Sport: No, GRAZIE, VADO DA SOLA!

Autore: Giovanna D'Angelo

Alla ricerca di emozioni forti o, probabilmente, per misurare i propri limiti, qualcuno si lancia giù con il Bungee Jumping, qualcun'altro si affida a picchetti, corde e rampini per scalare le vette più alte, qualcun altro ancora trattiene il fiato e scende a profondità estreme al limite della narcosi; io ho provato emozioni forti, imparando a camminare da sola.
Trent'anni fa ho perso la vista: tanti sogni chiusi in fondo, sbattendo il cassetto, la sensazione di non potere fermare qualcosa di inarrestabile, l'istinto di aggrapparmi, di non lasciare andare via una esistenza normale,  la necessità di appoggiarmi agli altri e cercare il braccio di qualcuno per fare 4 semplici passi tra la gente; una autonomia quasi totale dentro le mura di casa, non volendo considerare spigoli insidiosi e sportelli, lasciati sbadatamente aperti, sempre in agguato.
Istintivo viene, chiudersi in se stessi: il proprio corpo lo puoi toccare e controllare, ci si costruisce una armatura intorno, ci si sente protetti dentro le mura di casa, come una chiocciola nel guscio ma…  fuori? Ed è qui che entrano in gioco tanti altri fattori, caratteriali, ed ambientali: i miei adoratissimi genitori che riuscirono a soffocare il loro iperprotezionismo nei miei confronti,  lasciandomi libera come una normale ragazza di venti anni, libera di fare gli sbagli tipici della gioventù, dolorosamente consapevoli che mi sarei ritrovata in ogni sorta di situazione, insieme ai miei coetanei e  che ce la saremmo dovuta sbrigare da soli: fuoristrada guidati da amici, motoscafi guidati da altri ancora, piccole avventure e viaggi per mare,  per terra e per aria, sempre vissuti in prima linea ma con gli occhi degli altri. Non finirò mai di ringraziare i miei amici più vicini che mi coinvolgevano in tutto quello che normalmente affascinava i ragazzi ventenni degli anni 80 ed anche qualcosa di più particolare, pericoloso ed avventuroso. Tutto questo mi ha permesso di non chiudermi alla vita, cercare sempre di cavarmela prima da me e, soltanto dopo, chiedere aiuto ed avere sempre più stimoli ed interessi al di fuori del mio handicap. Io c'ero sempre ed ovunque; un po' superbamente, io la mente, gli altri le braccia.
E così il mio orgoglio di mantenermi al passo con i tempi, la padronanza sui computer, il mantenermi in  forma, frequentando le palestre, non tirarmi mai indietro dinanzi alle difficoltà e cercare sempre un modo per arrangiarmi nelle più svariate situazioni; negli ultimi anni il pedalare in tandem e lo spinning e progressivamente uno "sguardo" sempre più a 360° intorno a me.
L'8 Giugno appena trascorso mi sono lasciata convincere  a partecipare, più per curiosità che per una effettiva convinzione, ad un corso di Nordik Walking organizzato dall'ANI (Associazione Nordik Italiana) e condotto dal Presidente Fabrizio Lorenzoni, Fabiola Angeli e Dall'Istruttrice Patrizia Spadaccini, la più esperta delle mie guide in tandem.
" Ah, si, che bello! Un fine settimana fuori, nella Maremma Toscana, si, si certamente che ti accompagno! ma a fare che?" " Non lo so. Non ho capito bene di cosa si tratta, cara Daniela, Patrizia dice che mi coinvolgerà ed ha insistito tanto… andiamo a vedere…"
In questo spirito, curioso e vacanziero, Io e la mia amica Daniela, anche lei guida di tandem, ci siamo puntualmente presentate in una saletta dell'albergo di Castel del Piano.
Una decina di persone, provenienti da ogni parte d'Italia, alcuni neofiti, altri istruttori; io ero l'unica non- vedente, gli altri come me, che si erano prenotati, avevano dato disdetta all'ultimo momento; questo non mi preoccupò minimamente perché, sin dall'adolescenza con i miei amici, ero abituata ad essere "tredicino in mezzo all'insalata".
