aspetto medico per passare ad occuparsi del miglioramento delle proprie condizioni generali, tanto prima possono attivarsi quei circoli virtuosi che possono condurre una persona a sentirsi non più soltanto un malato, ma un uomo o una donna realizzati ed integrati.

Questo, come vale per tutte le persone con una malattia fisica grave oppure con una disabilità, vale dunque anche per le persone con problemi di vista, non vedenti oppure ipovedenti.
In questo scritto cercherò di spiegare e commentare quale attinenza vi è tra la psicologia, nelle sue varie sfaccettature e branche, e la minorazione visiva.

Chi è lo psicologo?
La Legge n. 56 emanata nel 1989, istitutiva della Professione di Psicologo e dell’Ordine degli Psicologi, recita all’articolo 1 che:
“La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico, rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”.
Dunque la psicologia non si occupa soltanto di singoli uomini e donne, ma si interessa anche al funzionamento dei sistemi interpersonali, fino ad occuparsi di comunità intere, e ciò per prevenire disagi, diagnosticare disturbi, aiutare la persona a ottenere la massima salute possibile, abilitando capacità o riabilitando quelle eventualmente perse. Lo psicologo fa questo usando strumenti specifici. Il medesimo articolo prosegue chiarendo che sono di competenza dello psicologo anche le attività di ricerca, insegnamento e divulgazione scientifica nell’ambito della psicologia.
Dunque, la psicologia non è solo sostegno psicologico, come invece si potrebbe immaginare, facendo riferimento allo stereotipo più comune presente nell’immaginario collettivo.
Ritornando al circoscritto ambito della minorazione visiva, esso è oggetto di interesse da parte di numerose branche della psicologia, come vedremo brevemente.
Nel momento storico attuale, gli psicologi spesso giungono ad occuparsi delle persone con problemi visivi molto dopo l’insorgenza delle patologie visive, e ciò attraverso vari canali. I Centri per la Riabilitazione Visiva (CERVI), istituiti e finanziati dalla Legge n. 284 del 1997, prevedono la figura dello psicologo, all’interno dell’équipe interdisciplinare composta anche dall’oculista, dall’assistente sociale, dall’assistente di oftalmologia e dal riabilitatore. In questi centri, vengono seguite per lo più persone adulte ed anziane, con ipovisione medio-grave che costituiscono la fascia più numerosa dei disabili visivi italiani, tra l’altro in continuo aumento. Inoltre vi sono psicologi nei centri di Riabilitazione per adulti e per l’età evolutiva, direttamente dipendenti dal Sistema Sanitario, oppure, più frequentemente, operanti in regime di accreditamento. Il funzionamento di tali strutture risente della disomogeneità delle varie situazioni sanitarie regionali. All’interno di questi enti vengono “presi in carico“ per trattamenti riabilitativi estensivi o di mantenimento, pazienti aventi una vasta gamma di patologie, e spesso le persone con deficit visivo che vi si rivolgono hanno condizioni percettive le più diverse, e qualche volta sono portatrici anche di altre disabilità.
In queste strutture lo psicologo nel momento in cui il centro riceve la richiesta dalla persona o dalla famiglia, attiva con l’utente una “analisi della domanda”, per meglio chiarire i vari tipi di bisogni della persona, stabilire in che misura il centro può soddisfarli e definire a quali condizioni.
Inoltre, facendo parte dell’équipe, lo psicologo concorre ad orientare i riabilitatori delle diverse discipline nella definizione dei programmi riabilitativi, verificando preventivamente l’esistenza dei prerequisiti emotivi, cognitivi e motivazionali per l’inizio delle varie attività.
Invece nei contesti più specificamente orientati alla diagnosi e alla cura delle malattie visive, come ambulatori oculistici, centri diagnostici per le malattie rare o reparti ospedalieri, il ruolo dello psicologo non è quasi mai previsto. Da ciò deriva che solo le persone seguite da centri di riabilitazione hanno una certa probabilità di incontrare uno psicologo e che ciò accade in una fase senz’altro successiva a quella diagnostica, e per una parte minima delle persone.
Qui di seguito elencherò alcuni campi specifici in cui le scienze psicologiche sono applicabili alla minorazione visiva. Attualmente non esistono molti ambienti in cui gli psicologi interessati possano aggiornarsi in modo sistematico e mettere in comune competenze e esperienze in questo settore. Questo conduce ad una disomogeneità degli approcci e della qualità dei servizi resi, oltre che ad una certa dispersione di informazioni sulle esperienze efficaci e sulle buone prassi.

La Psicologia della percezione
Per prima cosa, non dobbiamo mai dimenticare che le problematiche visive, siano esse a carico degli organi di senso o del cervello, siano esse totali o parziali, determinano una conseguenza nel sistema percettivo, giacché limitano od impediscono la più importante e complessa forma di acquisizione di informazioni che l’essere umano ha a sua disposizione, cioè la percezione visiva.
I problemi visivi condizionano il modo in cui la persona acquisisce informazioni dall’ambiente e si relaziona ad esso.
Quindi il deficit visivo, dal punto di vista psicologico, determina ovviamente innanzitutto una conseguente modificazione dei processi percettivi. La psicologia della percezione si è focalizzata in modo vasto e approfondito sulla percezione visiva delle persone normovedenti. La storia della psicologia della percezione fonda le sue basi all’inizio del secolo scorso; è quindi questa una disciplina per nulla giovane, ed è costellata di ricerche, scuole di pensiero, ed aspetti applicativi. La psicologia della percezione visiva degli ipovedenti è più giovane, avendo circa una trentina d’anni, e rappresenta un importante ambito per comprendere come le persone con ipovisione utilizzino le informazioni visive a loro disposizione, quali siano i processi mentali attraverso i quali queste persone attribuiscono comunque un significato utile a ciò che vedono, anche in condizioni nelle quali la quantità e la qualità delle informazioni visive a loro disposizione è molto scarsa. Nel funzionamento delle persone ipovedenti sono caratteristici alcuni specifici processi top-down come la “visione per indizi”, “l’interpretazione visiva”, “l’integrazione visuo-immaginativa”, e il “completamento intermodale“.
Contrariamente rispetto a quello che comunemente si potrebbe ritenere, l’uso della vista nelle persone ipovedenti non viene sminuito bensì potenziato dall’utilizzo concomitante di altre modalità sensoriali.
La competenza percettiva extravisiva è una risorsa importante sia per le persone cieche che per quelle ipovedenti. Differentemente da quello che un tempo si riteneva, le ricerche ci dimostrano che utilizzare la vista non distrae dagli altri sensi e non ne riduce l’efficienza. Quindi, divenire più competenti nell’utilizzo degli altri canali sensoriali, non rende la persona ipovedente meno vedente.
Le differenti modalità sensopercettive funzionano in modi specifici e peculiari, e quindi, ad esempio, studiare la percezione uditiva significa anche conoscere i diversi fenomeni acustici ed il modo attraverso il quale le persone riescono a ottenere informazioni importanti sull’ambiente, attraverso l’udito, che è un senso distale importante oltre la vista. Le specificità della percezione tattile sono state oggetto di approfondito studio prima dai pedagogisti tiflologi, e solo in seguito dagli psicologi. E’ importante sapere che numerose leggi tipiche della percezione visiva non possono essere applicate alla percezione tattile, essendo quest’ultima una qualità fenomenica dell’esperienza del tutto differente da una sorta di “vista a rilievo”. L’acquisizione di strategie adattive per utilizzare le informazioni provenienti dalla vista e dagli altri canali sensoriali è dunque un importante settore di interesse, i cui risultati sono utili per impostare i programmi di molte attività educative o riabilitative, in cui lo psicologo collabora con altre figure professionali a seconda del caso, come l’ortottista, l’oculista, l’istruttore di orientamento e mobilità, l’educatore, il terapista occupazionale.
Alcune competenze di psicologia della percezione possono essere molto utili anche allo psicologo clinico, in quanto, la conoscenza specifica di certi fenomeni percettivi, mette in migliori condizioni il professionista, quando si accosta alla comprensione del mondo soggettivo del suo paziente disabile della vista, comprendendone meglio la sua esperienza personale, i suoi limiti ma anche le enormi risorse a sua disposizione.

