Andrea Bianco: ho perso la vista dopo un grave incidente, oggi faccio lo scultore, di Vittoria Diamanti

Caro Andrea, potresti fare una tua piccolissima presentazione?
“Certo. Mi chiamo Andrea Bianco. Ho 47 anni e sono di Bolzano. Sono sposato con Lara e sono padre di 4 figli. Dal 1991 sono non vedente a causa di un incidente d’auto”.
Ci racconti di più di questo avvenimento?
“Fino a quel 28 marzo 1991 la mia vita scorreva bella, spensierata, comoda, interessante, senza pormi mai quesiti su argomenti profondi.
Un giorno, dopo aver sostenuto un esame all’Università, decisi con la mia fidanzata Lara (adesso mia cara moglie), di andare in montagna a Solda, paesino ai piedi dell’Ortles. Qui successe l’inimmaginabile. Sulla via del ritorno, all’altezza di Prato allo Stelvio, imbocco con la mia Peugeot 205 un lungo rettilineo. La strada è sgombera, se non fosse per un camion che procede lentamente davanti a noi. Mi accingo a superare questo mezzo. Mi metto sulla corsia di sorpasso, ma mentre sono al suo fianco il camion, senza preavviso, svolta in maniera decisa a sinistra, per entrare in una piccola via secondaria. Mi accorgo della manovra infelice e immediatamente penso a cosa devo fare. “Ormai la frittata è fatta! Se freno non risolvo nulla. Non mi resta che accelerare, così forse il camion colpisce in modo minore la macchina”. Faccio così e, in effetti, il mezzo urta la Peugeot non sulla portiera di Lara, come sarebbe avvenuto, ma più indietro. In ogni caso l’impatto è violentissimo e la nostra macchina viene scaraventata contro un platano che era sul bordo della strada. Subito la situazione si mostra drammatica. Lara si è fatta poco e niente, ma io sono in fin di vita. Dopo lungo tempo arrivano i soccorsi e vengo portato in elicottero all’ospedale di Bolzano. In volo, sopra Merano, ho anche un arresto cardiaco.
Giunto a destinazione ci si accorge subito che le speranze di sopravvivenza sono minime. Riporto frattura della base cranica, degli zigomi, del palato, del mento, del setto nasale, dei denti, edema ed ematoma cerebrale, schiacciamento polmonare, frattura delle costole, del femore sinistro in dieci pezzi, dei malleoli, schiacciamento del nervo sciatico, rottura dell’arteria giugulare. A quell’epoca a Bolzano non esisteva la neurologia. A complicare il tutto bisogna aggiungere che era giovedì di Pasqua e quindi il personale era ridotto. A questo punto si decide un trasferimento. A Monaco non sembra il caso, perché in quelle condizioni non sarei stato in grado di sorvolare le Alpi. Allora si pensa a Verona. Giunto a Borgo Roma mi accoglie un giovane dottore del reparto maxilofacciale. In dialetto veronese dice: “ghe pensi mi” (ci penso io).
Vengo sottoposto ad un’operazione piuttosto lunga e complicata. Il dottore, dopo l’intervento, era talmente stressato che fumava contemporaneamente tre sigarette. Ho fatto venti giorni di coma. I miei genitori hanno chiesto al dottore come ne sarei uscito. La risposta è stata: “Non lo sappiamo, perché non esistono statistiche. Solitamente non si sopravvive a certi incidenti”. Vorrei anche aggiungere che questo medico aveva perso due mesi prima un fratello in un incidente di macchina e quindi mi aveva un po’ identificato con lui. Così, mi copriva di attenzioni e mi veniva a visitare ogni volta che gli era possibile. Dopo alcuni mesi a Verona sono stato trasferito all’ospedale di Bolzano per altri due mesi. Sono stato sottoposto ad una dozzina di interventi ed ho fatto lunghe e dolorose sedute di riabilitazione. Alla fine i risultati si sono avuti. Fisicamente mi sono rimesso abbastanza bene. Il problema era la vista. L’ematoma e l’edema cerebrale avevano compresso i nervi ottici compromettendo irrimediabilmente la vista. Ci siamo recati anche a Boston negli USA, dove c’era l’ospedale ritenuto migliore in questo ambito, ma anche qui la risposta è stata negativa.