Fabrizio iniziò a parlare, presentando la sua associazione e continuando con teorie antropologiche, nozioni di osteopatia e ci spiegava i movimenti, le posizioni sbagliate e le contraddizioni che il corpo umano ha adottato, nel corso dei secoli, per adattarsi all'ambiente circostante. Mi veniva facile seguirlo, usava parole normali e non termini medici incomprensibili; lo ascoltavo sempre più affascinata ma con varie domande a caratteri cubitali nella mia testa: io cosa c'entro? Io aggiustare le mie posizioni sbagliate mentre cammino? io vado a braccetto , come posso modificare una postura che non mi appartiene del tutto? Chissà… forse avranno studiato un modo nuovo per  appoggiarmi, magari servendosi di uno strumento, con qualcosa?
Dalla teoria alla pratica: ci spostammo tutti in una piazzetta, prospiciente l'albergo, chiusa al traffico; purtroppo c'era un vento assai sostenuto; Fabrizio mi adattò una sorta di laccio nelle mani attaccati al quale pendevano due bastoncini, uguali a quelli che avevo usato nella mia catastrofica esperienza di sci di fondo. Iniziammo tutti a fare piccoli movimenti per sensibilizzare la pianta dei piedi, mani aperte come pronte per gattonare e bastoncini dietro; dondola, senti cosa ti dicono i tuoi piedi, avanti, indietro, di lato, raccogli informazioni dai piedi e mandale al cervelletto.
" Vediamo adesso come camminate!" Istintivamente, allungo il braccio per cercare quello di Daniela, sempre amorevolmente al mio fianco, ma… Fabrizio mi posa la mano al centro delle spalle e mi esorta a muovere qualche passo.
Non esagero se vi dico che in quel momento mi è mancato il respiro, ho sentito una scossa lungo la schiena, un vuoto allo stomaco, quasi paura. Giravo gli occhi nella ricerca di aiuto ma non trovavo vie d'uscita, non avevo scampo.
Risatina nervosa, respiro profondo "beh! Almeno non sono da sola, ho i bastoncini!"
 Iniziai a muovere i primi passi. Per darvi una minima idea di cosa prova un non-vedente quando si deve spostare, chiudete gli occhi e muovete qualche passo: credetemi, non riuscirete ad andare dritti, barcollerete come un ubriaco.
Ed è proprio questo che io dovevo sembrare, lì in quella piazzetta, dinanzi all'albergo di Castel del piano…
Non riuscivo a fare più di due passi, barcollavo, mi fermavo, per poco non cadevo.
Dentro casa mi muovo abbastanza velocemente ma lì, ero all'aperto, il vento e senza alcun punto di riferimento, soltanto due bastoncini da tirarmi dietro ed una voce accanto: emozioni forti? "Io qui ci muoio!"
 Due passi, tre passi, respira e riprova: "Mamma, papà, Danieluzza, aiutatemi voi!"
Ogni passo, una gran fatica…e poi ancora un altro…
Mi ritrovavo costretta a rimuovere posizioni scaturite da anni di cecità, dovevo dimenticarmi dell'abitudine di cercare e trovare sostegno nel braccio di qualcun altro, ora dovevo ricordarmi di una autonomia morta e sepolta, ora dovevo trovare nuovi equilibri, muovere adesso altri muscoli, riattivare adesso sensazioni tattili dimenticate.
Quattro passi , cinque, avanti ed indietro per la piazzetta, ricordarmi ogni tanto di respirare: un continuo richiamare file cestinati, un colpo di spugna su 30 anni da non-vedente, un passo in più, una conquista, uno sforzo mentale non indifferente, dimentica  di tutto: ciglia umide, respiro frammentato, labbra serrate tra i denti, orecchie purtroppo infastidite dal vento, che ci metteva pure la sua! Ogni mia terminazione nervosa al massimo della recettività, due bastoncini e Fabrizio che mi dava la direzione, ora con la voce, ora con la sua mano dietro le spalle.
Anche gli altri partecipanti al corso andavano avanti ed indietro, ascoltando i cambiamenti da adottare per migliorare la propria postura: tanti pianeti di un unico sistema, diversi nella loro tipologia, intenti nel loro moto di rotazione e di rivoluzione.
" Alza la testa, abbassa le spalle, allarga il diaframma, braccia tese, mani aperte, trascina i bastoncini, allunga il passo." 
  Mi tremavano le gambe, ero nei guai seri…
La voce rassicurante di Fabrizio e due bastoncini: ecco tutto quello che avevo per aiutarmi: il mio obiettivo, riuscire a mettere un passo dopo l'altro.