Psicologia della salute e psicologia medica
La relazione tra la persona ed il mondo della salute e della medicina, senz’altro per chi ha problemi fisici, costituisce un nucleo importante della vita e dell’esperienza quotidiana. Riferendoci alla popolazione generale, lo psicologo studia il modo con il quale le persone percepiscono e gestiscono la salute e il benessere, e si relazionano alle malattie ed al mondo delle cure. Nei paesi anglosassoni vi è una certa tradizione, per la quale gli psicologi aiutano i medici a comprendere gli aspetti emotivi e relazionali del loro agire col paziente. Ciò è oggetto di un’attenzione maggiore nei settori della medicina che si occupano di problematiche particolari e che pongono i clinici in una condizione di alto stress emotivo, ad esempio quando essi devono occuparsi di persone con malattie terminali, o che non possono essere guarite. Esiste quindi un duplice ambito nel quale lo psicologo può essere utile: da una parte aiutare i pazienti a gestire meglio possibile il loro rapporto con le malattie, le cure e i medici. Dall’altro versante, gli psicologi possono aiutare i medici a migliorare la propria capacità di prendersi cura, comunicare, relazionarsi, comprendere i pazienti.
In Italia sono poco diffuse le opportunità per uno psicologo di lavorare per migliorare la comunicazione medico-paziente, ma questo sta iniziando ad avvenire, ad esempio tra i medici che si occupano di malati oncologici, di persone affette da HIV, o che si occupano di emergenza e che intervengono in situazioni estremamente critiche come catastrofi ambientali, violenze, eccetera.
Invece, nella maggior parte dei centri clinici in cui ci si occupa di persone con problemi visivi, ad esempio i centri diagnostici, troppo spesso nel nostro Paese lo psicologo è vissuto ancora come “il collega della stanza accanto”, in una situazione in cui l’aspetto medico e quello psicologico sono rappresentati ed esaminati come settori separati, contribuendo ad una visione parcellizzata della persona/paziente, e rimandando all’utente una percezione di lui come costituito da tante parti staccate:

quella psicologica, quella medica oculistica, quella degli ausili, eccetera.
È parte della competenza di uno psicologo, collaborare con il medico per migliorare le modalità di comunicazione della diagnosi delle malattie fisiche gravi, e conseguentemente agevolarne la comprensione e l’elaborazione da parte del paziente.
Aiutare il paziente a gestire l’impatto psicologico delle malattie fisiche è importante, giacché la comunicazione di una diagnosi può essere senza dubbio ritenuta un evento potenzialmente traumatico, secondo le attuali conoscenze e classificazioni internazionali.
Un delicato ed importante aspetto, concerne l’aiutare il medico a gestire il senso di frustrazione, e a ridurre il rischio di burn-out professionale, giacché il clinico che lavora con persone con disabilità, deve necessariamente fare i conti con i limiti di efficacia delle cure mediche.
Un altro ambito in cui lo psicologo può essere utile, concerne l’aiutare il paziente a fare collegamenti tra le esperienze soggettive e gli stadi patologici nelle malattie visive. Se questo aspetto viene sottovalutato, il paziente ha una percezione sdoppiata della propria condizione visiva. Da una parte essa è definita dalle diagnosi, dalle spiegazioni mediche e dai referti, tutti ambiti dei quali la persona diviene prima o poi abbastanza informata. Dall’altra la situazione è determinata dal proprio vissuto soggettivo:
la propria percezione visiva, con tutti quegli ”strani fenomeni visivi”, caratterizzati da bizzarri effetti ottici od impressioni soggettive incostanti, che popolano un mondo privato ed inconfessato, perché quasi mai oggetto di attenzione. Eppure aiutare la persona ad avere una idea unitaria di se stessa, affiancandola nel fare collegamenti tra l’aspetto oggettivo medico e quello soggettivo percettivo, può essere molto utile per agevolare il processo di adattamento della persona alla propria condizione, e migliorare l’integrazione delle conseguenze della malattia nella propria identità personale.

Psicologia dello sviluppo
Veniamo all’aspetto più conosciuto riguardo l’apporto della psicologia al mondo della minorazione visiva: mi riferisco agli studi ed alle applicazioni nel settore della psicologia dell’età evolutiva.
È ormai noto come vi siano numerose differenze tra le persone che sono nate con un deficit visivo o lo hanno acquisito nei primissimi anni di vita, e quelle che invece hanno iniziato il proprio sviluppo a partire da capacità percettive integre, e sono divenute cieche o ipovedenti nel corso della vita.
Il modo in cui la minorazione precoce della vista condiziona lo sviluppo psicologico è stato oggetto di ampio interesse negli ultimi decenni. Vi sono alcuni importanti studi che paragonano lo sviluppo dei bambini ciechi e di quelli ipovedenti, con bambini che non hanno problemi visivi.
Siamo in possesso anche di un test di sviluppo, standardizzato sulla popolazione italiana, specificamente pensato per bambini non vedenti ed ipovedenti dal primo al sesto anno di vita.
Attraverso varie ricerche, ormai si è giunti alla conclusione che la minorazione visiva dalla nascita determina un ritardo del raggiungimento delle tappe dello sviluppo rispetto alla popolazione normale, con un massimo picco nella seconda infanzia, con particolare riguardo allo sviluppo psicomotorio, all’età di esordio e agli aspetti pragmatici e contenutistici del linguaggio verbale, ai processi operativi e cognitivi, specie per le operazioni infralogiche.
Questa differenza tende a diminuire fino ad annullarsi nell’età adolescenziale, con il raggiungimento della fase delle operazioni formali e del consolidamento del pensiero astratto. Ma ciò di solito non avviene in modo automatico. Il bambino con problemi di vista dalla nascita va incoraggiato a contrastare l’inibizione esploratoria, che si manifesta con una certa ritrosia nell’esplorazione grossomotoria e motoria fine, in una tendenza alla chiusura relazionale, ed in una difficoltà a comprendere l’aspetto significativo implicito del comportamento umano e a reagire ad esso in modo interattivo. Tutto questo può condurre ad una scarsità di esperienze concrete ed interpersonali significative, condizione che può essere alla base di una serie di problemi dello sviluppo, secondari alla minorazione visiva.
Dunque, nei periodi in cui si possono riscontrare dei ritardi transitori, è necessario intervenire con appropriate azioni educative e abilitative, affinché tale situazione non possa originare delle problematiche più serie e stabili.
Esiste una ambiguità ed una oggettiva difficoltà diagnostica, qualora al deficit visivo siano associate altre patologie fisiche, oppure vi siano altri disturbi dello sviluppo. La difficoltà può essere data dal fatto che alcuni dei più diffusi disturbi ad esordio infantile, attualmente vengono diagnosticati attraverso procedure che prevedono l’utilizzo della vista da parte del bambino.
La ricerca diagnostica non ha ancora prodotto batterie di test standardizzati per la diagnosi degli altri disturbi, che pure vi possono essere nei bambini ciechi o ipovedenti o con pluriminorazione. La necessaria modificazione delle procedure diagnostiche e valutative per poter accertare l’esistenza di questi disturbi anche nei bambini ciechi o ipovedenti, diminuisce la quantità di strumenti standardizzati a disposizione dello psicologo e del neuropsichiatra infantile.
Non potendo utilizzarsi tutti i test ed i protocolli comunemente conosciuti per valutare l’esistenza di disturbi quali il ritardo mentale, i disturbi pervasivi dello sviluppo, i disturbi specifici dell’apprendimento, si debbono attuare procedure osservative modificate, basate essenzialmente sull’osservazione clinica. Questo determina la necessità di una specifica preparazione ed esperienza, cosa che riduce enormemente la quantità di professionisti sul territorio in grado di svolgere questo tipo di servizio. Attualmente ciò rappresenta un aspetto problematico, una frontiera sulla quale pochi sono gli investimenti fatti, sia per mettere in comune le conoscenze esistenti, che per creare strumenti con alta validità ed attendibilità, tali da costituire protocolli diagnostici facilmente riproducibili e con un alto grado di concordanza.

