Una bussola per orientarsi- Imparare e insegnare a fare facendo, di Angelo Fiocco (terza e ultima parte)

Autore: Angelo Fiocco

(terza e ultima parte)
Eccoci al terzo ed ultimo appuntamento con il dott. Angelo Fiocco-tiflologo e Presidente dell’Istituto per Ciechi L. Configliachi di Padova-che ci accompagnerà ancora una volta nel mondo dei sensi vicarianti, suggerendoci qualche utile strategia per favorire nei bambini con disabilità visiva lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse insite nel patrimonio genetico dell’essere umano, al fine di imparare a conoscere l’ambiente che li circonda.
Chi ha testato le facoltà percettive in suo possesso seguendo le indicazioni proposte (ma anche sperimentando altri accorgimenti se li ha trovati, dato che esse non hanno alcuna pretesa di unicità), forse si starà domandando quali strategie adottare per sollecitare convenientemente il piccolo che non vede a identificare le proprie, a consolidarle e a divenirne padrone. Siccome temo le risposte concluse e conclusive, le soluzioni “prêt à porter” e i tecnicismi spacciati per certezze, provo a formulare in modo conciso alcune proposte operative maturate grazie alle osservazioni compiute sul campo e condivise da un gruppo di educatori, genitori e bambini ciechi oggi cresciuti che nel Veneto si confronta da anni.
E’ indispensabile offrire al piccolo occasioni di percepire che ci risultino essere gratificanti per lui, tenendo presente che:
– tali sono state in genere le sue esperienze prima di venire alla luce;
– benché bisognoso di tutte le cure e le attenzioni dovutegli in quanto individuo in fase di adattamento alla vita, già alla nascita egli è in grado di operare discriminazioni funzionali al proprio sé (allattiamolo prematuramente col biberon anziché al seno, o diamogli un succhiotto diverso dall’abituale e sentiremo che musica!…);
– quello che gli studiosi definiscono “campo percettivo” non è costituito da una somma indefinita di elementi sensoriali, bensì da oggetti ed eventi che rivestono per il singolo valori soggettivi importanti;
– ogni azione che compiamo nei suoi riguardi – ciò vale per tutti i bambini – è portatrice di messaggi aventi funzione educativa; sta perciò a noi far sì che tali azioni concorrano alla costruzione sia della sua personalità, sia delle abilità necessarie ad esorcizzare i condizionamenti del deficit.

La compensazione comunicativa e strumentale del contatto visivo con quello uditivo è d’obbligo, essendo quest’ultimo il solo che segnali a chi non vede, anche a distanza, la nostra presenza. Meno immediato rispetto al primo, che può consentire la simultaneità dell’interazione tra due o più soggetti, esso comporta il ricorso alla voce nelle sue svariate sfumature e alle parole, la cui valenza molto dipende dall’intonazione con la quale vengono pronunciate. (Si pensi a titolo esemplificativo ai diversi significati che possiamo attribuire al termine “ancóra” a seconda di come lo articoliamo: incoraggiamento, richiesta di iterazione, stupore, rimprovero, ecc..)
Il contatto fisico è chiamato ad assumere un ruolo che va oltre gli atti legati all’accudimento e alle espressioni appartenenti alla sfera affettiva (coccole, abbracci, contenimento, ecc.). Ad esso, infatti, dovrà essere affidata la maggior parte degli interventi volti a trasmettere il senso e il gusto del fare, quest’ultimo inteso quale atto o insieme di atti finalizzati a raggiungere uno scopo predefinito.
Poiché il deficit visivo totale o grave preclude la possibilità di avvalersi dell’imitazione diretta, all’adulto compete non soltanto proporre al bimbo dei modelli di comportamento che lo stimolino ad appropriarsene e lo orientino verso forme di imitazione differita, ma anche condurlo a scoprire, a comprendere e ad assimilare i gesti che non può replicare imitando. Impugnare, allacciare, indossare, abbottonare, piegare, avvolgere, riempire, capovolgere, sparpagliare, infilare, infilzare, premere, spremere, plasmare sono una minuscola parte delle operazioni il cui apprendimento spontaneo è impedito dall’assenza della vista e che dovranno quindi essere insegnate partendo dalle attività manuali più semplici.
Il riconoscimento degli oggetti e delle forme non può che avvenire tramite l’esplorazione tattile. Normalmente i bambini amano toccare, e toccare è la prima modalità di approccio alla realtà fisica che l’individuo attua deliberatamente per sentirsene parte e, in seguito, adattarla ove possibile alle proprie esigenze. Non essendo però il tatto senso “a distanza”, ad esso sfugge tutto quanto non si trova alla sua portata; pertanto l’adulto, una volta certo che il piccolo reagisce correttamente alle sollecitazioni propostegli, dovrà avere l’accortezza di guidarlo ad esplorare l’oggetto sia posando leggermente le proprie mani sulle sue, sia dandogli suggerimenti verbali riguardo ai movimenti da compiere per individuarne forma e attributi, considerando che le proprietà esplorative del tatto si attivano solo se le mani sono in movimento.
Il traguardo forse più significativo da perseguire durante la prima infanzia è tuttavia rappresentato dalla comprensione dei rapporti tra sé e lo spazio e del loro modificarsi conseguente ai movimenti compiuti, nonché dall’organizzazione dello spazio secondo le proprie necessità: infatti, il bambino privo della vista ne avverte sì l’esistenza, testimoniata dalle sonorità tipiche di ciascun ambiente interno ed esterno, ma non è in condizione di relazionarsi con esso fintantoché culla, box e contenitori simili lo costringono al contatto con le medesime cose, all’inattività e alla noia. Avviare il piccolo all’esplorazione tattile-uditiva quale strumento privilegiato per conoscere l’ambiente e interiorizzarne i dettagli è dunque un passaggio obbligato, ricco di sorprese emozionanti tanto per lui/lei quanto per chi lo guida.
Quando iniziare?
Nei momenti in cui il piccolo non è “contenuto”, osserviamo come reagisce ai nostri richiami e ai segnali che siamo presenti mentre ci avviciniamo o ci allontaniamo: lo capiremo dall’interesse che manifesta con vocalizzazioni probabilmente insolite e dai pochi gesti che, sebbene non ancora opportunamente coordinati, già gli sono usuali per esprimere curiosità e desideri.
Se i suoi primi tentativi di “gattonare” ci paiono troppo faticosi, aiutiamolo per qualche breve tratto accompagnando discretamente con le mani i movimenti ora delle braccia ora delle gambe, come del resto si fa con tutti i cuccioli d’uomo che stanno per avventurarsi alla scoperta del mondo. Ci accorgeremo che non tarderà a ripeterli di sua iniziativa e, procedendo per gradi, potremo invitarlo a raggiungerci attirando la sua attenzione con un giocattolo sonoro che gli è particolarmente gradito e così via.
Allorché avrà acquistato la forza per assumere la stazione eretta lo farà spontaneamente, e di lì a poco prenderà a trotterellare per casa.
D’ora in avanti il suo campo percettivo si amplierà via via che egli andrà affinando la capacità di discriminare gli input sensoriali esterni e la competenza nell’associarne tra loro i riscontri e decodificarli in informazioni plausibili sulla realtà che lo circonda. Si tratta, come dicevo, di operazioni abbastanza congeniali ai disabili visivi, i quali però imparano a servirsene in un arco temporale dilatato. Perché allora non anticipare l’acquisizione di questa competenza, che per lo più rafforza nel bambino la sicurezza di sé e accelera lo sviluppo dei processi cognitivi?
Perché non approfittare dei momenti dedicati al gioco per coinvolgerlo in esperienze di esplorazione tattile-uditiva che lo motivino a conoscere, ad osservare e ad agire?
Potremmo per esempio metterci a ginocchioni o seduti di fronte a lui a distanza ravvicinata e:
– chiedergli di raggiungerci e, in seguito, di indicare con la manina dove siamo;
– tendergli un oggetto riconoscibile al rumore nominandolo, invitarlo a prenderlo e gratificarlo con un “bravissimooo!” quando lo avrà afferrato (rinviare la proposta ad altra occasione qualora stenti a dirigere bene la mano);
– chiedergli di trovare nel cesto dei giochi la palla che suona e di darcela;
– ripetere in un momento diverso il gioco sedendoci al suo fianco e, successivamente, sdraiandoci supini in modo che lui si trovi all’altezza del nostro bacino, affinché colga il cambio di provenienza della nostra voce.
E ancora:
– invitarlo a raggiungerci dopo aver aumentato la distanza che ci separa;
– quando si sarà fatto più agile nel camminare, incitarlo a seguirci, dapprima percorrendo traiettorie diritte, poi variando la direzione, uscendo dalla stanza, senza mai interrompere il contatto uditivo;
– parlargli stando fermi in un angolo della stanza o tra due mobili, così che possa avvertire come le due pareti o lo spazio chiuso su tre lati condizionano il suono della nostra voce;
– fargli quindi prendere il nostro posto e chiamarlo dopo avergli suggerito di rispondere “sono qui”, in modo che senta il suono della sua voce in quella posizione;
– agitare per aria un giocattolo sonoro con l’invito a prenderlo, verificare se tende le manine nella giusta direzione e abbassarlo fino a consentirgli di afferrarlo;
– introduciamolo all’uso delle espressioni topologiche (vicino/lontano, dentro/fuori, sotto/sopra, in basso/in alto e, più tardi, davanti/dietro, destra/sinistra, ecc.), facendogli sperimentare i relativi concetti;
– sulla base dei progressi che andrà compiendo, invitiamolo a dirci la sua posizione rispetto a noi, la nostra rispetto a lui, dove sono la porta e la finestra, dove si trova il suo giocattolo preferito, ecc..
L’obiettivo a lungo termine, da conseguire cioè nell’età compresa tra gli 8 e i 10 anni, è la capacità da parte del bambino di costruire spontaneamente la rappresentazione mentale dei luoghi conosciuti e del tragitto circostanziato da compiere per spostarsi da un ambiente ad un altro, vere e proprie mappe da descrivere verbalmente su richiesta (andare dalla cucina alla camera da letto, dall’ingresso di casa al garage, dal cancello al soggiorno, dall’aula ai servizi igienici, ecc.).

