Buon giorno siamo Matteo Tiraboschi e Beatrice Bologna, 2 amici non vedenti appartenenti alle sezioni Uici di Bergamo per me e Padova per Beatrice e volevamo dire la nostra impressione e condividere con tutti voi la bellissima e stupenda emozione che abbiamo potuto vivere, lo scorso sabato 16 settembre grazie alla Unione ciechi, alla Commissione sport e tempo libero che ha davvero organizzato un evento bellissimo e curato nei minimi dettagli e nei minimi particolari a partire dalla sistemazione alberghiera sino al giro in pista con gli amici del club ferrari di Anagni. Tutti gentilissimi. noi siam arrivati aroma il giorno prima e abbiamo visitato con un amico la capitale e visto alcune sue bellezze tipo il panteon la fontana di trevi e le mitiche Piazza Navona, Piazza di Spagna e non poteva mancare il gelato alla gelateria Giolitti dove abbiamo preso la coppa mondiale. Siam arrivati poi in serata all’istituto religioso un nuovo complesso molto bello donato dagli spagnoli alla nostra unione, complesso nuovo tutto bellissimo struttura nuovissima con un percorso guidato che ci permetteva di fare da soli. Gentilissimi tutti sia Ernesto Galasso che Simonetta, Camilla, Huber Perfler, insomma tutti quelli che hanno organizzato questo evento davvero sono stati bravissimi e gentilissimi. Anche il tempo ha aiutato infatti sabato tranne qualche goccia di pioggia per il resto davvero tutto okissimo. Noi siam stati tra i primi a girare in pista per motivi di rientro poi nelle nostre città per altri impegni. Io, confesso mi son commosso a sentire quel rombo. Anche se sulle ferrari vi ero salito parecchi anni fa, è stato bello riprovare quella bellissima emozione con un testa coda e tutte quelle curve a s a gomito infatti quel circuito a solo 3 rettilinei poi è tutto a curve. Anche il buffe è stato davvero ottimo e gli amici già citati prima ci hanno aiutato. Anche Beatrice è stata davvero contentissima di aver partecipato a questa iniziativa. Come ha detto giustamente Huber Perfler presidente di trieste per organizzare eventi del genere ci vuole tempo e tanta costanza e pazienza ma penso che anche loro siano soddisfatti visto i più di 100 iscritti che eravamo. Non la voglio far tanto lunga ma ci è piaciuto e ci è sembrato doveroso ringraziare tutti perché quando un ente lavora bene e ti fa star bene e ti fa sentire parte di sé il minimo è dire grazie grazie perché ti senti in famiglia in questi eventi grazie perché davvero è stata una emozione davvero bellissima fortissima che non la si può descrivere ma và vissuta davvero e dal vivo. Mi permetto qui di proporre 2 cose. Primo a me anche a Beatrice piacerebbe venisse organizzata una bella mongolfierata infatti io non son mai stato in mongolfiera quindi chissà se la commissione vuol organizzare qualcosa del genere noi ben lieti e saremo i primi a esserci sicuramente. E secondo se vi và io volentieri siccome canto e suono da molti anni mi piacerebbe fare un concerto per la nostra unione anche per una raccolta fondi a disposizione. Ancora davvero un grosso grazie da me e dalla mia amica anche lei socia Beatrice Bologna.
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Verso i Quadri dirigenti, di Massimo Vita
Dopo aver letto la convocazione dell’assemblea dei Quadri della nostra associazione, mi sono venute in mente alcune riflessioni che desidero condividere con chi, avrà voglia di leggermi, dato che ufficialmente, non sono un componente di questa assise.
1) Celebrazione del centenario dell’Unione.
Penso che il centenario sia un evento importantissimo e vada celebrato in modo adeguato sia nei modi che nei contenuti.
Per i modi, ritengo che la crociera sia un modo originale di svolgere un congresso.
Penso che potrebbe essere anche una modalità per autofinanziare questa festa vendendoci i posti che non occupiamo sulla nave.
Per i contenuti:
Penso sia utile che si inizi un confronto iniziando nel 2019 a dialogare sui temi congressuali. Spero che non parta in anticipo il chiacchiericcio sui nomi papabili a questa o quella carica. mi auguro che si costituisca, un gruppo di lavoro per completare il rinnovamento statutario e regolamentare.
2) Attività svolta, modalità operative e criticità delle commissioni nazionali.
Questo tema posto all’attenzione dei quadri dirigenti dimostra il coraggio e la lungimiranza della presidenza nazionale. Esistono delle criticità nella macchina organizzativa e sono legate a fattori esterni ma soprattutto a fattori interni.
Abbiamo una macchina che deve ancora adeguarsi del tutto ai tempi moderni e una struttura regolamentare forse ancora troppo rigida.
Esistono anche dei problemi legati alla inesperienza di alcuni di noi dirigenti ma a questi si può sopperire solo con il tempo e la pazienza.
Dobbiamo ancora migliorare nel lavoro di squadra perché siamo ancora troppo individualisti. In una orchestra che si rispetti, ci vogliono anche i solisti o i primi violini, ma l’insieme di qualità da valore ai solisti e non il contrario.
Il nostro direttore d’orchestra ha il compito di guidarci e farlo con saggezza ma noi orchestrali dobbiamo imparare a riconoscerne i gesti.
Mario ci ricorda che siamo una famiglia ma, noi membri, spesso dimentichiamo che abbiamo dei colleghi con cui comunicare.
3) Amministrazione, patrimonio e nuove procedure contabili.
In merito alle procedure contabili mi auguro che venga redatto presto il vademecum operativo sulla gestione economica delle sezioni perché, solo così, potremo davvero semplificare le cose alle nostre strutture territoriali. Ritengo, inoltre, che dovremo davvero far partire la ristrutturazione del nostro assetto territoriale perché così, a mio modesto avviso, è fuori dal tempo e difficilmente sostenibile economicamente.
Non credo che avere tante sedi provinciali sia un bene assoluto mentre penso che sarebbe utile presidiare il territorio con strutture agili e incisive.
Per il patrimonio dovremmo attivare le procedure per affidare il nostro patrimonio a una fondazione o a una impresa specializzata scorporandolo dall’Unione per gestirlo in modo più redditizio e farlo pesare meno sui nostri bilanci.
Non credo che un patrimonio così importante possa essere ancora gestito con le forze interne.
In merito al lavoro delle commissioni penso che di alcune si potrebbe trarre un bilancio ma che di altre poco o nulla si vede concretamente.
Io personalmente, non avrei diviso le tematiche del lavoro e ho dei dubbi sul tentativo di costituzione di alcune cooperative ma mi pare interessante il lavoro che si sta svolgendo con equilibrio e coinvolgendo le varie figure.
4) Attività di Fundraising 2015-2020.
Questo settore sta iniziando a dare i suoi frutti e mi auguro che le strutture periferiche seguano l’esempio della sede nazionale organizzando proprie strutture che, in rete con la sede nazionale, producano un lavoro sinergico e fruttuoso.
Dovremmo trovare un testimonial importante per stimolare le donazioni e le sponsorizzazioni.
5) Informative su:
a) la formazione dei quadri dirigenti
La formazione dei quadri dirigenti è certamente una esigenza ma si scontra con le volontà individuali che, non sempre sono positive a riguardo. Potremmo pensare a una formazione dividendo il territorio per aree omogenee e tarare la formazione su temi molto concreti. Penso che la formazione avrà effetto solo se nella nostra organizzazione, come sta avvenendo, si impari sempre più a rispettare le regole che ci siamo date o che ci dà la legge.
b) il piano di comunicazione 2017-2020
A dire il vero in materia non sono molto ferrato ma sinceramente ancora ci ho capito poco e alcune scelte non le condivido.
Penso al corriere braille settimanale. Questo strumento, molto importante e gradito alla base, non risponde alle peculiarità di un settimanale e difficilmente lo strumento in braille può farlo per i tempi di produzione e di spedizione che richiede. Oggi i 4 numeri o cinque di un mese, arrivano spesso tutti insieme a fine mese o arrivano sempre a fine mese ma a distanza di pochi giorni uno dall’altro. Spesso, si trovano nei vari numeri articoli lunghi anche quattro numeri e su temi non di stretta attualità. Condivido ma vorrei capirci di più la scelta di due agenzie specializzate e quella di produrre i materiali con le forze interne.
