Andrea Canevaro non è più di questa Terra

Autore: Mario Barbuto

Padre nobile della cultura e della pratica dell’inclusione scolastica, era solito usare spesso una parola, nel contempo così innocua eppure portatrice di una sfida di civiltà e umanità: “contaminazione”.

Quella contaminazione di idee, di culture e di cultura che fu sempre base del suo agire quotidiano e del suo insegnamento: semplice, chiara, ineludibile. Sfida silenziosa e fragorosa; tenace esempio di civiltà che insegna la convivenza, il rispetto, l’attenzione dovuti a ciascun essere umano senza distinzioni o discriminazioni.

Giovane docente di pedagogia speciale, il suo cammino ebbe inizio a Bologna, con quel suo libro, uno dei primi: “Il bambino che non sarà mai padrone”, magari allora non a tutti gradito, propugnatore di un modo diverso di stare a scuola, di vivere l’atto educativo, di promuovere l’istruzione innanzitutto come gesto di accoglienza, come passo da compiere verso l’altro, come apertura verso l’altro, in una contaminazione nella quale il Tu e l’Io diventano Noi.

La “diversità” che diviene punto d’incontro; motore e forza della comunità educante, fondamento di una società più giusta e più equa, capace di porre argine al pregiudizio derivante dalla condizione fisica, intellettiva, sensoriale, razziale, religiosa, sessuale di ciascuno di noi…

Quel giovane docente dell’Università di Bologna ho avuto la fortuna di apprezzare come professore, seguendo le sue lezioni di pedagogia speciale, fino ad avere il privilegio di preparare la mia tesi di laurea con lui in veste di relatore.

La mia attività e la mia professione mi hanno portato poi, immeritatamente, a lavorare con Andrea Canevaro e a nutrirmi della sua amicizia affettuosa e fraterna.

Un uomo dalla cultura profonda, dalla conoscenza sterminata, ma ancor di più dall’umanità inarrivabile…

Il suo incoraggiamento sapeva rendere più semplici le cose difficili. Il suo esempio riusciva sempre a dare forza e donare serenità. Il suo insegnamento arricchiva lo spirito e la mente.

Con la scomparsa di Andrea Canevaro il mondo accademico rimane più povero; la scuola perde un punto di riferimento fondamentale; la società tutta piange e rimpiange un uomo giusto, buono, competente, insostituibile. Un uomo e un Maestro che ha mostrato a noi e a tutti la via dell’inclusione, che ci ha esortato alla gioia della contaminazione delle idee, che ci ha spronato alla pratica della condivisione dei saperi e del sapere, che ci ha incoraggiato alla conoscenza quale veicolo di umanità.

Alla famiglia il nostro cordoglio profondo per la perdita di Andrea che lascia intorno a noi e dentro di noi un senso di vuoto e smarrimento che soltanto il ricorso alla sua parola, ai suoi scritti, al suo insegnamento potrà davvero colmare.

Ciao Andrea! Maestro di vita e di pensiero. Non ti dimenticheremo mai.

Andrea Canevaro

(Genova, 19 settembre 1939 – Ravenna, 26 maggio 2022) è stato un pedagogista e editore italiano.

Professore emerito dell’Università di Bologna e studioso di prestigio internazionale, fin dagli anni Settanta del XX secolo è impegnato sul fronte dell’inclusione sociale, con particolare attenzione ed interesse nell’ambito della disabilità e dell’handicap. È ritenuto il padre della pedagogia speciale in Italia, disciplina che lui stesso ha contribuito ad implementare e diffondere nel Paese. Il suo attivismo nei settori sopra segnalati e i grandi contributi dati con le sue ricerche e studi hanno fatto di lui una figura di riferimento riconosciuta a livello internazionale nel campo della pedagogia speciale e della disabilità.

Pubblicato il 14/06/2022.

La Campana di Aurelio

Autore: Mario Barbuto

Correva l’anno 2019 quando insieme con i dirigenti di allora, in Consiglio Nazionale, pensavamo a un dono, un simbolo con il quale omaggiare e onorare la città di Genova, dove la nostra Associazione è nata ed è stata fondata. Un dono che ricordasse il nostro Padre Fondatore Aurelio Nicolodi e che desse merito alla città della lanterna per aver ospitato l’assemblea di fondazione dell’Unione il 26 ottobre 1920.

Decidemmo, dunque, di far forgiare una campana dalle fonderie vaticane, da consegnare alla città. Così, nacque la nostra campana Aurelia: elegante e semplice nella sua sobrietà.

Ogni campana è portatrice di significati, di storia, di emozioni e informazioni, tanto che a ciascuna si suole assegnare perfino un nome, a ricordo e rappresentazione di qualcuno o di qualcosa. Un oggetto che, oltre a farsi notare e ammirare per la sua bellezza, sa anche farsi sentire con i suoi rintocchi, forte richiamo non solo per le orecchie, ma soprattutto per il cuore, la mente, lo spirito.

Forse il mondo frenetico di voci e di rumori di cui siamo quotidianamente circondati rischia spesso di farci dimenticare il suo suono e la sua voce. Eppure, per me, quanta gratitudine per quei rintocchi puntuali e regolari del campanile della Chiesetta dell’Istituto dei Ciechi di Catania. Erano loro, infatti, a infrangere a intervalli ben scanditi il grande silenzio delle notti insonni o il primo risveglio del mattino per accompagnarci a ogni ora del giorno a tutti gli appuntamenti e le funzioni della vita quotidiana. Ogni quarto d’ora il suono del campanile scandiva per noi lo scorrere del tempo, chiamandoci con i rintocchi della campana a scuola, a mensa, allo svago, al lavoro.

Eravamo dunque, noi dell’Unione, pronti ad ascoltare la voce della nostra campana Aurelia il 26 ottobre del 2020, per la prima volta nella basilica di Santa Maria delle Vigne a Genova, ma le vicissitudini legate alla pandemia hanno fermato ogni cosa. Hanno bloccato tutto. Hanno congelato le nostre anime nella solitudine dell’isolamento forzato, ciascuno a casa propria, qualcuno a presidio delle nostre sedi.

Un silenzio fragoroso, assordante, denso di paure e di pericoli.

E noi, come tutti, abbiamo atteso pazienti. Ma sempre pronti, finalmente, a vedere installata la nostra campana e ascoltarne la voce.

Avremmo voluto esserci tutti, questo 6 di marzo a Genova: soci, accompagnatori, dirigenti… Purtroppo però, il perdurare di misure derivate dalla pandemia ha reso possibile la presenza solo di una esigua delegazione di dirigenti territoriali e dei componenti della Direzione Nazionale, in compagnia del presidente e di alcuni membri del direttivo dell’EBU (European Blind Union).

