Cerisano, un convivio al riparo della luce, per vedere ciò che la luce nasconde, di Pierfrancesco Greco

Una Cena nell’abbraccio dell’oscurità… Una Stella in un firmamento di sensibilità

La Cena al Buio “Dell’Urbe i bei Sapori… nel Buio i suoi Colori”, tenutasi nella serata di sabato, 31 agosto, presso Palazzo Sersale, quale prologo alla XXVI Edizione del Festival delle Serre, ha offerto sensazioni intense e originali spunti di riflessione agli oltre cinquanta ospiti invitati. Un’iniziativa senza precedenti, coronata da un successo che riempie di orgoglio e soddisfazione il Comune di Cerisano e la Presidenza Nazionale dell’UICI, organizzatori della serata. “Un momento di sentimenti forti”, hanno affermato in coro Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’UICI, e il Sindaco di Cerisano Lucio Di Gioia, nell’accogliere il Presidente Nazionale UICI, Mario Barbuto, presente all’evento, curata dal personale della sezione UICI di Catanzaro, guidato da Luciana Loprete.

La tenebra del crepuscolo, sabato sera, stava togliendo spazio agli ultimi vagiti di luce e il portico d’ingresso di Palazzo Sersale era già stato cinto da quei contrasti di luci e ombre in cui si adagia il pathos tipico delle antiche residenze nobiliari del meridione d’Italia, quando le parole del Sindaco di Cerisano, avvocato Lucio Di Gioia, hanno attraversato, da un capo all’altro, l’atrio del ducale maniero, lastricato in un selciato dal tempo levigato e sormontato dalle pregevoli arcate tufacee e dalle spartane strutture lignee sotto cui, secoli addietro, trovavano riparo i Signori di Cerisano: “Partecipare a una Cena al Buio – ha esordito il Sindaco – significa condividere; condividere spazi, condividere pensieri, parole, sapori. Partecipare a una Cena di tal tipo, significa, poi, condividere questa esperienza del buio, che ci fa sentire inermi, rendendoci, nel contempo, più uniti al nostro vicino, in cui cerchiamo e a cui siamo disposti a dare rassicurazione, compagnia, interlocuzione; partecipare a una Cena al Buio significa, quindi, condividere valori, valori solidali, valori alti, quelli di cui l’animo umano non deve sentirsi mai sazio, quelli che questa sera riempiranno, insieme al buio, la sala ove gusteremo un invitante menù dalle tinte romane. Questa Cena sarà un incontro; un incontro tra l’Ente comunale, che mi onoro di amministrare, e l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, che nel nostro territorio può contare sulla presenza di un Consigliere Nazionale, che è una cara amica, una cerisanese, la dottoressa Annamaria Palummo, insieme con la quale siamo finalmente riusciti a realizzare questo evento, che nobilita il nome di Cerisano e del suo Festival delle Serre. Annamaria, con la sua passione, con la sua creatività, con la sua tenacia, ha fatto in modo che la complessa macchina organizzativa, sottendente a questo tipo d’iniziative, potesse entrare in sinergia con le possibilità offerte dalla struttura comunale: il risultato di questo lavoro lo vedremo, o meglio, considerata la circostanza, lo coglieremo, lo toccheremo con mano, lo gusteremo tra poco, lasciandoci guidare dai nostri amici dell’UICI di Catanzaro, che ci accompagneranno in un viaggio sensoriale che ricorderemo per sempre”. Effettivamente, ha proseguito la dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’UICI, “la Cena al Buio, che tra poco troverà svolgimento in una sala di questo storico Palazzo, è un’iniziativa la cui realizzazione è maturata nel tempo. Già negli anni scorsi mi era capitato di prospettare al carissimo Sindaco del nostro borgo, in cui ho il piacere di risiedere, la possibilità di organizzare insieme, Comune di Cerisano e Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, un evento conviviale di questo tipo, in cui predominante è l’elemento sensoriale, prescindente, ovviamente la vista. Sì, come ha sottolineato Lucio, una Cena al Buio è, prima di tutto, un’esperienza sensoriale; un’esperienza per alcuni sconvolgente, per tutti sicuramente unica, che non è scontato e neanche facile accogliere all’interno di una manifestazione come il Festival delle Serre, ove predominante è la ricerca delle emozioni attraverso le arti, la musica, il teatro, la cultura; noi, questa sera, cercheremo le emozioni nella totale mancanza di luce, in una dimensione nuova per tanti di noi, che, se ci pensiamo bene, è legata a quella sfera del mondo sensibile in cui la bellezza, che gli artisti ci regalano, riesce a rapire il nostro animo: così come un’aria lirica, o una poesia, o una scultura sono in grado di guidarci lungo i sentieri della più rarefatta armonia rispetto al creato, così il buio, in cui stiamo per calarci, ci condurrà in un mondo ove riusciremo a vedere tutto quello che la luce ci nasconde. Mancandoci la visione di ciò che ci circonda, cominceremo a usare meglio gli altri sensi e l’odorare, il desinare, il conversare, l’ascoltare assumeranno contorni sorprendenti, permettendoci di scoprire l’altra faccia dell’esistenza, quella che per tanti di noi è quotidianità, quella che tutti voi, a fine cena sentirete un po’ vostra. Sono certa che tra qualche ora guarderete al mondo della disabilità visiva con occhi diversi, con gli occhi di chi conosce di più il proprio prossimo; e sarà un momento di crescita anche per la nostra comunità cerisanese, i cui autorevoli rappresentanti, espressione di categorie legate all’UICI e alla realtà della disabilità visiva, qui invitati, unitamente a personalità delle Istituzioni civili, quale il Sindaco di Castrolibero, ingegner Giovanni Greco, religiose, come il Parroco di Cerisano, Don Alfonso Vulcano, del mondo accademico e dell’associazionismo, non degusteranno soltanto i deliziosi piatti attinti dalla tradizione culinaria capitolina, preparati dallo chef del ristorante I Giardini di Eva, di Mendicino, ma interiorizzeranno nel loro cuore il valore della solidarietà, che dovrebbe pervadere anche le istituzioni, soprattutto nella capacità di vedere le necessità degli altri. Stasera queste istanze saranno autorevolmente portate all’attenzione dei commensali dal Presidente Nazionale dell’UICI, dottor Mario Barbuto, presente qui a Cerisano nonostante i tanti impegni nelle assise istituzionali più alte, il quale, insieme alla componente della Direzione Nazionale, dottoressa Linda Legname, al Presidente Regionale Pietro Testa, al Presidente della Sezione UICI di Catanzaro Luciana Loprete, che è tra noi anche in un’altra veste, come scopriremo tra poco, e al Consigliere provinciale dell’UICI di Cosenza Nives Mastromonaco, daranno ancora più pregnanza al messaggio d’inclusione, che, nella stanza qui accanto, busserà alla porta del nostro animo e del vostro cuore”. Una porta che il Presidente Barbuto ha attraversato dopo aver suggerito agli altri ospiti alcuni elementi di riflessione, con una punta di spirito che ha contribuito ad allentare l’ansia che in alcuni iniziava a fare capolino nell’imminenza di dover affrontare il disorientamento che il buio, almeno inizialmente, induce in chi affida alla vista gran parte dell’esplorazione e della conoscenza del mondo che fa da cornice alla nostra vita: “questo Palazzo antico – ha affermato con intelligente ironia il presidente Barbuto – s’è stasera popolato di un nutrito gruppo di temerari che hanno aderito all’idea e alla possibilità di provare per un breve momento la condizione del buio, quella che per noi ciechi è la normalità; del