Lo psicologo ed i genitori
In età evolutiva la componente dei comportamenti e degli atteggiamenti dei genitori è uno dei fattori massimamente determinanti per molti aspetti che riguardano la vita mentale, il comportamento, l’attenzione, l’orientamento al compito, lo stato di tranquillità o ansia, il livello di autonomia del bambino. Dunque, molto del lavoro che può fare lo psicologo riguarda rendere più competenti i genitori nel comprendere e rispondere adeguatamente alle necessità del bimbo. Di solito questo compito è reso arduo a causa di due ordini di fattori:
1) Il bambino si comporta in maniera non sempre intuitivamente comprensibile, a causa della mancanza di alcuni segnali comunicativi che di solito automaticamente attivano comportamenti di cura o di interazione giocosa da parte degli adulti care giver.
2) Il genitore si trova a sperimentare stati mentali con forti connotazioni di ansia, impotenza, colpa, fallimento, collegati alle esperienze relative alla patologia del bimbo e alle vicissitudini mediche, tali per cui non è sempre pienamente in grado di comprendere i suoi comportamenti e fornire la necessaria base sicura alla crescita.
Lo psicologo assiste dunque i genitori nella comprensione dei bisogni e dei comportamenti del figlio e nell’elaborazione dei loro sentimenti riguardanti la minorazione visiva, per agevolare la realizzazione di una relazione sicura di attaccamento.
In tal modo attua anche una importante azione di prevenzione secondaria, perché diminuisce la probabilità di insorgenza di problematiche potenzialmente accentuate da fattori insiti nella relazione genitore-figlio. L’utilità di questo tipo di interventi è maggiore, tanto più precoce è l’intervento dello psicologo.
Una delle situazioni nelle quali il ruolo degli psicologi si è dimostrato assolutamente cruciale è quella della terapia intensiva neonatale (TIN). In questo contesto lo psicologo è utile per supportare i genitori nel far fronte a questa difficile situazione, alla separazione prolungata col bambino, alle cure mediche intensive cui il bimbo viene sottoposto, alle diagnosi, alle condizioni fisiche precarie spesso critiche in cui versa, ecc..
All’atto della dimissione dagli ospedali in Italia non è previsto un sistematico intervento interdisciplinare, che dovrebbe comprendere anche un sostegno psicologico nelle varie fasi di adattamento dei genitori alla diagnosi del bambino. L’intervento dello psicologo, che attualmente viene realizzato specialmente in Centri specializzati e meno sul territorio, prosegue con un sostegno ai genitori per aiutarli ad adattarsi nella relazione affettiva, assistiva ed educativa col bambino.

Relazioni familiari e psicoeducazione
Gli interventi definiti di psicoeducazione, hanno il fine di orientare il genitore e le altre figure educative a comprendere il comportamento del bambino nelle varie circostanze, e dare quindi degli strumenti di lettura più adeguati e normalizzanti, che consentono ai genitori stessi di adottare atteggiamenti educativi più opportuni.
La percezione di fragilità del bambino, o di precarietà e pericolosità dell’ambiente in cui quest’ultimo è inserito, può condurre il genitore ad avere comportamenti di iperprotezione, caratterizzati dall’aumento di tutti i comportamenti finalizzati alla assistenza, ed alla diminuzione di quelli che hanno come fine l’educazione, l’esplorazione ed il gioco comune. Un altro atteggiamento, apparentemente derivante da motivazioni opposte, è quello secondo il quale il genitore si comporta con il bambino come se quest’ultimo non avesse il problema visivo che pure possiede. In un certo senso, in questi casi, il genitore si comporta richiedendo implicitamente al bambino di ottenere dei risultati attraverso mezzi e procedure del tutto uguali a quelli che potrebbe avere una persona con una vista normale. Quasi come se avesse difficoltà a comprendere profondamente che, sebbene spesso si possono ottenere risultati analoghi a quelli degli altri, a volte debbono essere utilizzati mezzi, tempi e procedure comportamentali parzialmente diversi, perché diversa è la condizione di partenza.
Ma anche questa condizione di negazione, come quella sopra accennata di iperprotezione, si muove a partire da un sentimento profondo di paura dell’incapacità del bambino.
In molti casi, questo si manifesta in una certa tendenza ad evitare l’ansia che il genitore potrebbe provare tutte le volte che il bambino si accinge ad affrontare un compito, con le difficoltà tipiche di una persona che ha problemi di vista. Evitare questa situazione può significare sostituirsi al bambino, anticipandone i bisogni e trovando per lui tutte le soluzioni, oppure aspettandosi che il bimbo si comporti come se vedesse. Questo duplice atteggiamento educativo non mette in condizione il bambino di sperimentare, affinare e potenziare le proprie capacità, confermando quindi la paura originaria del genitore. Il ruolo dello psicologo è quello di aiutare il genitore a vivere in modo più sereno, informato e realistico il proprio rapporto con il bambino, riappropriandosi delle proprie funzioni genitoriali nei suoi aspetti emotivi, assistivi, ludici, normativi ed educativi in modo più equilibrato.

Relazioni familiari, giovani ed adulti
Chi si occupa di persone con disabilità dal punto di vista psicologico, sa che l’adolescenza è un momento nel quale la persona inizia a fare i conti con le problematiche riguardanti l’inclusione nella propria identità personale dei connotati soggettivi connessi alla disabilità visiva. Il conflitto tra la necessità dell’adolescente di conoscersi ed accettarsi come persona portatrice di caratteristiche particolari, e quella di confrontarsi e sentirsi parte di un gruppo di pari, caratterizza fortemente questo periodo del ciclo di vita della persona con disabilità. Contemporaneamente, diviene più forte la necessità di svincolarsi dalle abitudini assistenziali che, fino a qualche anno prima, erano state per il bambino fonte di protezione e sicurezza. Il bisogno di autonomia cresce, ma anche la capacità della persona di percepire i propri limiti. Lo psicologo ha quindi il ruolo di accompagnare l’adolescente verso una conoscenza realistica della sua disabilità in quanto tale, delle reazioni altrui, ma anche della possibilità di confrontarsi con i propri pari sul piano della cooperazione e non dell’agonismo, abbandonando quindi gli atteggiamenti derivanti dalla rinuncia, dalla vergogna o dalla sfida. Inoltre emergono i bisogni collegati alla crescita emotiva e sessuale, e quindi la necessità di confrontarsi con le insicurezze derivanti dalla propria immagine sociale, dalla necessità di adottare comportamenti di corteggiamento e sviluppo di tutte le dinamiche che riguardano il rapporto con l’eros, il proprio ed altrui corpo, la gestione e comunicazione dei sentimenti, ecc..
Sebbene inserita in un contesto del tutto diverso, la paura dell’incapacità può essere un sentimento riscontrabile anche nelle relazioni familiari con adulti disabili della vista. Ciò si può declinare in un atteggiamento della persona ed anche di alcuni suoi familiari, di negazione delle difficoltà direttamente connesse al deficit visivo, di disinteresse verso l’acquisizione di abilità più appropriate alla situazione, insieme al rifiuto di dotarsi di strumenti ed ausili specifici come quelli alla lettoscrittura ed alla mobilità autonoma.
Il ruolo dello psicologo, specie se ben informato sull’esistenza di opportunità riabilitative e mezzi idonei all’autonomia, è quello di sostenere la persona nel cambiamento interiore, concomitante con l’acquisizione di nuove abilità, anche attraverso lo sviluppo di nuove risorse. In molti casi questo significa anche lavorare per consentire alla persona la possibilità di mostrarsi socialmente secondo una nuova immagine, giacché la massima parte dei comportamenti, degli strumenti e degli ausili per le persone con disabilità visiva, sono visibili agli altri.
La dimensione della vergogna e spesso del segreto, sono tematiche ricorrenti con le quali lo psicologo in un contesto di psicoterapia individuale può aiutare la persona a confrontarsi, nell’intento di raggiungere un nuovo adattamento ed una migliore qualità della vita.
Con le dovute differenze, a volte si possono riscontrare situazioni familiari nelle quali la persona adulta, specialmente quando è divenuta cieca o ipovedente dopo la costituzione della famiglia, viene trattata secondo un assunto implicito di inabilità emotiva e familiare. Non è raro, per lo psicologo che si occupa di persone non vedenti o ipovedenti adulte, riscontrare situazioni di coppia o di famiglia, in cui la persona si trova esclusa anche da ruoli e responsabilità che pure potrebbe continuare a mantenere, nonostante la sopravvenuta disabilità della vista.
Quando si è verificato un cambiamento o una interruzione nel lavoro, la persona deve affrontare un ulteriore problema, giacché le mansioni lavorative concorrono a formare l’identità personale e sociale di ogni individuo. In questo senso, è compito dello psicologo aiutare la persona a traghettare nel cambiamento, con l’accortezza di preservare e valorizzare tutte le abilità e le qualità che aveva acquisito in passato. Inoltre, occuparsi dei figli, pianificare le vacanze, preoccuparsi della casa, concorrere alle decisioni, essere di aiuto e non soltanto essere aiutato, sono esperienze di vita che possono essere restituite alla persona, nell’ambito di una normalità dell’equilibrio familiare. Per conseguire questo obiettivo lo psicologo clinico deve aiutare la persona innanzi tutto a comprendere quali sono le dinamiche con le quali la famiglia ha reagito alla disabilità. Il secondo passo consiste nell’aiutare la persona a “disinnescare“ gli atteggiamenti sostitutivi degli altri familiari, riappropriandosi di quei ruoli che una volta gli competevano, restituendo a ciascuno il proprio, in un equilibrio migliore.