Eppure, parallelamente all'aumento dei miei passi sequenziali,  sentivo che qualcosa si stava facendo strada dentro di me, quella stessa cosa che mi fa stringere i denti nelle salite in tandem, quella stessa cosa che mi fa prendere in mano martelli e giraviti per aggiustare e riparare, quella stessa cosa che mi riporta su dopo una crisi di pianto… in una canzone la chiamano "forza della vita", io la chiamo orgoglio. Una forza che sento assai presente, il mio gancio nel cielo, la mia personale molla per andare avanti: smisurata, inarrestabile quando parte, testarda, per me vitale, per altri criticabile.
Avanti ed indietro, avanti ed indietro… un concentrato di rabbia, orgoglio, insicurezza, accenni di stupore e scintille di meraviglia: adesso riuscivo a fare una decina di passi.
Nello scrivere, il tempo sembra dilatarsi ma tutto questo si svolse nell'arco di poche ore e non esagero nel definirle una manciata di ore tra le più faticose della mia vita.
 Avevo il terrore che il mio tremore interno mi si trasferisse alle mani ed allargavo le dita delle mani per controllare che questo non accadesse: sperimentai così che, allargando le dita con i palmi sempre paralleli al terreno, acquistavo stabilità ed i bastoncini, trascinati dietro, diventavano come due binari, due appoggi stabilizzanti: forse, forse ce la potevo fare.
Tutti, istruttori e partecipanti, salimmo nelle auto, ci dovevamo spostare da qualche altra parte; quanto apprezzai quei momenti di pausa… un ronzio continuo nella testa, mani sudaticce, un tremore a fior di pelle, la gola arsa.
Lo capisco soltanto adesso che il peggio era passato.
Arrivammo al giardino Spoerri, una vasta area di campagna toscana dove questo artista ha creato sculture assai bizzarre. Le opere d'arte sono sparse, apparentemente a casaccio, ora su terreni pianeggianti ed erbosi, ora all'interno di boschetti. Tutto il gruppo si spostava ora qui, ora là, tra commenti ironici ed interrogativi ma, soprattutto, la sottoscritta camminava con i bastoncini dietro, a testa alta ed una mano dietro le spalle.
Mi sentivo un pizzico più rassicurata perché ero sul terreno; la pianura erbosa mi dava più sicurezza, le moderate discese mi richiedevano una ulteriore attenzione perché avevo da posizionare bene i  piedi a paletta, abbassare il baricentro e mantenere i bastoncini dietro; le salite non mi preoccupavano, era difficile cadere proprio lì, non dovevo rannicchiarmi in avanti bensì restare più possibile dritta verso dietro e darmi aiuto con i bastoncini.
Si, si, camminavo, adesso stavo proprio camminando.
Come una bambina alla vista di un prato, appena sentivo sotto i piedi il terreno che spianava, acceleravo il passo, potevo andare ed andavo come un treno. Prendevo fiato quando il gruppo si fermava a guardare i manufatti ed a chiedersi cosa l'artista avesse voluto comunicarci: ferma con il naso all'insù, sotto una inquietante tettoia di mannaie, sorridevo in mezzo ad una infinità di oche all'assalto di chissà cosa, posavo per la foto all'interno di una casa dal pavimento inclinato e camminavo.
Spesso mi estraniavo: una bambina in un parco giochi, un volo di pensieri fantasiosi  e camminavo. I miei compagni di corso, le loro risa, i loro incoraggiamenti e due adorabilissimi cagnetti, Merlino e Ginevra, che scorrazzavano liberi e felici. Libera e felice, anche io iniziavo a sentirmi così. Ero distratta dalla particolarità delle sculture ma camminavo. Rimasi a bocca aperta dinanzi ad un gioco assai curioso: una galleria di tubi metallici di vari diametri penzolavano da un telaio, ordinati in due file parallele ad una ventina di centimetri una dall'altra  e bisognava farsi strada tra loro.  Procedendo tra i tubi, questi urtavano tra loro, provocando come un suono di campane a festa… un vero spasso!
" A Marco mio, questo gli sarebbe piaciuto sicuro!"