resto, stasera il mio cuore è saldo, perché, come raccontavo poco fa ad alcuni amici, di cene al buio io ne faccio una al giorno, sia che mi trovi a casa, sia altrove, per cui, non sarà difficile, per me, adattarmi”, ha scherzato Barbuto, suscitando l’affettuoso applauso degli astanti; “seriamente – ha proseguito Barbuto –, per voi sarà intrigante e bello scoprire gli oggetti sul tavolo, riconoscere i sapori delle pietanze, rigorosamente tenute segrete, versare l’acqua e il vino nel bicchiere, fare, insomma, tutte quelle piccole cose che di solito si fanno quasi meccanicamente e a cui oggi sarete chiamati ad approcciarvi con un’attenzione inusitata. In ogni caso, come hanno rimarcato il Sindaco Di Gioia e Annamaria, l’occasione della Cena è un pretesto leggero per sottolineare una tematica complessa, quale quella delle disabilità, in generale, e delle disabilità visive, in particolare. Disabilità afferentemente a cui si parla sempre d’integrazione, inclusione: integrazione e inclusione che oggi passano attraverso il riconoscimento, da parte degli altri, della società civile e delle Istituzioni, di una problematica che esiste e che deve essere affrontata; una problematica dalla quale non è possibile scappare e che neanche si può edulcorare tanto, con quella terminologia, desunta dal politicamente corretto, che spesso evita di adoperare certe espressioni le quali, secondo una vulgata diffusa, potrebbero urtare la nostra sensibilità; al contrario, una spontaneità, anche nelle parole, è la premessa a una vera forma d’integrazione: per cui esprimetevi come meglio credete, usate pure il termine ciechi, che è il più adatto a denotare la nostra condizione e a focalizzare al meglio la tematica della disabilità. Ecco, è bello e importante focalizzare questa tematica ed è stimolante, da parte nostra, sensibilizzare la società, presso ogni categoria, in ordine alla richiesta d’inclusione, di partecipazione come tutti gli altri cittadini; un’istanza, questa, di cui ci facciamo portatori in ogni ambito, anche qui, questa sera, in questo Palazzo, con questa piccola esperienza che, siamo sicuri, vi avvicinerà alle tematiche portate avanti dall’UICI, non solo e non particolarmente per la percezione del buio in se stesso, e per la resistenza psicologica da vincere, ma soprattutto per l’inclusione, la contaminazione tra le persone che queste iniziative favoriscono e che costituiscono i canali migliori per processare e giungere a quell’integrazione, a quell’autonomia, a quella libertà verso cui aneliamo con tutte le nostre forze, nella convinzione che tenersi per mano significhi includere un po’ di più e sentire le altre persone più vicine e meno diverse. E ora – ha concluso Barbuto – godiamoci questa bella cena”, la quale “è un momento di amalgama tra le sensibilità personali – ha asserito Pietro Testa, Presidente Regionale dell’UICI Calabria – che il Sindaco Di Gioia e il nostro Consigliere Nazionale Annamaria Palummo, la quale è un vulcano, hanno acutamente inserito nel cartellone di questo Festival, contribuendo ad ampliare la platea a cui parlare delle nostre questioni”. Una necessità, quella di comunicare la propria realtà del quotidiano e i bisogni per viverlo degnamente, che per i ciechi e gli ipovedenti è primaria, e su cui ha indugiato anche la dottoressa Nives Mastromonaco, Consigliere Provinciale dell’UICI di Cosenza, secondo la quale tale comunicazione deve avere come corollario “la gioia, la tranquillità, la delicatezza; in questo senso il convivio è un momento privilegiato per rendere testimonianza del nostro modo di percepire la realtà; una percezione che è diversa per tutti, sia per chi vede, sia per chi non vede, e che, al cospetto del buio, viene messa sullo stesso piano, ponendo le nostre individualità, tutte dissimili tra loro, in una situazione di genuina uguaglianza, senza quelle sovrastrutture le quali, ogni giorno, creano muri che non esistono e da cui è possibile liberarsi”. In effetti “stare al buio, significa stare in compagnia delle altre persone attraverso il sentimento”, ha evidenziato Annamaria Palummo, quel sentimento che “Luciana Loprete, Presidente della Sezione Territoriale UICI di Catanzaro, mette in ognuna delle tantissime attività che la vedono anima e cuore pulsante e che stasera profonderà nel guidarci in questa esperienza con il suo staff. Un’esperienza “che per voi sarà una sorta di viaggio – ha spiegato il Presidente della Sezione di Catanzaro – durante il quale dovrete fidarvi di noi, che facciamo questo lavoro da una vita, con semplicità e tranquillità; stasera, in sostanza, si capovolgerà la situazione, perché saremo noi a guidarvi; noi faremo in modo che la nostra Cena sia per voi un momento di gioia, da vivere senza traumi, riflettendo, lasciandosi sensibilizzare, aprendo il cuore al proprio animo, approfittando di un’occasione in cui non siamo distratti dalla vista, che è meravigliosa, che è un dono prezioso, ma che spesso, paradossalmente, ci nasconde tante cose, portandoci, nel momento stesso in cui guardiamo qualcosa, a pensare immediatamente a quello che c’è dopo, a guardare troppo oltre, impedendo ai nostri istanti di rallentare, di fermarci a riflettere: stasera, durante questa Cena al Buio, potrete fermarvi, potrete guardarvi dentro in maniera così tanto profonda da riuscire a vedere chiaramente, nonostante la totale oscurità, le sensazioni del vostro vicino di posto, e sarà bello scoprire i convitati che insieme con voi poggeranno le mani sul tavolo e imbastire una conversazione con cui, almeno stasera, anzi, anche stasera, infrangere quell’apparente barriera che il buio frappone tra noi e gli altri. State per entrare in un mondo magico: non cercate la conferma dello sguardo, esplorate i vostri spazi con le mani, colloquiate serenamente e pacatamente, cercando di capire chi è capitato al vostro fianco, gustate le pietanze in tranquillità, lasciatevi prendere dai sentimenti, lasciatevi andare in questa magia”. Così, dopo una preghiera recitata dal parroco di Cerisano, Don Alfonso Vulcano, è iniziato un sorprendente viaggio di fiducia e abbandono totale nell’abilità di Luciana, la quale, dopo aver disposto gli oltre cinquanta ospiti in ordinata fila, alla stregua di un trenino, e non prima di aver distribuito a tutti un pratico bavettone, utile a evitare inconvenienti dovuti all’atipico contesto, li ha guidati, a turno, verso i tavoli, facendoli accomodare rapidamente e in tutta sicurezza ai posti loro assegnati. In effetti, entrando nei grandi saloni in cui si dispiega il piano terra del Sersale, passando gradualmente dalla luce, alla penombra e, infine, al buio più impenetrabile, è stato come entrare in un mondo irreale, in cui, almeno per lo scrivente, l’iniziale senso di smarrimento, ancor di più, di solitudine, contro cui s’impattava nel momento di superare l’ultima tenda, s’è tosto dissolto in uno stato d’animo egemonizzato dalla serenità, dall’atarassia, addirittura, al cui cospetto il buio sembrava avvolgere i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni, tutto il nostro essere, diventato, a un tratto, una cosa unica con lo spazio circostante. È stata una sensazione strana, quella provata appena entrati, perfino raccontarla suscita impressioni insolite, che sembrano superare il tempo, lo spazio: il passato pare diventare presente e… Ecco, ci troviamo di nuovo nella Sala ove si svolge la Cena, completamente al Buio.

