Integrazione come tappa essenziale nel cammino di un non vedente

Autore: Gabriele Sacchi

Generalmente si pensa che il deficit sensoriale della cecità comporti una notevole limitazione nella vita della persona che ne è affetta.
La vista permette infatti di gestire la propria vita senza avere bisogno dell'aiuto degli altri: il non vedente, invece, di solito ha difficoltà a muoversi da solo per strada o a compiere i più naturali gesti della quotidianità. L'istinto porta a fare affidamento su tutto ciò che è stato in precedenza memorizzato, coinvolgendo in cooperazione gli altri sensi quali l'udito, il tatto e l'olfatto. A volte è indispensabile dover ricorrere a supporti che affiancano e compensano le difficoltà di talune situazioni. A questo riguardo, bastoni per ciechi, accompagnatori personali, cani guida, e non ultimi, ausili elettronici, sono elementi complementari e/o vitali.
In questa situazione il non vedente o ipovedente grave si sente a disagio, soprattutto perché si accorge di essere "diverso" dalle altre persone; ha paura che la sua condizione rappresenti un intralcio per se stesso e per chi lo circonda.
Questo timore è naturale, ma non giustificabile, poiché se egli impara a convivere con il suo handicap, ciò gli permetterà di giungere ad un arricchimento dei rapporti interpersonali.
C'è differenza tra cecità "congenita" o precoce e cecità "tardiva".
Nel primo caso la presenza del deficit visivo si ha dalla nascita o in età pediatrica. Tutti i bambini, per natura, non sono consapevoli dei pericoli a cui possono andare incontro e sono curiosi di scoprire il mondo attorno a loro, tanto che amano avventurarsi in ogni tipo di esperienza.
Per questo motivo essi sono in grado di adattarsi alla loro condizione e imparano a conviverci senza grandi difficoltà.
Al contrario, nel secondo caso, la menomazione sopraggiunge in età adulta; ciò causa un'instabilità e un'insicurezza psicologica che rende più difficile l'adattamento del soggetto al contesto in cui vive. La persona difficilmente si mette in gioco e, il più delle volte, la società non lo aiuta; accade infatti che egli si trovi in una condizione di emarginazione, poiché non riesce ad affrontare rapidamente da solo, le più semplici attività.
Anche per prendere un oggetto, capita che il cieco debba rivolgersi a chi gli sta intorno; ciò crea indubbiamente disagio, tanto che, quando è possibile, si cerca di farne a meno.
In questo contesto, nell'individuo nasce un senso di colpa per la sua limitazione, che lo porta a nascondere il problema agli occhi della gente.
Tuttavia, l'essere portatore di un deficit sensoriale (nel caso specifico quello della vista), non rappresenta in tutti un motivo di paura, al contrario deve diventare uno stimolo per dimostrare la validità della propria persona.
La voglia di riscatto comporta un impegno non indifferente in tutti gli ambiti della vita, dal lavoro al tempo libero.
Un soggetto con gravi problematiche visive va seguito in un percorso preciso che deve coinvolgere la famiglia, la scuola, gli amici e l'intera società.
Alla famiglia spetta il compito di educare il proprio figlio a saper superare gli ostacoli, trasmettendo l'affetto e la sicurezza necessari ad affrontare una realtà comunque difficile da fronteggiare.
Per quanto riguarda la formazione scolastica, un tema su cui da tempo si discute e che desta maggiori preoccupazioni è l'integrazione.
In passato la discriminazione tra "normodotati"e disabili era marcata: il "diverso" era destinato a ricevere un'istruzione dai soli istituti specifici; oggi invece, la scuola è finalmente aperta a tutti.
Il muro che da tempo divideva i disabili dalle persone normali è stato quindi abbattuto e così si è compiuto il primo passo verso l'integrazione.
Gli amici rivestono il ruolo forse più delicato e arduo, poiché aiutano il compagno nell'integrazione ludica, sociale e non ultima, lavorativa, a condizione che ci siano e siano sinceri. Solo se il soggetto prenderà confidenza con i suoi compagni e comprenderà di potersi fidare di loro, potrà avviarsi a diventare sicuro di sé e del suo gruppo, con il quale cercherà di raggiungere una totale autonomia.