Le competenze sociali e di comunicazione interpersonale
Il problema dell’ambiguità e della comprensibilità sociale è tipica specialmente della condizione della persona con ipovisione. Infatti, sebbene la maggior parte delle situazioni visive non possa essere ricondotta agli stereotipi più conosciuti del cieco assoluto, quest’ultima condizione sembra essere più comprensibile ed accettata.
Di fatto, assistiamo sovente ad un misconoscimento e ad una percezione sociale non adeguata della persona con ipovisione, anche per una difficoltà insita in questa situazione, di dare una immagine univoca e stabile della capacità e delle necessità della persona.
Le condizioni ambientali e di contesto creano una varietà enorme di differenze nei comportamenti e nelle necessità della persona ipovedente, spesso anche solo con il mutare delle ore del giorno, degli ambienti, o di molte altre variabili. Tutto questo insieme di fattori concorrenti non sono automaticamente compresi dalle persone che hanno a che fare con i disabili della vista.
Di qui, una grande probabilità di sperimentare per costoro esperienze di fallimento empatico, ad esempio di scarso aiuto in situazione di bisogno, oppure di un atteggiamento protettivo e negazione delle proprie capacità in situazioni in cui la persona sperimenta di essere in grado di fare da sé.
Il rischio è che la persona, per limitare le probabilità di deludere le aspettative e non sentirsi accettata nei suoi comportamenti spontanei, scelga di avere una immagine sociale sempre bisognosa, oppure sempre adeguata. Lo psicologo psicoterapeuta individuale può facilitare la persona nella comprensione di questi meccanismi di incomprensione interpersonale, aiutandola a trovare il modo migliore per affrontare le varie situazioni, per aumentare la propria libertà nel relazionarsi con gli altri.
Per conseguire questo tipo di obiettivi, sono molto utili anche gli interventi di gruppo, perché questo può essere un contesto ottimale nel quale le persone possono sviluppare la capacità di analizzare gli atteggiamenti sociali propri ed altrui e affinare le competenze sociali legate allo stare in un gruppo.
Questo tipo di situazioni consentono anche di avvalersi delle funzioni di sostegno e confronto reciproco, messa in comune delle risorse e normalizzazione della propria condizione, che sono effetti benefici tipici degli interventi di gruppo.
In questo senso sono molto indicati i training psico-sociali, che appunto mirano all’acquisizione di strumenti specifici per aumentare le competenze di interazione e di comunicazione interpersonale.
In particolare, le ricerche dimostrano che vi è una certa tendenza ad avere atteggiamenti, a volte anche alternanti, basati sulla passività o sulla aggressività. Di conseguenza appaiono utili gli interventi mirati all’aumento della assertività, la capacità di ascolto reciproco, la capacità di descriversi/proporsi in modo efficace, ponendo le condizioni interpersonali per una relazione con l’altro di tipo paritetico, quindi non basata né sulla dipendenza né sulla sfida.
Da questa incursione non certo esaustiva nei vari ambiti di pertinenza della psicologia emerge che vari sono i vantaggi per la persona con deficit visivo, derivanti dall’uso di servizi psicologici competenti ed adeguati nei vari momenti della vita. Tutti gli strumenti di comunicazione e divulgazione scientifica sono utili per far comprendere alle persone che la attivazione mirata e ragionata dei servizi qui descritti, non è necessariamente segno di patologia anzi, a volte, cercare lo strumento giusto al momento adeguato, può essere segno di una buona capacità della persona di prendersi cura di se stessa. Ma è importante non dimenticare che lo psicologo non può operare nell’isolamento, e la sua attività può essere maggiormente utile, se concepita in un contesto interdisciplinare, inserita nel più generale ambito delle azioni rivolte alla cura della persona ed alla prevenzione del disagio in situazioni critiche.

Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo

Psicologa Psicoterapeuta, opera a Roma ed in tutta Italia nel settore della psicologia clinica e nel campo della minorazione visiva. In questo ambito è autrice di numerose pubblicazioni.
e-mail info@marialuisagargiulo.it
www.marialuisagargiulo.it

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Replica al sig. Barbuto, di Immacolata Di Fiore

Autore: Immacolata Di Fiore

Gent.mo Sig. Barbuto,

anzitutto grazie della risposta.

Premetto che ogni giorno della mia vita, ringrazio il Signore che ha permesso l’esistenza dell’Unione e di tutte le persone che in essa vi operano.

Tuttavia, devo ribadire che gli sforzi fatti dall’Unione, negli ultimi 15 anni, hanno prodotto poco, non risolutivo e niente di duraturo.

Restano sul campo le difficoltà di accessibilità informatica, (Vd. Gli insegnanti non vedenti con il registro digitale,) i lavoratori che a seguito dei processi di informatizzazione del mercato del lavoro in generale, debbono essere ricollocati (Vd. I lavoratori dell’Agenzia delle Entrate), la disoccupazione giovanile dei non vedenti e ipovedenti ecc..

L’Unione va riformata a partire dallo Statuto, nella rete dei servizi, nel criterio della distribuzione delle risorse economiche statali.

In quanto alla candidatura, sarebbe stato opportuno condividerla con tutta la base associativa con le moderne tecnologie, non solo con gli amici della parrocchietta (sul sito dell’Unione, si poteva aprire un referendum con una rosa di nomi autorevoli, su cui si poteva esprimere democraticamente la propria preferenza).

Quando lei nella sua mail, fa riferimento a altri candidati, avvalora le mie convinzioni.

La persona scelta come presidente, non godrà il consenso di tutti, ci saranno delle correnti interne che ostacoleranno la normale attività dell’Unione (Vd. Tentativo di commissariamento dell’Unione di qualche tempo fa).

Per quanto riguarda la sua lista di ciò che non fa un buon presidente, la prego di riflettere sul fatto che:

La giovane età, presuppone la conoscenza della realtà socio lavorativa attuale e non per sentito dire (non è possibile che ad affrontare problematiche del lavoro attuali, sono persone che sono uscite dal mercato del lavoro decenni fa);

Continuare ad avere dei rappresentanti istituzionali di età avanzata, non giova all’immagine dell’Unione, dal punto di vista socioculturale, dell’affidabilità amministrativa e relazionale.

La nostra forza dovrà essere l’apertura mentale e questa è prerogativa fisiologica solo dei giovani.
Io voglio credere in lei Sig. Barbuto!, abbia il coraggio di presentare a me e a tutta la categoria, le sue idee concrete per affrontare pochi temi, ma che costituiscono l’integrazione sociale del presente e del futuro della categoria:

Occupazione lavorativa dei giovani e ricollocazione degli occupati;

Libri e registri digitali;

Rete dei servizi (riforma della struttura e compiti dei vari organismi dell’Unione);

Offerta formativa aggiornata alle nuove esigenze lavorative;

Interventi mirati alla sensibilizzazione per la cultura della disabilità visiva in ambito lavorativo e scolastico;

Interventi per riaccreditare in ambito lavorativo, il lavoratore non vedente (la disoccupazione e la ricollocazione dei non vedenti, è dovuta al fatto che un’alta percentuale di lavoratori del presente e del passato, non hanno avuto e non hanno voglia di lavorare, creando di fatto un grave pregiudizio nei confronti di tutta la categoria che si va ad aggiungere a quello della disabilità).