Finalmente, così, questa domenica 6 marzo, Aurelia ha suonato per noi per la prima volta, tutti raccolti intorno a Lei, regalandoci quel senso di famiglia e protezione grazie ai suoi rintocchi chiari, lenti e ritmati. Ci ha fatto sentire ancora una volta UNIONE; ha restituito ai nostri cuori quel senso di appartenenza che ci guida da oltre un secolo, quella consapevolezza di essere una grande comunità di donne e di uomini che ogni giorno rinvigoriscono le loro radici grazie ai valori umani, sociali, storici e culturali comuni, condensati in un magico istante intorno alla voce potente della campana.

Aurelia suonava per ricordare Nicolodi e i nostri cento anni, ma scandiva anche un nuovo momento storico di grande timore e sofferenza: un mondo che guarda attonito gli orrori di un’altra guerra, in Ucraina, punteggiata dal fragore delle bombe e dal dolore degli esseri umani coinvolti.

In quel momento, con la sua voce, Aurelia ci insegnava e ricordava come la storia finisca spesso per ripetersi, tragicamente, a causa della ferocia e della stupidità umana. Quella stessa storia che oltre cento anni or sono rubò la vista degli occhi ad Aurelio Nicolodi, nostro Padre Fondatore, divenuto cieco proprio durante il primo conflitto mondiale, colpito in viso dal fuoco della mitraglia, e che oggi, di nuovo, ferisce, uccide e massacra vittime innocenti. Oggi di nuovo si ripete e si perpetua il dramma di tanti uomini costretti ancora una volta a impugnare le armi e di donne e bambini forzati a fuggire e abbandonare le proprie case, le proprie certezze e i propri affetti più cari e profondi.

Un destino bizzarro e imprevedibile ha voluto che la campana Aurelia suonasse in questo particolare momento per ricordare la tragedia e la guerra di allora, ma anche per ammonirci sulle nuove guerre e tragedie del tempo presente, offrendoci quindi con i suoi rintocchi sentimenti di speranza, libertà, uguaglianza, rispetto, vicinanza, solidarietà, diritto per tutti a vivere una vita serena e giusta, senza distinzione di razza, nazione, religione, condizione, opinione.

Una campana davvero speciale, insomma, la nostra Aurelia, che attraverso la sua voce vorremmo servisse a ricordarci sempre come l’uomo debba saper diventare finalmente portatore di pace e umanità.

Io, indegno prosecutore dell’opera di Aurelio Nicolodi, ai primi rintocchi della campana, ho avvertito concentrata su di me la forza, la volontà di migliaia di ciechi e ipovedenti italiani i quali, oggi come allora, vogliono fare di questa Unione, lo strumento di riscatto civile e di riaffermazione dei valori di appartenenza, fraternità e solidarietà. Quei valori che animarono i nostri predecessori a Genova quel 26 ottobre 1920.

Mario Barbuto – Presidente Nazionale

Pubblicato il 14/03/2022.

Vedere oltre – Insieme per l’Unione

Autore: Mario Barbuto

Oltre…

Al di là; dall’altra parte; oltre. Di più, in più, più in là, più lontano…

Con occhi verso l’Oltre, dobbiamo imparare a guardare alla vita di tutti i giorni da persone tra le persone e da dirigenti tra i dirigenti della nostra grande Associazione.

E per andare “oltre” abbiamo bisogno di toccare con mano, senza lasciarci avvolgere soltanto dalle parole e dal loro suono.

È vero! Il diritto della parola è inalienabile per tutti gli esseri umani. Mai più dovrà essere messo in discussione. E tuttavia proprio la parola non può divenire  mero fenomeno acustico; esercizio verbale fine a se stesso, privo di quel legame sostanziale tra apparenza e contenuto, perché altrimenti, finiremmo per parlare a vuoto: dei “massimi sistemi” o di povere banalità.

Almeno fin dal tempo della Rivoluzione Americana e Francese, la dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo ci dice che tutti gli esseri umani vengono al mondo liberi, uguali, fratelli; nutriti di quel diritto sacrosanto di parola, opinione, coscienza, fede… Quei diritti per i quali milioni di persone in ogni epoca, venute al mondo prima di noi, si sono dovute sacrificare, hanno dovuto sacrificare molte volte perfino la propria vita. Diritti sacri! Che abbiamo dunque il dovere di rispettare, tutelare e custodire. Quei diritti inalienabili dell’uomo, sanciti dalla nostra Carta Costituzionale e sì, certo, nel nostro piccolo, anche, dallo Statuto dell’Unione.

Quello Statuto che rappresenta la Carta costitutiva intorno alla quale tutti noi ci ritroviamo e ci riconosciamo sempre, perché incarna il patto di lealtà e onore che ciascuno di noi ha stipulato e stipula giorno per giorno, in ogni momento, con l’Associazione e con ciascuno degli altri associati, fin da quando gli viene riconosciuta la qualifica e consegnata la tessera di socio.

Incardinare una discussione sul tema della mancanza o restrizione del diritto di parola e di opinione, pertanto, potrebbe divenire esercizio assai rischioso e recare danno grave, non già a questa o quella persona, a questo o quel presidente Nazionale, Regionale, Sezionale; non alla Direzione, non al dirigente antipatico e cattivo, ma all’insieme degli Organi associativi.

Infatti, orecchie esterne che fossero chiamate ad ascoltare simile discussione nella quale mettiamo in dubbio al nostro interno l’intangibilità del diritto di parola, opinione, coscienza di ciascuno di noi, non ci prenderebbero sul serio oppure trarrebbero la triste conclusione che questa nostra Associazione meriterebbe di essere cancellata, perché indegna di annoverarsi quale parte del tessuto democratico del Paese.

E mai dobbiamo dimenticare, nella nostra responsabilità di soci e dirigenti, che orecchie esterne sempre ci ascoltano; occhi esterni sempre ci guardano; persone esterne sempre ci osservano. E più è elevata la nostra posizione di dirigenti, tanto maggiore deve essere la sensibilità personale e associativa verso l’immagine di noi Unione che proiettiamo all’esterno con gesti, parole e atti.

Oltre, dunque, guardiamo oltre. Per formulare proposte concrete, percorrere le vie più adatte ad affrontare e risolvere nel contempo gli affari più semplici e le problematiche più complesse.

Questa è l’unica strada sulla quale possiamo camminare come dirigenti responsabili e consapevoli; la strada che abbiamo l’obbligo di percorrere tutti insieme, tenendoci per mano, senza sgambetti o colpi bassi, senza pregiudizi e gelosie; a cuore aperto e mente libera.