Devo dire che ho avuto la grazia di non disperarmi mai. C’è stato qualche breve momento di sconforto, ma di breve durata, mai in grado di intaccare una tranquillità di fondo”.
Come vivi la tua cecità?
“Sinceramente vorrei dire che non mi definisco cieco, ma ‘non vedente’. Questa non è una pignoleria, ma una differenza sostanziale. Credo che l’essere non vedenti sia un handicap fisico dovuto ad una malattia o ad un incidente; l’essere ciechi, secondo me, riguarda più la sfera etica e morale e non ha nulla a che vedere con il numero delle diottrie. Spesso ci sono tra i non vedenti due eccessi: c’è chi si piange continuamente addosso e c’è chi ha un senso di rivalsa nei confronti del mondo e deve fare il superuomo. Io ho un’opinione diversa. Senza rinnegare il mio handicap, cerco di vivere mettendo a frutto le mie capacità, per avere una vita più piena, ricca e bella possibile. È vero che mi manca un senso, ma me ne rimangono altri quattro. Il messaggio che spesso lancio durante le conferenze che faccio è: “non guardiamo a ciò che ci manca. Guardiamo ciò che abbiamo”. Questo vale sia per i non vedenti che per qualsiasi altra persona. Se cerchiamo solo ciò che ci manca saremmo degli eterni scontenti”.
Come stai ora?
“Ora sono felice. Mi sento realizzato. Ho una famiglia bella con cui condividere le gioie della vita. Ho amici da frequentare e ho la possibilità di vivere in pienezza ogni istante della mia esistenza”.
Cosa ti ha permesso la creatività?
“La creatività è innata. O ce l’hai o non ce l’hai. Non puoi acquisirla o impararla. Detto ciò bisogna sottolineare una cosa: mi capita alcune volte di sentir dire “io non so neppure tenere la matita in mano”. Non è assolutamente vero. Dietro a frasi del genere si nasconde solamente pigrizia. Se è vero che ci sono persone più o meno portate per l’arte è anche vero che tutti possiamo arrivare a dei risultati, anche se minimi. Mi ricordo che una professoressa mi ha detto proprio una frase del genere durante una mia conferenza in una scuola. Le ho chiesto: “Lei cosa insegna?”. “Inglese”. “Bene. Allora tra i suoi studenti ci saranno alcuni che si trasferiranno in America e apriranno in quel Paese la loro attività. Altri andranno in Inghilterra. Altri ancora avranno imparato solo le nozioni base per poter viaggiare o ordinare un pasto. In ogni caso tutti avranno riportato un risultato dal suo insegnamento. Chi avrà la predisposizione per le lingue farà i passi ulteriori, chi non ce l’ha avrà imparato il minimo necessario”.
Cosa ti dà la scultura?
“La scultura è un mezzo straordinario per esprimermi. Attraverso le mie opere desidero instaurare un dialogo con il visitatore. Quando scolpisco metto nel mio lavoro tutto me stesso: desideri, limiti, sogni, ambizioni, delusioni. Spesso mi viene detto che le mie opere “hanno un’anima”. Con questa espressione colorita capisco che le persone hanno percepito che ho realizzato il mio lavoro con trasporto e non in modo asettico. Lavoro marmo, legno, argilla e bronzo. Ogni materiale è adatto per un tipo specifico di lavoro e per trasmettere alcune sensazioni. Cerco sempre di individuare quello più adeguato. Non voglio assolutamente presentarmi come scultore non vedente, bensì come scultore e basta. Questo non perché mi vergogni del mio handicap, assolutamente. Ma, per il fatto di essere non vedente, non voglio né essere avvantaggiato né essere penalizzato. Devo potermi rapportare e confrontare con tutti. Per questa ragione spesso mi consulto con scultori vedenti. Lo faccio alla pari. Non voglio neppure utilizzare la mia cecità come foglia di fico per nascondere i limiti. Se qualcosa non mi riesce mi impegno il doppio per realizzarla e non dico che ciò non mi è possibile”.