Fiduciosa che l’aspirante presidente dell’Unione renda note a tutti le sue idee per un presente e futuro migliore e con la speranza che la mia critica risulti meno sterile, la saluto cordialmente.

Immacolata Di Fiore

 

Ai candidati alla presidenza dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti: dr. Mario Barbuto, avv. Giuseppe Terranova, di Silvana Piscopo

Autore: Silvana Piscopo

Auspicio di una socia rispettosa, ma poco addomesticabile.
Gentilissimi candidati, voglio, innanzitutto esprimere la mia soddisfazione per aver messo a disposizione di tutti coloro che desiderano condividere l’importanza della designazione del presidente nazionale da parte del consiglio nazionale, i documenti programmatici che, indipendentemente dall’adesione ideale di ciascuno all’una o all’altra impostazione di conduzione dell’associazione,
costituiscono una importante spinta alla riflessione e, perché no, una efficace iniezione di fiducia per tanti che, come me, si sono disaffezionati, perché frequentare la sezione locale, o partecipare a manifestazioni collettive si traduce in una mera funzione numerica.
Contrariamente a quanti, a voce troppo alta, o nel silenzio assordante, vanno sostenendo che le 2 candidature costituiscono l’esplicitazione di una spaccatura che indebolisce l’associazione, una lotta tra opposti destinata a, eufemisticamente, lasciare feriti sul campo e ferite nei cuori, io credo, e non mi sento sola, che poter scegliere tra 2 modalità possibili di pensiero attivo ed agente, sia una testimonianza di forza, di richiamo alla responsabilità, di superamento dell’unanimismo, talvolta dissenziente e dagli effetti poco edificanti.
Chiunque di voi prevarrà a seguito della votazione che si terrà il 15 marzo si assumerà un pesante carico di responsabilità e potrà farlo solo se non trasformerà la dialettica della diversità, della differenza e dell’opposizione, in pregiudizievole contrapposizione da ridurre all’inessenzialità e al silenzio.
Premesso quanto sopra, vengo all’auspicio:
che non si faccia di questa votazione una prova di muscoli per neutralizzare chi non venga eletto;
chiunque di voi avrà l’onere e l’onore di guidare la nostra uici fino al congresso, lo faccia coinvolgendo tutti e non in sola chiave retorica;
ciascuno di voi ha esperienze di direzione, organizzazione di comunità e di relazione e questo, oltre che fare curriculum, impone una condotta etica e politica che faccia della trasparenza amministrativa un punto fermo del governo dell’UICI.
Personalmente non posso definirmi altro che una osservatrice attenta e appassionata della storia e della politica associativa del nostro sodalizio, ma mi sta a cuore il suo sviluppo evolutivo, perché l’immobilismo, l’attendismo, costituirebbero un danno irreversibile per i ciechi.
Auspico, in conclusione, che possa aprirsi uno spazio per restituire speranza, fiducia e credibilità a quanti si sono allontanati;
che le maggioranze non si “traducano in dittature delle maggioranze” per dirla alla Tocqueville, e le minoranze non siano confinate al rango d dissolutori, come frequentemente ho potuto constatare attraverso la lettura di atti e documenti del recente passato.
Auguri di buon lavoro, dunque, al consiglio nazionale e che prevalgano le ragioni dei ciechi!
Preside-professoressa Silvana Piscopo.

 

PERCHE’ E’ MEGLIO UN VOTO PER BARBUTO? di Francesco Fratta

Autore: Francesco Fratta

Se andiamo a rileggere il documento  con Cui Terranova avanzava la sua candidatura, in largo anticipo sulla data del Congresso (cosa di cui qualcuno si stupì), e ben prima che Daniele formulasse le proprie dimissioni, comprendiamo tra l’altro che egli pensava già a queste imminenti elezioni, che ipotizzava appunto imminenti o forse addirittura già sapeva in qualche modo esser tali. Per contro, chi ha pensato che Barbuto esitava troppo a metter in campo la propria, di candidatura, ora è in condizione di riconoscere il significato di quel presunto ritardo: era già stato intavolato un dialogo con Nicola Stilla per sviluppare un confronto ad ampio raggio sui diversi aspetti della vita associativa, sulle sue varie problematiche e sui punti di criticità, su questioni di metodo e sui criteri da adottare per giungere all’individuazione del candidato che meglio era in grado di rappresentare le urgenti istanze di rinnovamento avvertite anche nella base associativa, direi anche al di là di quanti, in modo crescente, si sono riconosciuti espressamente nelle battaglie e nelle idee portate avanti dal movimento UICIRINNOVAMENTO. Correttamente, quindi, a partire proprio dall’idea che la prossima dirigenza dovrà inaugurare uno stile di lavoro collegiale anche al supremo vertice dell’organizzazione, Mario Barbuto ha atteso di portare sufficientemente avanti  il confronto con Nicola Stilla insieme ad un piccolo gruppo di collaboratori, prima di avanzare in modo non ambiguo, per questa fase di fine mandato, la propria candidatura. Per il prossimo mandato, che scaturirà dal voto congressuale,  si vedrà, sempre ragionando e confrontandosi apertamente con chi in vario modo sente l’urgenza di un cambio di struttura organizzativa e di strategia politica, per individuare oltre al miglior candidato presidente, la migliore squadra e un programma adeguato alla sfida dei tempi.

Ed anche qui, pensiamo, rileggendoli, ai vari documenti di Barbuto e Stilla da una parte, e a quello di Terranova dall’altra.

Terranova, al di là di una scrittura senz’altro elegante che ben padroneggia gli strumenti della retorica, ci disegna una Unione più che tradizionale, con un comandante supremo che detta la linea, con un’associazione monolitica e unanimista, dove neppure viene ipotizzata la possibilità che vi siano voci di dissenso e che abbiano pieno diritto di cittadinanza, tutta intenta a fare una politica di lobbying sui governi che si dovessero succedere, preferibilmente da sola, poco o nulla concedendo al confronto e all’accordo con altre forze sociali, fossero esse anche altre associazioni di disabili.

A sostegno di questa idea di associazione e di strategia politica vengono addotti i grandi successi del passato conseguiti, secondo lui, appunto in questo modo.

Egli cita tra l’altro, come esempio di successi ottenuti,  l’integrazione scolastica. Si dimentica però di dire, che quella battaglia non partì propriamente dalla dirigenza dell’UICI,ma dalle lotte degli istituti di Bologna, di Padova e di Genova, e che l’allora presidente Fucà vedeva con molta preoccupazione le istanze portate avanti dagli studenti ciechi. Ricordo ancora quando una delegazione degli studenti del Cavazza, di cui facevano parte Carlo Loiodice, Antonio Frau e il sottoscritto, fu convocata a Roma per un colloquio con Fucà in persona, che non comprendeva le ragioni di quelle agitazioni, e nei congressi degli anni ’70, molti dirigenti erano per lo meno al quanto perplessi sull’integrazione, e più d’uno si spese decisamente per osteggiarla. Ma se oggi l’integrazione è una realtà, sia pure resa difficile dalle miopie delle politiche scolastiche portate avanti dai governi liberisti di questi tempi, ciò è  perché , sia pure obtorto collo la dirigenza UICI dovette finire con l’assumere le istanze che le vennero imposte dal movimento di allora. Quante energie si sarebbero potute meglio mettere in campo e spendere se l’Unione fosse stata più aperta e democratica, più  pronta a cogliere quelle istanze e a interloquire con coloro che se ne facevano  portatori, alcuni dei quali già fin da allora cominciarono ad abbandonare un’associazione ritenuta troppo chiusa al suo interno e troppo sorda ai bisogni che stavano  emergendo nella società di quegli anni?

Ecco, l’elezione di Terranova esporrebbe l’UICI ad un rischio analogo, se non più grave, viste le indicazioni che l’interessato fornisce nel suo documento di candidatura, e visti anche i metodi utilizzati, ovvero contatti esclusivamente presi a livello individuale e basati essenzialmente su una promessa di fedeltà personale.