Noi siamo stati chiamati dal nostro Congresso a stare insieme: ora dunque, dobbiamo stare insieme. Vincere insieme o cadere insieme; perché siamo l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e abbiamo il dovere di rappresentare la nostra Storia centenaria con l’orgoglio e l’umiltà che ci hanno insegnato i nostri “Padri fondatori” e predecessori.

Pochi giorni fa abbiamo salutato con gioia e sollievo la rielezione di Sergio Mattarella quale nostro “nuovo” Presidente della Repubblica.

Eppure in questa elezione si colgono tutte le fragilità di un sistema e tutte le incertezze di una classe politica che arranca nell’interpretare paure, aspettative e speranze di un Paese giunto oggi forse a uno snodo cruciale della propria storia.

Saremo chiamati di certo a vivere ancora tempi difficili, non solo e non tanto a causa della pandemia terribile di questi ultimi mesi, ma soprattutto per via del quadro politico incerto che rende instabile l’economia, precaria l’esistenza di tutti i giorni e pregiudica la fiducia nelle istituzioni a ogni livello.

Anche noi, dunque, l’Unione, siamo chiamati a fare i conti con questa situazione generale e fronteggiarla al meglio, mediante l’elaborazione di proposte e strategie che sappiano mantenere e rafforzare la nostra credibilità e autorevolezza, perché sia sempre assicurata ai ciechi e agli ipovedenti italiani quella voce forte che riesca a farsi ascoltare pur nel frastuono di un contesto complicato dove tutti parlano, mentre invece solo pochi agiscono e provvedono.

Abbiamo la responsabilità di portare questa Associazione sulle spalle di noi tutti per cinque anni; lo abbiamo chiesto, lo abbiamo ottenuto e ci è stato accordato dal Congresso appena un anno fa. Dentro le regole del nostro Statuto, dobbiamo dunque compiere insieme questo tratto di strada, senza velleitarie fughe in avanti e senza che alcuno si assuma la responsabilità tremenda di infliggere all’Associazione una stagione di turbolenza e instabilità.

Sì, insieme. Soltanto insieme. Per l’Unione!

Mario Barbuto – Presidente Nazionale UICI

Autunno insieme

Autore: Linda Legname

“Voglio un autunno rosso come l’amore, giallo come il sole ancora caldo nel cielo, arancione come i tramonti accesi al finire del giorno, porpora come i granelli d’uva da sgranocchiare. Voglio un autunno da scoprire, vivere, assaggiare”.

In questi giorni seppur ancora segnati da temperature quasi estive, ci stiamo lasciando alle spalle la stagione più calda e chiassosa dell’anno.

Rimangono indelebili le immagini e i racconti dei nostri soggiorni estivi, dei progetti di “Ri…gioco la mia parte” che hanno visto una partecipazione corale delle nostre strutture territoriali e regionali.

L’estate ci ha trovato impegnati anche e non solo, nell’avvio e nella successiva formazione dei 900 Volontari del Servizio Civile Universale. Una sfida importante che ha visto per la prima volta la nostra Associazione presentare e gestire un Progetto nazionale unico, ricco di nuove opportunità.

Cullati dai ricordi e dalla gioia di aver contribuito a rendere più leggera l’estate ai nostri piccoli e alle loro famiglie, di non aver lasciato soli tanti soci durante il periodo estivo grazie al supporto dei volontari, accogliamo ora l’autunno con i suoi toni caldi, sfumati e malinconici; con i suoi profumi tanto legati alla terra e alle radici.

La scuola, con tutte le sue incertezze, è iniziata. La quotidianità e il ritmo del lavoro scandiscono le nostre giornate sempre più corte. I timori legati alla pandemia, nonostante le vaccinazioni a tappeto, non ci lasciano del tutto tranquilli e purtroppo c’è ancora poco spazio per tutte le attività che vorremmo organizzare in presenza. Ma attendiamo fiduciosi.

Il nostro cammino continua con la forza e la determinazione che ci contraddistinguono da sempre, rendendoci unici.

E il primo mese d’autunno inizia per la nostra Unione con tanti impegni e numerosi appuntamenti.

Il secondo giovedì del mese di ottobre celebriamo la Giornata Mondiale della Vista che quest’anno ha per noi un sapore tutto speciale: finalmente, dopo anni di incertezze e incomprensioni, UICI e Società Oftalmologica Italiana hanno raggiunto la serenità necessaria per lavorare l’una accanto all’altra. Scienza e cittadinanza, unite, trovano così maggiore forza, più ascolto e nuove risposte.

La pandemia, purtroppo, ha scoraggiato l’accesso alle cure non considerate “salva vita”, ha pressoché azzerato per parecchi mesi i controlli periodici della vista e le relative terapie che consentono la diagnosi precoce, spesso l’unico strumento per limitare gli effetti invalidanti di alcune patologie oculari.

In occasione della Giornata Mondiale della Vista richiameremo con decisione l’importanza di investire sulla prevenzione, sull’accesso rapido alle cure e sulla rivalutazione del valore stesso della vista che spesso si tende a sottovalutare, forse perché abituati a usarla nel quotidiano con tanta facilità.

Ci soffermeremo a riaffermare come tanti interventi di diagnosi e cura possono oggi essere resi anche a distanza tramite piattaforme digitali, aiutandoci così a portare la prevenzione tra i cittadini, senza attendere che siano i cittadini a dover andare a cercarla nei luoghi di cura.

A questo riguardo, confidiamo anche nelle annunciate risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che dovrebbe sostenere la diffusione della digitalizzazione in tante attività terapeutiche, riabilitative, di accoglienza, assistenza, istruzione e formazione.

Infine tantissime le iniziative di sensibilizzazione che le nostre sezioni territoriali mettono in campo il 14 ottobre, come del resto in tutto il mondo, per ricordare ai cittadini il valore della Vista e alle istituzioni l’utilità e i vantaggi di investire sulla prevenzione.

Ma l’autunno, e in particolare il 16 ottobre, l’UICI festeggia il più caro e fedele dei nostri amici: il cane guida. Il fido accompagnatore a quattro zampe che rappresenta per tanti di noi un compagno insostituibile di mobilità, autonomia e libertà.

La nostra scuola cani guida – Polo nazionale dell’autonomia Helen Keller – quest’anno dedica la giornata del cane guida alle famiglie affidatarie (puppy walkers), in occasione di un loro raduno per la riconsegna dei cuccioli che inizieranno così la seconda fase del loro addestramento presso il nostro centro.