Crescere un figlio che vede può apparire più facile che crescerne uno che non vede, ma quando un giorno questo ci dirà “Ho visto la neve” o “Domani vedrò la nonna” crediamogli, perché vedere è anche un processo mentale, e saremo cresciuti di nuovo pure noi.

Angelo Fiocco
Tiflologo, specializzato nell’insegnamento agli alunni disabili visivi

La motorizzazione civile ha sballato il motore!, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Lettera del Presidente Nazionale UICI al Direttore Generale della Motorizzazione Civile e alle Organizzazioni Sindacali

Uno spreco di risorse – Una questione di dignità

Signor direttore generale,

le scrivo nel mio ruolo di presidente, interpretando i sentimenti di sdegno dell’intera categoria dei ciechi e degli ipovedenti italiani.

Non le sarà sfuggita, infatti, la vicenda di questi giorni, riguardante un lavoratore cieco della sede di Treviso il quale, con coraggio e onestà, ha reso pubblica la propria situazione lavorativa che lo vede, da quattro anni, del tutto inutilizzato e ignorato nella propria struttura, tagliato fuori dall’organizzazione e dai colleghi, abbandonato all’inedia dell’attesa del trascorrere delle otto ore giornaliere per far venire sera sul suo posto di lavoro.

Conosco personalmente Massimo Vettoretti da molti anni, il lavoratore del quale stiamo parlando. Una risorsa professionale di altissimo valore e una persona che merita innanzitutto dignità e rispetto.

Quella dignità che si conquista con il proprio lavoro.
Quel rispetto che si ottiene con il proprio impegno professionale.

A Massimo, da quattro anni, vengono negati dignità e rispetto da un dirigente quanto meno distratto, il quale, evidentemente, stando alle notizie di stampa, è solito attendere che siano i dipendenti a recarsi da lui per segnalargli lo stato di inoperosità permanente e il conseguente disagio professionale nel quale vivono la propria giornata lavorativa.

Mi chiedo dov’era questo direttore provinciale della sede di Treviso, quando il centralino sul quale Massimo lavorava, veniva chiuso; il telefono staccato e l’ufficio lasciato in condizioni di abbandono e di degrado.

E poi “BASTA” davvero, con queste stucchevoli scuse circa la lentezza della pubblica amministrazione.

Sono scuse che contribuiscono solo ad affondare il Paese e fanno vergogna a chi ancora le adduce a pretesto e giustificazione della propria ignavia.

Signor direttore,
non solo e non tanto a nome di Massimo, che sa ben difendere da sé i propri diritti, quanto per conto di tutti i ciechi e gli ipovedenti italiani, le chiedo di voler intervenire con efficacia e tempestività per ripristinare normali condizioni di lavoro per l’ex centralinista della sede di Treviso, a tutela della dignità delle persone e del diritto al lavoro, soprattutto in presenza di categorie protette.

Questo scempio intollerabile, questo spreco di risorse, questo insulto alla dignità del lavoratore, va sanato quanto prima, soprattutto perché non riguarda soltanto Massimo, ma purtroppo molte altre persone che sono costrette a vivere la propria giornata lavorativa e il proprio ruolo professionale nelle sue stesse condizioni, subendo tutta l’umiliazione derivante da uno stato di inoperosità permanente.

I ciechi e gli ipovedenti italiani sono in grado di lavorare quanto gli altri e come gli altri. A buon diritto, dunque, chiediamo per tutti loro un trattamento rispettoso della dignità personale e della professionalità acquisita in anni di sacrificio e di impegno.

Non occorre aggiungere che, la presidenza nazionale dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, sarà sempre accanto a Massimo, come a ogni altro lavoratore, per tutelarne i diritti, la professionalità e la dignità.

Tale vicinanza si manifesterà anche in una eventuale sede giudiziaria, sia sul piano morale, sia su quello finanziario, qualora dovessero concretizzarsi le sciagurate minacce ventilate da quel direttore della sede trevigiana, troppo zelante a pronunciar sentenze, poco attento nella gestione delle risorse a lui affidate.

Ci attendiamo da Lei una positiva e sollecita risposta e confidiamo nella sua sensibilità, per una soluzione tempestiva e adeguata.

Cordiali saluti.
Mario Barbuto
Presidente Nazionale U.I.C.I.