Complessivamente il settore può ancora migliorare ma siamo sulla buona strada soprattutto grazie alla bella idea della radio web che sta assumendo grande visibilità.
c) il protocollo con Sanititan.
Questo protocollo è molto buono e la ditta mi pare molto seria. La sezione di Siena allora presieduta da me lo ha sottoscritto anche se ancora non lo ha utilizzato.
Sarà certamente una grande assemblea dei quadri e spero di poterla seguire tramite la radio.
Concludo con una informazione:
a settembre o nella prima metà di ottobre, tramite la radio, organizzeremo una riunione dei quadri dirigenti dell’I.Ri.Fo.R. per sviluppare un dialogo tra tutte le strutture al fine di far crescere l’istituto a livello territoriale.
“A noi piace Mariella, più social dei social”, di Silvia Scordo e Simonetta Cormaci
Tanti, ma tanti anni fa, fu eletta Vice Presidente alla Sezione U.I.C.I. di Catania,
Mariella Murisciano, una donna speciale, una poetessa particolare, un’insegnante di Braille una tiflologa molto preparata e attenta alle esigenze dei non vedenti e degli ipovedenti.
Essendo stata Coordinatrice del Comitato Donne non vedenti, all’epoca si chiamava così, per più di un decennio ha organizzato sempre con cura tutto ciò che è intuibile e in un contesto in cui certe conquiste femminili non erano ancora assodate.
Ma c’è qualcosa,che Lei ha fatto, che Vi voglio raccontare.
Comprò un piccolo Bloch notes ( ritrovato ieri per caso nel nostro archivio ) e scrisse i compleanni dei soci, dei dipendenti, dei volontari e degli amici dell’Unione.
Ancora facebook non c’era, ne potevamo immaginare ci fosse stato, intanto noi , Lei in particolare consultava il notes quindi telefonava a chi quel giorno compiva gli anni dicendo con slancio: tanti auguri di buon compleanno!
Ti ricordi Mariella?
Mariella Murisciano, nasce il 27 luglio del ‘33 ad Adrano, una cittadina della provincia etnea.
Proviene da una famiglia contadina e tali origini la rendono molto orgogliosa dei valori umani ben radicati che genitori e nonni hanno saputo trasmetterLe con il loro esempio.
Mariella è stata una bimba molto vivace, sana e gioiosa fino all’età di sei anni, quando all’improvviso nella notte di San Silvestro del ’38 una terribile malattia la rese totalmente cieca.
Inizialmente la famiglia subì grandi disagi, ma poi aggrappandosi a tutte le forze fece in modo che la bimba ritornasse serena.
Frequentò le scuole elementari all’ Istituto “ Ardizzone Gioeni” di Catania, trasferendosi successivamente all’Istituto “ Cavazza” di Bologna, dove rimase fino alle soglie della laurea in lettere moderne.
Ha pubblicato diversi libri di poesie con le “ Edizioni Greco” di Catania e privatamente ha realizzato un’ agenda da tavolo e un calendario con le sue poesie, riscuotendo notevole successo.
Ha altresì pubblicato anche un libretto di preghiere “ Qualche minuto per te”.
Questi i titoli dei suoi libri:
Piccolo Beauty 1980
Fili di luce 1982
Darreri lu sipariu 1986
Raggio Verde 1988
Coriandoli 1991
Ikebana 1997
Quel che resta d’un filo 2000
Tra le rughe del cuore 2005
Mariella Murisciano è stata Vice Presidente della Sezione Provinciale dell’UICI di Catania, componente Nazionale della Commissione Pari Opportunità, Coordinatrice Regionale e Provinciale della stessa Commissione nonché Responsabile del Servizio Tiflotecnico. E però è stata molto altro. La sua vita a tutt’oggi straordinaria è stata segnata dall’amore per l’arte e in particolare per la poesia e da eventi significativi come l’incontro con Papa Giovanni Paolo II, con il grande direttore d’orchestra Lorin Maazel e con gli scrittori Michel Quoist e Nino Salvaneschi.
Ciascun libro ha una sua caratteristica, come ad esempio “Coriandoli” e “Quel che resta di un filo” sono in acrostici. “Ikebana” ha alcuni versi in una particolare forma di poesia giapponese detta Haiku. Tutto questo ha fatto Mariella ma anche molto di più…
Mariella tutti noi ti vogliamo un gran bene e perciò mettiamo il nostro “like” nella tua pagina facebook che non c’è ma che il tuo grande cuore, generoso, creativo ha inventato con quel taccuino molto prima di Mark Zuckerberg!
Silvia Scordo (*), Simonetta Cormaci (**) e le amiche e amici di Mariella con i più calorosi auguri per il tuo compleanno
*assistente sociale UICI di Catania
**socia UICI di Catania
La casa di riposo può non rappresentare l’ultima spiaggia, di Mena Mascia
Dopo una notte insonne costellata da grida di persone colpite da demenza senile o da altre malattie ugualmente invalidanti che urlano continuamente, finalmente sono le sei del mattino, quando mi decido a scendere dal letto per raccontare di un cambiamento radicale, un’esperienza per la quale, insieme alla mia mamma quasi novantasettenne di cui mi occupo a pieno tempo, ho dovuto lasciare la mia abitazione per trasferirmi, mi auguro temporaneamente, in una casa di riposo.
Come si può bene intuire, la scelta non è stata né semplice, né indolore, ma necessaria, anche perché siamo abituati ad intendere quelle strutture come l’ultima spiaggia, in attesa della morte. Può non essere così, ma rivelarsi invece una risorsa cui approdare, quando le nostre esigenze o quelle delle persone anziane a noi care dovessero richiedere assistenza continuativa.
La signora rumena che con insuperabile abnegazione si occupa di noi durante l’intero anno, Dovendo usufruire delle sue ferie, ci lascia per un periodo, quindi è stato gioco forza preoccuparmi di sostituirla. Purtroppo però, essendo peggiorate le condizioni di mia madre, mi è stato impossibile trovare tre persone che, con le competenze indispensabili del caso, mi coprissero l’arco delle 24 ore, quindi il panico, prima che un’idea m’illuminasse la mente: perché non trascorrere quel periodo in una struttura in cui mi fossero assicurate aiuto ed assistenza H 24? Razionalmente mi rendevo conto che non sarebbe stato facile una residenzialità tanto provvisoria, ma, testarda come sono a perseguire anche quelle che potrebbero sembrare delle utopie, mi dissi che provare non costava nulla, e cominciai a pensarci molto seriamente
Sembrandomi corretto esplicitare le mie condizioni di non vedente, ricevetti alcuni no decisi, ma non demorsi, fino a quando il gestore di una nuovissima struttura che evidentemente aveva bisogno di ospiti solventi, situata nel centro della città, accettò di incontrarmi ed eccomi qui.
Non ho potuto evitare i primi impatti difficili con taluni operatori che, imbarazzati, avevano problemi a darmi il braccio con naturalezza, ma, dopo qualche giorno, tutto sommato, la convivenza è accettabile, salvo qualche aspetto che va ancora un tantino smussato.
Non bisogna smettere di farsi ascoltare col sorriso sulle labbra, di avere l’umiltà del paziente continuare a ripetere le stesse cose a chiunque ve le chieda, perché è un esercizio che paga, ve lo assicuro, e potete credermi sulla parola.
Se vi chiedeste le motivazioni che mi hanno spinto a raccontarvi questa esperienza, dovete sapere, ed esserne convinti, che anche ciò che vi sembra improponibile, è da considerarsi possibile, solo che lo vogliate.
Mena Mascia.