Come fai a scolpire da non vedente?
“Questa è una domanda che mi viene posta tante volte. Scolpisco utilizzando il tatto. Si tratta di un senso che deve essere riscoperto. Nel caso mio è fondamentale, ma è importantissimo anche per le persone e gli scultori vedenti. Spesso non viene considerato e utilizzato a sufficienza. In ogni caso devo dare un posto particolare alla sicurezza. Con poche precauzioni si può ridurre il rischio quasi al minimo. Nell’arco di pochi anni sono riuscito ad apprendere diverse tecniche ed a raggiungere un livello che mi permette di esporre i miei lavori sia a livello nazionale che a quello internazionale”.
Che visione hai della vita?
“La vita è un dono immenso. Quando siamo in salute non ci rendiamo conto né di questo valore né del dono della salute, perché la riteniamo normale, quasi dovuta. In ogni caso la vita, secondo me, va amata in ogni forma essa si presenti”.
Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la cecità?
“Secondo me la cecità, ma la malattia in genere, dà la possibilità di vedere la vita e il mondo in maniera diversa. Si cambia la scala dei valori e delle priorità. Si riesce a scendere nel profondo senza fermarsi alla superficie degli avvenimenti o delle persone. Nel caso mio, non essendo influenzato da un senso così predominante come la vista, sono facilitato ad andare alla sostanza delle questioni. Nell’ambito della scultura la cecità mi ha reso più libero. Mi spiego meglio: volente o nolente la vista ci crea degli schemi. Non avendola sono libero da tali schemi e le immagini mentali che ho dalla mia memoria visiva col tempo spesso si offuscano. Detto ciò, mi ritengo libero di poter interpretare le mie opere e le forme superando molti confini”.
Che uomo sei diventato?
“Sono diventato una persona più riflessiva e più combattiva. Non intendo dire che sono diventato un estremista, ma cerco di individuare i miei limiti e se posso trovo la via per aggirarli, altrimenti ne prendo atto e li accetto. Non vivo da rassegnato, ma desidero sempre migliorarmi. In questo modo voglio rendere la mia vita e quella di chi mi sta vicino più ricca ed interessante”.
Cosa ti ha permesso di superare una situazione dolorosa e difficile come il tuo incidente?
“Ci ho pensato a lungo e ho capito che sono stato avvantaggiato dall’affetto della famiglia. Un altro punto di forza è sicuramente il mio carattere testardo. Importantissima è certamente anche la fede che ho incontrato proprio durante la mia degenza e che mi ha aiutato a vedere diversamente tutto il mio passato e il mio futuro”.
Ci puoi lasciare i tuoi recapiti per vedere i tuoi lavori ed essere al corrente delle esposizioni che farai?
“Certamente. Ho un sito dove pubblico le foto dei miei lavori, alcuni articoli di giornale e alcuni video: www.biancoandrea.it. La mia pagina Facebbok sta crescendo velocemente. La aggiorno ogni settimana. Si chiama “Andrea Bianco scultore”. Lo stesso nome ha anche la mia pagina Instagram.
Vi lascio anche il mio indirizzo e mail, così sono schedato del tutto: andrea.bolzano@gmail.com
Caro Andrea, ti ringrazio per questo dialogo.
“Grazie a te e mando un forte abbraccio a tutti coloro che leggeranno questo scritto. Buona vita gioiosa a tutti!”.

due sculture di Andrea Bianco

due sculture di Andrea Bianco

Andrea Bianco con una sua scultura

Andrea Bianco con due sue sculture