“Il dato della ricerca Vera è drammatico, reale e impone una riflessione profonda.” Lo dichiara Linda Legname, Vicepresidente nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, in merito alla ricerca che ha rivelato come il 65% delle donne con disabilità abbia subito violenza nella propria vita, in un caso su tre senza che questa venisse riconosciuta come tale.
“Le donne con disabilità – aggiunge Legname – sono esposte a un rischio di subire violenza significativamente più elevato e, troppo spesso, quanto accade rimane sommerso, fino al punto da non essere riconosciuto dalle stesse vittime. Per le donne cieche e ipovedenti, la maggiore dipendenza da contesti di cura, le difficoltà di accesso alle informazioni, la difficoltà nell’avere nuove e diversificate relazioni sociali e per finire ai servizi di supporto e agli strumenti di denuncia possono rappresentare ulteriori fattori di vulnerabilità. Contrastare questo fenomeno significa costruire reti di protezione realmente accessibili, promuovere l’autodeterminazione e formare operatori e istituzioni affinché nessuna donna sia lasciata sola o privata della possibilità di riconoscere e denunciare gli abusi subiti”.
A costituire il fattore di rischio, molto spesso, sono proprio coloro cui le persone con disabilità si affidano nel quotidiano. “Una persona con una disabilità molto grave – spiega infatti Legname – dipende dal sostegno di caregiver, e quindi è più esposta. Nell’Uici abbiamo avuto un caso di una ragazza che ha subito una violenza durante una terapia, proprio dall’operatore. È ancora più difficile per una persona con disabilità denunciare: in questo caso specifico la ragazza era non verbale, quindi ha dovuto intento far capire ai genitori che la terapia non era più come prima. E poi al processo, che è finito con una condanna per l’operatore, ha dovuto anche subire una perizia: perché chi può credere a una persona con disabilità? C’è anche un fattore psicologico: una donna che suo malgrado mette al primo posto la disabilità, pensa che se va a denunciare un caregiver o un operatore, poi nessuno si prenderà cura di lei, teme di rimanere sola”.
“In altri casi – aggiunge ancora Legname – le ragazze con disabilità faticano a riconoscere comportamenti non adeguati perché la disabilità prevale sulla persona, e sviluppano un’insicurezza tale per cui scambiano comportamenti inopportuni per attenzioni. O, nel caso delle persone ipovedenti, la difficoltà sta anche nel non accorgersi perfettamente degli sguardi, dei comportamenti di chi sta intorno. In altri casi ancora la violenza non è necessariamente fisica, ma anche economica, come nei casi in cui la pensione e i sostegni vengono affidati interamente alla famiglia e la persona non riesce a disporre della propria libertà”.
Quali le strategie allora? “Necessario che il personale nelle strutture sia adeguatamente formato, ed è necessario anche che l’accesso alle case di accoglienza e nei centri antiviolenza sia facilitato, in modo che le donne si sentano accolte. Sono convinta che serva soprattutto un tavolo permanente, non un’azione sporadica, che riunisca in una rete tutte le associazioni, specificando ciascuna tipo di disabilità di cui si occupa. Il problema deve essere preso in mano dalle istituzioni. La legge sul Codice Rosso non fa proprio cenno alle donne con disabilità: noi come Uici abbiamo fatto una proposta, approvata in Senato, perché venisse aggiunto un emendamento. Ma serve che in sede istituzionale se ne parli in maniera sistemica e continuativa: altrimenti continueremo a parlarne adesso perché sono usciti i dati della ricerca, e poi a novembre quando ci saranno i convegni contro la violenza sulle donne, e poi continuerà il silenzio”.