Sì, siamo completamente al Buio, un Buio straordinariamente sconosciuto, che difficilmente i nostri occhi incontrano in una situazione di assenza di luce, per così dire, normale. Qui sembra di trovarci davanti a un muro, anzi, all’interno della materia, all’interno di qualcosa che aderisce a noi, che ci serra ma che non ci tocca, che è impalpabile; è difficile rendere efficacemente a chi legge l’idea della sensazione che si prova.  Le nostre mani, le nostre braccia, le nostre giacche si sentono, ma non si vedono, e assolutamente ignoti sono i vicini, ammesso che ci sia qualcuno al nostro fianco: ma, ecco, una voce, due voci, tante voci attraversano questa bolla e tu non sei più solo. Allora la fantasia s’incarica di rivelarti l’espressione che i vicini potrebbero avere in questo momento, l’espressione che tu stesso potresti avere in questo momento, ma subito sovvengono le parole di Annamaria e di Luciana e comprendi che ciò non è poi una cosa importante; più importanti sono le parole, con cui inizi uno scambio ideale che ti accompagnerà per tutta la serata, rivelandoti come l’essere umano, privato dei suoi simili, sia poca cosa. E mentre tale riflessione ti fa quasi dimenticare l’abisso di buio in cui ti trovi immerso, ecco che sul tavolo la tua mano sfiora qualcosa: è il piatto, il piatto con l’antipasto, e poi i bicchieri, la frescura delle bottiglie d’acqua, la forma inconfondibile di quelle contenenti il vino, e, allora, inizi a usare, con maggior attenzione, rispetto al solito, l’olfatto, cercando di capire quello che lo chef ha preparato per te e che i camerieri ti hanno servito; l’odore è gradevole, la cena può principiare. Usare le forchette, onestamente, non è facilissimo, e la tentazione di adoperare in maniera informale le mani è forte, però poi ti abitui e tutto risulta più facile, così come più semplice è lasciarsi andare a tutto ciò che questo momento, a livello emozionale e sensoriale, ti può regalare. Sì, è più facile lasciarsi andare anche ai sapori tipici della cucina romana, che trovi negli inconfondibili rigatoni all’amatriciana e nella trippa con le patate, con il loro olezzo, avvolgente quasi come l’oscurità circostante; un’oscurità in cui, nonostante tutto, circola un microfono, che permette al nostro udito di ascoltare le impressioni e le suggestioni di qualche commensale particolarmente colpito e ispirato dal frangente. Luciana, intanto, come una mamma attenta, passa, insieme alle sue ragazze e ai suoi ragazzi, tra i tavoli, riuscendo prodigiosamente a muoversi in foggia agevole, servendoti impeccabilmente, riuscendo a cogliere la tua presenza da un semplice respiro e ricordandosi che su quella sedia stai seduto proprio tu: ti senti chiamare per nome, quasi sobbalzi, e ti senti al sicuro. Il buio, l’abisso di cui si parlava poc’anzi, inizia a diventare accogliente. Intanto, un gradevole sottofondo jazz fluttua tra le voci che il buio sembra a tratti confondere, ma ecco che la musica s’interrompe e la voce melodiosa di una ragazza recita alcuni versi, composti per l’occasione e dedicati alla cena e a Roma, a cui questo convivio vuole, in linea con quanto accadrà durante il Festival, rendere omaggio. Sono versi settenari che sembrano guidarti nell’onirica bellezza della Capitale, che troviamo anche nei nomi assegnati ai tavoli, i quali ti portano dal Quirinale, ove chi scrive sta vivendo questa emozione, a Piazza di Spagna, invitandoti a una passeggiata a Villa Borghese, per poi aprirti la strada su Via del Corso, e, dopo un po’, verso Castel Sant’Angelo, a pochi passi dal Vaticano, per poi salire sul Gianicolo, dove il panorama sulla Città Eterna t’impedisce di tenere fermo lo sguardo, il quale, chissà poi perché, si sofferma sul Vittoriano, che ti porta alla mente i poco lontani Fori Imperiali, mentre l’attenzione già si sposta sulle statue della basilica lateranense che domina Piazza San Giovanni: sì, ti sembra di vedere Roma in questo buio, che magia! Ha ragione Luciana: grazie a Lei e ai suoi ragazzi, quello che da soli vivremmo come un incubo, è un mondo fatato. Sì, è una dimensione dell’esistenza intensa ed eterea quella in cui stiamo respirando e sospirando. Peccato che la frutta sia già arrivata; consumarla è un esercizio veloce. Siamo alla fine. Luciana intona due belle canzoni, per accomiatarsi da noi, Annamaria ringrazia, una mano tocca la spalla, invitando ogni commensale ad alzarsi e ad accodarsi: si riforma il trenino, il quale, lentamente, fa a ritroso il percorso d’inizio serata, portandoci nuovamente alla luce, che nei primi minuti quasi ci ferisce gli occhi, infrangendo quel senso di magia che ci aveva pervaso poco prima. Sì, è il ritorno alla normalità, a quella normalità che ci ricorda come quel buio, che allo scrivente è parso così rassicurante e gradevole, grazie all’amorevole lavoro dei nostri angeli custodi, per tante persone sia preclusione alla visione di alcune delle bellezze del mondo, oltre che a una vita pienamente soddisfacente, a livello professionale ed emotivo, a causa delle barriere materiali e psicologiche che la nostra approssimazione spesso erge lungo il cammino di chi condivide con noi quest’angolo di universo. E, allora, risulta agevole capire come il vero buio sia quello dell’indifferenza verso le difficoltà e i bisogni altrui. E allora vien da riflettere: così come l’attenzione e la cura, prestataci da Luciana e dalla sua stupenda squadra, è riuscita a rendere indimenticabile un’esperienza potenzialmente drammatica, lenendo il nostro momentaneo disagio, fino a renderlo piacevole, allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, la cura, la premura e l’attenzione che noi, i cosiddetti normodotati, dovremmo doverosamente prestare a coloro i quali del buio fanno un’esperienza costante, riuscirebbero a lenire la sensazione di perenne caducità indotta dall’invalidante condizione, permettendo loro di cogliere la magia che ogni attimo, che ogni sapore, che ogni abbraccio, che ogni bacio sono capaci di portare nel nostro sentire interiore, a prescindere dal buio e dalla luce che attraversano i nostri occhi. Sì, è il ritorno alla normalità, anche se, dopo questa serata, in questa normalità ci sarà sempre posto per l’immaginifico ricordo di una serata passata sui bordi delle realtà sensibili che la mondanità ci mette a disposizione, offrendocele in infinite forme, sulla base della quotidianità che ognuno di noi vive. Il bavettone, recante il tema della Cena, la data e i motivi grafici delle locandine realizzate per il Festival imminente, non serve più, o meglio, servirà ancora, portandolo con noi a casa e conservandolo, magari anche macchiato, a ravvivarci, di tanto in tanto, il ricordo di un’esperienza unica. Sì, è stata per davvero un’esperienza unica, difficilmente descrivibile, intimamente vissuta in un alveo di riferimento collettivo, vissuta fino in fondo.