La fase più critica, per un non vedente, è la pubertà, durante la quale il ragazzo intraprende, come i suoi coetanei, quel processo di sviluppo che lo porta al raggiungimento della maturità.
Raggiunta l'età dei 14/15 anni, i giovani iniziano a sentirsi adulti; pertanto cambiano gli interessi e i giochi, ma spesso cambiano anche le amicizie.
È proprio questo processo di "trasformazione" che può risultare difficoltoso: il ragazzo, infatti, potrebbe provare paura e ritrosia a perseguire gli interessi dei suoi coetanei, incapaci, a loro volta, di aiutarlo.
In questo periodo non va dimenticato che il gruppo di amicizie si allarga e gli spostamenti con mezzi propri aumentano la sfera delle conoscenze.
La paura che un cieco può provare in questa situazione è quella di non sentirsi più adeguato per il tipo di vita da affrontare.
Non tutte le realtà però presentano queste problematiche: in particolare i piccoli paesi o le piccole città hanno una situazione molto diversa dalle grandi metropoli.
È facilmente comprensibile che nei piccoli centri il non vedente riesca a sviluppare la propria autonomia molto più velocemente: il gruppo di amici con il quale legherà sarà più affidabile di quello delle città; la gente di paese si relaziona con più familiarità, cosa che per il ragazzo cieco sarà un vantaggio notevole. Egli è consapevole di poter contare su molte persone che conoscono la sua situazione.
Inoltre, in una realtà poco estesa, il cieco impara a  muoversi  più agevolmente, senza bisogno di tutti gli ausili sopra elencati.
Raggiunta la maturità il giovane prende coscienza di sé (dei suoi pregi, difetti e limiti); in particolare comprende qual è la strada che dovrà percorrere nel resto degli anni.
Paure, ritrosie e difficoltà saranno inevitabili, ma con il tempo crescerà anche il bagaglio di esperienze necessario per gestirle in modo consapevole, perché si è coscienti di ciò che la vita ha riservato; il non vedente non entrerà più in crisi quando gli si presenteranno degli ostacoli e non avrà più timore di provare le stesse emozioni che provano i suoi coetanei.
Anche un innamoramento corrisposto sarà per lui motivo ulteriore di sicurezza, in grado di fugare ogni dubbio circa la capacità di vivere la vita a 360°.
La fase della maturità, dal punto di vista sociale, rappresenta il passaggio nel mondo del lavoro.
Oggi, entrare in questo mondo è davvero difficile, poiché i posti sono limitati e la selezione è sempre maggiore.
Ecco che l'avere affrontato un percorso di studio adeguato, potrà essere una marcia in più per accedere al mondo lavorativo, arrivando al confronto con gli altri più preparati e soprattutto più decisi.
Un esempio di preparazione indispensabile è la conoscenza informatica per l'utilizzo del computer e degli strumenti tecnologici, necessari per poter svolgere le attività con sicurezza ed in autonomia.
Non va poi dimenticato che la tecnologia sta cambiando di giorno in giorno lo stile di vita, non solo dei non vedenti: il progresso scientifico – tecnologico sta procedendo a ritmi esponenziali, fornendo continuamente nuove risorse.
Il mondo del lavoro è oggi un'arena pubblica nella quale non c'è spazio per la tutela delle categorie più deboli: le aziende hanno sempre più di frequente carta bianca in materia di licenziamenti e assunzioni; la legge n. 68 del 12/03/1999, che, al capo primo, definisce le norme per il diritto al lavoro dei disabili, è facilmente aggirata per continuare a favorire una gestione del mercato del lavoro verticistica e clientelare; l'economia statale è in profonda crisi; i tagli ministeriali iniziano a fioccare anche sui diritti del "diverso", sinora considerati inalienabili.