Mi tuffai dentro ai tubi suonanti: una "star gate", ecco, stavo entrando in una altra dimensione , un ritrovato controllo del mio corpo, un cammino autonomo, dritta sulle mie gambe, due bastoncini ed una mano dietro le spalle.
Una volta rientrate in albergo, non riuscii a mantenere i buoni propositi della dieta e sprofondai in un sonno pesante; anche Daniela era stanca, anche lei aveva combattuto le sue battaglie ed entrambe le avevamo vinte.
Il Sabato mattina, il vento continuava ad infuriare ma il cielo era libero da nuvole: sorprendemmo Nicola, un istruttore della Sardegna, nella caffetteria che avevamo scoperto fare cornetti buonissimi; oggi era prevista una colazione al sacco e facemmo provviste per un esercito, al diavolo la dieta! Roberto era pronto ed i suoi adorabili cagnetti gli gironzolavano intorno; mancavano ancora Elisa ed Enea e Fabrizio e sua moglie Fabiola fremevano per il ritardo; ci aspettava il Parco Faunistico Amiata.
Claudia e Michele, due gentilissime guardie naturalistiche, ci guidarono per i percorsi della riserva ed io camminavo. La ginestra dei carbonai, l'asino amiatino, una lezione nell'aula didattica, alla scoperta del mondo, affascinante e misterioso, dei pipistrelli.
"Odora questo, odora quello, guarda questa corteccia e guarda come è diversa quella!"
Castagni, faggi, cavalli, daini, caprioli, salamandra "Mannaggia, quanto era dura la vita di un carbonaio!"
Ed  Oriana, la lupa? Per avere una speranza di vedere le tre lupe senza marito, bisognava salire su di un altana… e voi pensate che una donna di mare come la sottoscritta poteva lasciarsi spaventare da una scala particolarmente impervia? Niente, niente mi poteva fermare: ormai avevo la consapevolezza che ce la potevo fare, anzi, ce l'avevo fatta, camminavo in piena autonomia, aiutata da due bastoncini e da una voce accanto o da una mano tra le scapole. Testa alta, spalle dritte, mani aperte,  bastoncini ed adesso potevo permettermi anche il lusso di pensare ad altro… più camminavo e più acquistavo sicurezza.
Fabrizio mi sottopose ad un altro esperimento: dovevo fare da spola tra lui ed un altro istruttore, camminando veramente da sola, seguendo ed individuando la voce dell'istruttore di turno. Rimbalzavo come una pallina impazzita, tra gli istruttori, tutti entusiasti dei miei miglioramenti, dei miei rapidi tempi di adattamento alla nuova postura e del controllo che avevo sui miei sensi.
Ridevo tra di me e ricordavo quella volta che avevo trovato un piccolo pipistrello nello skimmer della mia piscina e del morso che mi aveva dato, quando lo avevo involontariamente stretto in mano: " Possibile che il morso del pipistrello mi abbia trasmesso una sensibilità particolare agli ultrasuoni?"
Un riposino dopo pranzo, lunga lunga su di una panchina al sole ed ero pronta per un'altra avventura. Fabrizio e Fabiola avevano deciso di modificare un po' il programma iniziale per dare la possibilità a me e Daniela, che avevamo necessità di partire all'ora di pranzo dell'indomani, di non perderci l'escursione della mattina dopo.
Trasferimento in auto alla torre di David, una collina naturale di 1200 metri, sulla quale era stato edificato un monastero. Sino ad una certa altezza si ha la possibilità di arrivare con le auto e poi si procede a piedi. "Bastoncini, a me!"
Decisamente, tra i miei antenati doveva esserci una capra perché è con energia animalesca che affrontai quella salita…
Era una gran brutta salita:  forte pendenza e pietrine, pietre, pietroni pronti a scivolare sotto i piedi. Il vento aumentava mano a mano che procedevamo nella salita e, dato che questa era davvero impervia, Fabrizio mi sosteneva dal gomito. "Brutta, davvero brutta questa salita!" Fu necessaria la massima attenzione, sia da parte mia ma maggiormente da parte di Fabrizio che cercava di pilotare i miei passi e scegliere il percorso più agevole. Salivo e pensavo: " La salita e va bè! Ma la discesa? Come farò a scendere da questa benedettissima torre? Aiuto! S.O.S.! Sara il caso di chiamare l'esercito o la protezione civile?"