Insomma, se ci si rende conto delle difficoltà politiche e sociali del momento che attraversiamo, la cosa migliore è favorire una discussione ampia e franca, senza limitazioni preventive e senza timori di sorta, che affronti alla luce  del sole i vari problemi di strategia e di organizzazione interna,in modo da mettere in moto tutte le   risorse disponibili intorno a progetti chiari, dibattuti e condivisi, con una dirigenza autorevole e collegiale, che mantenga un costante e vitale scambio con la base associativa e i suoi bisogni reali. Ecco perché  credo che la scelta indicata dall’accordo tra Stilla e Barbuto sia la migliore, anche per prepararsi in un modo nuovo e  più partecipativo al prossimo congresso.

Anch’io ho temporeggiato prima di esprimere queste considerazioni che andavo mettendo insieme da un po’, perché volevo attendere l’esito del confronto in corso con Stilla e i suoi sostenitori, pur avendo, insieme a tutti coloro con cui ho parlato, più di un motivo per ritenere che si sarebbe concluso in modo positivo.

Cordiali saluti, insieme all’augurio che il 15 marzo prossimo tutti votino in piena coscienza e in piena autonomia di valutazione, pensando al futuro della vita associativa nel suo insieme, che avrà a mio parere molte  più chances di tornare ad essere propositiva e partecipata se il Consiglio Nazionale avrà il coraggio di scegliere la via del rinnovamento, sia nel metodo che nelle persone.

UNA RISPOSTA DOVUTA, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Gentile signora Immacolata,

la sua lettera aperta è stata per me motivo di riflessione e quindi la ringrazio di averla scritta e inviata.

Alla lista delle cose che non fanno un buon Presidente, aggiungerei che:

la giovane età, non fa un buon Presidente.

L’amore di polemica, non fa un buon Presidente.

La critica sterile, non fa un buon Presidente.

Quando lei afferma che “l’Unione è “un mero passatempo per pensionati”, temo faccia torto alla sua intelligenza, dimenticando il lavoro di centinaia e centinaia di soci e dirigenti che si adoperano con dedizione sul territorio, tutti i giorni, in ogni parte d’Italia, spesso senza nemmeno percepire il rimborso delle spese vive.

Quando lei afferma: “sono almeno quindici anni che questa Unione campa di rendita”, ho l’impressione che trascuri di ricordare le tante leggi di tutela approvate; la difesa di una indennità di accompagnamento sempre minacciata; i traguardi raggiunti, nonostante tutto, nei campi dell’istruzione, del lavoro, dell’accessibilità, della mobilità; insomma nella quotidiana riaffermazione della nostra dignità di persone e di cittadini.

Quando scrive che “lo statuto sociale è uno scudo dietro cui vogliamo rifugiarci” credo non tenga nel debito conto che esso costituisce la nostra carta fondamentale, l’insieme delle regole che tengono unita la nostra grande famiglia, che assicurano alla nostra associazione una vita regolata da princìpi democratici e garantiscono a ciascun socio la certezza e la tutela dei propri diritti.

Insieme a Nicola Stilla, da mesi abbiamo dato corso a un processo che sta portando alla definizione di un programma unitario e largamente condiviso dalla base associativa che il Presidente e gli altri organi dirigenti avranno il compito e l’onere di attuare, con le modalità e i tempi più consoni e più giusti.

Nella presente situazione, dinanzi alle forzate dimissioni anticipate del Presidente Tommaso Daniele, al quale vanno il mio augurio più fervido e il mio affetto più sincero, dovendo eleggere il nuovo Presidente come prevede lo statuto, abbiamo fornito un primo, significativo esempio del nostro stile e della nostra idea di associazione, ben lontano da qualsiasi mania di protagonismo personale.

Nonostante i tempi ristretti, abbiamo aperto una riflessione condivisa con tanti dirigenti e soci, senza dare nulla per scontato e senza calare candidature dall’alto.

Tutti insieme abbiamo scelto una candidatura comune e condivisa, frutto di una riflessione a 360 gradi sullo stato attuale della nostra Unione, nella convinzione e nella speranza di agire per il meglio, a salvaguardia degli interessi reali dei ciechi e degli ipovedenti italiani.

Altri candidati, al contrario, si sono regolati diversamente, secondo uno stile a senso unico, dall’alto verso il basso; secondo una specie di presunzione di diritto naturale alla successione, che ovviamente rispettiamo, ma che non condividiamo.

Noi lavoriamo per una collegialità nelle scelte e nella gestione, proprio a cominciare dal Presidente. e dagli organi nazionali di vertice.

Noi saremo conservatori nei valori, progressivi negli obiettivi, moderni nei metodi e tecnologici negli strumenti.

Noi rafforzeremo la presenza dell’Unione sul territorio, offrendo il massimo sostegno alle sezioni provinciali e ai consigli regionali.

Noi difenderemo l’unità associativa; intransigenti verto i demolitori, ma disponibili e pronti al dialogo e al confronto con tutte le persone di buona volontà.

Noi terremo sempre spalancate le nostre porte alle idee di tutti, per farne una sintesi dove ciascuno si possa ritrovare e sentire rappresentato; per trasformarle in una forza propulsiva capace di aggiungere nuove e luminose pagine alla storia dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

Si unisca anche lei con fiducia a questa grande forza associativa, cara signora Immacolata!

Le assicuro che sarà un’avventura affascinante, insieme a tutti noi, nell’Unione, dove potrà trovare la risposta più convincente ai suoi legittimi interrogativi. Potrà anzi lavorare lei stessa, accanto agli altri, per costruire quella risposta con le sue proprie mani.

 

Lettera aperta agli aspiranti Presidenti dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, di Immacolata Di Fiore

Autore: Immacolata Di Fiore

Come socia di questa Unione, che crede con molta umiltà, di fare parte della base associativa che conta, visto che nel proprio piccolo, ha prodotto contributi utili alla categoria, chiedo agli aspiranti presidenti, di conoscere: Gli intenti programmatici del nuovo presidente. La dimostrazione di godere un ampio consenso associativo, per la propria candidatura. Colgo l’occasione per esprimere la mia opinione in merito. Sono almeno 15 anni che questa Unione campa di rendita ovvero, di risultati conquistati in tempi migliori di questi che stiamo vivendo. Come umile socia, debbo constatare, che l’Unione è diventata senza offesa per nessuno, un mero passatempo per pensionati. I pochi giovani non riescono ad emergere ed esprimersi, i tanti anziani non fanno un passo di lato per offrire alle nuove generazioni l’opportunità di contribuire nella maniera consona alle nuove esigenze socio-culturali. In più parti (mondo del lavoro, politica, governo ecc.), si è visto che i più giovani hanno apportato una marcia in più per smuovere una situazione di stallo che ha nuociuto a tutta la collettività. Io credo che non servono solo esperienze di vita vissuta, esperienze lavorative e “amicizie varie”, per affrontare le sfide presenti e future dell’Unione. Servono, invece, nuove idee, coraggio e tanto intuito. Auguro alla mia Unione, un presidente che rispecchi l’energia di un giovane coraggioso che sappia fare tesoro della saggezza di tanti anziani. A lei Sig. Barbuto, desidero dirle con grande consapevolezza: nel mondo reale, aver servito  l’Unione per tanti anni perché si è ricevuto molto, non fa un buon presidente; aver diretto un eccellente istituto e coordinato del personale dipendente, non fa un buon presidente; a aver informatizzato l’UICI, non fa un buon presidente; conoscere le analoghe realtà internazionali, non fa un buon presidente; la buona volontà e l’umiltà, non fanno un buon presidente. Qui servono buone idee, una agenda programmatica a breve termine, su cui convergono l’assenso di tutta la base e che tiene conto delle esigenze primarie di tutta la categoria. Sicuramente non servono le “prime donne”, il protagonismo e la presunzione di essere il presidente giusto. L’aspirante presidente della nuova Unione, abbia il coraggio: Di confrontarsi, non solo con “gli ospiti della casa di riposo chiamata UICI; Di non nascondersi dietro lo scudo dello statuto; Di rendere note a tutta la base, le sue idee. In fede, Immacolata Di Fiore

 

Una bussola per orientarsi, di Katia Caravello

Autore: Katia Caravello

Rubrica per genitori.