Le speranze e la fiducia ricadono su tutti gli istituti specifici, ma anch'essi non sempre riescono a garantire risultati soddisfacenti.
I corsi formativi che vengono finanziati sono, a volte, obsoleti e con poche speranze di occupazione. I sacrifici richiesti all'interessato sono enormi, ai quali però non corrisponde una meritata ricompensa, quale potrebbe essere l'inserimento nel mercato del lavoro.
Un capitolo a parte va dedicato a coloro che vogliono proseguire gli studi universitari, inseguendo il sogno della laurea, magari dopo aver frequentato con qualche rammarico uno dei corsi suddetti (con molti disagi, limitazioni, lontano dalla famiglia e dagli amici, tagliando perfino i ponti con il passato, che invece ha fornito solide basi su cui costruire il proprio futuro).
Non è facile per un non vedente confrontarsi col mondo universitario.
Egli necessita di tutta una serie di servizi che consentano lo studio e la frequenza delle lezioni in autonomia, al pari degli altri.
È un luogo comune dire che i disabili frequentano poco le lezioni e partecipano alle sessioni degli esami con molto ritardo.
I disagi da affrontare sono di varia natura: sono poche le università che garantiscono servizi di tutela; i fondi per finanziare attività "ad personam" scarseggiano.
Si guardi quindi con fiducia all'università degli studi "Roma 3", la quale, ormai da anni, oltre ad un importante "centro disabili d'ateneo", mette a disposizione un "tutorato" specifico per il corso di laurea in scienze della formazione.
Il tutorato opera per permettere allo studente di affrontare un percorso di studi gratificante e privo di ostacoli, attraverso riunioni d'équipe, assistenza al disabile con personale preparato e accuratamente formato, strumentazioni adeguate alle necessità e, non ultima, massima disponibilità di tutto il personale.
È un centro di assistenza per le categorie protette, ma prima di tutto è un punto di incontro. Tutte le pecche che, purtroppo, una facoltà indubbiamente ha, si cerca di risolverle mettendo in atto una fattiva sinergia tra studenti con handicap e coordinatori del centro.
È noto che un non vedente, per studiare autonomamente, necessita di testi in formato braille, audio, o in file informatico.
La trascrizione, tuttavia, causa problemi di convenzioni, difficoltà di elaborazione del testo nel nuovo formato, scarsa collaborazione di alcune case editrici e passaggi farraginosi assolutamente inutili, arriva sempre in ritardo.
Nasce così il problema di dover rimandare intere sessioni di esami.
Si rende necessario, pertanto, far fronte ad una tale realtà creando nuove condizioni per lo sviluppo dell'autonomia di studio del disabile e della sua integrazione nel mondo universitario.
Il computer con la sintesi vocale, lo scanner e il "peer tutoring" sono alcuni dei primi passi messi in atto.
Indubbiamente vanno organizzati corsi di apprendimento sulle nuove tecnologie disponibili, ai quali si può unire la creazione di gruppi di studi ove normodotati e "diversi" collaborino. Inoltre va pensata un'efficace pubblicizzazione delle attività del tutorato, magari realizzata con la creazione di un dvd. Solo così, infatti, il disabile potrà conoscere tutto quello di cui può disporre in questa facoltà e sentirsi veramente parte di essa.
Una strada lunga e tortuosa attende ancora oggi chi ha un handicap.
I problemi psico-pedagogici e sociali sono molti, ma tutti superabili grazie ad una stretta collaborazione tra la famiglia, gli amici,  la scuola, l'università, la società e lo stesso giovane.
L'essere portatori di handicap, quindi, non va visto solo come una limitazione, poiché la vita ha riservato ad ogni persona difficoltà e gioie ed il viverla con pienezza è per chiunque un compito impegnativo, ma allo stesso tempo gratificante.
La vita stessa è un dono immenso che va comunque accettato.
A prescindere dagli indubbi vantaggi che scienza e tecnologia offrono, sono l'equilibrio interiore ed un tessuto sociale sano, la garanzia massima di una apprezzabile qualità di vita e di dignitose prospettive future.
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