Incontro dell’Osservatorio sulla disabilità del MIUR, di Luciano Paschetta

Autore: Luciano Paschetta

L’11 Giugno, presieduto dal Sottosegretario Reggi, si è riunito il Comitato tecnico dell’Osservatorio del Ministero dell’Istruzione sull’inclusione degli alunni con disabilità, con la partecipazione di esperti universitari, ministeriali della FISH e della FAND, le Federazioni maggiormente rappresentative delle associazioni di persone ed alunni con disabilità.
Si è discusso della proposta di legge predisposta da tempo dalle associazioni per migliorare la qualità dell’inclusione scolastica e già presentata all’Osservatorio, che, tra l’altro, potrebbe favorire la continuità didattica, oggi impedita dal precariato, creando degli appositi ruoli per i docenti per il sostegno; in essa si ribadisce pure l’obbligo di riduzione del numero di alunni per classe e del numero di alunni con disabilità nella stessa classe; ed ancora l’obbligo di formazione iniziale ed in servizio dei docenti sulle didattiche inclusive.
La proposta già presentata in Parlamento sarà esaminata entro luglio dal Ministero insieme con i parlamentari firmatari e le associazioni per facilitarne una rapida approvazione.
Le associazioni hanno richiesto il ripristino dei fondi ministeriali per l’inclusione scolastica, fortemente ridotti sino quasi all’eliminazione negli ultimi anni; a tal proposito ci saranno a breve incontri col Ministero dell’Economia.
Inoltre entro giugno, in attuazione dell’art. 16 della legge 128, verrà emanata una circolare che, a partire dall’inizio di settembre, avvierà la formazione dei docenti di classe dei singoli alunni con disabilità ed altri bisogni educativi speciali anche per evitare la delega didattica ai soli docenti per il sostegno.
Assai dibattuti problemi urgenti come la garanzia di “accessibilità” dei “prodotti informatici” (registri elettronici, portale MIUR, ecc.), quello della celebrazione del 3 dicembre, Giornata mondiale delle persone con disabilità, che si svolgerà per la prima volta, d’intesa tra Ministero ed associazioni, quello del controllo sulla serietà degli attuali corsi di specializzazione per il sostegno, su cui sono state presentate interrogazioni parlamentari, e quello dello sciopero dei bidelli, ai quali a partire dal 1° Settembre sarà tolta l’indennità per l’assistenza igienica agli alunni con disabilità più gravi; ciò viola il diritto allo studio di tali alunni e le associazioni hanno minacciato di sostenere lo sciopero, se non si troveranno soluzioni immediate; in merito a quest’ultimo punto il Sottosegretario Reggi, in chiusura, ha detto che una soluzione andrà certamente trovata.

Luciano Paschetta

Storie di straordinaria normalità, messaggio della prof.ssa Marilisa D’Amico

Autore: messaggio della prof.ssa Marilisa D’Amico

6 maggio 2014 – Università degli Studi di Milano

Ill.mo Presidente Stilla,
Gent.ma Dott.ssa Bartolucci,
Gent.ma Dott.ssa Monteneri,
Cari studenti,
Vi prego di scusarmi per la mia assenza di oggi. Un impegno istituzionale collegato all’attuale processo di riforme costituzionali – impegno sopravvenuto e non previsto, ma non rinunciabile, proprio in ragione della responsabilità che gli esperti di diritto costituzionale hanno in questo momento – mi impedisce di essere con voi per partecipare all’evento che, con il Prof. Arconzo, Delegato del Rettore per le disabilità del nostro Ateneo, abbiamo fortemente voluto organizzare nell’ambito del mio corso di diritto costituzionale.
Sono comunque certa che la Prof.ssa Francesca Biondi – docente nel nostro Ateneo di diritto parlamentare – alla quale ho chiesto di fare le mie veci in questo incontro, potrà portare un significativo contributo alla giornata odierna.
Noi viviamo in un periodo in cui si parla costantemente di riforme costituzionali, ritenute in questo momento, e da più parti, una sorta di ultima spiaggia per provare a modificare le molte cose che nel nostro Paese non vanno.
Fa però riflettere – ed è questo il messaggio che voglio consegnarvi con questo mio breve intervento di saluto – che mentre si ragiona intensamente di riforma costituzionale, alcuni fondamentali principi costituzionali, ad oltre sessant’anni dall’entrata in vigore della nostra Costituzione, devono in realtà ancora ricevere completa attuazione.
In questa prospettiva, mi sembra di poter affermare che anche il principio di non discriminazione – che dovrebbe assicurare la piena garanzia dei diritti delle persone con disabilità – sia ancora lontano dal trovare piena attuazione nel nostro Paese.
Certamente, non si può disconoscere che l’impianto normativo (penso alla legge n. 104 del 1992, alla legge 68 del 1999) assicuri alcuni diritti fondamentali (si pensi all’istruzione, anche in ambito universitario; all’accesso al mondo del lavoro; alle cure; al diritto di voto ) alle persone con disabilità. Ma è sotto l’occhio di tutti, in realtà, che questo pur pregevole catalogo di diritti sia costantemente messo in pericolo dalla crisi economica, dalla scarsità di risorse pubbliche, dai tagli delle disponibilità finanziarie di regioni ed enti locali. Così come è sotto l’occhio di tutti che, nonostante i diritti delle persone con disabilità siano solennemente proclamati, non si è ancora in presenza di una cultura condivisa dell’inclusione.
Occorre invece continuare ad investire sui diritti delle persone con disabilità, avendo magari il coraggio di destinare ancora più risorse di quanto si è sin qui fatto su progetti innovativi (penso all’importante tema del diritto alla vita indipendente, ad esempio, di cui i video che oggi vedremo – raccontando storie di straordinaria normalità – sono una significativa testimonianza). È importante farlo proprio in tempo di crisi perché è ben noto che questi sono i momenti in cui le persone svantaggiate subiscono con maggiore rapidità le conseguenze nefaste della crisi stessa.
Ma investire sui diritti delle persone con disabilità non significa soltanto mettere a disposizione le pure indispensabili risorse economiche. Significa adoperarsi e spendere energie per creare quella cultura dell’inclusione di cui facevo cenno prima. Ecco il primo significato dell’evento di oggi. Provare a raccontare ai nostri studenti – che magari non hanno mai avuto esperienza diretta con il mondo della disabilità – cosa significa davvero vivere con una disabilità, al fine di eliminare pregiudizi e falsi stereotipi.
L’odierna presenza di Luisa Bartolucci ed Erica Monteneri, donne da sempre paladine nella difesa delle donne con disabilità, mi porta poi a toccare il tema delle doppie discriminazioni (dette anche discriminazioni multiple, in cui l’effetto discriminatorio collegato al genere si somma a quello collegato alla disabilità e costituisce una specifica forma di discriminazione). Si tratta, anche in questo caso, di un tema che in Italia non è stato ancora affrontato con attenzione né dalla scienza giuridica, né dal legislatore.
Ma su di esso occorre invece necessariamente confrontarsi e ragionare, se è vero che la Convenzione ONU del 2006 (stiamo parlando di un Trattato internazionale, lo dico ai miei studenti, che in Italia è entrato in vigore nel 2009 e che costituisce, per il suo approccio volto a considerare la disabilità come un problema della società e non della sola persona con disabilità, il documento per eccellenza nello studio dei diritti delle persone con disabilità) afferma significativamente che “Gli Stati Parti riconoscono che le donne e le bambine con disabilità sono soggette a discriminazioni multiple e, a questo riguardo, prenderanno misure per assicurare il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte di donne e bambine con disabilità” e che di conseguenza “Gli Stati Parti prendono ogni misura idonea ad assicurare il pieno sviluppo, progresso ed emancipazione delle donne, allo scopo di garantire loro l’esercizio e il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali enunciate nella presente Convenzione”.
Per poter riuscire a portare avanti la riflessione su questi temi è però indispensabile la collaborazione, che l’evento di oggi vuole testimoniare, tra il mondo della ricerca e quello delle Associazioni che tutelano i diritti delle persone con disabilità. Da qualche tempo, ormai, la collaborazione tra l’Università degli studi di Milano e l’Unione italiana dei ciechi e degli Ipovedenti è una solida realtà. Ne sono particolarmente felice, anche perché sono convinta che questa collaborazione possa portare ad un arricchimento per entrambe le nostre realtà.