Sinceramente, non so quali santi mi aiutarono ma arrivai in cima e subito mi dovetti aggrappare alla croce che si ergeva proprio lì, per non essere sbalzata via dal vento; ci permettemmo un paio di minuti di raccoglimento, seduti per terra, il mondo tutto intorno: Fantastico… magnetico. Daniela mi descriveva un panorama a 360°, impossibile non sentirsi una piccola cosa dinanzi a quella visione spettacolare della Natura. Un luogo dove regna il silenzio, lo senti calare anche dentro di te, ogni parola è superflua e ti perdi nei meandri dei tuoi pensieri.
I santi ascoltarono le mie preghiere e riuscii a discendere dalla torre però, bisogna dire la verità, poco ci mancava che Fabrizio e Fabiola mi prendessero in braccio. La fermata successiva fu una bella improvvisata a casa di un amico di Fabrizio, responsabile della comunità buddista di  Merigar. Non c'era da camminare lì e Piero ci aprì le porte di casa sua e tutto il gruppo si accomodò in soggiorno. Chiamiamola pure, questa a casa di Piero, una pausa spirituale, perché il padrone di casa ci raccontò la storia della comunità di Meringar ed i principii fondamentali della filosofia buddista.
Una ultima tappa di questa giornata campale fu, appunto, la comunità di Meringar, situata sul versante del monte Labro ma, se devo dire la mia, per essere chiamata anche "il piccolo Tibet", sono, sia il tempio, sia la stupa, costruzioni architettonicamente troppo moderne, troppo cemento, troppo vetro e niente che mi ricordasse le comunità tibetane, da me visitate insieme ai miei genitori.
In serata, dopo cena, ci ritrovammo tutti nella saletta dell'albergo dove ci venne raccontata la storia di David Lazzaretti, per alcuni il "santo David", per altri un personaggio dai molteplici lati oscuri.
Era Domenica mattina, l'ultimo giorno del corso, le campane della chiesa di Castel del piano chiamavano i fedeli a raccolta e Giovanna e Daniela gustavano una porzione doppia di cornetti ai cereali alla loro caffetteria preferita. Valigie in auto, ci mettemmo in movimento per riunirci a tante altre persone che avevano organizzato un percorso a piedi di circa 9 km. sul monte Giovi:
  "E chi li ha mai fatti 9 km. a piedi?!"
Il vento era finalmente calato e la giornata era davvero splendida; Merlino e Ginevra zampettavano insieme a noi e Daniela mi ricordava Alice nel paese delle meraviglie: i suoi splendidi capelli biondi raccolti in una coda sbarazzina, dai suoi grandi occhi azzurri, specchi del suo buon cuore,  traspariva l'entusiasmo per la realizzazione di un sogno, una passeggiata nel bosco. Ogni tanto, le chiedevo del suo ginocchio dolorante e lei mi rispondeva che non aveva alcuna importanza, troppa la felicità di trovarsi lì, incantevoli i paesaggi da contemplare, ammalianti le fragranze e gli odori della campagna. "Il gruppo delle bacchette" incuriosì parecchia gente e, secondo me, non furono poi in tanti ad accorgersi che quella donna affiancata da un uomo che ogni tanto le parlava, era una non-vedente, che aveva imparato a camminare sulle sue gambe soltanto da due giorni. Lungo il percorso, 4 fermate eco-gastronomiche e degustazione dei prodotti locali: un frantoio, una casa vinicola, un agriturismo con una splendida piscina a fagiolo immersa nel verde, ed infine, la sagra delle ciliegie. Non incontrai difficoltà degne di nota, tranne per un tratto in salita particolarmente ardito.
Camminavo spedita e tranquilla, cercando di rallentare e di allungare il passo ma, caro Fabrizio, tutta la tua esperienza e conoscenza medica non possono  spiegare la gioia che mettevo in ogni mio passo, l'incontenibile voglia di recuperare il perduto, l'entusiasmo per una autonomia riconquistata:; si, è vero, ogni tanto saltellavo e tu mi dicevi di non farlo, di accompagnare il passo, come una pantera ma, io ero contenta e, altro che saltellare, io avrei fatto salti rocamboleschi e capriole all'indietro e ruote acrobatiche per manifestare a mondo intero l'energia vitale che sentivo dentro e… chissà… chissà… forse un giorno, riuscirò a fare anche questo!
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