Il Braille: leggere il mondo con le dita, vivere alla pari. Chiunque, dopo aver comprato un medicinale o salendo in ascensore, avrà notato almeno una volta nella vita quei punti in rilievo sulle confezioni o sui pulsanti. Così, il braille entra a far parte della vita quotidiana anche di chi non lo sa leggere. Nonostante questo, oggi alcuni ne mettono in discussione l’utilità se confrontato con le tecnologie di sintesi vocale, sempre più simili alla voce umana anche grazie all’avanzare dell’intelligenza artificiale, e con le piattaforme di streaming di audiolibri ormai molto popolari, o con i servizi dedicati esclusivamente a chi non vede, come il Libro Parlato. Ma il destino del braille è davvero quello di scomparire dalla nostra quotidianità e diventare un relitto storico di come si leggeva nei tempi andati?
Per rispondere a questa domanda, abbiamo raccolto le testimonianze di due giovani della nostra Sezione di Varese dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti: Laura e Andrea.
Laura
In questo dibattito la mia posizione è netta: il braille è uno strumento ancora attualissimo. L’ho usato costantemente durante i miei studi e sarà lo stesso anche nel lavoro, ma mi ha anche offerto l’occasione per “gettare un ponte” verso altre persone e rafforzare legami di amicizia, e di partecipare attivamente agli eventi della mia comunità.
Partiamo dalla scuola. Non so come avrei potuto risolvere gli esercizi di matematica, svolgere le versioni o imparare a scrivere in inglese senza il braille. Forse non sarebbe stato del tutto impossibile, ma sicuramente il lavoro sarebbe diventato molto più macchinoso e lento. Un discorso simile vale oggi per uno dei miei hobby preferiti: da appassionata di tecnologia, mi piace sperimentare con la programmazione, e scrivere codice informatico sarebbe molto più complicato se non potessi leggerlo sulla mia barra braille.
La barra braille è un dispositivo elettronico che si collega al computer o allo smartphone e restituisce il testo sullo schermo sotto forma di puntini in rilievo, aggiornandosi in tempo reale mentre si scrive o si legge. In questo modo è possibile esplorare parola per parola, riga per riga o carattere per carattere ciò che appare sul display, controllando con precisione ortografia, punteggiatura e struttura del testo.
Un po’ come nella matematica, in questo campo bisogna seguire regole precise, dove sbagliare anche solo un simbolo di punteggiatura o una parentesi genera un errore. Esaminare il codice senza braille significherebbe ascoltare ogni riga magari più volte o carattere per carattere per verificare che la sintassi sia corretta. In università, poi, ho potuto prendere appunti senza dover fare costante affidamento alla sintesi vocale per controllare che ciò che scrivevo fosse corretto, con conseguenti meno distrazioni.
Ma il braille non è solo funzionale, è anche un modo per dare la propria voce ai testi, senza dover dipendere dagli altri o da una voce artificiale che, per quanto sofisticata, non può trasmettere tutte le sfumature espressive di un testo.
Nella mia vita, il braille è diventato anche un mezzo che mi permette di avere una partecipazione attiva nella mia comunità. Frequentando il centro giovanile che riunisce tutte le parrocchie della mia città, spesso partecipo a momenti di riflessione o di preghiera. In queste occasioni porto sempre la barra braille per leggere i testi che ci vengono proposti e annotare qualche pensiero che desidero conservare. Senza il braille, sarei costretta a chiedere continuamente a qualcuno di rileggere per me i punti sui quali voglio riflettere di più, e durante le preghiere e i canti potrei soltanto ascoltare e tentare di ripetere qualche parola: sarebbe un’esperienza molto meno intensa.
Il braille, inoltre, facilita l’inclusione. In primo luogo, consente di organizzare attività inclusive, nelle quali vedenti e non vedenti possono partecipare su un piano di parità. Un esempio sono i giochi da tavolo accessibili, dove le carte riportano i valori sia in braille sia nel formato visivo, così che tutti possano giocare insieme.
Infine, il braille può diventare un ponte verso nuove conoscenze, un canale per creare unità e rafforzare i legami. Mi è capitato più volte di notare come il mio modo di leggere suscitasse curiosità negli altri. Dopo un evento al centro giovanile o una lezione universitaria, spesso qualcuno mi si avvicinava e mi chiedeva come funzionasse la barra braille e come facessi a leggere quei puntini. Così ho dato qualche piccola lezione e ho spiegato che il braille non è una lingua a sé che solo i non vedenti possono capire: sarebbe l’apoteosi dell’esclusione. Invece, il braille non è altro che l’equivalente dell’alfabeto, soltanto trasposto in un sistema di celle da sei puntini ciascuno. Questa esperienza è emozionante perché permette di toccare con mano il vero significato dell’inclusione.