I padri padroni dell’UICI, di Carlo Carletti
I dirigenti dell’Associazione, ritenuti “padri padroni”, prima di essere tali sono stati dei semplici soci, che probabilmente più di altri si sono impegnati nella vita associativa. L’impegno associativo comporta molti sacrifici e rinunce sul piano personale e familiare, una buona preparazione inerente le varie normative nazionali, regionali e locali, una grande disponibilità di tempo e attenzione all’accoglienza dei soci, per i quali è necessario individuare il percorso più utile al loro recupero. Chi si appresta a questo impegno, trova molto facilmente persone pronte a delegargli la soluzione dei propri problemi. Questi dirigenti operando sul campo, migliorano costantemente la loro preparazione e i loro rapporti personali con gli aderenti all’Unione, che molto spesso si traducono in consenso nell’ambito delle assemblee. A volte accade che alcuni di questi dirigenti particolarmente impegnati, si trasformino in “padri padroni”, sia per la propensione ad un ruolo di potere, sia perché chi li contesta si limita alla lamentazione senza sacrificare la propria persona in un grande impegno associativo per acquisire il necessario consenso, che nessuno regala. Lo statuto, con la limitazione dei mandati, tenta di favorire il rinnovamento nell’ambito delle cariche associative, ma coloro che godono del consenso dei soci sono e saranno determinanti nella scelta dei nuovi dirigenti. Chi conosce lo stato delle cose oltre la nostra Unione, sa che è così nelle organizzazioni sindacali, di partito e del terzo settore. La mia esperienza mi fa dire che nell’Unione vi sono aspetti più positivi che altrove. Quel che emerge fra noi ciechi è la propensione a voler sempre spaccare il capello in quattro e dare la colpa all’UICI di ogni cosa che non va, compresa l’attuale siccità. Il ricambio delle persone negli incarichi nazionali, risulterà sempre più semplice rispetto alla periferia, perché il rapporto con i soci non è così diretto e determinante come nelle sempre meno partecipate assemblee di Sezione ed è più numeroso il numero dei possibili candidati. L’Unione anche in altri tempi ha sempre avuto i propri problemi, ma l’importanza degli obiettivi da conseguire hanno sempre fatto da collante portandoci a superare le difficoltà che non sono mai mancate. Il senso di solidarietà nei confronti di coloro che se la passavano peggio è sempre prevalso sulle differenti opinioni e diversità caratteriali. L’Unione è vicina al centenario della sua fondazione ed esaminando l’attuale situazione dei ciechi,dovremmo prendere atto che il suo ruolo è stato determinante per ciascuno di noi, che dovremmo recuperare quel senso di solidarietà che con il miglioramento della nostra condizione sembra svanire.
Diario di una giornata trascorsa tra Palazzo Chigi e il carcere di Regina Coeli, di Carlo Carletti
Nel lontano 1979, con la legge 382 , l’Unione guidata dal Presidente Giuseppe Fucà, aveva
conseguito per i ciechi civili assoluti l’equiparazione dell’indennità di accompagno a quella percepita dai ciechi assoluti per causa di guerra, che ne ha determinato , un considerevole incremento economico. Dopo circa 2 anni, vi fu un ulteriore aumento dell’indennità dei ciechi di guerra, ma nonostante che la legge lo prevedesse , non vi fu il conseguente e analogo aumento anche per i ciechi civili. Tale ingiusta situazione impegnò i dirigenti dell’Associazione in estenuanti quanto inutili incontri con i Dirigenti del Ministero del Tesoro, dell’Interno e con i gruppi parlamentari. Pertanto, nel corso di una riunione informale di dirigenti sezionali nazionali Con l’allora Presidente Nazionale Roberto Kervin, fu deciso di affidarmi l’incarico di effettuare per il giorno 22 ottobre 1982, una manifestazione per sollecitare direttamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il mattino del giorno convenuto giunsero a piccoli gruppi, presso Piazza Colonna, davanti al Palazzo del Governo, circa 1.000 disabili visivi provenienti dalle Sezioni del Lazio e da altre Regioni. Come già convenuto , ho guidato una delegazione, che fu ricevuta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio on. Vittorio Olcese, il quale, ritenendo fondate le ragioni della nostra richiesta relativa all’equiparazione dell’indennità di accompagno, assicurò che avrebbe sollecitato, il giorno stesso, i Ministeri competenti per la piena attuazione della legge . .Soddisfatti per il risultato conseguito, ringraziando tutti lasciammo gli uffici della Presidenza del Consiglio. Appena fuori, mi recai presso una cabina telefonica per informare dell’esito dell’incontro, il Presidente Kervin, che attendeva presso il suo ufficio di via Borgognona. Pur dicendosi soddisfatto , ma forse un po’ incredulo al cospetto di tanta inattesa disponibilità, mi consigliò di ritornare alla Presidenza del Consiglio, per chiedere la diffusione di un comunicato stampa che avrebbe rassicurato tutti . L’on Olcese, chiamato al telefono, si espresse favorevolmente e mentre mi avviavo verso l’ingresso di Palazzo Chigi per ritirarne una copia, fui avvicinato dal Commissario di Polizia dott Stella, il quale mi intimò di sciogliere con immediatezza la manifestazione. Pur avendolo informato che ero atteso per acquisire il comunicato stampa contenente l’accoglimento delle richieste avanzate dai ciechi, che avrebbe automaticamente posto fine alla manifestazione, non volle sentire ragioni. Ebbi solo il tempo di dire al Presidente della Sezione di Latina Giuseppe Bernardi, di rassicurare i manifestanti sull’andamento positivo dell’incontro e soprattutto di mantenerli a distanza dal cordone di polizia, che il Commissario ordinò agli agenti, fra lo stupore dei presenti, il mio immediato arresto, in quanto responsabile della manifestazione non autorizzata . Erano le ore 12.30, quando fui prelevato dagli Agenti che mi portarono nell’atrio di Palazzo Chigi, consegnandomi al Comandante Migliorini , del nucleo di polizia presso la Presidenza del Consiglio, il quale cercò di tranquillizzarmi dicendomi che l’accaduto aveva dell’incredibile, perché il tutto si era svolto nella massima correttezza , della quale poteva esserne testimone. La notizia del mio arresto arrivò ai manifestanti, i quali non credendo vera la notizia dell’esito positivo dell’incontro con il Governo, si mostrarono più rumorosi e agguerriti, tanto che il Dirigente dell’UICI della Sicilia Alfio Polizzi, munito di megafono , li invitava all’occupazione di Palazzo Chigi. L’amico Bernardi, che aveva il compito di evitare il contatto tra i ciechi e gli agenti di polizia, si trovò nel bel mezzo prendendo spintoni e calci dall’una e dall’altra parte. Il suo dimenarsi fu notato dal Commissario Stella che ne ordinò l’arresto e anche lui fu portato dentro palazzo Chigi. Impegnato nel contenere i manifestanti non si capacitava delle ragioni del suo arresto e tentò di protestare per l’ingiusto trattamento, ma Due agenti gli portarono le braccia dietro la schiena e gli misero le manette ai polsi. Continuò a protestare e fu colpito dal Commissario Stella con un pugno allo stomaco. Bernardi dal dolore si piegò in avanti e ricevette anche una ginocchiata al basso ventre che lo stordì, riducendolo al silenzio. Le manette gli furono messe male e gli sanguinavano i polsi. Nel frattempo nella piazza gli animi si fecero sempre più tesi ed entrò in azione il Presidente della Sezione di Frosinone, un cieco assoluto di grande stazza, che individuata la giusta direzione verso il portone , con i suoi circa 170 chili, si diresse di corsa verso il palazzo. Gli agenti si scansarono e altri aprirono del tutto il portone semichiuso. Durini arrestò la sua corsa dentro l’atrio del palazzo e ansimante per lo sforzo, chiese dove fosse finito. Avvertito che era nel palazzo, affermò di volerlo occupare, ma intervenne ancora una volta il Commissario Stella, che comunicò anche a lui lo stato di arresto. Dopo aver accertato le nostre identità, fummo fatti salire sul furgone della polizia e portati al Commissariato del primo distretto di Roma. Dopo una sosta per ulteriori accertamenti, erano le ore 15,quando fummo tradotti al carcere di Regina Coeli, dove ci attendeva il Comandante delle guardie carcerarie dott. Marino, il quale vedendosi consegnare un cieco assoluto e due mezzi accecati quali eravamo io e Bernardi, mostrando si sorpreso e a disagio , fu molto comprensivo nei nostri confronti e non fece mancare espressioni di disappunto sull’operato del Commissario Stella. Nell’ambiente del carcere vi era molta agitazione, perché lo stesso giorno era stata arrestata la terrorista ligas e altri appartenenti alle Brigate rosse. Da una porta socchiusa , ci fu possibile ascoltare una telefonata del Comandante delle Guardie del Carcere , che rivolgendosi al Commissario Stella lo rimproverava di averlo messo in grande difficoltà consegnandogli tre non vedenti. Gli disse: non ti sei accorto che sono ciechi e che anche volendo non potrebbero scappare? , li stai trattando come se anche loro fossero brigatisti. Da alcuni Agenti fummo fatti accomodare in una cella di sicurezza, poi ci portarono in una stanza dove un fotografo immortalò le nostre facce sia di fronte che di profilo. Successivamente fummo portati alla rilevazione delle impronte digitali, l’uno dopo l’altro fummo invitati a premere le