Il volontariato e il ruolo dell’Univoc oggi

Autore: Giuliano Ciani

Molto è stato scritto nel corso del tempo circa il rapporto che potrebbe, o meglio dovrebbe essere uno degli obiettivi della nostra associazione, quello con il mondo del volontariato organizzato. Si è sviluppato tale dibattito soprattutto nell'ultimo ventennio, a far data cioè da quando nel 1992 Tommaso Daniele ha da prima immaginato una struttura di servizi funzionale alle esigenze dell'Unione per poi concretizzare tale intuizione con la creazione dell'U.N.I.Vo.C. L'entrata in vigore della legge-quadro sul volontariato, legge 266/91, ha aperto nuovi e da lungo tempo auspicati scenari che le innumerevoli organizzazioni di volontariato operanti sul territorio stavano immaginando da tempo, e che solo un dibattito politico troppe volte impantanatosi in dispute ideologiche, ha ritardato colpevolmente. L'intuizione di Daniele fu giusta e lungimirante. Con la nascita dell'U.N.I.Vo.C. si lanciava un messaggio forte ed inequivocabile alla base associativa, mediante il quale si intendeva avviare anche un processo di apertura all'esterno della nostra Unione, comprendendo come anche attraverso il vasto mondo del volontariato fosse possibile fornire ai ciechi una serie di servizi. In realtà fino ad allora non è che questa necessità fosse estranea alla dirigenza associativa e lo dimostra lo svolgersi della storia dell'Unione. Nessuno meglio del compianto Carlo Monti ha saputo descrivere la storia della nostra associazione, le sue strategie iniziali e successive che hanno visto i dirigenti di allora interagire dapprima con la società fiorentina e successivamente inserirsi anche politicamente, tanto da diventare nel tempo quell'interlocutore affidabile per le forze politiche e per le istituzioni tutte che oggi la pongono ai vertici del panorama associativo nazionale e non solo.
Oggi, che grandi traguardi sono stati raggiunti, che la considerazione dei più ci riconosce quel ruolo primario frutto della nostra storia fatta di idee, di ragionevolezza, di sacrifici, ci troviamo ad affrontare un tempo in cui tutto ciò che abbiamo raggiunto rischia di sfarinarsi fra le nostre mani. In pochi decenni, forse in pochi anni, la società è cambiata, il mondo è cambiato sia sotto il profilo politico-economico, sia sotto quello valoriale. Gli attori sociali non sono più quelli di qualche decennio fa, le necessità dei cittadini hanno subìto mutamenti radicali, sono cambiate le sensibilità individuali e le priorità da attenzionare. In tutto questo tourbillon sociale ed economico, l'Unione è riuscita a mantenere una linearità politico-associativa che le ha consentito di fronteggiare fino a questo momento, con risultati piuttosto positivi, gli sconvolgimenti sociali degli ultimi decenni. Ma ora, in questi ultimi mesi stiamo assistendo ad una formidabile accelerazione di un processo socio-economico dettato dalla crisi che vede il nostro paese fra i protagonisti più negativi. I governi hanno decisamente intrapreso la strada di un rivoluzionamento dello stato sociale, solo che tale operazione transita principalmente attraverso riforme che tendono a tagliare non tanto la spesa pubblica, non certamente le agevolazioni al potere economico-finanziario, ma, attraverso una ben orchestrata campagna mediatica, a scaricare sulle categorie cosiddette marginali i mali del paese. Ecco allora la campagna vergognosa sui falsi invalidi, che per brevità evito di commentare ulteriormente. Tutto ciò, oltre alle ben note ripercussioni sui benefici economici, pone altri serissimi problemi, cioè quelli legati all'erogazione di servizi. Gli imponenti tagli ai trasferimenti statali nei confronti anche della nostra associazione, stanno costringendo la dirigenza nazionale come quella locale ad una drastica riduzione degli stessi. Si tratta quindi di affrontare una situazione emergenziale, che tuttavia non ci trova impreparati, proprio perché uno dei punti di forza dell'Unione è rappresentato dall'erogazione ai soci ed ai non soci di servizi. Come fare fronte però a questa situazione contingente? Ecco che allora il volontariato può rappresentare una infinita risorsa. La già richiamata legge 266/91 ha consentito al volontariato organizzato di strutturarsi assumendo, unitamente all'intero terzo settore, una valenza economica, politica e sociale di primissimo ordine. Giova ricordare come le attività legate a tali realtà concorrano in maniera significativa alla composizione del prodotto interno lordo (PIL). È un mondo quello del volontariato che se viene approcciato con le maniere giuste può consentirci di raggiungere un duplice risultato: il primo è quello di poter cogliere le numerose opportunità di apertura verso altre realtà associative, il secondo è la logica conseguenza del primo: conoscere, coinvolgere persone nuove, vedenti.
Operare nei Centri servizi è il primo passo da intraprendere. Chi può farlo? Certamente l'U.N.I.Vo.C., proprio per la sua specifica missione.