“Spesso mi è stato chiesto di descrivere l’esperienza di avere un bambino con una disabilità, di provare ad aiutare persone che non hanno condiviso questa esperienza, a capirla, a immaginare cosa si prova. E così…

Quando stai per avere un bambino, è come programmare un favoloso viaggio in Italia. Compri  una guida sull’Italia e fai dei meravigliosi progetti. Il Colosseo. Il David di Michelangelo. Le  gondole a Venezia. Cominci ad imparare alcune frasi in italiano. Tutto è molto eccitante. Dopo qualche mese di sogni anticipati, il giorno finalmente arriva. Fai le valigie e parti. Alcune ore più tardi, l’aereo comincia ad atterrare. Lo steward entra e dice: “Benvenuti in  Olanda”. “In Olanda?” domandi. “Cosa significa Olanda? Io ho comprato un biglietto per l’Italia! Io  credevo di essere arrivata in Italia!”. “C’è stato un cambiamento nel piano di volo. Abbiamo optato per l’Olanda e qui devi stare”. La cosa importante non è che non ti abbiano portata in un orribile, disgustoso posto pieno di  pestilenza, carestia e malattia. È solo un posto diverso. Così devi andare a comprare una nuova guida. E devi imparare alcune frasi in una nuova  lingua. E incontrerai nuovi gruppi di persone che non avresti altrimenti incontrato. È solo un  luogo diverso. È più calmo e pacifico dell’Italia, meno abbagliante dell’Italia. Ma dopo che sei lì da un po’, prendi confidenza, ti guardi intorno e cominci ad imparare che  l’Olanda ha i mulini a vento e l’Olanda ha i tulipani e l’Olanda ha Rembrandt. Però tutti quelli che conosci sono occupati ad andare e venire dall’Italia e ognuno si vanta di  quale meraviglioso periodo ha trascorso là. E per il resto della tua vita tu dirai: ”Sì, quello era il  luogo dove avevo progettato di andare. È ciò che avevo programmato. E la pena di tutto ciò non  se ne andrà mai, mai, mai, mai, perché la perdita dei propri sogni è una perdita molto  significativa. Ma se passerai la vita a piangerti addosso per il fatto che non sei andato in Italia, non sarai  mai libero di godere delle cose molto, molto speciali e molto amabili dell’Olanda.”

(Benvenuti in Olanda di Emily Peri Kingsley)

Le parole qui sopra riportate, scritte dalla mamma di un bambino down, descrivono molto bene il  senso di smarrimento sperimentato da quelle donne e quegli uomini che diventano genitori di un figlio con un deficit fisico e/o sensoriale o che comunque si trovano catapultati improvvisamente nel paese della disabilità. Un paese sconosciuto, dove non sanno quali siano gli usi ed i costumi, un paese di cui non conoscono la lingua, i luoghi, le persone. Tutti i sogni e le aspettative circa il futuro del proprio figlio o figlia si frantumano, lasciando il posto alle macerie e nulla di bello e positivo sembra possa più accadere. Si sentono soli, non sanno dove andare e a chi chiedere aiuto e sentono che al mondo non esiste nessuno  che vive un’esperienza difficile come la loro: non è possibile pensare che nel luogo in cui si è arrivati  inspiegabilmente ed imprevedibilmente si possano vivere momenti di gioia, è impossibile immaginare che da un’esperienza così dolorosa possa nascere qualcosa di positivo, non si può credere che il proprio figlio o figlia potrà dare immense soddisfazioni. Ma per arrivare a questo punto, per riuscire a superare il lutto per la perdita dei  propri sogni, è necessario aver imparato la lingua del luogo dove si è arrivati,  sapersi orientare, aver familiarizzato con i suoi usi e costumi, aver iniziato a conoscerne la storia equipaggiandosi con vocabolari, mappe stradali e guide turistiche. Quante domande affollano la mente dei genitori dei bambini e dei ragazzi ciechi e ipovedenti:  “come educare un figlio con un deficit visivo?”, “come potrò aiutarlo ad essere attore nella propria vita?”, “come potrò aiutarlo a farsi degli amici?”, “che lavoro potrà mai fare?”. Questi sono solo alcuni dei quesiti che le madri e i padri dei bambini e dei ragazzi con  disabilità visiva si pongono quotidianamente.

E’ per venire incontro a questo bisogno di una guida, di una bussola per orientarsi, che l’U.I.C.I. ha istituito nel 2011 il gruppo di lavoro per il Sostegno Psicologico ai Genitori dei ragazzi ciechi e ipovedenti. Tale gruppo, composto da professionisti esperti in disabilità visiva, ha  aperto nel 2012 uno sportello telefonico, tutt’ora attivo, di cui si possono avere informazioni visitando il link sottostante: http://giornale.uici.it/sostegno-psicologico-ai-genitori-dei-ragazzi-ciechi-e-ipovedenti-di-katia-caravello/

Da oggi lo sportello telefonico sarà affiancato da  un altro strumento che auspichiamo possa essere d’aiuto a tutti quei genitori che sono alle prime armi in tema di cecità ed ipovisione ed hanno il desiderio e il bisogno di raccogliere informazioni: la rubrica “Una bussola per orientarsi”. La rubrica verrà pubblicata in queste pagine ogni due settimane e raccoglierà  contributi di varia natura: articoli tematici, interviste, descrizione di servizi e strutture alle quali ci si può rivolgere sull’intero territorio nazionale. Verranno trattati temi di varia natura: psicologica (genitorialità e figli con disabilità, affettività e sessualità, dinamiche familiari e rapporto con i fratelli, ecc.), medico/sanitario (opportunità terapeutiche e riabilitative), informativa (istruzione e formazione professionale, lavoro,  diritti dei ciechi e degli ipovedenti e dei loro genitori, ecc.). L’obiettivo sarà sempre quello di tentare di dare risposta almeno ad alcune delle numerose domande che i genitori di  bambini e ragazzi con disabilità visiva si pongono quotidianamente e che rappresentano, più ancora   dell’aspetto sanitario in senso stretto, una fonte di  preoccupazione. Al fine di essere il più rispondenti possibili alle reali esigenze, vi invitiamo a contattarci per farci delle domande, avanzare delle proposte o darci dei suggerimenti…nonché per  dirci cosa ne pensate della rubrica! Ogni contributo sarà per noi prezioso e ci permetterà di migliorare sempre di più il servizio  a beneficio di un sempre maggior numero di famiglie…vi esortiamo quindi a scriverci al seguente indirizzo: rubricagenitori@uiciechi.it

Katia Caravello

 

Impegno personale e scelte associative, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