Essere “famiglie affidatarie” è una scelta straordinaria d’amore e di solidarietà: nove/dieci mesi di vita insieme al cucciolo, che si concludono bruscamente con la riconsegna del cane alla scuola per completare il percorso di addestramento.

Un grande atto di coraggio e forza d’animo di persone che sanno restituire il cucciolo dopo averlo coccolato, visto crescere nella loro casa, tra i loro affetti; averci giocato assieme, averlo accudito, curato e portato a spasso per la città a imparare i primi “trucchi del mestiere” di cane guida.

Il loro non è un lavoro, ma l’espressione di un impegno sociale sensibile, ricco di umanità, per il quale non sapremo dire mai GRAZIE a sufficienza.

Non mancherà l’appello alla cittadinanza e alle istituzioni, ancora troppo spesso disattente verso la funzione preziosa dei nostri amici a quattro zampe, perché sovente ignorano le normative, rifiutano la presenza del cane, magari con la superficialità di chi non si rende conto di ostacolare la libertà e la vita della persona che si trova dietro la maniglia di quel cane.

Per me, Presidente della nostra scuola cani guida, è motivo di orgoglio e di emozione la crescita continua di questa bella realtà che tanto ha patito in passato e che ora incontra sempre più l’apprezzamento degli utenti, il favore del pubblico e l’attenzione delle istituzioni.

Come chiuderemo il mese di ottobre?

Finalmente, dopo quasi due anni, con un grande incontro in presenza: l’Assemblea Nazionale dei Quadri dirigenti, sabato 30 e domenica 31.

La mia prima Assemblea da Vice Presidente; alla quale mi avvicino con umiltà, tanta emozione e un pizzico d’ansia.

Un programma ricco, attuale che offrirà a tutti l’occasione per riflettere sui grandi temi della vita sociale e sul ruolo dell’Unione.

I grandi cambiamenti sociali e comportamentali indotti anche da questi mesi di pandemia, ci obbligano ad adeguare continuamente le modalità del nostro agire quotidiano, per essere sempre al passo con i tempi, le innovazioni e le norme.

Ritengo che i dirigenti nazionali, in questa circostanza, debbano soprattutto saper ascoltare, raccogliere, ricevere, meditare.

Le idee più fruttuose, infatti, giungono sempre dalla base.

L’autunno infine, segnerà quel percorso di “passione” spesso richiamato dal Presidente nazionale in concomitanza con la discussione e approvazione della Legge di Bilancio.

Sarà bello incontrarci da remoto e in presenza con i colori, i profumi e i sapori di un autunno tutto da gustare, insieme!

Linda Legname

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Buona festa, Mamma!

Autore: Linda Legname

Non sono mamma e forse non sono in grado di comprendere in pieno, sempre e subito, quanta forza possa abitare dentro il corpo e l’anima di una donna che diventa mamma; quanto potente riesca a essere l’amore verso un figlio, capace di richiamare risorse inesauribili e di scatenare le energie più profonde di noi, esseri umani di genere femminile. D’accordo, sì, ma sono comunque donna, figlia, zia, madrina e riesco a sentirmi mamma adottiva di tutte le bambine, le ragazze, i bambini, i ragazzi dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

Sembrerà incredibile, ma spesso mi coglie la sensazione di aver visto nascere e crescere ognuno di loro: così, insieme, figli e figlie. Diversi nelle caratteristiche fisiche, nella provenienza geografica, nelle radici sociali, nel carattere, ma uniti da un denominatore comune: avermi aiutato a portare alla luce aspetti di me che non sospettavo nemmeno di possedere, rendendomi forse migliore, a tratti speciale e regalandomi la sensazione immensa di essere mamma mille volte. Sono davvero una donna fortunata!

Figura delicata, semplice, intreccio di amore, cura, sostegno e dedizione. Questa è la mamma! Non ha superpoteri. È semplicemente unica. Ha una dolcezza straordinaria. Una forza insospettabile… È lei, infatti, che ci ha insegnato a sorridere, che ci sa tenere per mano quando occorre… È lei che sa essere e donarci felicità piena, autentica; l’ossigeno della vita. La mamma! Persona che mai riusciremmo a non amare. Sempre con noi, mano nella mano, anche a distanza, anche quando, cresciuti, cammineremo per il mondo, quando la pandemia rende obbligatorio stare separati, perfino quando l’amore della nostra vita ci ha spezzato il cuore. Insieme a lei per la vita e verso la vita.

È vero: abbiamo avuto pareri in contrasto, litigato per il motorino mai acquistato, per un voto negativo a scuola, per i sacrifici richiesti a compensare i soldi mai sufficienti a fine mese, per quelle sigarette nascoste nell’armadio, per non aver rispettato l’orario di rientro la sera, per avere tradito un’aspettativa. Cuore a cuore unico battito; viso a viso lacrime intrecciate. Complici, sorelle, amiche, nemiche… E quando quel batuffolo di vita è divenuto grande, la mamma non si mette a riposo: altre preoccupazioni, altri affanni ne accompagneranno i pensieri e i giorni. E così saremo, figlie che si fanno mamme. Per sempre.

Ma quanta profondità e complessità racchiusa in quella consonante scandita tre volte e quella vocale pronunciata due volte. Quanta intelligenza e consapevolezza in una maternità che non viene invocata e praticata come un diritto o un dovere, ma vissuta dal profondo, come una scelta personale e responsabile; quanta forza, bellezza e tenerezza nelle doglie di un parto che annuncia e consegna la gioia della vita, forse la più sublime. Quanta pena dell’anima, che pure non si fa mai rassegnazione e sconfitta, di fronte a una diagnosi clinica fredda come marmo, lì pronta a negare il «diritto naturale» a diventare mamma. Quanta libertà, coraggio, forza, consapevolezza, nel portare in grembo e far nascere un bambino, sì, anche con disabilità. E che fatica, pazienza, determinazione e organizzazione tutte nuove per gestire i tempi del lavoro, la cucina, i letti da rifare, i suoceri, i cognati, i parenti e ogni tanto, certo, perfino il marito-compagno! E quei sorrisi davanti allo specchio? Per tutte le volte che le sopracciglia appaiono in disordine, la ceretta da fare, mentre fili argentati sempre più numerosi vengono a popolare i capelli e ricordano il tempo che passa inesorabile… E intanto, in tutto questo caos, la mamma non ha mai tempo abbastanza per prendersi cura di sé!

Accade anche di essere mamme e figli di un amore mai esistito, perduto o sfortunato: ma seppur sole nel decidere di accogliere e crescere un figlio, si diventa leonesse, fiere, orgogliose, ancora più belle.