dita su un piano di gomma- piuma intriso di inchiostro e poi su un foglio bianco. Vicino era posto uno straccio per ripulirci dell’inchiostro che aveva impregnato le nostre dita. Durini, cieco assoluto, al suo turno, eseguì il tutto , ma nessuno lo avvertì che si poteva pulire la mano sporca di inchiostro, che si passava sul viso e sui vestiti. Quando gli dicemmo che , così imbrattato, era irriconoscibile e sembrava un negro proveniente dall’Africa e non il ciociaro proveniente da Frosinone. Accolse il fatto con qualche battuta di spirito. Nonostante l’accaduto e il luogo in cui eravamo riuscimmo a mantenere una certa tranquillità, aiutati anche dagli agenti di custodia , che ci dicevano di non preoccuparci troppo perché sarebbe arrivato un Magistrato, che dopo il nostro interrogatorio, avrebbe sicuramente deciso il nostro rilascio. Verso le ore 19, fummo avvertiti che il Magistrato non era stato rintracciato ed essendo di Venerdì, avremmo dovuto attendere nella cella di sicurezza del braccio2 fino a prossimo lunedì. A questo annuncio, una forte preoccupazione cominciò ad invadere la mia mente. Sentivo di essere stato un irresponsabile per aver lasciato mia moglie e i miei figli senza alcuna notizia. Anzi, il mattino quando ho lasciato casa, pensando ad una normale e tranquilla giornata non li avvertii nemmeno che sarei andato ad una manifestazione. Il fatto che non avevo più la possibilità di comunicare con loro per spiegare l’accaduto e per rassicurarli, contribuì ad aumentare il mio senso di colpa.. In un attimo scomparve quel senso di goliardia che accompagnava le nostre manifestazioni. Ormai rassegnati, Accompagnati dagli agenti ci avviammo verso la nuova cella e ci avvertirono che saremmo restati anche senza cena perché la nostra presenza non era prevista . Arrivati in prossimità della nuova destinazione, con sorpresa e sollievo , fummo richiamati perché era arrivato il Magistrato che ci avrebbe interrogato. Quando accedemmo alla stanza dell’interrogatorio, mi venne incontro il sostituto Procuratore dott. Gianfranco Ferro, che avevo conosciuto in altre occasioni, in quanto avevo già frequentato le aule dei Tribunali per altre manifestazioni non proprio regolari. Il Magistrato mostrando meraviglia, per doversi occupare ancora una volta di me, affermò che delle mie manifestazioni ormai conosceva tutto, ma le offese e le violenze a pubblico ufficiale, delle quali risultavamo accusati rappresentavano una grave e spiacevole novità. Raccontai tutto l’accaduto, mi assunsi la responsabilità della manifestazione e gli dissi che Bernardi e Durini non erano colpevoli di nulla , se non di aver partecipato alla manifestazione della quale ero io l’unico responsabile. Dal momento che eravamo accusati anche di violenza a pubblico ufficiale invitai il dott. Ferro a costatare le ferite provocate dalle manette e dai colpi ricevuti da Bernardi, lo invitai a mettersi in contatto con il dott. Migliorini, Comandante del nucleo di polizia della Presidenza del Consiglio. . Dopo l’interrogatorio di Bernardi con ai polsi evidenti ferite e quello di Durini, il Magistrato si allontanò per circa 30 lunghissimi minuti, e quando rientrò nella stanza , si mise a scrivere, ma fu interrotto dallo squillo del telefono e rivolgendosi all’interlocutore lo sentimmo dire: si , sto ancora facendo gli accertamenti e la informerò subito dopo, ma non credo che possano emergere particolari rilievi e complicazioni. Riprese a scrivere, erano ormai le 21,quando consegnò ad un agente all’ordine per la nostra scarcerazione . Nel salutarci, il magistrato ci disse che la nostra presenza in quel luogo era determinata da evidenti malintesi e da incomprensioni e che manifestare per le ragioni come le nostre era un diritto. Quando gli chiedemmo quali potevano essere le conseguenze per essere stati in quel luogo, ci rassicurò e ci salutò dicendoci che null’altro ci sarebbe accaduto. Fummo accompagnati fuori dal carcere salutati dagli agenti di custodia, che abbiamo ringraziato per la loro cortesia e attenzione. Ad attenderci , trovammo il Presidente Kervin con l’autista Nicodemo, ed altri dirigenti e soci dell’ UIC. Abbiamo da loro appreso che dal momento del nostro arresto, tutti si sono adoperati per far intervenire in nostro favore i massimi esponenti dei partiti. Tomatis fece intervenire Bettino Craxi, intervennero anche Rutelli, il Sindaco di Roma Vetere, e altri, ma fu determinante l’intervento sollecitato dal Presidente Kervni al Ministro di Grazia e Giustizia On. Clelio Darida, quello che aveva telefonato al Magistrato, prima per farlo intervenire subito evitandoci il fine settimana in carcere e poi per conoscere l’andamento dell’interrogatorio. Abbiamo saputo che molti non vedenti di Latina e Frosinone sono restati a Piazza Colonna fino alle ore 20 in attesa di notizie, poi hanno dovuto abbandonare perché i pullmann dovevano rientrare . Con il Presidente Kervin , con il Segretario Merendino, che tanta parte ha avuto nella buona riuscita della manifestazione , con Di Maio, Tomatis, Ballardini, Recce, Ciccio Coppola, Fortini Notari, Paglia e molti altri, ci siamo salutati e siamo stati accompagnati alle nostre rispettive abitazioni . Io fui accompagnato a Cisterna, dove era in corso la riunione del Consiglio Comunale del quale ero componente. Entrando nella sala riunioni, avvertii un certo mormorio e un compagno di Partito mi chiese come potevo essere li se la radio e la televisione avevano annunciato il mio arresto insieme ad altri due ciechi. Preoccupato per quanto riferito, mi precipitai a telefonare a mia moglie che dal mattino non aveva mie notizie . La chiamai e le dissi di trovarmi presso il Comune, che avevo avuto qualche problema , ma che tutto si era risolto bene. Mia moglie piuttosto arrabbiata per la mancanza di notizie mi riattaccò il telefono. Quando andai a casa, non volle ne ascoltarmi ne rivolgermi la parola. Al mattino quando cominciarono ad arrivare telefonate dai dirigenti dell’Associazione da ogni parte d’Italia, che chiedevano mie notizie, e dopo essere stata informata di quanto accaduto, dall’amico Di Maio, cominciò a comprendere che non avevo passato una grande giornata. Si recò a comprare i giornali i quali riportavano con evidenza l’arresto di tre ciechi, Carletti , Bernardi e Durini. Dal momento che nessun organo di informazione aveva dato la notizia della nostra scarcerazione, grande era la sorpresa di coloro che mi incontravano nei luoghi da me frequentati o che mi sentivano rispondere al telefono. Non fu certamente semplice far comprendere ad amici, parenti e a mio figlio ,che può accadere di essere arrestati, senza per questo essere dei poco di buono. Ritornato in ufficio presso la Banca d’Italia, il giorno lunedì 25 ottobre, con grande sgomento appresi di essere stato sospeso dal lavoro. Nel corso della giornata ho potuto dimostrare che, nonostante l’arresto, non risultava alcun reato a mio carico e con grande sollievo, fui riammesso in servizio lo stesso giorno. Nel pomeriggio , uscito dal lavoro, mi recai presso la sede Regionale dell’UIC dove mi raggiunse un giovane agente di polizia, presente al mio ingiusto arresto. Disse che Aveva la mamma cieca ed era originario di Bagnara Calabra, un paese vicino a Scilla, dove era nato Fucà. Mi raccontò la sua amarezza per l’accaduto e che meditava di lasciare la Polizia. Lo ringraziai per gli attestati di stima e per la disponibilità a testimoniare in mio favore in un eventuale processo, ma lo esortai a non lasciare quel lavoro , perché era più opportuno che quel ruolo lo ricoprisse uno come lui e non uno che poteva pensarla come il Commissario Stella. Mi disse che appena dopo il nostro arresto il Commissario aveva ordinato con i tre squilli di tromba la carica per lo sgombro della piazza, ma gli agenti si rifiutarono. Minacciando gli agenti che non vollero malmenare i manifestanti, per meglio controllare la situazione , chiese l’intervento anche del gruppo degli agenti della Celere. Al cospetto dei tanti giornalisti, delle telecamere e dei molti politici giunti sul posto, l’ordine di sgombro non fu più ripetuto. Dopo alcuni giorni , a seguito dei numerosi articoli sulla stampa e delle numerose interrogazioni di parlamentari appartenenti a vari gruppi politici, delle proteste degli Agenti e dei loro sindacati di categoria, il Commissario Stella fu trasferito dal primo Distretto di Roma ad altro nella periferia della Provincia. Successivamente nel riprendere l’attività Associativa, mi restava ancora sospeso il richiesto incontro con il Sindaco di Roma Ugo Vetere, al quale, per sollecitarlo inviai il seguente telegramma: Caro Sindaco, come tu ben sai, a Via de la Lungara ce sta ‘n gradino, chi nun sale quelo nun è romano e ne trasteverino. Dal momento che ormai sono cittadino romano e trasteverino a tutti gli effetti, ritengo che tu non possa più esimerti dal volermi incontrare. Ti sono grato per esserti interessato per la soluzione del mio arresto. Il giorno successivo fui accolto molto cordialmente in Campidoglio dal Sindaco, il quale, dopo una dissertazione sul detto che si diviene veri cittadini romani soltanto dopo aver varcato il gradino del carcere, prestò molta attenzione alle problematiche che gli furono esposte, assicurando agevolazioni sul trasporto urbano e l’assunzione di due centralinisti.