Marilisa D’Amico

 

articolo giornale di brescia 28 maggio – Testimonianza

articolo giornale di brescia 28 maggio

TESTIMONE

«Ogni anniversario provo ancora una grande commozione»

«Come colpito da un fulmine Salvato dai corpi delle vittime»

Il racconto di Claudio Romano che quella mattina si trovava vicino al cestino con la bomba. Schegge nelle gambe e nell’addome

All’improvviso ho sentito una vibrazione in tutto il corpo, come se mi avesse colpito un fulmine». Sono le 10.12 di martedì 28 maggio 1974 in piazza della Loggia. Claudio Romano è un operaio della Cip Zoo, un’azienda con mille e cinquecento addetti che produce mangimi. Ha 23 anni, è ipovedente, sposato da pochi mesi. Militante del Pci, sindacalizzato, ha aderito allo sciopero generale antifascista. Alle 9 inforca la bicicletta della moglie e lascia la casa di via Chiusure, direzione piazzale Repubblica, sotto la sede della Cgil, da dove partirà il corteo. In piazza della Loggia comincia il comizio. Piove. Come tanti altri dal centro della piazza si sposta sotto i portici, appena un metro e mezzo lontano dal cestino dei rifiuti e dalla colonna di marmo. Davanti ha una fila di persone. Sul palco, da pochi minuti, sta parlando Franco Castrezzati: «A Milano una bomba…». Claudio sente la frase e poi viene investito da quel tremore che lo scaraventa a terra. Le 10.12.

«Non capivo nulla. Mi sono alzato, ho fatto pochi passi in vicolo Beccaria, poi, d’istinto, sono corso verso la piazzetta della Bella Italia. Sono entrato nel negozio di un barbiere. “Gli occhi, gli occhi”, mi urlavano, mi ricordo che io li tenevo coperti con le mani». È sotto choc, esce dal negozio vagando senza meta. Ha il timpano destro perforato, schegge nelle gambe e nell’addome che sanguinano, i pantaloni strappati. Sente voci confuse, grida spaventate. «Ad un certo punto qualcuno mi prese sottobraccio, caricandomi su un’auto con altre due persone ferite». Una Fiat 128 Bianca. «Polizia, perché alla radio di servizio, in via S. Faustino, sentivo parlare di possibili problemi anche in altre parti della città». Incrociano le prime ambulanze dirette in piazza a sirene spiegate. «Sono stato fra i primi feriti ad arrivare al Civile. Non sono sicuro, ma credo che sull’auto con me ci fosse Vittorio Zambarda». Morirà il 15 giugno.

Claudio Romano ci racconta quella giornata. Siamo in piazza, vicino alla colonna dell’eccidio. «Ogni volta mi emoziono, sento un brivido lungo la schiena». È stato per anni presidente dell’Unione Ciechi di Brescia, adesso è un dirigente nazionale. Più volte testimone ai processi per la Strage. «Mi sono salvato grazie a quelle persone che erano davanti a me. Loro sono state falciate dalla bomba». Mentre Claudio viene portato in ospedale, in piazza restano i corpi di Giulietta Banzi, Livia Bottardi, Clementina Calzari, Euplo Natali, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi. Luigi Pinto morirà quattro giorni dopo. «Al Pronto soccorso c’era una grande agitazione. Capii dalle parole delle infermiere che stavano arrivando molti altri feriti». Claudio riceve le prime medicazioni e viene parcheggiato in corsia. Non è grave. Alla sera, finalmente, un chirurgo toglie le schegge e cuce le ferite. «Ho ancora una grossa scheggia nell’addome, in profondità. I medici mi dissero che non avrebbe dato problemi, era meglio lasciarla».

Stordito sul lettino, non avverte molto dolore: «La cosa più fastidiosa era il timpano rotto. Sentivo la mia e le altre voci come se avessi l’eco in testa. Insopportabile». Durante il pomeriggio arrivano gli amici, i compagni e i parenti. Rivelano l’origine e le dimensioni della tragedia. «In manifestazione c’erano anche due miei fratelli, che seppero da amici comuni ch’ero in ospedale. Avvertirono mia moglie. Quando arrivò in corsia avevo le gambe coperte da un lenzuolo verde: pensò me le avessero amputate». Il 31 maggio segue i funerali in diretta tv. C’è la contestazione alle autorità. «Fossi stato in piazza avrei fischiato anch’io. Quei fischi manifestavano la sfiducia della gente nello Stato dopo i tanti episodi di stragismo e gli attentati». Il pomeriggio, in ospedale, il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, e il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, visitano i feriti. «Mi ricordo che il primario, indicandomi, disse a Leone: “Questo ha avuto le schegge intelligenti”. Già, me l’ero cavata». Dopo dieci giorni, ancora con qualche drenaggio nelle gambe, Romano firma e lascia il Civile. «Appena fui in grado volli andare in piazza Loggia. Volevo fare i conti con ciò che era successo». L’elaborazione del lutto e dell’evento arriva due anni dopo. «C’è un momento preciso. Quando, durante la commemorazione, alle 10.12 dal palco chiamarono i nomi dei Caduti. Piansi come un bambino».

Anche oggi sarà in piazza. «Provo sempre una grande commozione. Per i morti, le sofferenze, ma anche per la capacità della città di ricordare. Per la sua volontà di testimoniare il valore della libertà». La Strage, anche se non è una consolazione, «è almeno servita per accrescere la sensibilità democratica di Brescia contro il fascismo e la violenza. Un aspetto che ha messo profonde radici culturali».

 

Enrico Mirani

 

Una bussola per orientarsi- Imparare e insegnare a fare facendo, di Angelo Fiocco (seconda parte)

Autore: Angelo Fiocco

Rubrica per genitori.

Il numero di oggi costituisce il secondo dei tre appuntamenti dedicati-con l’aiuto del dott. Angelo Fiocco-alla scoperta dei sensi vicarianti, una risorsa spesso sottovalutata ed invece tanto preziosa per la vita quotidiana delle persone con disabilità visiva.