Sommessamente, con il rispetto e la delicatezza che meritano, rivolgo un pensiero felice alle nostre mamme con disabilità visiva: le tante amiche, conoscenti, cieche e ipovedenti impegnate come tutte le altre donne a gestire prima la scelta di una maternità e poi la crescita di un figlio desiderato e amato nello stesso modo in cui lo amano le altre donne. Tutte le donne-mamme del mondo.

Non è facile e non lo è stato per me davanti a quella scelta: ci sono passata.

Ricordo: smarrimento, paura, angoscia, senso d’impotenza, preoccupazioni, limiti reali o immaginari hanno pennellato intere giornate e lunghe notti.

Sì, ho scelto di non essere mamma.

Non ho saputo rassegnarmi all’idea e al pericolo di trasferire in maniera consapevole la mia stessa patologia a una nuova creatura. Il rischio era davvero elevato. Ho messo il mio corpo, la mia anima e la mia testa sottosopra. Ma ho scelto liberamente, con la serenità faticosa di queste circostanze; consapevolmente. E non ho mai avuto ripensamenti o pentimenti. Ma non posso negare che mi sono sentita mancare l’aria quando ho comunicato a me stessa, ad alta voce, la mia decisione, quando ho colto il dolore negli occhi del mio ex marito, quando ho letto nel cuore di mia mamma la sofferenza per una figlia forse realizzata a metà.

Provo, per questo, grande ammirazione per tutte quelle donne con disabilità che hanno fatto scelte opposte alla mia. Ci sono storie bellissime di tante donne cieche e ipovedenti, ma anche con altre disabilità che vivono la maternità con la pienezza, la normalità e la quotidianità di tutte le mamme.

Oggi in occasione della ricorrenza della Festa della mamma è giusto e doveroso ricordare che c’è ancora parecchia strada da fare per garantire diritti maggiori alle donne con disabilità, a prendere decisioni sulla propria maternità. Maggiori informazioni, formazione più adeguata dei professionisti sanitari, sociali e istituzionali. Accade spesso che a scoraggiare una giovane, possibile mamma con disabilità, infatti, non sia tanto la paura legata alla stessa disabilità, ma per esempio, piuttosto il contesto nel quale vive, nel quale anziché trovare sostegno, aiuto, conforto, favore, si creano spesso, piuttosto, barriere insormontabili.

Segnali importanti, quelli provenienti da un sostegno adeguato, che consentirebbero di sgretolare tabù, pregiudizi, stereotipi, leggende metropolitane, per rafforzare, invece, il valore culturale e sociale insito nel proporre e promuovere cambiamenti nella maniera in cui si guardano e si considerano le donne con disabilità che hanno scelto la maternità in modo libero e consapevole, proprio come ogni altra donna.

Ecco: questo diritto di scelta consapevole occorre saper coltivare come una pianticella tenera e ravvivare come fiammella che scalda l’anima. Quel diritto di essere pari tra le pari, cittadine tra cittadine, mamme tra le mamme.

Auguri a tutte le mamme!

Articolo pubblicato il 07/05/2021.

Di nuovo Pasqua, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Un anno fa, con l’arrivo della Pasqua, tutti sospiravamo la fine del lockdown. Poi, invece, non successe. Andammo avanti così, tra incerte aperture e rinnovati timori fino al 3 giugno, quando tutto o quasi parve tornare finalmente alla normalità, mentre ognuno di noi teneva in cuore la speranza di liberarsi di un incubo finito.

Tra giugno e dicembre, sei mesi di passione intensa, coraggio, paura, trepidazione: abbiamo rinnovato tutti i nostri Organi associativi, come da Statuto, facendo ognuno di noi il proprio dovere di socio, dirigente, presidente.

E intanto montava la seconda ondata. E poi la terza…

Ristori, vaccini, recovery fund, supporto, sostegno, didattica a distanza, smart working. Parole che hanno cominciato a incombere nel nostro quotidiano, alle quali ci siamo ormai abituati, ma dalle quali speriamo sempre di liberarci quanto prima.

Da dicembre abbiamo instaurato una interlocuzione con le autorità di Governo per far valere un nostro diritto sacrosanto a conquistare quella priorità vaccinale dovutaci non perché siamo una categoria fragile, ma in quanto persone maggiormente esposte a rischio, costrette come siamo a un uso intenso del tatto e a ridurre spesso il distanziamento fisico dagli altri.

A inizio gennaio, a forza di insistere e perseverare, abbiamo ottenuto una promessa pubblica dal commissario straordinario. Ma poi…

si devono aggiornare le raccomandazioni del Ministero; cambia il Governo; non arrivano i vaccini; le morti sospette…

Poi, finalmente, a metà marzo, con oltre un mese di ritardo sulle previsioni, cominciano anche per noi ciechi e ipovedenti le vaccinazioni.

Per qualcuno rappresentano una nuova barriera protettiva contro il virus; per altri, non sono ancora una soluzione convincente.

Nel frattempo, un nuovo anno e un nuovo ciclo hanno inizio. Con un grande evento abbiamo ricordato e onorato la Giornata nazionale del Braille. L’8 marzo abbiamo reso omaggio alle nostre sorelle e compagne con un appuntamento che ha coinvolto persone e personalità della politica, cultura e società civile in una panoramica di contributi emozionanti e significativi.

E intanto, in parallelo, abbiamo impegnato la credibilità dell’Unione sui progetti relativi al recovery plan, o come si dice formalmente, PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

Abbiamo consultato, interpellato e coinvolto ministri e parlamentari, presentato le nostre proposte e battuto ogni strada per aprire nel PNRR quel canale dedicato alle disabilità, così trascurato, anzi pressoché ignorato, nel testo inviato dal Governo al Parlamento.

Cinque semplici proposte programmatiche tendenti a migliorare in modo stabile le condizioni di vita di ciechi, ipovedenti e persone con disabilità plurime, ma sempre nel contesto di una comunità nazionale tutta, che possa ricevere beneficio dall’attuazione di questi punti di programma:

– Prevenzione della cecità;

– Scuola e Formazione;

– Abilitazione e Riabilitazione per le disabilità plurime;

– Mobilità Sostenibile;

– Cittadinanza Attiva.

Cinque temi che abbiamo declinato e dettagliato con specifiche proposte di intervento corredate di relativi piani finanziari, chiedendo che venga destinata una percentuale dello 0,1% alla loro attuazione. Una somma irrilevante nel contesto delle risorse attese nei prossimi progetti alla voce recovery plan. Una somma che definire esigua sarebbe perfino troppo generoso, ma tuttavia capace di recare miglioramento a circa due milioni di persone e di elevare il livello di servizi e infrastrutture a maggior vantaggio dell’intera comunità nazionale.