Con il tempo ho potuto molto riflettere sul fatto che quando organizzai la Manifestazione del 22 ottobre 1982, possedevo ancora un residuo visivo, che con l’ausilio di una lente a contatto, mi consentiva una certa autonomia, ma la cecità totale mi ha raggiunto dopo alcuni anni, ed anch’io ho potuto usufruire di quella indennità di accompagno , per la quale avevo lottato. , quando ancora il problema non mi apparteneva. L’aver pensato, solidarizzato e lottato con i ciechi assoluti di allora, ho, di fatto, contribuito anche alla mia miglior condizione attuale. Erano presenti alla manifestazione anche altri ipovedenti che spero non abbiano avuto la necessità di dover ricorrere a questo beneficio.
Biografia Pietro Paleocapa, di Gianni Laiolo
Vi presento la biografia di un grande ingegnere e progettista in seguito divenuto ministro in vari governi sabaudi nel diciannovesimo secolo, nell’apice della Sua carriera perdette la vista, ma la Sua grande volontà e tenacia gli permisero di portare avanti grandi progetti che cambiarono le comunicazioni nel nostro paese. A questo illustre personaggio, che ha contribuito tanto allo sviluppo delle comunicazioni nella nascente Italia, Torino ha intitolato una piazza nel centro storico, dove vi è una statua che lo rappresenta seduto con accanto un bastone bianco.
Nato nel bergamasco da famiglia di antiche origini greche che si era trasferita nei domini della Serenissima dopo la conquista ottomana di Creta (Candia) nel XVII secolo.
Dopo gli studi in Legge e in Matematica a Padova, proseguì la sua formazione all’Accademia Militare di Modena, ottenendo il grado di tenente nel Genio.
Militò per due anni nelle milizie napoleoniche, e nel 1817 entrò nel “Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade” di Venezia, occupandosi in particolare di idraulica; studiò progetti nel settore delle ferrovie, dei trafori e dei canali navigabili, contribuendo significativamente alla costruzione di molte infrastrutture essenziali.
Nel 1840 diventò direttore generale delle Pubbliche Costruzioni a Venezia, promuovendo la regolamentazione del Brenta, del Bacchiglione, dell’ Adige, di diverse zone paludose nei pressi di Verona e occupandosi della costruzione di una diga nel porto di Malocco. Trattò anche il Tartaro e il Canal Bianco.
Patriota convinto e liberale moderato, partecipò al governo provvisorio veneziano del 1848 e, dopo la missione presso Carlo Alberto di Savoia, fu fautore dell’annessione di Venezia al Piemonte. Dopo l’annessione, diventò deputato al Parlamento Subalpino e Ministro dei Lavori Pubblici nel governo sabaudo di Gabrio Casati (Governo Casati).
Nel 1849 fu eletto nuovamente Ministro nel governo d’Azeglio e, quasi senza soluzione, fino al 1855 in quello che Cavour amava definire Paleocapa un uomo “ricco di accortezza e malizia ellenica”.
Divenuto cieco, fu costretto dalla malattia a lasciare l’incarico ai Lavori Pubblici, restando dal 1857 al 1859 ministro senza portafoglio.
A Torino promosse lo sviluppo ferroviario, con l’obiettivo di collegare i mercati sabaudi oltre l’arco alpino e condusse a compimento la progettazione del Traforo Ferroviario del Frejus.
Infine, al 1855 in poi, collaborò – avendo un ruolo fondamentale – alla progettazione del canale di Suez, insieme a Luigi Negrelli.
La statua dedicata a Pietro Paleocapa (1788-1869) fu eseguita da Odoardo Tabacchi (1831-1905) e posta nel 1871, nella piazza a lui dedicata. Il ministro dello Stato Sabaudo, promotore dello sviluppo delle infrastrutture stradali e ferroviarie, è ritratto seduto in posa naturale.
Andrea Bianco: ho perso la vista dopo un grave incidente, oggi faccio lo scultore, di Vittoria Diamanti
Caro Andrea, potresti fare una tua piccolissima presentazione?
“Certo. Mi chiamo Andrea Bianco. Ho 47 anni e sono di Bolzano. Sono sposato con Lara e sono padre di 4 figli. Dal 1991 sono non vedente a causa di un incidente d’auto”.
Ci racconti di più di questo avvenimento?
“Fino a quel 28 marzo 1991 la mia vita scorreva bella, spensierata, comoda, interessante, senza pormi mai quesiti su argomenti profondi.
Un giorno, dopo aver sostenuto un esame all’Università, decisi con la mia fidanzata Lara (adesso mia cara moglie), di andare in montagna a Solda, paesino ai piedi dell’Ortles. Qui successe l’inimmaginabile. Sulla via del ritorno, all’altezza di Prato allo Stelvio, imbocco con la mia Peugeot 205 un lungo rettilineo. La strada è sgombera, se non fosse per un camion che procede lentamente davanti a noi. Mi accingo a superare questo mezzo. Mi metto sulla corsia di sorpasso, ma mentre sono al suo fianco il camion, senza preavviso, svolta in maniera decisa a sinistra, per entrare in una piccola via secondaria. Mi accorgo della manovra infelice e immediatamente penso a cosa devo fare. “Ormai la frittata è fatta! Se freno non risolvo nulla. Non mi resta che accelerare, così forse il camion colpisce in modo minore la macchina”. Faccio così e, in effetti, il mezzo urta la Peugeot non sulla portiera di Lara, come sarebbe avvenuto, ma più indietro. In ogni caso l’impatto è violentissimo e la nostra macchina viene scaraventata contro un platano che era sul bordo della strada. Subito la situazione si mostra drammatica. Lara si è fatta poco e niente, ma io sono in fin di vita. Dopo lungo tempo arrivano i soccorsi e vengo portato in elicottero all’ospedale di Bolzano. In volo, sopra Merano, ho anche un arresto cardiaco.
Giunto a destinazione ci si accorge subito che le speranze di sopravvivenza sono minime. Riporto frattura della base cranica, degli zigomi, del palato, del mento, del setto nasale, dei denti, edema ed ematoma cerebrale, schiacciamento polmonare, frattura delle costole, del femore sinistro in dieci pezzi, dei malleoli, schiacciamento del nervo sciatico, rottura dell’arteria giugulare. A quell’epoca a Bolzano non esisteva la neurologia. A complicare il tutto bisogna aggiungere che era giovedì di Pasqua e quindi il personale era ridotto. A questo punto si decide un trasferimento. A Monaco non sembra il caso, perché in quelle condizioni non sarei stato in grado di sorvolare le Alpi. Allora si pensa a Verona. Giunto a Borgo Roma mi accoglie un giovane dottore del reparto maxilofacciale. In dialetto veronese dice: “ghe pensi mi” (ci penso io).