 Un’iniziativa senza precedenti, per il territorio dell’hinterland cosentino, che ci ha consentito di respirare, nell’abbraccio dell’oscurità, un momento di compenetrazione radicale in una dimensione esistenziale da esplorare e capire, attraverso la scoperta di un’esperienza dei sensi che fa pensare, che conquista, che lascia il segno, che ha lasciato il segno, grazie a tutti coloro i quali hanno, in qualche modo, partecipato alla Cena al Buio, come già detto, organizzata dal Comune di Cerisano, dal Consiglio Nazionale e dalla Presidenza Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, e tenutasi all’interno del monumentale Palazzo Sersale di Cerisano, quale prologo della XXVI Edizione del Festival delle Serre: è stata una serata speciale anche grazie al Presidente Nazionale dell’UICI Mario Barbuto e agli altri dirigenti dell’Unione presenti, quali Linda Legname, Annamaria Palummo, instancabile promotrice e madrina dell’iniziativa, Luciana Loprete, Pietro Testa e Nives Mastromonaco, i quali hanno onorato e colmato di contenuti una serata assolutamente unica, per il significato e le emozioni che è stata capace di inoculare nel nostro animo; è stata una serata coinvolgente anche grazie al Sindaco di Cerisano, avvocato Lucio Di Gioia, e all’Assessore alla Cultura, dottoressa Francesca Pellegrino, per la fattiva vicinanza mostrata nell’organizzazione di un evento di tale portata; è stata una serata magica anche grazie alle amiche e agli amici della sezione territoriale UICI di Catanzaro, Antonella Mascaro, Ilaria Mascaro, Vincenzo Mascaro, Karol Grazia Mascaro, Gianluigi Melina, Daniela Taverna, Patrizia Giuffrè e Danilo Pizzini, i quali, guidati dalla grande, efficiente e premurosa Luciana Loprete, oltre a garantire un perfetto coordinamento della sala e del servizio ai tavoli, sono stati i nostri angeli custodi nelle tre ore di buio, che è stato, nello stesso tempo, conviviale e formativo; è stata una serata gioiosa anche grazie a Vincenzo Nardi e ai suoi collaboratori del ristorante I Giardini di EVA, con il sopraffino servizio di catering, che ci ha aiutato a dipingere, sulla tela del buio, una Roma oltremodo bella, vergata dalla fantasia traente linfa nelle servite leccornie e dalle parole ascoltate; ma, sopratutto, è stata una serata indimenticabile grazie al resto dei commensali, autorità e non, i quali, partecipando alla Cena, hanno dimostrato apertura e disponibilità verso la comprensione di una condizione che, sovente, è causa di esclusione e frustrazione per tante nostre sorelle, tanti nostri fratelli, tantissimi bambini, i quali, lungo i sentieri del futuro, lastricati di difficoltà, potranno realmente assaporare il profumo della vera integrazione soltanto nell’attimo in cui noi tutti riusciremo effettivamente a valicare la ritrosia che ci blocca ogni qualvolta siamo indotti a immaginarci nella mente degli altri, nel Cuore degli altri, negli Occhi degli altri. Sabato sera, nel corso della Cena che ha alitato “Dell’Urbe i bei Sapori… nel Buio i suoi Colori”, e di cui s’è, speriamo degnamente, qui favellato, ognuno di noi è riuscito a sentire come propri gli occhi del vicino di posto, vedente o non vedente che fosse, cogliendo, in quella totale assenza di luce, la scintilla di valori quali la gentilezza, il calore, la solidarietà, estrinsecantesi in un pezzo di pane passato o in un bicchiere d’acqua versato, in quelle piccole cose, che, in definitiva, fanno veramente la differenza, contestualmente a una società matura, e che, al di fuori di ogni retorica, salveranno realmente la nostra umanità, intesa come capacità di essere consequenziali alla nostra natura sociale. Una Cena al Buio, questa Cena al Buio, può apparire una piccola luce in un cielo oscuro: in realtà essa è una stella che brilla in un firmamento ove gli Astri della buona volontà e dell’Amore riusciranno, col vento della sensibilità, in ogni crepuscolo a portare l’Aurora. L’Aurora che toglie spazio a ogni sussulto di oscurità, l’Aurora che vince ogni tenebra, che rischiara ogni ombra.

E ora il Festival delle Serre, quest’anno dedicato alla nostra Capitale, può veramente iniziare.

Cena al Buio a Cerisano – Foto di gruppo con il Presidente Nazionale UICI – foto di Simone Settino

Rubrica di SlashRadio “Chiedi al presidente”, di Mario Barbuto

Care amiche, cari amici,

Il prossimo appuntamento con questa nostra rubrica di dialogo diretto è fissato per Mercoledì 31 luglio 2019 dalle 16.30 alle 17.30, su SlashRadio.

Durante la trasmissione, nel mio ruolo di Presidente Nazionale, risponderò in diretta a tutte le domande che gli ascoltatori vorranno rivolgermi, su tutti gli argomenti che riguardano la vita associativa.

Le domande, come al solito, saranno libere, dirette e senza filtri e potranno toccare tutti gli aspetti della nostra attività associativa e tutti i temi concernenti la vita dei ciechi e degli ipovedenti italiani.

Le modalità di contatto per indirizzare le domande o intervenire in trasmissione, sono:

– email, all’indirizzo chiedialpresidente@uiciechi.it

– modulo web, all’indirizzo http://www.uiciechi.it/radio/radio.asp

telefono, durante la diretta, al numero 06.920.925.66

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Vi attendo numerosi per continuare il nostro meraviglioso dialogo mensile.