Riuscirà il “Governo dei migliori” o chi per esso nel prossimo futuro a dare risposte di concretezza a queste aspettative e necessità?

Un punto interrogativo che abbiamo il dovere di porre, con l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione.

E intanto torna Pasqua. Un altro lockdown. O forse un lockdown senza soluzione di continuità.

Chiudi, apri, limita, consenti, vieta.

Un’altalena da brivido che da un anno ci lascia senza fiato.

Non c’è che dire. Solo un augurio, con il cuore colmo di speranza e i pensieri densi di preoccupazione:

“BUONA PASQUA!!!”

8 Marzo – Il Cammino Insieme

Autore: Linda Legname

di Linda Legname – Vice Presidente Nazionale

“Puoi spararmi con le tue parole,

Puoi tagliarmi con i tuoi occhi,

Puoi uccidermi con il tuo odio,

Ma ancora, come l’aria, mi solleverò”.

Maya Angelou

Non voglio cominciare con il classico e intramontabile “c’era una volta”, ma desidero invece raccontare oggi una storia e una realtà attuale, ben ancorata al presente, fatta di quel bisogno di avere un posto nella comunità alla quale si appartiene, di impegnarsi, riscattarsi, riuscire a costruire il proprio progetto di vita.

Non è e non sarà mai, questo, un argomento da narrazioni del passato, ma un tema di sempre che riconduce alla lotta quotidiana per guadagnare la propria giornata, definire il proprio ruolo sociale e umano, in una parola: realizzare una propria esistenza di libertà e uguaglianza.

Dunque, non “c’era una volta”, ma c’era da sempre e c’è oggi la Donna: madre, lavoratrice, moglie, dirigente, compagna, sorella, amica, figlia, amante, ribelle, creativa, distruttrice, folle, disabile.

Forte come una quercia, fragile come cristallo, delicata come una lacrima, resistente come l’acciaio, sensibile come un nervo scoperto, coraggiosa come una leonessa, leggera come una rondine in volo, timida come una carezza, virtuosa come una santa, volubile come piuma al vento…

Mille aggettivi diversi, mille apprezzamenti e definizioni, mai basteranno, tuttavia, a dare chiarezza e completezza al progetto d’amore che le donne portano con sé. Spesso private e denudate della loro dignità e libertà, eppure sono proprio le donne a riuscire ancora a emozionarsi del sorriso di un bambino; a meravigliarsi dinanzi a un tramonto; a commuoversi per un abbraccio inatteso; a piangere e sorridere, a urlare al mondo intero il proprio amore sviscerato per la vita, nonostante tutto!

Le donne, sì, le donne. Sono forti e coraggiose. Hanno paura, ma ugualmente scelgono di portare in grembo e far nascere un bambino, anche disabile, che molto probabilmente sconvolgerà loro la vita.

Sono le donne a dare vita – e a volte anche la loro vita – a quegli stessi uomini che forse ruberanno il loro sorriso, non di rado, perfino con violenze fisiche e psicologiche.

Sono sempre loro, le donne, a sopportare in silenzio i soprusi, gli abusi, le discriminazioni nei luoghi di lavoro, nei locali pubblici, per strada, spesso tra le mura domestiche. Eppure resistono… E tornano a scegliere un compagno da amare, sfidando la paura per le probabili assenze e il rischio dell’ennesima sconfitta.

Ogni giorno una sfida diversa, una catena di responsabilità piccole e grandi che comportano spesso, troppo spesso, rinvii e rinunce. C’è sempre, infatti, prima di me, prima di noi, qualcos’altro da fare, qualcun altro da accudire, un servizio, un impegno, un compito al quale dover dedicare il tempo, il corpo, l’intelligenza, l’attenzione, l’anima.

E ancora, sì, ci sono loro: le donne con disabilità. Donna e disabilità. Quasi un duplice marchio negativo.

Un fattore già di per sé causa di discriminazione e pregiudizio, la disabilità moltiplica i suoi effetti negativi sulla persona nel caso si tratti di una donna a esserne portatrice. Spesso infatti, per una donna con disabilità, alla discriminazione di sesso e di genere, si somma quella dovuta alla menomazione fisica, psichica o sensoriale e per aggiungere al danno la beffa, risultano ancora troppo frequenti i pregiudizi degli stessi uomini con disabilità verso le donne nelle loro stesse condizioni.

Fatica immensa e raddoppiata per affermare la propria personalità, farsi riconoscere, guadagnare quel diritto all’esistenza e all’uguaglianza. Una sommatoria, anzi, una moltiplicazione di discriminazioni assurde dinanzi alle quali oggi ancora non riusciamo a mettere la parola “BASTA”.

Alla lotta quotidiana di una donna con disabilità per dare forza e dignità al proprio progetto di vita, in famiglia, a scuola, sul lavoro, con le persone più prossime, si aggiunge, appunto, anche la beffa di una condizione di discriminazione ancora oggi persistente perfino tra di noi, nelle nostre associazioni rappresentative e di tutela, nella nostra Unione.

Abbiamo dovuto, infatti, ricorrere alle cosiddette quote rosa, grazie alle quali abbiamo trovato un po’ di spazio tra i ruoli associativi dirigenti, sempre comunque monopolizzati in larga maggioranza dal genere maschile. Qualcosa comincia a muoversi nelle sezioni territoriali con la presenza di figure femminili alla Presidenza e nei Consigli, ma ancora in misura davvero molto esigua. Per non parlare delle Presidenze dei Consigli regionali, dove la presenza di segno maschile si conferma ben 19 volte su 21.

Certo, tutte persone degne di stima e meritevoli di occupare il posto che occupano, questi presidenti. Ma possibile che si rimanga ancora tanto lontani da percentuali un po’ meno squilibrate?

Nell’ultimo Congresso del novembre scorso, le candidature femminili erano giusto sufficienti a rispettare la quota rosa di un terzo, eppure ben dieci delle undici candidate sono risultate elette. Di conseguenza, in Consiglio Nazionale abbiamo una presenza complessiva di dodici donne e trentatrè uomini, con una percentuale femminile del 25 percento circa che si rispecchia anche nella Direzione dove le donne sono soltanto un quarto del totale.

Tanto cammino ancora da fare, dunque, perché l’altra metà del cielo possa davvero essere una metà.

Luce Irigaray scrive “La prima democrazia comincia a due”, cioè tra uomo e donna.

Sì, un cammino lungo, di civiltà, rispetto e umanità attende ancora le donne per guadagnare quella parificazione vera, autentica, costante e incancellabile, nella nostra Associazione, così come nel resto della Società, perché siamo purtroppo lontani, molto lontani da questo traguardo.