Posto che l’addestramento all’impiego dei canali sensoriali residui non si esaurisce nel poco detto fin qui, va sottolineato che alcune prerogative specifiche dei singoli organi di senso raggiungono il massimo dell’efficacia a condizione che ci si abitui ad associare correttamente tra loro i diversi segnali-messaggio percepiti e a combinarli in informazioni verosimili sulla realtà fisica circostante. Trattasi di operazioni assai semplici che i bambini con deficit visivo grave o totale dalla nascita, specie se incoraggiati ad osare, imparano ad effettuare spontaneamente, tuttavia noi possiamo aiutarli a perfezionare questi processi e a ricorrervi in maniera intenzionale e intelligente, ricordando che le indicazioni sottostanti saranno valide a patto che prima ne abbiamo saggiato di persona la fondatezza. In caso contrario non saremmo credibili, e voler insegnare ciò che non si sa offende la dignità altrui prima ancora di arrecargli danno.
N.B.: Siccome sto per proporvi nuovamente di chiudere gli occhi, vi invito a non assimilare l’assenza temporanea della visione né allo stato di cecità né a quello di buio; quanto vado a suggerirvi è soltanto una simulazione volta a scoprire, a riscoprire o a conoscere più in dettaglio le risorse e le potenzialità cui ho accennato più sopra, nonché a persuaderci che esse sono utilizzabili a prescindere dal fatto che si veda o no.

Proviamo allora a testare qualche peculiarità per certi versi affascinante e intrigante del nostro mondo percettivo.
Che la sensibilità tattile sia diffusa su tutto il corpo è risaputo, ma siamo in grado di dire in quali circostanze ne siamo coscienti razionalmente oltre che fisicamente?
Ci difendiamo dal caldo e dal freddo adeguando l’abbigliamento al clima e alla stagione; in auto manovriamo con i piedi i tre pedali di rito; la qualità del materasso e del letto condiziona quella del nostro riposo; l’affaticamento agli arti inferiori che aumenta mentre procediamo lungo un tratto fangoso non è paragonabile a quello che avvertiamo camminando in discesa o su una sassaia; la brezza del mattino non ha sul viso il medesimo impatto di quella serale…
Quanto all’udito, le grida dei bambini all’uscita di scuola o intenti a rincorrersi al parco o in una piazza risuonano differenti da quelle dei tifosi allo stadio, dei venditori al mercato o di un corteo di protesta; il camion della nettezza urbana fermo a vuotare un cassonetto non emette lo stesso suono-rumore di quando è in movimento; il galoppo di un cavallo ha connotazioni sonore diverse da quelle del trotto; i passi umani sulla ghiaia hanno poco in comune con le ruote di un veicolo…
Le sensazioni olfattive che percepiamo costeggiando una siepe fiorita o un fazzoletto di erba appena tagliata, nei pressi di una farmacia o di un caffè differiscono enormemente da quelle avvertite in un’officina meccanica, in un negozio di vestiti o di scarpe, dal fruttivendolo, in un’aula di scuola, salendo su un autobus stipato o entrando in una chiesa…
Ovvietà? Può darsi, ma intanto prendiamoci la briga di chiudere gli occhi per un po’ e di concentrarci a cogliere gli stimoli non visivi che emana un ambiente preciso – meglio se familiare all’inizio, poi anche nuovo -, a riconoscerne e a focalizzarne l’entità e le caratteristiche grazie alle quali riusciamo a distinguerli.
Adesso lasciamoci andare a compiere qualche gesto un tantino goffo come schioccare due dita o la lingua contro il palato, pesticciare sull’impiantito, emettere due o tre “ah” brevi e secchi o schiarirci la gola. Riscontriamo qualche risultato?
In caso affermativo possiamo procedere all’esperimento successivo, altrimenti rilassiamoci un attimo e ricominciamo da principio: la mancanza di percezioni alternative immediate non è necessariamente dovuta a disfunzioni organiche o a inettitudine da parte nostra, semmai è la spia di quanto ci affidiamo ciecamente alla vista… Qualora però continuiamo a non avere riscontri, converrà consultare il nostro medico di fiducia.
Per apprezzare più a fondo l’esperienza, nel caso in cui temessimo di muoverci a occhi chiusi, apriamoli per avvicinarci a una parete, quindi richiudiamoli e ripetiamo tutti o parte dei gesti menzionati pocanzi.
Agiamo allo stesso modo dopo esserci avvicinati a una finestra con la tenda chiusa, a un tavolino, a un mobile piuttosto imponente, a una porta aperta.
Concediamoci due o tre minuti di pausa, ed eccoci pronti ad aggiungere un pizzico di pepe al nostro gioco sensoriale. Ora infatti, con gli occhi aperti, ci avvicineremo a ciascuno dei punti di riferimento scelti nella fase precedente, lo toccheremo, chiuderemo gli occhi e prenderemo ad allontanarcene lentamente – arretrando o di lato a seconda dello spazio disponibile – e lanceremo a intervalli regolari gli input già utilizzati, sforzandoci di verificare come si modificano le percezioni mano a mano che ci allontaniamo da quel determinato punto. Noteremo che alcune variano a seguito dei nostri spostamenti (in genere quelle relative agli oggetti più alti), mentre altre rimangono inalterate (tavoli, sedie, puff, ecc.).
Se poi sostiamo in posizione frontale a 1/2 metri di distanza da una parete o da un armadio, possiamo osservare che l’effetto di ritorno generato dal nostro input si riflette soprattutto sulla fronte; che ruotando a destra o a sinistra di 45° viene interessato sì in primo luogo l’orecchio, ma anche la zona occipitale; che ruotando di 180° lo avvertiremo più o meno intenso all’altezza soprattutto della nuca. Naturalmente, più si affina questa sensibilità, maggiore diviene la distanza dentro cui è possibile captare il segnale-messaggio di ritorno.

Ora fermiamoci e, prima di aprire gli occhi, cerchiamo di costruire mentalmente una sorta di mappa sensoriale – alternativa a quella visiva – del luogo in cui ci troviamo, avendo cura di riordinare per importanza gli stimoli avvertiti e di stabilire quali tra essi coinvolgono più di un canale percettivo.
Stop!… Però prima di dimenticare le sensazioni appena sperimentate, facciamone tesoro. Perché non verbalizzarle, magari sotto forma di appunti?
Alla fine constateremo che esse ci hanno fornito un insieme di dati riguardanti:
– l’ampiezza del locale (oltre alla nostra posizione e alla distanza rispetto a un determinato punto di riferimento, i segnali-messaggio provocati dai nostri input rivelano gli stati di pieno/vuoto, alto/basso, largo/stretto, ecc.);
– la superficie e il volume approssimativi occupati dall’arredamento;
– l’eventuale presenza di controsoffitti o di lampadari se sufficientemente grandi (la scatola cranica è un ottimo recettore) e quella di piante, libri, ecc.;
– il tipo di pavimento (marmo, cotto, parquet), le cui proprietà sono piuttosto facili da individuare attraverso le piante dei piedi anche indossando pantofole o calzature normali;
– l’eventuale presenza di tappeti o di tendaggi pesanti.
Attenzione: i pavimenti in moquette o la sovrabbondanza di tappeti riducono sensibilmente la propagazione del suono: ciò non significa dover adattare l’intera abitazione al bambino con deficit visivo totale o grave, ma sarà bene che almeno la sua cameretta e parte degli spazi comuni non eccedano in suppellettili fonoassorbenti.