Vengo sottoposto ad un’operazione piuttosto lunga e complicata. Il dottore, dopo l’intervento, era talmente stressato che fumava contemporaneamente tre sigarette. Ho fatto venti giorni di coma. I miei genitori hanno chiesto al dottore come ne sarei uscito. La risposta è stata: “Non lo sappiamo, perché non esistono statistiche. Solitamente non si sopravvive a certi incidenti”. Vorrei anche aggiungere che questo medico aveva perso due mesi prima un fratello in un incidente di macchina e quindi mi aveva un po’ identificato con lui. Così, mi copriva di attenzioni e mi veniva a visitare ogni volta che gli era possibile. Dopo alcuni mesi a Verona sono stato trasferito all’ospedale di Bolzano per altri due mesi. Sono stato sottoposto ad una dozzina di interventi ed ho fatto lunghe e dolorose sedute di riabilitazione. Alla fine i risultati si sono avuti. Fisicamente mi sono rimesso abbastanza bene. Il problema era la vista. L’ematoma e l’edema cerebrale avevano compresso i nervi ottici compromettendo irrimediabilmente la vista. Ci siamo recati anche a Boston negli USA, dove c’era l’ospedale ritenuto migliore in questo ambito, ma anche qui la risposta è stata negativa.
Devo dire che ho avuto la grazia di non disperarmi mai. C’è stato qualche breve momento di sconforto, ma di breve durata, mai in grado di intaccare una tranquillità di fondo”.
Come vivi la tua cecità?
“Sinceramente vorrei dire che non mi definisco cieco, ma ‘non vedente’. Questa non è una pignoleria, ma una differenza sostanziale. Credo che l’essere non vedenti sia un handicap fisico dovuto ad una malattia o ad un incidente; l’essere ciechi, secondo me, riguarda più la sfera etica e morale e non ha nulla a che vedere con il numero delle diottrie. Spesso ci sono tra i non vedenti due eccessi: c’è chi si piange continuamente addosso e c’è chi ha un senso di rivalsa nei confronti del mondo e deve fare il superuomo. Io ho un’opinione diversa. Senza rinnegare il mio handicap, cerco di vivere mettendo a frutto le mie capacità, per avere una vita più piena, ricca e bella possibile. È vero che mi manca un senso, ma me ne rimangono altri quattro. Il messaggio che spesso lancio durante le conferenze che faccio è: “non guardiamo a ciò che ci manca. Guardiamo ciò che abbiamo”. Questo vale sia per i non vedenti che per qualsiasi altra persona. Se cerchiamo solo ciò che ci manca saremmo degli eterni scontenti”.
Come stai ora?
“Ora sono felice. Mi sento realizzato. Ho una famiglia bella con cui condividere le gioie della vita. Ho amici da frequentare e ho la possibilità di vivere in pienezza ogni istante della mia esistenza”.
Cosa ti ha permesso la creatività?
“La creatività è innata. O ce l’hai o non ce l’hai. Non puoi acquisirla o impararla. Detto ciò bisogna sottolineare una cosa: mi capita alcune volte di sentir dire “io non so neppure tenere la matita in mano”. Non è assolutamente vero. Dietro a frasi del genere si nasconde solamente pigrizia. Se è vero che ci sono persone più o meno portate per l’arte è anche vero che tutti possiamo arrivare a dei risultati, anche se minimi. Mi ricordo che una professoressa mi ha detto proprio una frase del genere durante una mia conferenza in una scuola. Le ho chiesto: “Lei cosa insegna?”. “Inglese”. “Bene. Allora tra i suoi studenti ci saranno alcuni che si trasferiranno in America e apriranno in quel Paese la loro attività. Altri andranno in Inghilterra. Altri ancora avranno imparato solo le nozioni base per poter viaggiare o ordinare un pasto. In ogni caso tutti avranno riportato un risultato dal suo insegnamento. Chi avrà la predisposizione per le lingue farà i passi ulteriori, chi non ce l’ha avrà imparato il minimo necessario”.
Cosa ti dà la scultura?
“La scultura è un mezzo straordinario per esprimermi. Attraverso le mie opere desidero instaurare un dialogo con il visitatore. Quando scolpisco metto nel mio lavoro tutto me stesso: desideri, limiti, sogni, ambizioni, delusioni. Spesso mi viene detto che le mie opere “hanno un’anima”. Con questa espressione colorita capisco che le persone hanno percepito che ho realizzato il mio lavoro con trasporto e non in modo asettico. Lavoro marmo, legno, argilla e bronzo. Ogni materiale è adatto per un tipo specifico di lavoro e per trasmettere alcune sensazioni. Cerco sempre di individuare quello più adeguato. Non voglio assolutamente presentarmi come scultore non vedente, bensì come scultore e basta. Questo non perché mi vergogni del mio handicap, assolutamente. Ma, per il fatto di essere non vedente, non voglio né essere avvantaggiato né essere penalizzato. Devo potermi rapportare e confrontare con tutti. Per questa ragione spesso mi consulto con scultori vedenti. Lo faccio alla pari. Non voglio neppure utilizzare la mia cecità come foglia di fico per nascondere i limiti. Se qualcosa non mi riesce mi impegno il doppio per realizzarla e non dico che ciò non mi è possibile”.
Come fai a scolpire da non vedente?
“Questa è una domanda che mi viene posta tante volte. Scolpisco utilizzando il tatto. Si tratta di un senso che deve essere riscoperto. Nel caso mio è fondamentale, ma è importantissimo anche per le persone e gli scultori vedenti. Spesso non viene considerato e utilizzato a sufficienza. In ogni caso devo dare un posto particolare alla sicurezza. Con poche precauzioni si può ridurre il rischio quasi al minimo. Nell’arco di pochi anni sono riuscito ad apprendere diverse tecniche ed a raggiungere un livello che mi permette di esporre i miei lavori sia a livello nazionale che a quello internazionale”.
Che visione hai della vita?
“La vita è un dono immenso. Quando siamo in salute non ci rendiamo conto né di questo valore né del dono della salute, perché la riteniamo normale, quasi dovuta. In ogni caso la vita, secondo me, va amata in ogni forma essa si presenti”.
Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la cecità?
“Secondo me la cecità, ma la malattia in genere, dà la possibilità di vedere la vita e il mondo in maniera diversa. Si cambia la scala dei valori e delle priorità. Si riesce a scendere nel profondo senza fermarsi alla superficie degli avvenimenti o delle persone. Nel caso mio, non essendo influenzato da un senso così predominante come la vista, sono facilitato ad andare alla sostanza delle questioni. Nell’ambito della scultura la cecità mi ha reso più libero. Mi spiego meglio: volente o nolente la vista ci crea degli schemi. Non avendola sono libero da tali schemi e le immagini mentali che ho dalla mia memoria visiva col tempo spesso si offuscano. Detto ciò, mi ritengo libero di poter interpretare le mie opere e le forme superando molti confini”.
Che uomo sei diventato?
“Sono diventato una persona più riflessiva e più combattiva. Non intendo dire che sono diventato un estremista, ma cerco di individuare i miei limiti e se posso trovo la via per aggirarli, altrimenti ne prendo atto e li accetto. Non vivo da rassegnato, ma desidero sempre migliorarmi. In questo modo voglio rendere la mia vita e quella di chi mi sta vicino più ricca ed interessante”.
Cosa ti ha permesso di superare una situazione dolorosa e difficile come il tuo incidente?
“Ci ho pensato a lungo e ho capito che sono stato avvantaggiato dall’affetto della famiglia. Un altro punto di forza è sicuramente il mio carattere testardo. Importantissima è certamente anche la fede che ho incontrato proprio durante la mia degenza e che mi ha aiutato a vedere diversamente tutto il mio passato e il mio futuro”.
Ci puoi lasciare i tuoi recapiti per vedere i tuoi lavori ed essere al corrente delle esposizioni che farai?
“Certamente. Ho un sito dove pubblico le foto dei miei lavori, alcuni articoli di giornale e alcuni video: www.biancoandrea.it. La mia pagina Facebbok sta crescendo velocemente. La aggiorno ogni settimana. Si chiama “Andrea Bianco scultore”. Lo stesso nome ha anche la mia pagina Instagram.