Ho dovuto sperimentare sulla mia pelle, come su quella di tante altre donne come me, la fatica di essere dirigente che per diventare tale è chiamata a mettere tutta se stessa, tutti i talenti a disposizione, pochi o tanti che siano, tutta la passione per il lavoro che si sta facendo. E poi, quando hai messo tutto questo, quando hai conquistato con l’impegno il tuo diritto a stare fianco a fianco con i colleghi dirigenti uomini, ebbene, proprio allora, molte volte devi ancora dimostrare quanto il posto che occupi è frutto delle fatiche tue e non invece il risultato di qualcosa che ti è stato comunque regalato, che hai ottenuto magari con il ricorso ad arti subdole di femmina o perfino peggio.

Ecco, le allusioni ammiccanti, le insinuazioni sleali, quei silenzi di pietra che a volte ti piovono in faccia come pugni, magari entrando non attesa in una stanza dove, chissà, i presenti stanno proprio esprimendo malignità proprio sul conto tuo.

Noi, le donne dell’Unione, le dirigenti territoriali, regionali, nazionali, rivendichiamo con tutta la nostra forza, all’interno dell’Associazione il diritto a essere considerate e giudicate solo ed esclusivamente per il nostro lavoro, per le nostre capacità, per il tempo donato alla causa e l’impegno profuso nell’esercizio del ruolo. E ancora, rivendichiamo il diritto a essere persone, donne, con i nostri sentimenti e affetti, per i quali esigiamo soltanto rispetto e silenzio.

Quante volte dovrà ancora accadere per noi donne di dover essere considerate non solo per le nostre qualità, ma soprattutto per la femminilità che vive in noi e più volgarmente per le nostre parti femminili e per le nostre scelte private? Divenga dunque davvero, questo 8 marzo di pandemia e distanziamento, una occasione di riflessione comune di donne e di uomini sul proprio modo di essere e di interpretare la propria presenza nella comunità che ci accoglie. Andare oltre le mimose, i sorrisi a volte ipocriti, le festicciole, i gentili doni, per un 8 marzo che viva con noi ogni giorno dell’anno nella correttezza e nel rispetto dei sentimenti, delle intelligenze, del corpo, delle scelte, dei desideri, degli inevitabili errori.

Nel mio nuovo ruolo di Vice Presidente Nazionale una riflessione che desidero condividere con tutti voi sui veri pilastri dell’esistenza umana: diritto alla vita, alla libertà, al lavoro, alla felicità, all’amore. Ora e sempre. Per ogni donna, per ogni uomo. Per l’uomo e la donna insieme che sono fatti della stessa sostanza.

Sei puntini e una vita

Autore: Mario Barbuto

Sono trascorsi ormai troppi anni da quando ho varcato per la prima volta la soglia dell’Istituto dei Ciechi Ardizzone Gioeni di Catania e la mia Maestra di allora, indimenticata, mi avviò all’apprendimento del Braille.

Ero indietro rispetto ai miei compagni perché per me l’anno scolastico era iniziato alla fine di gennaio. Eppure quanta voglia di conoscere, scrivere, leggere… mentre il ticchettìo dei punteruoli a forare la carta e il rumore metallico delle tavolette mi divenivano ogni giorno più familiari.

Ricordo con nostalgia i bei giorni della mia infanzia nutrita di giochi condivisi, di corse spericolate a piedi e in bicicletta; le birichinate con i “ragazzacci” del quartiere… ma loro tutti i giorni sparivano dalla circolazione per tre, quattro ore e andavano a scuola e imparavano a leggere e scrivere con penne e quaderni.

Quante mattinate da solo, a casa o in cortile ad aspettare il loro ritorno da scuola.

I primi mesi al Gioeni trascorrevano lenti nel confronto quotidiano con il cibo, con i nuovi compagni di scuola e di giochi, difficili da conoscere per via del mio carattere schivo e introverso. E intanto la curiosità di imparare a leggere e a scrivere mi riempiva l’anima di forza, coraggio, speranza.

A sette anni, così, incontrai per la prima volta quei sei puntini in rilievo sulla carta, grazie alle mani morbide e pazienti della Maestra Raffaella, alla sua voce limpida e ferma.

Già a marzo, tornato a casa per il fine settimana, fiero, orgoglioso e un po’ trepidante, dinanzi ai miei genitori incuriositi ed emozionati, lessi la mia prima poesia, in Braille, con le mani sul libro di scuola che finalmente avevo conquistato anch’io, come le mie sorelle, i miei fratelli, i miei compagni di giochi. Certo un libro un po’ speciale. Senza inchiostro e pagine illustrate, ma pur sempre il mio libro, con tanti puntini da toccare.

Da allora il Braille mi è compagno di vita: nelle lunghe e intense giornate di lavoro, nelle notti spesso insonni, nel poco tempo libero dedicato agli adorati libri; in viaggio, in vacanza, nella scrittura di programmi per il computer, nella preparazione di emendamenti, comunicati, documenti, lettere, articoli; all’alba quando leggo qua e là i giornali, su Facebook per ritrovare qualche amico e un po’ di leggerezza.

Sì, sempre con me.

Anche l’armadietto delle medicine e il mio guardaroba conoscono il Braille: camicie, maglioni, giacche, pantaloni, portano sempre un’etichetta segreta, a puntini, che mi ricorda il loro colore.

Dalla mia città natale, Catania, fin dalla primissima infanzia, all’amata Bologna, mia città di adozione, all’Istituto dei Ciechi Cavazza dove inizio a occuparmi della Biblioteca dopo aver appena completato gli studi, dall’inseparabile tavoletta e punteruolo ai più moderni sistemi tecnologici, allo schermo touch a Braille virtuale dello smartphone, il Braille sempre, sempre con me.

Al Braille, pertanto, credo di dovere larga quota della mia formazione umana, preparazione professionale e in definitiva, la persona che sono diventata e che sono oggi.

Non potrei mai immaginare le mie mani private della possibilità di percepire, scoprire e catturare quei puntini sempre tanto attuali e insuperati.

Risuonano spesso in me le parole della Maestra Raffaella: “le mani, devono sapersi muovere, toccare, esplorare, riconoscere, discriminare”.

Un tuffo nel passato che sa di presente e che vive di attualità.

Imparare a leggere e scrivere è un Diritto sacrosanto, un atto essenziale della vita che consolida l’autostima, rafforza quel piacere della scoperta e del fare sul quale incentrare l’intero percorso di crescita di tutti gli esseri umani. Negarlo ai bambini ciechi per scarsa competenza degli insegnanti, per improvvisazione di operatori non specializzati, per superficialità e indifferenziata incapacità di identificare le specifiche esigenze di ognuno, appare come un delitto che riguarda non soltanto la Scuola e le Istituzioni, ma l’intera collettività.