Angelo Fiocco
Tiflologo, specializzato nell’insegnamento agli alunni disabili visivi

La Carta dei diritti degli anziani, di Cesare Barca

Autore: Cesare Barca

Incontro nella sala virtuale telefonica 989050 “Parla, un amico ti ascolta”
Commissione nazionale anziani dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti
Conversazione con l’Avvocato Paolo Colombo
Coordinatore Cesare Barca

Quando si tocca il tema degli anziani ho notato che più di qualcuno alza le orecchie e drizza il pelo, quasi indispettito di essere considerato vecchio o, per dir meglio, “diversamente giovane”, visto che oggi il termine, introdotto quasi per scherzo, ha preso piede per creare quel pizzico di pepe utile per non sentirsi messo in un angolo.
Già, è proprio per questo, per tornare a riprendere il nostro ruolo prezioso che l’esistenza ci regala che tutti insieme rifletteremo sui diritti degli anziani, sulle loro capacità di essere utili a se stessi e molto spesso agli altri.
Sì, amici miei, perché la vecchiaia, chiamiamola senza timore alcuno con il suo nome, è una conquista, il coronamento progressivo di una vita vissuta per sapersi molto spesso donare più che ricevere: la vecchiaia è un’arte e va vissuta come tale e come tale amata, divulgata e offerta.
Già, voi direte, offerta a chi? Ad un governo che vorrebbe rottamarci?”.  Ad una società globale volta soltanto al consumismo?”. Già, è proprio la situazione difficile e quantomeno disarmonica che stiamo vivendo, è proprio questo il momento, almeno credo, di parlare dei nostri diritti, di affermare la nostra dignità di uomini e donne che rappresentano la maggior quantità della popolazione e che ancora continua ad esprimere la propria capacità di essere attiva in settori socialmente determinanti.
Non siamo noi anziani che sottraiamo alcunché ai giovani, sono piuttosto i giovani che logicamente hanno ancora, più che nel passato, bisogno di noi, della nostra attività e della nostra esperienza acquisita anno dopo anno nella costruzione della nostra vita e di quella della comunità in cui viviamo.
Qui mi fermo perché le mie considerazioni potrebbero essere ritenute eccessive ed è proprio per questo, miei cari, che venerdì 23 maggio alle ore 18 l’Avvocato Paolo Colombo, responsabile del Centro giuridico di documentazione dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, membro della Direzione nazionale, ricco di un’ampia e dimostrata esperienza nel settore sociale e giuridico, sarà con noi nella nostra sala virtuale per trattare il tema che personalmente mi sta molto a cuore, tema che sono certo interesserà anche voi tutti, anziani e non, perché ricordatevi, cari giovanotti, che l’anzianità è una conquista che si acquisisce strada facendo, come dice la canzone e molto spesso la strada da percorrere è dura.
Venite dunque tutti: gli anziani per verificare la possibilità di reclamare almeno alcuni dei loro diritti fondamentali e coloro che, un poco più giovani vogliono conoscere anticipatamente quale sarà e come sarà la loro età avanzata.
Il “circolo anziani”, la nostra sala virtuale telefonica “parla, un amico ti ascolta”, si apre per tutti.
Non perdete questa bella occasione di conoscere, almeno in parte, il contenuto della “carta dei diritti degli anziani” che ormai sta purtroppo invecchiando nell’inerzia o quasi, avendo già compiuto diciannove anni  da quando è stata firmata dal Presidente della Repubblica.
Noi vi aspettiamo e saremo lieti di conoscervi.
Chi avesse bisogno dei dati utili per entrare nella nostra sala  potrà come sempre rivolgersi al sottoscritto, all’amico Nunziante Esposito e all’attento collaboratore Pino Servidio per avere tutte le indicazioni fornendo, logicamente, il proprio nome, cognome e numero telefonico che intende usare per essere presente.
Sarà con noi anche il nuovo Vicepresidente Nazionale, nonché incaricato proprio per le problematiche degli anziani, il Cav. Luigi Gelmini.
Non perdetevi questa occasione, perché sarà la premessa di un lungo itinerario che vi inviterò a percorrere insieme in autunno.
Grazie per la vostra attenzione: noi ce la mettiamo tutta perché vogliamo far sentire la nostra presenza non solo attiva, ma spesso determinante in questa società tanto disorientata e provata.
A risentirci. E ricordate che abbiamo bisogno di voi, di voi tutti.
Cesare Barca
tel.045 83 00 282
e-mail: cesarebarca@alice.it

Riprende il lavoro del Club Italiano del Braille, di Antonio Quatraro

Autore: Antonio Quatraro

Il 7 maggio si è insediato il nuovo Consiglio di Amministrazione del Club Italiano del Braille.
www.clubitalianobraille.it

La riunione ha avuto luogo a Milano, nella sala del Consiglio Regionale Lombardo, probabilmente non troppo lontano da quelle sale, da quelle camerate dove intorno al 1860 alcuni ciechi “carbonari” si ritrovavano per leggere le missive dei loro compagni Francesi, che hanno obbligato i loro censori ad imparare il Braille.
Proprio così: il nostro Braille, come quasi tutte le rivoluzioni, fin dagli inizi, si è dovuto conquistare il terreno palmo a palmo, prima di tutto fra i ciechi, ora fra lo stupore, ora fra la diffidenza, ora nonostante l’ostilità o l’indifferenza dei loro educatori vedenti, che, allora come oggi, vivono questo metodo come una catena anziché come una liberazione.
I consiglieri del CIB, considerati i risultati conseguiti negli anni passati, e acquisita la disponibilità dei candidati, ha riconfermato per unanime acclamazione gli organi dirigenti: Nicola Stilla presidente, Pietro Piscitelli Vicepresidente, Pino Nobile tesoriere.
Siamo passati subito ad esaminare e a condividere le linee programmatiche per il nuovo anno e le principali iniziative da mettere in cantiere.
Il primo traguardo, ormai tradizionale, sarà la giornata nazionale del Braille, 21 febbraio, che nel 2015 avrà luogo a Trieste, e in Toscana nel 2016.
Vorremmo che questa giornata diventi sempre più una occasione per fare buona comunicazione e sensibilizzazione intorno al Braille, come via di accesso alla cultura scritta e come testimonianza vivente che, anche in situazioni oggettivamente sfavorevoli, l’ingegno, la creatività e la perseveranza, riescono a trovare un a via d’uscita onorevole ed efficace.
Per questo vorremmo che si diffondesse la prassi di coinvolgere prima di tutto le scuole, proponendo concorsi, gare, mostre, che facciano riflettere e sollecitino la fantasia di bambini e adolescenti sulla importanza della lettura e sulla possibilità di trovare bone soluzioni anche in situazioni critiche.
La discussione in presenza poi ci ha consentito di condividere alcune idee:
raccogliere sul nostro sito testi e immagini che illustrino le iniziative volte alla promozione del Braille, nelle scuole, nei musei, nei luoghi d’arte o di cultura, fra le Istituzioni, organizzate dalle nostre sezioni, da scuole, da enti diversi.
Invitare tutte le strutture periferiche della UICI a richiedere al sindaco del capoluogo di Provincia che venga intitolata una via a Louis Braille, individuando il 21 febbraio come data per darne notizia alla stampa, insieme al sindaco.
In conclusione, il Braille è vivo e vegeto, e lo sarà sempre di più se chi lo usa e lo ama dedicherà un po’ del suo tempo per farlo conoscere e farlo apprezzare. Io stesso che sto scrivendo, uso il mio palmarino Braille sulle ginocchia, mentre sono in sala di aspetto a Milano, in attesa del treno che mi riporterà a Firenze.
Sosteneteci iscrivendovi!
Costa poco e vale molto!
Pensate:
– Strutture Regionali euro 250,00
– Strutture Provinciali Euro 100,00;
– Persone fisiche Euro 25,00.
Antonio Quatraro

Una bussola per orientarsi- Imparare e insegnare a fare facendo, di Angelo Fiocco (prima parte)

Autore: Angelo Fiocco

Rubrica per genitori.