Vi lascio anche il mio indirizzo e mail, così sono schedato del tutto: andrea.bolzano@gmail.com
Caro Andrea, ti ringrazio per questo dialogo.
“Grazie a te e mando un forte abbraccio a tutti coloro che leggeranno questo scritto. Buona vita gioiosa a tutti!”.
Goal. Venticinquesimo anniversario delle stragi di Capaci e via d’Amelio, di Gabriele Sacchi
Ai ragazzi che chiedono un lavoro onesto e spazi per una partecipazione vera alla vita sociale; a chi chiede semplicemente di sentirsi dignitosamente parte di un paese fatto di cittadini onesti; alle tante associazioni e movimenti, come “libera” di Don Ciotti e “adesso ammazzateci tutti”, che si oppongono all’omertà e al perpetrare del crimine:
“non vi arrendete! Gli uomini passano, le idee restano e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” (G. Falcone).
1992-2017: Sono passati esattamente venticinque anni da quei terribili giorni che hanno segnato per sempre le coscienze di ognuno di noi; chi oggi scrive era appena nato all’epoca dei fatti, ma i nomi di Falcone e Borsellino e il loro amore per lo Stato non sono certo a lui sconosciuti.
Vie, piazze, scuole, aeroporti, perfino un asteroide sono oggi dedicati alla memoria di questi eroi; davanti a quella che fu l’abitazione di Giovanni Falcone, a Palermo, sorge “l’albero di Falcone”, sul quale i visitatori lasciano pensieri per i due giudici che hanno combattuto la mafia fino all’estremo sacrificio; dal porto di Civitavecchia e di Napoli, ogni anno, salpano le navi della legalità piene di migliaia di giovani; Insomma, nonostante qualcuno a Capaci e via d’Amelio abbia cercato di far sparire per sempre esempi di vita da seguire, l’opinione pubblica non dimentica, non si piega.
“Chi ha paura muore due volte, chi non ha paura muore una volta sola”, così rispondeva Paolo Borsellino a chi gli chiedeva come riuscisse a compiere il suo dovere di magistrato impegnato a combattere la mafia in Sicilia negli anni in cui essa sferrava un attacco cruento agli “uomini dello Stato”, in particolare dopo il chiaro avvertimento lanciato dai Clan con la “spettacolare” uccisione del suo amico e collega Giovanni Falcone il 23 maggio 1992.
Eliminare la piaga della “piovra mafiosa”, era questo il fine del “pool antimafia” del quale i due Magistrati facevano parte; applicare dunque senza remore il reato di “associazione mafiosa” introdotto per la prima volta con il voto della legge “La Torre-Rognoni” ( a seguito degli omicidi di Pio La Torre, il 30 Aprile 1982, e del Gen Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 Settembre dello stesso anno).
Indubbiamente la posta in gioco era alta; non solo la “mente” e il “braccio armato” di “Cosa Nostra” venivano minacciati, ma perfino la sua torre di comando: “Cupola”.
10 Febbraio 1986. inizia il maxi processo che porta a più di 360 arresti, ingenti confische di beni illeciti e una miriade di iscrizioni nel registro degli indagati, per associazione a delinquere, di nomi “illustrissimi”.
Nel bel paese soffia vento di bufera:
l’ombra del patto Stato/Mafia si fa largo all’orizzonte.
Un goal da cineteca dunque per i due Magistrati!
Peccato che il premio partita li attenda da un’altra parte.
Gabriele Sacchi.
Motivi e aspetti dell’affezione e della disaffezione associativa, di Francesco Fratta
Sarà capitato più di una volta, e non solo a me, di chiedersi per quale motivo una certa persona cieca o ipovedente, che conosciamo piuttosto bene, stimiamo per la sua cultura e/o la sua preparazione in qualche campo specifico – e della quale magari siamo pure amici – si tenga lontano dalla nostra associazione e non voglia neppure prendere in considerazionel’eventualità di farne parte e di metterle a disposizione le proprie competenze.
Quella che segue vuol essere una riflessione prima di tutto sul d’onde derivi un tale atteggiamento, e, in secondo luogo, sul se e sul come lo si possa eventualmente modificare in modo da attrarre verso l’UICI persone che costituirebbero indubbiamente per essa nuove ed utili risorse.
Innanzi tutto chiediamoci: sono sempre TUTTE buone le ragioni dell’attaccamento all’UICI, e sono sempre e soltanto deplorevoli le ragioni di chi invece sceglie di restarne fuori? Proviamo a metterle entrambe sul tavolo con quanta più possibile obiettività e sforzandoci di tenere da parte i pregiudizi.
In prima battuta possiamo dire che vi sono ragioni buone e meno buone da entrambe le parti.
La scelta di entrare in e di appartenere ad una associazione come la nostra, può essere dettata dall’avvertire acutamente certi problemi legati alla presenza della menomazione visiva e dal rendersi conto che una risposta basata su strategie personali, ancorchè efficace per bravura soggettiva e per circostanze fortunate (un buon contesto sociale, buone amicizie, ecc.), è troppo aleatoria, e che occorrono pertanto garanzie legislative che individualmente non siamo in grado di ottenere, e pertanto entriamo in una associazione abbastanza grande e forte da esser capace di portare avanti iniziative a questo livello. E fin qui nulla da dire: si tratta di ottime ragioni: desiderare di liberarsi quanto più è possibile dalle limitazioni connesse alla condizione di cecità, e confidare in una azione comune e organizzata è senz’altro segno di buon senso e di maturità civile. Tuttavia non sempre ciò si traduce in vero e proprio impegno nella vita associativa e in assunzione diretta di responsabilità al suo interno. E ciò sta comunque nell’ordine delle cose. Chiameremo questo atteggiamento “affezione moderata”, e possiamo aggiungere fin d’ora che essa è contraddistinta da notevole stabilità.
Ma vi possono essere anche altre ragioni, un po’ meno encomiabili, anche se umanamente comprensibilissime: quelle di chi non pensa affatto ad un percorso di emancipazione e di conquiste crescenti di autonomia, ma solo ad avere qualche agevolazione in più, di tipo prevalentemente economico, che semplicemente gli permetta di vivere un po’ più comodamente dentro la sua condizione e i suoi limiti, senza minimamente proporsi di superarli, ma anzi brandendoli come un’arma per rivendicare sempre più agevolazioni e vantaggi di tipo economico e nient’altro. Tra i soci di questo genere è frequente l’atteggiamento da un lato estremamente passivo, rispetto a qualsivoglia impegno associativo anche minimo venga loro richiesto e implicante ovviamente la delega totale ai dirigenti di ogni ordine e grado, dall’altro la facile critica dell’operato della dirigenza medesima, accusata spesso – più a torto che a ragione – di fare poco o niente, come i bambini che pretendono dalla mamma la soddisfazione piena e immediata dei loro desideri, senza ovviamente chiedersi quanto siano legittimi e quanto realizzabili. Chiameremo tale atteggiamento “affezione precaria”, poichè dettata spesso (ma non solo) da mera convenienza legata a momenti e bisogni contingenti (avvio della pratica pensionistica, ricerca di un posto di lavoro, necessità di trasferimento, accesso ad agevolazioni fiscali, ecc.), dopodichè tali persone non si vedono più, neppure alle assemblee annuali – e magari per anni non rinnovano neppure la tessera associativa -, fino al prossimo bisogno. Precaria anche perchè spesso queste persone vanno e vengono da una associazione all’altra, con periodi di latitanza pressochè totale da tutte le associazioni di categoria. Potremmo aggiungere che in esse non è ben chiaro il senso e il significato dell’associazione, per cui la trattano un po’ come la mutua: è lì, un servizio a disposizione, se sto male ci vado, se no me ne sto a casa mia, e ritengo di aver tutte le ragioni di lamentarmene quando non mi da quel che vorrei e che ritengo mio indiscutibile diritto.
E tuttavia, è proprio l’avvertire, sia pur confusamente, la limitatezza delle proprie risorse soggettive e di quelle del proprio specifico contesto sociale, che bene o male, anche se a fasi alterne, tiene queste persone legate alla nostra e/o ad altra associazione.