Possono o devono, di Mario Barbuto

La legislazione italiana sulla disabilità, si sente dire spesso, è forse una delle più avanzate d’Europa per la specificità degli argomenti, a seconda delle patologie di cui si parla. Un titolo di benemerenza, dunque, se non si creassero contraddizioni nei modi di ottemperare agli obblighi che la legge impone.
Per riflettere insieme a voi sulla sindrome del “possono o devono”, ho scelto due articoli della legge 107 del 24 giugno 2010 che riconoscono la sordocecità come una disabilità specifica. L’articolo 4 della legge in questione che tratta di interventi per l’integrazione e il sostegno sociale delle persone sordocieche, chiude con la seguente affermazione: “devono tenere conto delle misure di sostegno specifico necessarie per la loro integrazione sociale”. Per le risorse finanziarie, per la realizzazione di progetti individuali per le persone sordocieche, il riferimento legislativo è la legge 328 del 2000, l’articolo 14. Ineccepibile è il legislatore che individua come offrire risposte individualizzate per questa disabilità.
Estrapoliamo per un attimo quel “devono” perché il significato di questa parola, “essere obbligati, tenuti a fare”, ci dà la misura di come il legislatore vuole che le istituzioni si comportino al cospetto di una persona sordocieca.
Fin qui tutto bene perché anche sulle risorse da destinare la legge è molto chiara.
Osserviamo ora come cambia la lettura dell’intero provvedimento quando passiamo all’articolo 5.
In questo caso, parlando del compito delle regioni, il legislatore afferma che: “le regioni possono individuare specifiche forme di assistenza individuale ai soggetti sordociechi, con particolare riferimento alla fornitura di sostegno personalizzato mediante guide-comunicatori e interpreti”.
Interessanti gli strumenti individuati per rispondere alle esigenze dei sordociechi ma, alla parola regioni, segue il verbo “possono”, facoltà di fare secondo la propria volontà.
Ecco il punto di rottura e di discriminazione che nella legislatura italiana campeggia molto spesso: offrire a un organismo dello Stato la facoltà di decidere se rispondere o meno ad esigenze particolari come nel caso delle persone affette da disabilità.
L’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti ha condotto numerose azioni rivendicative sin dalla sua nascita, il 26 ottobre 1920, per affermare i diritti delle persone cieche e, fino ad un certo punto della sua storia, le cose sono andate bene perché, oltre al diritto, si era costruita anche una sensibilità sociale in favore di questa categoria.
I tempi, poco alla volta, sono mutati e con essi, anche gli atteggiamenti di una parte della società e della politica le quali tendono sovente a scaricare sulle persone con disabilità le varie ondate di crisi, come quella globale del 2007. Appoggiate da una parte della stampa, queste teorie si sono consolidate in base al messaggio che una persona con minorazioni sarebbe da considerare privilegiata, perché godrebbe di una specifica indennità che inciderebbe in modo rilevante sul deficit della finanza pubblica.
Ritornando alla 107 del 2010, qualcuno si è mai chiesto cosa vuol dire vivere la propria vita solo grazie all’ausilio di guide, comunicatori o interpreti?
Evitando vittimismi, che non ci appartengono, non riusciamo a concepire come la dignità e la libertà di un minorato della vista, di un sordocieco o di una persona con disabilità in generale debba essere legata alla facoltà decisionale di enti territoriali. Di fatto si afferma che, le persone in difficoltà, devono superare un ulteriore giudizio, dopo quello della commissione medica e non solo, prima che venga loro riconosciuto il Diritto di vivere in modo dignitoso. Questo esame, che la legge impone alle regioni e agli enti territoriali, come criteri valutativi avrà la simpatia, il colore politico, la capacità di manifestare il bisogno o quella di alzare la voce.
Queste sottigliezze di sostituzione del verbo da un articolo all’altro di una legge, trasformano in maniera rilevante il valore e i benefìci della legge stessa.
Abbiamo preso come esempio la legge 107/2010 per riallacciarci alla prima giornata nazionale del sordocieco, ma in tante leggi che ci riguardano, l’uso dei verbi “possono” e “devono” è ugualmente presente ed è per questo che i processi di sviluppo, nella gestione della problematica delle disabilità, subiscono battute d’arresto che rallentano o annullano il beneficio per coloro che ne fanno legittima richiesta.
Il nostro impegno principale dovrà incentrarsi nel recupero dei ritardi creati dalla legislazione, allorquando demanda ad altri, e in particolare agli enti locali, la facoltà di decidere di noi.
Non accetteremo proclami perché partiamo dalla consapevolezza che anche noi dovremo fare la nostra parte per contribuire ad uno sviluppo più omogeneo della società.
Non saremo in posizione passiva ma pronti a rispondere con azioni adeguate per conquistare quel Diritto a partecipare alla costruzione di una nuova inclusione sociale e solidale.
Chiediamo di cambiare rotta sull’esercizio dei Diritti affinché, dal centro alla periferia, nelle leggi e nei comportamenti in favore delle persone con disabilità, non venga mai posta in discussione la pari dignità, per offrire a tutti, sempre, le pari opportunità.

Lavoro, Diritti e Dignità, di Mario Barbuto

L’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti porta nel cuore delle celebrazioni nazionali del Primo Maggio le speranze, le aspettative e la voce dell’intero mondo delle persone con disabilità, in un anno nel quale si celebra anche il 70° anniversario dell’entrata in vigore della nostra Carta Costituzionale che proprio all’art.1 recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La voce dei ciechi e degli ipovedenti e quella dell’intero mondo della disabilità, dunque, si leva ancora una volta, forte, per chiedere Lavoro, Diritti e Dignità.
Il lavoro è sicuramente il mezzo più nobile ed efficace di inclusione e di uguaglianza dei cittadini. L’esclusione e la discriminazione fondate sul pregiudizio, costituiscono ragione di conflitto sociale e offendono la dignità delle persone. Mutare la condizione di disabilità e la sua percezione da fattore di handicap in risorsa preziosa, è un passo fondamentale per accrescere l’inclusione e favorire uno sviluppo economico ed un progresso sociale più equo ed equilibrato. L’innovazione tecnologica consente a ciechi ed ipovedenti di acquisire un numero sempre più ampio di mansioni, superando gli stereotipi che li vogliono impegnati esclusivamente in professioni come quelle del centralinista o del fisioterapista. I diritti troppo spesso vengono negati o inascoltati, nonostante le leggi, confermando la riprovevole abitudine, tutta italiana, di lasciare spesso inattuato nella pratica quanto sancito in teoria dalle norme. La dignità, che è alla base di qualsiasi vivere civile e che dovrebbe dare a tutti l’opportunità di sentirsi uguali tra gli uguali, indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche, sociali e personali, spesso viene mortificata.
È tempo di comprendere, finalmente, che le condizioni di disabilità, il più delle volte, rappresentano una risorsa, non un handicap, purché vengano offerte quelle reti di protezione e di supporto che fanno del nostro contesto sociale un luogo degno di essere vissuto. È ormai tempo che le grandi organizzazioni del mondo del lavoro e le federazioni rappresentative della disabilità diano finalmente corso alla costruzione di quel vasto fronte unitario della solidarietà sociale, per offrire a tutti una opportunità vera, per promuovere nuovi e più avanzati traguardi di civiltà e di benessere. Allo scopo di promuovere nuove opportunità di impiego, la Direzione Nazionale dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti è in procinto di lanciare un bando che mette a disposizione risorse economiche volte al finanziamento di progetti lavorativi che coinvolgano persone colpite da disabilità visiva. L’iniziativa, che sarà avviata grazie ai fondi raccolti con la Lotteria Nazionale Louis Braille del 2017, mira a stimolare, sostenere e promuovere nuove proposte, tese alla realizzazione di imprese innovative realizzate da non vedenti in forma singola o associata. Il bando di gara metterà a disposizione 95 mila euro complessivi, 25 mila dei quali destinati a 10 progetti presentati da singoli partecipanti e 60 mila a 3 progetti proposti da singole imprese. I restanti 10 mila euro verranno utilizzati per la remunerazione dei consulenti e per la realizzazione di un evento pubblico in cui verranno presentati i progetti stessi. Per partecipare alla gara e godere del finanziamento, è necessario che le società siano costituite da meno di 24 mesi o in fase di costituzione e composte per almeno il 51% da lavoratori ciechi o ipovedenti.
Con l’indizione del bando di gara, l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti vuole anche sollecitare i datori di lavoro pubblici e privati, a mantenere atteggiamenti aperti e ricettivi verso coloro che, pur in presenza di disabilità, si avvicinano al mondo delle professioni. Nonostante le leggi di protezione e l’azione continua delle associazioni rappresentative, centinaia di migliaia di persone disabili sono ancora alla ricerca di uguaglianza e pari opportunità, da conquistare in primo luogo attraverso il diritto al lavoro. Solo attraverso la realizzazione di questo diritto fondamentale, persone che partono in posizione di svantaggio possono recuperare dignità, indipendenza economica, autonomia personale e libertà dal bisogno. Crediamo sia tempo di agire con determinazione anche a livello istituzionale per restituire diritti e dignità alle persone con disabilità, in linea con quanto previsto dalla Costituzione Italiana in materia di uguaglianza e di pari opportunità.