In questo numero, con l’aiuto del dott. Angelo Fiocco – Presidente dell’Istituto per Ciechi L. Configliachi di Padova -, inizieremo a conoscere il bagaglio di risorse insite nel nostro patrimonio genetico, a cui attingiamo inconsapevolmente nell’agire quotidiano e che è bene valorizzare quando si educano bambini con disabilità visiva.
Pensare di riassumere in qualche pagina gli interventi educativi più salienti da rivolgere al bambino con deficit visivo grave o totale sarebbe presuntuoso, e autorizzerebbe il lettore a dubitare a priori circa la buona fede e l’attendibilità di chi scrive. Attraverso le considerazioni che seguono, desidero solo proporre alcuni spunti di riflessione a proposito delle interazioni che meritano a mio avviso particolare attenzione in un rapporto costruttivo tra genitori e figli, nonché alcuni stimoli a verificare anzitutto su noi stessi la portata delle molteplici risorse insite nel nostro bagaglio genetico, delle quali ci serviamo con sistematicità in tutte le fasi dell’esistenza. Un’educazione efficace non può prescindere dalla conoscenza di esse, a maggior ragione quando è destinata a soggetti le cui facoltà sensoriali risultano parzialmente compromesse.

Sulla magnolia in giardino un merlo canta ininterrottamente dall’alba al tramonto. E’ la stagione degli amori, mi dico, mentre lo ascolto modulare il suo cinguettio secondo uno schema che mi pare ripetersi in maniera sequenziale. Ne ignoro il significato, però non mi sfugge che quello è un linguaggio strutturato e finalizzato.
Da chi avrà imparato a volare, a costruirsi il nido, a sfamarsi, a cantare?
Non ho dubbi che l’istinto e i caratteri ereditari propri della specie alla quale appartiene siano stati determinanti nella sua crescita, ma so pure che ha appreso non poco osservando ed imitando i comportamenti dei suoi genitori, similmente a quanto avviene per gran parte degli individui, compresi i cuccioli d’uomo che alla nascita sanno manifestare – quando tutto va bene – soltanto i bisogni primari, e che per crescere e apprendere a vivere dipendono più di ogni altra specie dalle figure genitoriali, cioè dagli adulti.
Mi sorprendo a chiedermi che ne sarebbe già stato di quella bestiola se fosse nata cieca o se, come me, lo fosse diventata in tenerissima età, e la risposta si palesa subito nel gatto in cerca di uno spuntino, nel formicaio ai piedi del tronco, nella civetta che aggredisce dall’alto, giacché l’imponenza dell’albero non garantisce alcuna certezza a chi ne abita la cima, e mi appare evidente che, privata della vista, la bestiola non avrebbe scelta tra diventare facile preda nel nido o cadere presto o tardi a terra sfinita.
Per fortuna, almeno qui da noi, i cuccioli d’uomo nati con gli occhi spenti o che ne perdono troppo presto l’uso godono di una rete di protezioni che non li lascerà certo morire d’inedia, tuttavia il semplice accudimento durante i primi mesi e i primi anni di vita non basta ad assicurare loro pari opportunità sul piano dello sviluppo fisico e intellettivo.
Ma forse che i loro coetanei normovedenti imparano autonomamente a camminare, a relazionarsi con gli altri e l’ambiente, a trarre dalle esperienze compiute deduzioni utili ad affrontarne altre nuove, ad elaborare il concetto di sé e della propria identità quali elementi distinti e distintivi, unici e irripetibili?
Ovviamente no, e sebbene la vista possieda prerogative bastevoli a stimolarli ad interagire con quanto di visibile li circonda, li sollecitiamo col sorriso a sorriderci e ad osare, poi a dirigersi gattonando verso una meta precisa, in seguito a trasformare le lallazioni in parole, più avanti a manipolare e plasmare, ad abbozzare i primi disegni, a far finta che… e, progredendo, a tradurre le parole in segni grafici, a vestire di esse i sentimenti e i pensieri, a misurare, contare e numerare, ad osservare i mille e mille fenomeni che si accompagnano al trascorrere della vita e del tempo.
Quanto di tutto ciò è proponibile al bambino che non vede o vede troppo poco per affidarsi alla sua percezione visiva?
Quasi tutto, purché siamo disposti a scoprire in noi stessi e a valorizzare il bagaglio di risorse e di potenzialità cui attingiamo – il più delle volte inconsapevolmente – nell’agire quotidiano, nonostante l’immediatezza caratterizzante la vista. In che modo?

Potremmo cominciare familiarizzando con il tatto, magari mentre giochiamo col nostro cucciolo che ha bisogno di avvertirci presenti. Quante cose abbiamo appreso a fare per gioco da piccoli, scrutando e imitando chi si occupava di noi!…
Soffermiamoci ad esplorare uno qualsiasi degli oggetti dedicati a lui o a lei, sia tenendolo tra le mani, sia dopo averlo appoggiato su una superficie piana. Sfioriamolo lentamente con i polpastrelli – soprattutto di pollice, indice e medio – di ambedue le mani, quindi stringiamolo tra pollice e indice e ancora nel pugno. Infine soppesiamolo con calma sul palmo aperto e rivolto verso l’alto della mano che usiamo più di frequente.
Già che ci siamo, perché non saggiare più a fondo le nostre abilità percettive? Dai, afferriamone un altro con la mano libera e indugiamo ad analizzare il peso di entrambi come se dovessimo appropriarcene. Qualora non riscontrassimo differenze apprezzabili, non desistiamo e invertiamone il posto, tornando a soppesarli con cura.
Può accadere che il risultato non si manifesti al primo tentativo, talmente si è portati a sopravvalutare il canale visivo a scapito degli altri, ma se avremo la costanza di ripetere l’esperimento, non tarderemo ad accorgerci che l’esplorazione tattile riserva anche a chi vede vantaggi inattesi, che abituandoci a dosare adeguatamente l’intensità dello sfioramento, della digitopressione e della prensione, arriveremo ad acquisire le informazioni quantomeno essenziali in merito a ciò che tocchiamo intenzionalmente (dimensioni, forma, grado di compattezza, stato termico, tipo di materiale, ecc.), che si tratta insomma di un’attività che vale la pena approfondire per poi motivare, convinti, il piccolo ad avvalersene coscientemente al fine di allargare la propria sfera conoscitiva.