Sicuramente il modo in cui il braille si legge e si scrive è cambiato: ho già citato più volte lo strumento della barra braille, ma esiste anche una funzionalità degli iPhone chiamata “input braille schermo”, una sorta di tastiera virtuale che, al posto delle lettere, presenta i sei punti braille, con i quali si possono comporre tutte le combinazioni che costituiscono le lettere e i simboli del sistema braille. È una funzione che utilizzo tutti i giorni per scrivere messaggi e prendere appunti quando non ho a disposizione il computer.
Tutto questo dimostra che il braille non è affatto un sistema superato, ma è anzi capace di adattarsi ai cambiamenti della tecnologia senza perdere la sua utilità. Contrapporre il braille alle altre tecnologie esistenti è un approccio infruttuoso: entrambi sono opportunità per vivere alla pari con tutti e avere le stesse possibilità di conoscere ed esprimersi.
Andrea
Il Braille non è solo un sistema di puntini in rilievo inventato da Louis Braille.
È, prima di tutto, lettura, comunicazione, autonomia. È la possibilità concreta, per una persona non vedente, di accedere alla cultura e alla vita quotidiana con gli stessi strumenti cognitivi di chi vede.
Parlo anche per esperienza personale.
Sono non vedente dalla nascita e ho imparato a leggere il Braille fin dall’asilo, esattamente come un bambino vedente impara a leggere le lettere stampate. Ringrazierò sempre chi me lo ha insegnato, perché senza il Braille oggi non sarei in grado di fare moltissime cose: dalla più banale — come leggere i numeri dell’ascensore o le scritte sulle confezioni delle medicine – a quelle più importanti, come studiare.
Grazie al Braille ho potuto seguire gli stessi programmi scolastici degli altri, senza dover ricorrere a percorsi semplificati. Ho potuto leggere libri, prendere appunti, affrontare verifiche ed esami con pari dignità. In altre parole: ho potuto essere uno studente come tutti.
Il Braille è stato fondamentale anche nel mio rapporto con la musica. Grazie ad esso ho potuto leggere gli spartiti, studiare e suonare il pianoforte, costruendo un legame profondo con le note esattamente come farebbe qualsiasi musicista vedente con il pentagramma davanti agli occhi. Quegli spartiti in Braille li custodisco tuttora gelosamente: non sono solo carta, ma rappresentano anni di studio, emozioni e crescita personale. Senza il Braille, tutto questo mi sarebbe stato semplicemente precluso.
E il Braille non appartiene affatto al passato.
Anche mentre sto scrivendo questo articolo, sto usando l’Input Braille integrato nell’iPhone, che mi permette di digitare testi tramite le combinazioni dei puntini. È la dimostrazione concreta che tradizione e tecnologia possono convivere: il Braille si è evoluto, adattandosi ai dispositivi moderni, senza perdere la sua essenza.
Oggi, però, sento spesso dire che il Braille sarebbe “superato”, che ormai non serve più perché esistono le sintesi vocali. È una visione pericolosa.
L’audio è utilissimo, certo. Ma ascoltare non è leggere.
La lettura sviluppa competenze diverse: ortografia, struttura delle frasi, consapevolezza linguistica. Senza Braille, una persona cieca rischia di diventare dipendente esclusivamente dall’ascolto, perdendo l’accesso diretto alla parola scritta. Sarebbe come crescere senza aver mai imparato l’alfabeto.
Se il Braille fosse davvero un sistema morto, perché sempre più realtà lo stanno integrando nei loro prodotti?
Un esempio virtuoso è Alce Nero, che da anni inserisce sulle confezioni un’etichetta in Braille con il tipo di pasta contenuto. All’estero capita di trovarlo nei posti più impensati: sulle zollette di zucchero, sui fazzoletti di carta, perfino – una volta mi è successo davvero – su una bottiglia di vino. Sono piccoli gesti, ma fanno una grande differenza, perché restituiscono autonomia e dignità.
Il Braille non è nostalgia. È inclusione pratica.
Per me, sapere il Braille è fondamentale. Senza, saremmo tutti analfabeti e tagliati fuori dalla cultura. Per capire davvero questo punto di vista, provate a immaginare che nessuno vi abbia mai insegnato a leggere. Chiedetevi come vi sentireste: probabilmente smarriti, dipendenti dagli altri, inevitabilmente indietro rispetto al resto del mondo.
Ecco perché difendere e promuovere il Braille significa difendere il diritto alla conoscenza.
Non è un lusso.
Non è un retaggio del passato.
È una chiave di libertà.