Tolleranza, inclusione, cultura, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Il mese di febbraio, per i ciechi italiani, è un mese straordinario poiché, grazie al grandissimo lavoro dell’Unione Italiana Ciechi, dal 2007 è entrata in vigore la legge che decreta la celebrazione nazionale della giornata del Braille, al cadere del 21 febbraio di ogni anno. Per parlare di questo argomento ho deciso di utilizzare queste tre parole “tolleranza, inclusione, cultura” come ausilio in questa veloce riflessione. Iniziamo da tolleranza, ricordando insieme il significato della parola “Atteggiamento di rispetto o di indulgenza nei riguardi dei comportamenti, delle idee o delle convinzioni altrui, anche se in contrasto con le proprie”. Questo nuovo anno è iniziato con una scia pericolosa di fanatismo e radicalismo che mal si coniugano con la parola democrazia. Ciò non può essere tollerato da un ente come il nostro che crede in “una società di tutti e per tutti” e questa bandiera è diventata l’emblema e l’essenza delle politiche rivendicative, mai volte al pietismo ed all’assistenzialismo ma al riconoscimento del lavoro che svolge la nostra associazione e alle direttive che intende dare per lo sviluppo della vita sociale dei ciechi e degli ipovedenti italiani. In questi anni, perciò, abbiamo deciso di intraprendere un ulteriore percorso nel confronto con tutte le agenzie responsabili della crescita del paese, aprendo le porte della nostra associazione alle istituzioni affinché i nostri interlocutori possano conoscere e comprendere quanto l’UICI sia rispettosa delle idee, convinzioni e pensieri altrui ma, al contempo, determinata nel far capire che nessuno può decidere della vita dei ciechi senza i ciechi stessi. Per questo chiediamo tolleranza, perché il nostro obiettivo finale era e resta l’inclusione. Mi fermo ancora una volta ad aprire il vocabolario per ricordare il significato di “inserimento stabile e funzionale”. L’UICI sin dalla sua fondazione ha mirato ad arrivare ad una condivisione dei processi di costruzione di percorsi idonei all’istruzione, alla formazione, al lavoro, insomma ad una vita quotidiana che lasci ai ciechi e agli ipovedenti le sole difficoltà della vista senza permettere che si costruiscano muri mentali che frenino il sogno e l’aspirazione dei minorati della vista italiani. Alla vigilia delle celebrazioni del centenario della fondazione dell’Unione Italiana Ciechi vorremmo tanto festeggiare un mutamento sostanziale e concreto dell’assetto sociale dell’Italia. Vorremmo, finalmente, arrivare a quell’inserimento stabile e funzionale dei ciechi e degli ipovedenti all’interno della società e poter testimoniare che attraverso la tolleranza si è potuti arrivare ad un’inclusione che è divenuta acquisizione culturale.
Nelle pagine del giornale troverà ampio spazio la parola cultura, per cui vi risparmio il vocabolario ma non mi sottraggo ad un’ultima riflessione che accompagnerà, in maniera particolare, questo mese speciale e ricco d’impegno per il nostro sodalizio. Pur mantenendo un confronto dialettico forte ed acceso, l’UICI ha saputo far breccia nel cuore del legislatore italiano ottenendo alcuni riconoscimenti nei principi fondamentali della missione del nostro Ente. Vorrei per questo tornare al 3 agosto 2007 quando il Parlamento italiano riconosce dignità di lingua da proteggere e tutelare al Braille con l’approvazione della legge 126. L’articolo 2 della legge impegnava le amministrazioni pubbliche a poter promuovere ogni anno il 21 febbraio attività di sensibilizzazione e informazione sull’importanza del Braille per la vita dei non vedenti. Quel giorno è tanto lontano e dimenticato. Come d’incanto, invece, ti ritrovi in un paese dove chi ha il controllo dell’informazione continua a mistificare, con falsi scoop, i non vedenti mercificando la loro disabilità e facendola percepire quasi fosse un privilegio. Molta strada dobbiamo, purtroppo, fare per arrivare ad una rivoluzione culturale compiuta che tenga conto dell’identità e della specificità dei singoli. Per questo, come Unione, raddoppieremo le nostre energie per meglio rappresentare e far conoscere il nostro mondo, potendo contare su uno strumento straordinario ed insostituibile quale è il Braille. Per questo motivo, spero che possano essere più numerose le persone che vivano con tolleranza la diversità, operando quotidianamente per favorire una vera inclusione, frutto di un processo di trasformazione culturale. Noi siamo pronti a fare la nostra parte!