È di tutta evidenza che una azione su vasta scala presuppone una struttura assai organizzata e articolata tanto a livello centrale, quanto a livello territoriale. Tuttavia, su come strutturare l'U.N.I.Vo.C. non spetta certamente a me fornire indicazioni, ci sono gli organi di governo di quella struttura che ben sapranno come agire. L'unica cosa che mi sento di poter affermare è che non c'è tempo da perdere. Altre organizzazioni stanno stringendo accordi, stanno progettando in maniera sinergica, stanno esplorando percorsi innovativi anche sotto il profilo imprenditoriale dei servizi.
D'altronde un'attività assolutamente volontaristica è quella che ognuno di noi svolge all'interno dell'associazione e quindi il concetto di volontariato non ci è assolutamente estraneo.
Il volontariato degli altri non può e non deve farci paura perché oggi, come forse mai, si rende necessario ricercare collaborazioni, professionalità, idee anche al di fuori dell'Unione finalizzate alla crescita delle strutture e alla socializzazione dei singoli e delle loro problematiche. Certo è che, chi non avesse compreso il significato e la funzione delle reti sociali, è fuori dal tempo.
Nessuna organizzazione sociale, nessuna impresa può pensare oggi di correre da sola. Il concetto di rete sia essa sociale sia essa imprenditoriale punta ad ottenere quelle sinergie economiche ed intellettuali che consentono innovazione e contemporaneamente economie di scala.
Lavorare in rete quindi non significa prendere atto di una incapacità, ma significa un vicendevole scambio di idee e competenze tali da alimentare la crescita dell'intero sistema. È noto che all'interno della nostra associazione esistono professionalità, esistono progettualità che sono esportabili in contesti più vasti, con ciò significando che all'interno di una rete la nostra associazione può ricevere, ma certamente può essere parte attiva per concorrere alla soluzione dei problemi di altre realtà.
Io credo e lo ribadisco per l'ennesima volta, che l'U.N.I.Vo.C. rappresenti il migliore strumento attualmente disponibile in grado di svolgere fino in fondo il suo ruolo, quello cioè di fornire ai ciechi italiani, da solo e in concorso con altre organizzazioni di volontariato strutturate, quei servizi indispensabili ai ciechi che lo Stato fiscale, come sappiamo, eroga sempre di meno.
Non va sottaciuta però una criticità che ha troppo spesso frenato la crescita dell'U.N.I.Vo.C. e che sovente è stata ed è elemento di frizioni fra quella organizzazione di volontariato e l'Unione.
Mi riferisco ai frequenti ed ingiustificabili contrasti che troppo spesso esplodono sul territorio fra appartenenti all'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e appartenenti all'U.N.I.Vo.C.
Confusioni di ruoli? Scarsa chiarezza della "mission" delle due organizzazioni? Voglio chiarire ancora una volta come certe confusioni possono essere soltanto dettate da una poco attenta analisi tanto delle carte quanto delle reali situazioni in cui la normativa chiama ad agire l'U.N.I.Vo.C. e l'Unione Italiana dei ciechi e degli Ipovedenti, ma anche da personalismi che sinceramente dovrebbero essere degni di miglior causa. Senza girarci troppo intorno, è bene ribadire che l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti è l'associazione alla quale la legge attribuisce la rappresentanza e la tutela morale e materiale dei ciechi, mentre l'U.N.I.Vo.C. è un'associazione di volontariato volta a fornire servizi all'interno del quadro normativo tracciato dalla legge 266/91 e quindi senza alcun potere di rappresentanza.
Bando quindi ai personalismi, lasciamoci alle spalle incomprensioni vecchie e nuove e puntiamo con forza a raggiungere l'obiettivo di estendere la presenza dell'U.N.I.Vo.C. sull'intero territorio nazionale. È questa una delle strategie fondamentali individuate dalla Direzione Nazionale per cercare di arginare i problemi derivanti dal ritrarsi dello Stato in termini di erogazione dei servizi alla persona.
Chiunque oggi si sottraesse a questa come a qualunque altra azione a difesa della nostra dignità sociale, si assumerebbe una responsabilità veramente notevole. Amici miei, lavoriamo tutti insieme per raggiungere questo come gli altri obiettivi, affinché la piena cittadinanza conquistata dai ciechi anche con la grande opera dell'Unione non venga cancellata da una realtà socio-politica che ha individuato nell'economia e nella finanza, quindi nella filosofia posta alla base del loro agire, i propri valori di riferimento. Sono certo che anche questa volta l'intero corpo associativo sarà coeso e capace di superare questi drammatici momenti.
È auspicabile che queste mie considerazioni possano rappresentare uno stimolo per un dibattito che è sempre foriero di crescita.
Sarebbe utile comprendere se la Base è convinta davvero di percorrere la strada sopra indicata e se l'U.N.I.Vo.C. stesso è convinto di buttare il cuore oltre l'ostacolo e realizzare sull'intero territorio nazionale una rete strutturale efficiente ed efficace che sappia reperire quelle risorse umane ed economiche necessarie ai ciechi italiani e le loro famiglie, nella consapevolezza che la bontà dell'iniziativa comporterebbe per l'U.N.I.Vo.C. anche la tanto auspicata autosufficienza economico-finanziaria.