Un percorso analogo a quello appena accennato andrebbe intrapreso alla scoperta dell’udito, iniziando col discriminare gli attributi di un determinato suono-rumore: intensità, acutezza, gravità, limpidezza, sovrapposizione di più elementi costitutivi, provenienza, ecc..
Più tardi potrà rivelarsi interessante capire come il variare della distanza tra noi e la fonte sonora ne modifica la percezione, in particolare riguardo all’esattezza della sua localizzazione. Sarà pertanto utile ripetere la prova – meglio se a occhi chiusi – mentre ruotiamo il corpo di 45°, 90°, ecc., fino a completare un angolo giro, così da cogliere il mutare della provenienza e dunque della possibilità di localizzare la fonte a seconda della posizione che via via assumiamo rispetto ad essa.
Una volta sicuri di padroneggiare tale esperienza, cominceremo a proporla gradualmente al bimbo servendoci della nostra voce o di un suono-rumore che sappiamo essergli familiare e gradito, tenendo presente che non starà a lui ruotare il proprio corpo, ma che saremo noi a decidere da dove lanciargli lo stimolo.
Osserviamo da ultimo che la capacità di discriminare e localizzare due o più fonti sonore diminuisce con l’aumentare della distanza da esse. Per interiorizzare questo concetto, poniamoci di fronte a due carillon (ma vanno bene pure due sveglie, due cellulari o le casse acustiche di un riproduttore audio) sistemati lateralmente rispetto al punto centrale di ascolto e distanti almeno 2-3 metri l’uno dall’altro, quindi azioniamoli e sinceriamoci di sentirne distintamente uno per orecchio. Ora cominciamo ad allontanarci, seguendo per quanto possibile la perpendicolare intersecante il piano su cui stazionano le due fonti sonore; noteremo che più ce ne discostiamo, più esse sembrano avvicinarsi tra loro fino a mescolarsi, dando luogo ad una illusione acustica che, in assenza della vista, diviene una variabile costante da valutare allorché ci si muove in autonomia.

E che cosa sappiamo dell’olfatto?
Probabilmente poco, anche se tramite esso ci confrontiamo ogni giorno con le necessità e le situazioni più disparate: dall’igiene personale all’acquolina che ci sale in bocca sulla soglia di una pasticceria, dalla carta patinata della rivista che sfogliamo nella sala d’attesa di un professionista alle scarpe nuove nelle quali non entriamo – accidenti! – giusto per un pelo, dalla cimice intrappolata tra la tenda e il vetro in soggiorno al tegame dimenticato sul fuoco in cucina, dal dopobarba o la colonia del/della collega al pullover zuppo dopo un acquazzone improvviso, dalle grate degli scantinati nel centro storico agli scappamenti dei motorini vecchi o scarburati. Gli esempi sono innumerevoli, tantissimi a portata di mano, ma noi, quale ruolo riserviamo agli odori e all’organo deputato a captarli?
Non è semplice insegnare a fiutare o, se preferiamo, ad annusare, tuttavia dobbiamo ammettere che la gamma di informazioni veicolate dall’olfatto è assai più vasta di quanto siamo soliti ritenere, e dunque convenire sull’opportunità di guidare il piccolo ad affinarne l’uso sperimentandone insieme le svariate implicazioni che, assimilate nel tempo, gioveranno ad ampliare sensibilmente la sua autonomia.
A differenza delle esperienze uditive e tattili, quelle olfattive presuppongono fin dall’inizio un approccio e una partecipazione coerenti, in quanto le reazioni soggettive non sempre sono univoche. E’ perciò consigliabile cominciare a proporle al bambino a partire da quando ci sono chiare le sue modalità di interagire con noi, sotto forma di attività ludica, ricordando che tra le prerogative dell’olfatto è assente quella relativa alla localizzazione a distanza.
(Continua)

Angelo Fiocco – tiflologo, specializzato nell’insegnamento agli alunni disabili visivi

Libri per ciechi esenti da copyright: firmato il trattato di Marrakech, di Maurizio Molinari

Autore: Maurizio Molinari

Il documento contiene eccezioni alla proprietà intellettuale per i libri destinati a persone con disabilità visiva, a patto che si rispetti il diritto d’autore. Al via le ratifiche. Oggi solo il 5% dei libri pubblicati è accessibile.
BRUXELLES. Si avvicina il giorno storico in cui si stabilirà il principio secondo cui i libri in versione accessibile per i non vedenti (ovvero in audio, Braille, caratteri ingranditi o versione elettronica) saranno esenti da Copyright. A gennaio avevamo riportato di come ci fossero speranze, sotto la presidenza greca dell’Unione
Europea, che l’UE stessa firmasse il Trattato di Marrakech che contiene eccezioni alla proprietà intellettuale per i libri destinati ai ciechi, agli ipovedenti e agli impossibilitati alla lettura su formato cartaceo. E la firma è puntualmente arrivata il 30 aprile, salutata con entusiasmo dalla European Blind Union, l’organizzazione
che rappresenta i non vedenti europei, e dal Commissario per il Mercato Interno, il belga Michel Barnier.
Il trattato di Marrakech, adottato nel giugno 2013 dall’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, prevede un’eccezione obbligatoria al Copyright per le associazioni di ciechi
e ipovedenti e per le biblioteche che producano, distribuiscano e rendano disponibili libri in formati accessibili, a patto che tali associazioni si premurino di rispettare il diritto d’autore, facendo
in modo che i testi prodotti e distribuiti siano destinati a un pubblico di soli disabili visivi o persone che non possano leggere su carta. Inoltre il trattato sancisce che tali libri possano essere scambiati, a livello transnazionale, fra organizzazione e organizzazione. Ciò vuol dire, ad esempio, che se un ente autorizzato
(ci si riferisce così alle associazioni nel trattato) in Argentina dispone di decine di migliaia di libri in Braille o audio in spagnolo, questi libri potranno essere distribuiti legalmente a tutti i ciechi che, in America Latina, in Spagna o nel mondo, conoscano quella lingua. Ciò ovviamente, a patto che i paesi coinvolti nella
libera circolazione dei testi abbiano ratificato il trattato. In altre parole, il Trattato di Marrakech è un vero e proprio documento che regola l’import-export di libri accessibili.
La European Blind Union stima in 285 milioni i ciechi in tutto il mondo e afferma che solo il 5% dei libri che vengono pubblicati è oggi disponibile in versione accessibile. L’obiettivo dell’UE, per bocca del direttorato generale Mercato Interno della Commissione, è raggiungere il 100%. Il Trattato di Marrakech – una volta ratificato dagli Stati membri – sarà di beneficio soprattutto ai non vedenti e ipovedenti dei paesi in via di sviluppo, laddove la carenza di libri accessibili è più drammatica.

Ma cosa succede dopo la firma? Ora inizierà il processo di ratifica da parte dei singoli paesi che fanno parte dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, e una volta che almeno venti fra essi avranno completato tale processo, il trattato entrerà ufficialmente in vigore e sarà vincolante. “La nostra campagna non finisce qui – ha dichiarato Wolfgang Angermann, presidente dell’Unione Europea dei Ciechi – ora dobbiamo spingere tutti gli Stati membri dell’Unione Europea a ratificare il trattato nel minor
tempo possibile. Ci complimentiamo con la presidenza greca dell’UE per il passo avanti fatto con la firma, ma ora starà alla prossima presidenza italiana di spingere tutti i ventotto paesi europei a un’immediata ratifica. Infine non è solo importante che il trattato venga ratificato in Europa. Deve entrare in vigore nel maggior numero di paesi possibile in tutto il mondo perché solo così se ne aumenterà esponenzialmente l’efficacia e si porrà fine alla carestia endemica di libri che affligge ciechi e ipovedenti”.
Maurizio Molinari
Da Redattore Sociale del 04-05-2014