All’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti devo tanto, tantissimo… Per certi versi, tutto…       L’istruzione, il lavoro, le soddisfazioni professionali, l’integrazione sociale, sono i frutti più preziosi che questa nostra Associazione mi ha donato nell’arco dei quarantacinque anni di mia appartenenza.       Per quanta dedizione io possa mettere nel servirne gli scopi e gli obiettivi, non sarò mai in grado di ricompensare per intero l’Unione di tutto il bene che da essa ho ricevuto.       Il bene di vivere una vita pressoché normale, di conservare tutta la mia dignità di persona e di cittadino, di godere di una autonomia personale straordinaria, nonostante il grave handicap dovuto alla minorazione visiva.       Bambino del profondo Sud, ho trovato a Catania, la mia città d’origine, un istituto che mi ha accolto per otto anni e ha provveduto alla mia istruzione di base, dotandomi degli strumenti per affrontare un più impegnativo corso di studi a Bologna, città del Nord vagheggiata e temuta allo stesso tempo.       Bologna, una città che mi ha catturato con il fascino delle sue architetture e il calore della sua gente, offrendomi un titolo, una casa, un lavoro, una vita sociale degna di essere vissuta.       Un lavoro in posizione apicale nel più importante e famoso istituto dei ciechi d’Italia, che mi ha regalato esperienze professionali e relazioni umane straordinarie. Gestire un bilancio annuale di alcuni milioni di Euro; amministrare un patrimonio immobiliare di qualche centinaio di unità urbane e agricole; coordinare un gruppo di una trentina di dipendenti e collaboratori impegnati in attività tanto diverse quali la formazione professionale, il supporto all’integrazione scolastica, la produzione e distribuzione di ausili tiflotecnici; la produzione e distribuzione di prodotti librari, le iniziative culturali, sportive e del tempo libero.       Una città, Bologna, dove ho avuto l’onore, la gioia e la soddisfazione di essere eletto nel consiglio comunale, nel quale ho lavorato come vice presidente della commissione Bilancio e come componente della commissione servizi sociali.       Una città dalla quale ha preso il via il mio impegno associativo circa quarant’anni or sono, nelle  varie e successive funzioni di presidente provinciale, vice presidente regionale, componente del Consiglio Nazionale e della Direzione Nazionale.       Proprio in quest’ultimo ruolo, tra l’altro, ho avuto dal presidente Daniele l’incarico di creare il sistema informatico dell’Unione, del quale mi reputo molto modestamente una specie di papà e grazie al quale, già nel 1995 la nostra Associazione risultava dotata di un proprio sito internet e di una rete di posta elettronica estesa alle sedi regionali e alle sezioni provinciali.       Per motivi professionali e associativi ho anche avuto l’opportunità di viaggiare molto all’estero e di entrare in contatto con numerose e variegate realtà del mondo delle organizzazioni per ciechi e per ipovedenti in Europa, in America e in Africa, dando così ulteriore corpo al mio personale bagaglio di esperienze e di conoscenze nel settore.       Oggi, pertanto, come mai in passato, credo sia venuto per me il tempo di porre la mia modesta persona e la mia umile esperienza al servizio dell’Unione in modo totale e al livello più alto, restituendo così, almeno in parte, con il lavoro e con l’impegno, quanto di prezioso ho ricevuto nel corso di una intera esistenza.       Già quattro anni fa, con la candidatura a presidente che incontrò il favore di un terzo dei delegati in congresso, ho avuto modo di muovere i primi, timidi passi, di questo nuovo percorso, sia pure, a quel tempo, da una posizione che mi ha posto talvolta in dissonanza relativamente ad alcuni specifici atti e orientamenti dell’azione associativa del momento.       Oggi, tuttavia, diversamente da allora, si tratta di assumere e svolgere un ruolo del tutto differente, per il quale mi ritengo umilmente preparato, dinanzi alla possibilità concreta di essere chiamato alle più alte responsabilità, al più grande onore e al maggior onere che si possano immaginare nella nostra famiglia associativa.       Un ruolo che impegnerebbe tutto me stesso, anima e corpo, nello svolgimento del compito più arduo, più faticoso e più esaltante della mia vita.       Quel ruolo al quale sono pronto a dedicare tutto il mio tempo e tutte le mie energie, operando di concerto con gli altri, mediante un lavoro di squadra che ci veda fattivamente impegnati e coinvolti alla pari verso i comuni traguardi.       Come ha detto e scritto più volte Tommaso Daniele, è tramontato il tempo dell’uomo solo al comando. Mai più dunque, un presidente solitario, unico traino di un pesante rimorchio; al contrario, invece, un gruppo dirigente, compatto, operoso, determinato, alla guida dell’Unione, al servizio della causa dei ciechi e degli ipovedenti italiani.       L’Unione, per fortuna, è una struttura associativa fondata su princìpi democratici, grazie ai quali, le più alte cariche si raggiungono solo con il consenso e con il sostegno delle maggioranze, auspicabilmente ampie, significative e qualificanti.       La mia disponibilità è totale, il mio impegno, garantito; sempre che gli organi associativi preposti vogliano giovarsene, manifestando le proprie scelte meditate e consapevoli, nelle forme, nei tempi e con le modalità democratiche previste dal nostro statuto.       Sarà il tempo, a darmi e a darci presto una risposta.

Mario Barbuto

In vista del Congresso nazionale: come ci prepariamo?, di Massimo Vita

Autore: Massimo Vita

In vista del prossimo Congresso si sono fatte varie riflessioni, ancora poche, ma oggi il quadro è radicalmente mutato a causa dell’imprevisto stop del presidente Daniele.

 

Auspico una sua rapida ripresa ma ritengo che se il suo rientro dovesse tardare l’associazione dovrebbe aprire un momento di confronto su come deve essere gestita questa fase così delicata per l’intera organizzazione.

 

Se Daniele era in postazione di comando, poteva anche essere schierato a favore di questo o quel candidato, di questa o quella cordata, ma sarebbe comunque stato un non candidato.

 

Oggi di fatto, la condizione di partenza rischia di non essere paritaria per chi volesse avanzare la propria candidatura perché il vice presidente, legittimamente si candida a succedere a Daniele.

 

Vorrei poter dire che lo spazio per il confronto esiste per tutti ma nei fatti così non è.

Faccio appello a tutti i dirigenti nazionali e ai presidenti regionali affinché il prossimo consiglio nazionale venga svolto il prima possibile e apra una riflessione su questi temi per poter dare all’associazione quella forza che gli manca per l’assenza di Daniele.

 

Il quadro di riferimento politico nazionale è così complesso che non possiamo permetterci di avere una struttura organizzativa precaria e non condivisa.

 

So di essere impopolare se affermo che al presidente nazionale non si possono concedere altre proroghe perché questo danneggerebbe l’associazione.

 

Se, invece, Daniele dovesse essere in condizioni di riprendere il timone, come auspico, perché questo significherebbe una buona notizia per la sua salute, abbiamo il dovere di chiedergli di strutturare un percorso che porti l’associazione al congresso con il massimo di agibilità per tutti i candidati alla presidenza e al consiglio nazionale.

 

Per quanto riguarda le candidature sin qui in campo, penso che sarebbe necessario poter aprire un confronto per poter giungere al congresso con due candidati, due squadre e due programmi.

 

Mi auguro, per il bene dell’associazione che questa occasione storica non venga depauperata a causa di egoismi personalistici.

 

Massimo Vita

Accanimento verso i veri ciechi, di Marco Lijoi

Autore: Marco Lijoi

Buongiorno, la presente per esprimere il mio dolore per una storia veramente agghiacciante. Nel 2009 l’inps mi riconosce non vedente totale, poiché affetto da uveiti distacco di retina, con protesi bulbare. Solo dopo due anni vengo richiamato a  visita mi presento con il mio cane guida “fata” e  non vengo neanche visitato mi vengono chieste le solite due domande lei vive da solo?, da cosa è  affetto? presento tutta la mia documentazione recente, la loro risposta le arriverà il verbale a casa.

Così è  stato arriva il verbale il quale evidenziava che il sottoscritto non aveva più i  criteri per essere dichiarato non vedente totale, ma bensì cieco parziale, qui mi voglio soffermare che tutti i referti medici rilasciati da strutture pubbliche riferivano visus occhio destro percezione luminosa, occhio sinistro protesi endobulbare.

Come si fa a  dichiarare la stessa persona non vedente e dopo ipovedente senza aver avuto alcuna modifica del visus?

L’inps ad oggi mi ha messo in ginocchio perché io come tanti miei coetanei devo essere accompagnato; usufruisco sempre, o meglio spesso, di taxi; qualcuno che mi venga a pulire la casa in cui vivo. Tutto grava su un misero stipendio.

Il mio messaggio non vuole essere di disperazione, ma un messaggio di solidarietà a  tutti coloro che si sono trovati a  subire ingiustizie come questa appena descritta, non molliamo. La volontà di farci rispettare, la nostra dignità di persone che spesso l’inps calpesta pensando solo ad un rientro fiscale proprio, la misera quota che ci viene accreditata serve per mantenerci e far fronte a situazioni non facili. La lotta ai  falsi ciechi è  giustissima, ma ciò che non condivido è l’accanimento su persone realmente disabili, le commissioni in seduta devono, e sottolineo devono, essere in grado di distinguere un finto da un vero disabile, altrimenti viene meno il loro operato.

Dico basta con questa lotta inutile contro i veri ciechi, prendete i falsi ciechi, non potete lasciarci privi di diritti che ci spettano, ma soprattutto ci lasciate dentro il cuore cicatrici enormi che non si riempiono con un assegno di invalidità.

Personalmente lotto ogni giorno per adeguarmi agli stili di vita di una  qualsiasi persona, per cui non ho energia da spendere per far valere i miei diritti solo perché un istituto deve fare cassa.

Cari colleghi non vedenti non mollate  mai

Marco Lijoi