L’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e la Costituzione della Repubblica Italiana, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Quando siamo stati ricevuti in udienza al Quirinale dal Presidente Mattarella il 3 dicembre del 2015, gli abbiamo portato in dono un semplice, modestissimo volume in Braille: la Costituzione della Repubblica Italiana.
Modesto nella forma, quel volume riveste una importanza enorme nella vita quotidiana di tutti noi. Per quella Costituzione in migliaia hanno perduto la vita; molti hanno sofferto e lottato, tantissimi hanno sperato in un presente migliore e in un futuro più sereno.
Il 1° gennaio del 1948, esattamente settant’anni or sono, la nostra Costituzione repubblicana entrava in vigore dopo essere stata elaborata per oltre un anno, grazie alla buona volontà delle principali forze che maggiormente si erano distinte durante la Resistenza e le prime fasi della ricostruzione post bellica: Cattolici, Comunisti, Socialisti.
Quella Costituzione, proprio all’articolo 1, proclama che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.
Le persone con disabilità, in tante, in troppe, pur in condizioni fisiche e personali atte a poter lavorare con dignità e senza rubare nulla a nessuno, quel lavoro non ce l’hanno, non lo trovano.
Un Diritto negato, dunque! Affermato nella Costituzione e confermato da numerose leggi, rimane, purtroppo, ancora dopo settant’anni, in larga parte non fruito.
E che dire degli articoli immediatamente successivi che proclamano l’uguaglianza tra tutti i cittadini indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche, sociali, economiche, religiose, ecc…?
Le persone con disabilità, in misura sempre crescente, in modo indipendente dalle aree geografiche del nostro Paese, vengono troppo spesso discriminate, per non dire maltrattate, vituperate e perfino vilipese.
Pochi giorni fa, mi è stato riferito con molti particolari raccapriccianti l’ennesimo caso di discriminazione verso una persona non vedente con il proprio cane guida tenuta ai margini di una processione religiosa in un paesino nei pressi di Cagliari; esclusa dal coro dove cantava e suonava perché il cane sporca, fa pelo e provoca allergia.
E quanti bambini e ragazzi con disabilità, nella scuola vengono isolati nella classe o addirittura accompagnati nel cosiddetto “stanzone” dove sono costretti a passare le giornate tra loro, in spregio al loro sacrosanto diritto allo studio, all’inclusione, o almeno a un briciolo di socializzazione.
E quanti sul lavoro, se e quando ci arrivano, finiscono in sgabuzzini soffocanti dove vengono installati spesso gli apparati di centralino, per non dire di quelli che vengono lasciati a far nulla solo per via di qualche riorganizzazione delle mansioni, ma soprattutto dell’insensibilità ottusa e idiota di qualche capo del personale.
E le persone in sedie a ruote, spesso impedite a viaggiare, recarsi in un luogo qualsiasi, impossibilitate a muoversi per via di barriere che la Costituzione e le Leggi ci obbligano a rimuovere, ma nessuno rimuove mai o quasi.
Tanti sarebbero gli esempi, i casi, gli episodi, di discriminazione in ogni campo della vita sociale quotidiana, i travagli di milioni di persone che si vedono conculcato tutti i giorni il proprio diritto a vivere ed essere rispettati, solo e semplicemente in quanto cittadini tra i cittadini.
Quando smetteremo di mostrarci cinicamente indifferenti e rassegnati o addirittura magari di sorridere nell’affermare, a volte mi pare perfino con una punta di orgoglio masochistico, che in Italia le leggi ci sono ma non vengono applicate?
In un Paese civile, chi non applica la Legge, subisce una sanzione o addirittura una condanna con conseguenze personali a volte anche gravi. Chi non applica la Legge va denunciato e perseguito. Punto e basta. A condizione che si abbia una magistratura in grado di perseguirlo in tempi brevi, processarlo e punirlo a dovere se colpevole.
Si chiede troppo all’Italia e agli italiani, se si domanda di vivere in un Paese civile, nel quale gli obblighi siano obblighi, le leggi siano leggi e le trasgressioni vengano sanzionate con adeguata efficacia e puntualità? Sì, ahimè, si chiede troppo… Perché questo non accade mai. O quasi mai.
La via della giustizia è pressoché impraticabile, dati i tempi di attesa praticamente infiniti. E allora, questa nostra Costituzione, come ci protegge? Come si costituisce, appunto, quale baluardo a tutela soprattutto dei più deboli, ma principalmente a garanzia di tutti? Occorre applicarla, questa nostra Costituzione! Altro che cambiarla… Con rigore, con fermezza, con saggezza e soprattutto sempre.
Al lavoro che non c’è e non si trova, quest’anno come Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti dedicheremo le risorse acquisite tramite la lotteria nazionale Louis Braille del 2017. Daremo forza ad alcuni progetti innovativi di lavoro nei quali i ciechi siano coinvolti e protagonisti in sommo grado, per dimostrare, se ancora ve ne sia necessità, che le condizioni per svolgere dignitosamente una mansione, perfino di elevata responsabilità, con profitto ed efficienza, anche per un cieco, ci sono tutte.
Faremo del 2018 l’anno del Lavoro per le persone con disabilità e chiederemo a tutta la società civile di impegnarsi nei fatti e non a chiacchiere e promesse perché il lavoro divenga davvero una realtà possibile, secondo le capacità di ognuno, ma nel rispetto delle leggi e della Costituzione.
Chiederemo ai politici e ai partiti, i quali si accingono a fronteggiarsi in una campagna elettorale, precise garanzie circa il loro impegno a voler mutare questa situazione, semplicemente impegnandosi a che le leggi e la Costituzione vengano rispettate, osservate.
Chiederemo attenzione per i temi della disabilità, mediante l’assunzione da parte dei leader politici di un ben preciso impegno a impiantare nel cuore stesso del Governo, Palazzo Chigi, un ufficio direttamente dipendente dal Presidente del Consiglio, dedicato alle tematiche delle persone con disabilità.
A partire da questo numero, il nostro “Il Corriere dei Ciechi” dedicherà alcune delle sue pagine alla Costituzione Italiana in ogni sua edizione per tutto il 2018, per portarne significato e contenuti nelle case e nei cuori di ognuno, ma in particolare per ricordare a noi stessi e agli altri che alla Costituzione ci teniamo, ci crediamo, ci aggrappiamo con la certezza che essa ancora possa e debba rappresentare l’argine al di qua del quale vi è una Repubblica democratica civile e ordinata, al di là del quale, vi sono la barbarie e il diritto del più forte.
Presidente Mattarella, Lei che è il garante supremo della Costituzione, voglia farla applicare sempre, per intero, qui e ora, in ogni suo articolo e in ogni suo principio, dando così soddisfazione alla nostra legittima aspirazione ad avere il diritto di vivere finalmente in un Paese normale e rispettoso.

 

BOX

“Tra poco inizierà il 2018. Settant’anni fa, nello stesso momento, entrava in vigore la Costituzione della Repubblica, con il suo patrimonio, di valori, di principi, di regole, che costituiscono la nostra casa comune, secondo la definizione di uno dei padri costituenti.
“Su questi valori, principi e regole si fonda, e si svolge, la nostra vita democratica”. Queste sono le parole pronunciate in apertura del suo discorso di fine anno dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per ricordare l’entrata in vigore, il 1 gennaio 1948, della Costituzione della Repubblica Italiana.
Questo fu un passaggio cruciale nella vita dell’Italia e degli italiani, il momento in cui, citando le parole di Aldo Moro – il padre costituente a cui fa riferimento Mattarella nel suo discorso – fu costruita la “casa comune” nella quale abitare insieme, dove l’uomo, il cittadino, possa essere libero dai bisogni, dall’emarginazione e dalle insicurezze.
In questa “casa comune” abitano, insieme e al pari di tutti gli altri, anche i ciechi e gli ipovedenti che, come ha ricordato in molte occasioni il nostro Presidente Nazionale Mario Barbuto, sono innanzitutto “cittadini tra i cittadini” e questo status fa sì che i valori, i principi e le regole contenuti nella Costituzione riguardino direttamente anche loro.
È perché crediamo fortemente in questo che abbiamo deciso di dedicare alla Costituzione, non solo questo primo numero del 2018, ma una sezione dedicata in ciascuna uscita di quest’anno.
Un viaggio che ci consentirà di fare nostra la Carta Costituzionale, approfondendo la conoscenza, non solo degli articoli a cui si fa spesso riferimento per dare maggiore forza alle lotte perché siano accolte le istanze delle persone con disabilità (articoli 3, 33 e 38), ma anche di tutti quelli che sanciscono i diritti dei cittadini italiani e che quindi, pur non riferendosi esplicitamente alle fasce più vulnerabili della popolazione (tra le quali le persone con disabilità), hanno un impatto significativo anche su di esse. Approfondiremo il tema del lavoro, che a partire dall’articolo 1, viene più volte richiamato lungo tutto il documento, ma parleremo anche di pari opportunità di genere, di diritto di accesso alla cultura, di diritto ad essere informati e ad informarsi, di diritto di salvaguardia della propria identità e così via.
Ritornando al discorso di fine anno del Presidente Mattarella, egli ha definito la Costituzione come una “cassetta degli attrezzi”, il nostro obiettivo è quello di conoscere quali sono gli attrezzi a nostra disposizione per difendere i diritti acquisiti in passato e per rendere più efficace la lotta per conquistare tutti quelli – sempre troppo numerosi – che a tutt’oggi sono garantiti solo sulla Carta!