Louis Braille non è soltanto l’inventore di un sistema rivoluzionario, ma il portavoce di un messaggio attuale e universale di umanità e di crescita: credere in se stessi, ricercare e costruire la propria personale identità, desiderare, rischiare per essere felici, scommettere sulle proprie abilità per contribuire al benessere della comunità della quale si è parte.

Oggi ai nostri bambini, alle nostre bambine, ai nostri amici che perdono la vista in età avanzata va insegnato non solo il Braille come mezzo per leggere, scrivere, comunicare, non rimanere indietro, ma soprattutto quel bagaglio umano e quel messaggio intimo e insieme universale che i sei puntini a rilievo portano in giro per il mondo da quasi duecento anni.

Domani…, di Mario Barbuto e Linda Legname

Autore: Mario Barbuto e Linda Legname

Pareva che il 2020 non dovesse avere mai termine. Abbiamo desiderato e sospirato a lungo la fine di un anno bisbetico e indomabile, promettente e traditore.

Gli arcobaleni e le canzoni alle finestre, la corsa affannosa per stare al passo con le nuove tecnologie, la conferma di un sistema sanitario da rifare, la riscoperta di affetti che spesso ci eravamo abituati a dare per scontati, la vicinanza forzata che ha ucciso altri affetti, l’impegno quotidiano di medici, infermieri e volontari che per magia diventano eroi, la scuola che si ferma, si inceppa, zoppica…

Eppure parlando con i nostri nonni scopriamo che loro hanno vissuto anni perfino peggiori. Da loro, dunque impariamo a guardare all’anno che è appena arrivato con fiducia, tenacia, determinazione.

Ci ricordiamo dei buoni propositi di fine anno, formulati per l’anno nuovo? Ebbene: l’anno è arrivato. Facciamo in modo che quei propositi diventino progetti e realtà.

Nel pensare alla nostra Unione, occorre elaborare e far recepire le nostre proposte per il Recovery plan, concretizzare e realizzare le risoluzioni congressuali, dare alla nostra Associazione una veste e un volto completamente nuovi e più accoglienti, dove nessuno venga lasciato indietro.

Un volto e una veste nuova, tuttavia, presuppongono il coraggio del cambiamento, innanzitutto a partire da noi stessi. Cambiare il certo per l’incerto, è vero, può fare paura, suscitare perplessità, alimentare disorientamento, soprattutto se lo si affronta da soli. La forza dell’Unione, invece, consiste nel saperci tenere tutti uniti, mano nella mano, consapevoli di un cammino difficile, ma fiduciosi del traguardo da raggiungere, insieme.

Operatività, efficacia ed efficienza saranno, ora e domani, le parole chiave della nostra azione a qualsiasi livello.

Pronti quindi a fronteggiare gli impegni ordinari e straordinari che ci attendono e disponibili a lavorare per un nuovo modello associativo nel quale ciascuno possa e sappia ritrovarsi.

Intorno a questo modello, infatti, ci ritroveremo in tanti, tantissimi: vecchi e nuovi soci, dirigenti, collaboratori, volontari, per rendere la nostra Unione sempre più bella, forte, moderna; mentre, richiamando alla mente, un po’ per gioco, i versi di una storica canzone:

 “Senza grandi disturbi, qualcuno sparirà. Saranno forse i troppi furbi e i cretini di ogni età”.

Il nuovo anno ha già portato una trasformazione.

Nota del Presidente Nazionale

Il 10 dicembre scorso, la Direzione dell’Unione ha affidato a Linda Legname la carica di Vicepresidente Nazionale.

Insieme a tutti gli altri dirigenti della Direzione e del Consiglio Nazionale, Linda rappresenta una realtà di oggi e una promessa di Domani. Una base solida di quel profondo cambiamento da porre in essere all’Unione, a tutti i livelli.

Per questa ragione ho chiesto a Linda di scrivere e firmare insieme l’articolo di fondo di questo mese e inizio d’anno, in omaggio alla sua elezione e nella speranza che ne seguiranno tanti altri, magari scritti e firmati solo da Lei.

Lettera di una Unione Centenaria

Autore: Mario Barbuto

Cari ragazzi,

e uso il termine “ragazzi”, dall’alto dei miei cento anni.

Avete appena finito di celebrare il mio Congresso. E ho potuto constatare che è stato un successo strepitoso.

Una tecnologia efficiente e impeccabile.

Una presenza di istituzioni e associazioni nazionali e internazionali come non si era mai vista prima.

Una partecipazione qualificata e competente dei congressisti e di tanti soci in ascolto.

Un insieme di risoluzioni finalmente improntate a realismo e concretezza che saranno guida per il Presidente e per i dirigenti appena eletti.

Una maturità comune e condivisa che si è respirata in ogni momento congressuale.

Bene! Complimenti e congratulazioni.

Il 26 ottobre scorso ho compiuto cento anni e mi avete onorato con medaglie, francobolli, musiche e cerimonie che mi hanno sorpreso e commosso.

Dieci giorni più tardi il Congresso che ha segnato un’epoca.

È arrivato dentro le case di tutti i soci grazie alle tecnologie che avete saputo usare in modo impeccabile e indiscutibile.

Decine e decine di votazioni palesi e perfino l’elezione dei dirigenti e del Presidente, tenute a scrutinio segreto, per le quali abbiamo potuto addirittura vivere quella suspense di sapore antico data dallo spoglio manuale, a una a una, delle singole schede votate.

Un’epoca si chiude e un’altra se ne apre. E io, Unione Centenaria, mi sento sempre al centro, grazie a voi che siete alimento e nutrimento della mia forza.

Al Presidente e ai dirigenti che si accingono a cominciare un lungo cammino di cinque anni, non voglio e non posso insegnare nulla. Se sono arrivata fin qui lo devo anche a loro, ma innanzitutto a quanti ci sono stati e sono venuti prima di loro: Nicolodi, Bentivoglio, Fucà, Kervin, Daniele… E i tanti dirigenti che li hanno aiutati, supportati, sostenuti…

Solo vorrei sommessamente consigliare, anzi, raccomandare a voi dirigenti che vi accingete al nuovo impegno: “ascoltate con il cuore, decidete con la testa”.

Solo vorrei sommessamente consigliare, anzi, raccomandare a voi soci: “continuate ad alimentare il calore della mia fiamma con fiducia e soprattutto con amore”.

Firmato: La vostra Unione Centenaria