E’ al quanto evidente che questo tipo di affezione o disaffezione, (i termini hanno qui un valore quasi equivalente) precaria, è ben diversa dalla disaffezione netta di chi, proteso ad una emancipazione piena e puntando al massimo di autonomia ed integrazione sociale, pensa non solo di poter contare esclusivamente sulle proprie risorse e di non aver quindi bisogno di alcuna associazione, ma anzi teme che l’entrare a farne parte e magari assumere un ruolo attivo in essa lo rinchiuda in una logica di ghetto, riassorbendolo al suo interno e togliendogli tempo per dedicarsi al proprio entourage amicale e ai propri interessi personali.
Colui che abbiamo appena definito “nettamente disaffezionato” è come se dicesse: “io sono Tizio, amico, marito, amante di Tale, tal’altra e tal’altra ancora, me la cavo discretamente e son riconosciuto per le mie passioni e le mie capacità…; nell’associazione divento prima di tutto un cieco, costretto a rappresentare anche chi non sento affatto come affine a me e vicino ai miei interessi e all’esterno dell’associazione apparirei inevitabilmente simile a chi non sento affatto di rassomigliare, identificato per lo più e mio malgrado con quella immagine di essere limitato, debole e bisognoso da cui invece è tutta la vita che cerco con ogni mezzo di emanciparmi”. Una persona simile accetterebbe – forse – di appartenere a una associazione di categoria solo a condizione che vi facessero parte – specie nel suo gruppo dirigente – esclusivamente persone che, come lui, fossero protese principalmente verso la vita all’esterno dell’associazione stessa. Ne risulta inevitabilmente un’intima contraddizione, poichè, pur rendendosi eventualmente conto dell’importanza di un’azione politica e culturale collettiva e strutturata, una tale persona sente la vita associativa, il prendersicura della sua organizzazione e della sua continuità, come contrastante con le sue ambizioni più profonde: egli non cerca l’affermazione del proprio progetto emancipativo all’interno dell’associazione, diventandone magari dirigente, ma cerca di affermarsi nella vita comune, nella sua professione, nella sua personale rete relazionale, come individuo libero e largamente autosufficente.
E’ chiaro infatti che assumere cariche e incarichi dentro una qualsivoglia organizzazione comporta necessariamente una conoscenza approfondita non solo delle tematiche specifiche e delle sue regole di funzionamento, ma anche delle caratteristiche dei soci e dei suoi dirigenti ai vari livelli, ottenibile solo attraverso una frequentazione piuttosto intensiva delle strutture e della vita associativa: insomma, non si può starci dentro a metà. Tuttavia ragioni siffatte per restarne fuori non sono nè incomprensibili nè condannabili a priori: è indfatti tutt’altro che facile venire a capo della contraddizione tra il dedicarsi interamente all’impegno personale della propria emancipazione e il dedicare gran parte del proprio tempo alle varie questioni della vita associativa, che per loro natura comportano anche non pochi momenti nè emancipativi nè gratificanti, nei quali l’impegno profuso appare spropositato rispetto ai risultati conseguiti.
Ed ora chiediamoci: che cosa muove chi sceglie di dedicarsi completamente all’impegno associativo, con tutto ciò che comporta in termini di dispendio di tempo e di frequentazioni obbligate? Qui il discorso si fa ancora più complesso, poichè, oltre alle motivazioni – diciamo – ideali, entrano in gioco inevitabilmente anche ambizioni e modi di fare di tipo personale, e non è detto che le prime siano sempre e per tutti quelle realmente prioritarie, nonostante non si trovi praticamente nessuno disposto ad ammettere una simile eventualità. Ammesso dunque (ma non senza riserve concesso) che tutti i dirigenti d’ogni ordine e grado siano animati in primo luogo dal desiderio di rendere sempre più forte ed efficente l’associazione con l’obiettivo principale di favorire la maggior emancipazione ed autonomia possibile di tutti i ciechi e gli ipovedenti, soffermiamoci a considerare il tipo di “Affezione” di quei dirigenti di vario livello che, per ovvi motivi, non possono rientrare nè nella categoria degli “affezionati precari”, nè in quella dei “disaffezionati netti”. Si tratta dunque di quelli che all’inizio di queste riflessioni abbiamo definito “affezionati moderati”? Neppure, mi pare, poichè essi non sembrano vivere particolari contraddizioni interiori, e dedicano tutto o quasi il loro tempo alla vita associativa. Non solo, ma ambiscono spesso a riconfermare e possibilmente ad ampliare sempre più il proprio ruolo al suo interno. Ed anche questo è assolutamente umano e comprensibile: nessuno si mette in gioco se non è spinto da un pizzico almeno di ambizione personale di affermarsi tra quanti aspirano ad acquisire una certa carica ritenuta più o meno importante.
Ma il problema, ovviamente, non è questo. Il problema sorge quando – come in politica – si considera la carica conquistata come occasione per affermare un qualche proprio potere personale, più che un’incombenza che pone di fronte a precise responsabilità, non solo e non tanto verso i vari gradi della gerarchia, quanto in primo luogo verso i soci. A questo proposito va detto che particolarmente importante e delicato è il ruolo dei consigli e dei presidenti sezionali, poichè sono loro ad avere il contatto più diretto e quotidiano col corpo associativo, tanto da costituirne la vera spina dorsale. E’ a questo livello, prima di tutto, che occorrerebbe trovare in modo largamente diffuso un tipo di affezione associativa che definirei “netta ed equilibrata”. Non “moderata”, che non basta per mettere in campo la dedixione e il tempo necessario, nè, tanto meno, “precaria”, poichè ondivaga e biecamente rivendicativa. Netta, dunque non disposta a mettere in discussione l’appartenenza e l’impegno associativo all’insorgere di difficoltà o di venti di dissenso verso il proprio operato, ma “equilibrata”, nel senso che deve stare sì in ascolto dei bisogni e delle richieste della base – anche di quelle provenienti dagli “affezionati precari” -, ma non dimenticando mai di farsi promotrice di iniziative autenticamente volte all’emancipazione dei disabili visivi, anche quando esse provengono per così dire dall’esterno, ovvero dai “disaffezionati netti”. Guai se si perde questo equilibrio, se si diventa sordi alle critiche, se ci si rinchiude nel proprio ruolo difendendolo con ogni mezzo efacendo indebitamente appello all’unità associativa pur di metterlo al riparo da possibili ridimensionamenti: così si scivola inevitabilmente verso un’affezione sì fortissima, ma determinata più dall’attaccamento personale alla propria posizione di potere all’interno della gerarchia associativa che da un’autentica adesione alla causa dell’emancipazione dei ciechi e degli ipovedenti, si cominciano a trattare tutte le questioni in modo strumentale (a seconda che siano più o meno funzionali alla conservazione del proprio status, e si finisce col trattare questo o quel socio, questo o quel consigliere a seconda che lo si senta come amico (ovvero fedele alleato e sostenitore( o semplicemente come nemico.
Un’affezione siffatta avrebbe come effetto interno, quindi, la progressiva emarginazione di tutti i “non amici”, guardati con sospetto e ostacolati in ogni modo nelle loro eventuali iniziative ed ambizioni, e come effetto esterno quello di convincere vieppiù i perplessi e gli esitanti – e tanto più se dotati di buone competenze e capacità – a scegliere di allontanarsi sempre di più da ogni ipotesi di coinvolgimento nella vita associativa.
Dirigenti simili, laddove esistono (e qualcuno ne esiste davvero), pur se “affezionatissimi”, non si può dire che costituiscano fattori positivi di coesione interna e di capacità attrattiva di nuove ed utili risorse umane esterne. In più non offrono una gran bella immagine del cieco, assai meno di quella offerta da chi magari non parrtecipa alla vita associativa ma per come conduce la sua vita professionale e relazionale , è rispettato e financo ammirato nella realtà in cui vive.
Quando parliamo di rinnovamento, allora, per prima cosa sforziamoci tutti, dirigenti e non, di promuovere a tutti i livelli un’affezione quanto più possibile netta ed equilibrata, ricordandoci delle contraddizioni che essa obbliga a gestire e dell’impegno che comporta il mantenerla e il diffonderla. Solo a partire da essa, infatti, possiamo sperare di rafforzare la coesione interna e di attrarre verso l’Unione nuove risorse capaci di arricchirla di sempre nuove esperienze e competenze.
Francesco Fratta