L’albero di Natale dell’UICI, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Ricordando i racconti di Natale, mi sovviene in maniera nitida il valore delle luci e la loro intermittenza. A tanti di noi capita, alla fine dell’allestimento dell’albero di Natale, di chiedere un conforto per capire se vi sono zone al buio che meritano un’attenzione particolare. Ho provato a pensare all’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti per cercare di comprendere quali rami debbano essere maggiormente illuminati per creare condizioni sempre più inclusive per la nostra categoria nel 2018. Partendo dalla prevenzione e profilassi della vista, debbo constatare come il nostro paese sia rimasto al palo per le iniziative di sostegno a campagne più massive nelle scuole e nelle zone socialmente più depresse. La crisi economica ha portato tante famiglie ad evitare di curarsi, figuriamoci se si possa pensare di prevenire patologie che, se prese in tempo, potrebbero risolversi e alla lunga si trasformano in costi sociali. Le scuole dovrebbero essere il primo luogo in cui intervenire anche per creare una nuova cultura sul benessere della vista. Girando in quelle aule, mi pare di non trovare troppa luce dove siedono i nostri ragazzi, visto che continuano ad accumularsi ritardi e disattenzione sui processi formativi e di sostegno per gli alunni minorati della vista. Il percorso si complica ulteriormente quando le minorazioni sono plurime perché il rischio di esclusione ed isolamento diventa quasi scontato.
Infatti queste persone, secondo il pensare di troppi, non possono diventare una risorsa. Questa è anche la considerazione che spinge tanti datori di lavoro ad eludere le leggi dello Stato che, faticosamente, in 98 anni di vita il nostro sodalizio ha conquistato. Tali leggi assegnano dei percorsi particolari per l’avviamento nel mondo del lavoro per ciechi e ipovedenti. In questi anni il nostro sodalizio sta tentando anche strade alternative pur di recuperare spazi e prospettive di futuro. Crediamo, infatti, che il diritto di cittadinanza passa anche dalla possibilità di poter offrire il nostro contributo allo sviluppo del paese anche perché, con questo percorso, si costruisce autostima, autonomia e libertà. Una libertà che nella terza età diventa desiderio ancora più forte, visto che senza avere una mano tesa che ti accoglie, non si ha neanche la possibilità di ascoltare il canto degli uccelli, farsi coccolare dalla carezza del sole o farsi avvolgere dalla brezza marina che ci fa ascoltare la carezza delle onde ed il profumo della natura che la circonda. Pensando alle luci, mi piace partire da quelle più piccole che, con i loro primi vagiti o le prime poesie recitate in maniera intermittente, richiamano l’attenzione di tutti sulla loro esistenza. Immaginando che per aumentare la forza della luce si possa provare ad aumentare la dimensione e l’intermittenza delle lampadine, mi sembra di percepire un’energia straripante che freme per essere liberata e andare alla scoperta del mondo e della vita. Questi sono i nostri giovani, sposati o single, uniti nel ricercare questa meta. Questi fili intrecciati fra loro si uniscono alla parte di luci fisse che immagino come la grande casa della nostra Unione e, dentro, amiche ed amici affaccendati ad evitare che la casa deperisca e resti sempre aperta ed accogliente per quelli che dovranno fare, purtroppo, il viaggio della vita con il buio. Ora pensando ai doni che mi piacerebbe trovare sotto l’albero dell’Unione, immagino una sacca piena di proposte concrete per poter trasformare il 2018 in un anno di svolta per tutti i nostri ciechi e ipovedenti. In particolar modo sarebbe bello che nelle nostre comunità aumentasse lo spirito di solidarietà e tolleranza verso la disabilità perché essa non è una scelta ma una condizione con cui vivere. A volte un sorriso, una mano tesa, una parola di conforto, una visita in più a chi è da solo, vale più di qualunque altra cosa. Questo sarebbe un bel dono da fare e da ricevere per i prossimi 365 giorni. Un dono che mi piacerebbe trovare sotto l’albero, la sorpresa di ritrovarmi in un paese con meno burocrazia e più concretezza nella concessione ed erogazione dei servizi ai minorati della vista. Un maggiore rispetto per le leggi speciali per la nostra categoria, evitando bracci di ferro o pastoie burocratiche che offendono lo Stato di diritto. Azioni concrete dunque, che servano per arrivare ad una vera inclusione scolastica che possa far parte di un percorso formativo e che accompagni i non vedenti nel mondo del lavoro e della società garantendo a tutti la possibilità di una vita decorosa e dignitosa. L’albero della nostra Unione è solido e forte ed in 98 anni, anche se abbiamo dovuto sostituire delle luci che con il tempo e le difficoltà si sono spente, non si è mai spezzato e né piegato perché le radici salde hanno consentito un rigenerarsi continuo e vigoroso. Ecco perché i ciechi non hanno mai perso la speranza e la voglia di continuare a lottare per la vita che è e rimane il dono più prezioso da difendere, anche quando sei costretto a viverlo al buio. Questo è il momento di reagire e riaccendere la memoria perché non possiamo più tollerare gli orrori e gli egoismi che continuano a pervadere la nostra società. Il nostro albero è splendido perché, con le sue migliaia di luci, irradia pace, fratellanza, solidarietà e la stella che lo illumina è la speranza che da 98 anni, accompagna il sogno dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di poter avere un mondo per tutti e di tutti.
Buon Natale!

 

Legge di Bilancio – strategie, timori, aspettative, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

La Legge di Bilancio giunge ogni anno, di questi tempi, per dare al Paese l’assetto finanziario dell’anno successivo, cioè gli strumenti per amministrare le risorse pubbliche secondo le attese dei cittadini.

Per noi dell’Unione rappresenta sempre un momento di particolare trepidazione e di nascosta speranza nel quale si sovrappongono le legittime aspettative di una categoria come la nostra, sempre costretta a inseguire e tentare di colmare il fossato della disuguaglianza e della disparità e i timori, legati alla imprevedibilità della Politica e al pericolo che corrono in permanenza gli stanziamenti destinati alle attività in favore della nostra categoria.

Quest’anno, finalmente, forse per la prima volta, siamo in grado di mostrare e offrire alla Politica un profilo unitario, collaborativo, responsabile. Teso a evitare ogni contrasto tra le nostre istituzioni e associazioni, volto in positivo, a ottenere garanzie e forme di tutela per tutti, piuttosto che ostacolare i progressi di ciascuno.

Abbiamo chiesto al Governo la riconferma delle risorse già stanziate l’anno scorso, con senso di responsabilità verso le esigenze generali del Paese, ma anche con la fermezza di chi vuole quanto meno conservare i livelli di servizio già consolidati e oggi operanti.

Abbiamo dunque invocato garanzie e conferma delle risorse per la nostra Unione, per la Biblioteca di Monza, per la Federazione Nazionale, per la IAPB, per il Museo Omero di Ancona, per la Fondazione LIA; convinti che un’azione unitaria e ad ampio raggio, guidata proprio dall’Unione sia il miglior esempio di concordia, di condivisione degli obiettivi, di azione comune.

Abbiamo chiesto al Governo, inoltre, con la voce unitaria di tutti, due milioni di euro in più sulla Legge di finanziamento delle attività di formazione, considerato che la posta attuale è bloccata da oltre dieci anni e che le organizzazioni chiamate a beneficiarne, dal 2016 risultano raddoppiate, poiché a Irifor e Ierfop, si sono aggiunte, sia pure con quote minori, ANPVI e Stamperia Braille di Catania.

Abbiamo chiesto inoltre un finanziamento significativo di almeno cinque milioni di euro in favore dei Centri di riabilitazione visiva sostenuti dal sistema sanitario delle Regioni, considerato che le somme attualmente previste appunto dalla legge 284/97 risultano tanto modeste da divenire e apparire non solo insufficienti, ma addirittura del tutto insignificanti.

Analogamente abbiamo chiesto che sia portata a mille euro la detrazione destinata a supportare il mantenimento del Cane Guida, rispetto ai 516 euro attuali, fissati ancora nel millennio precedente, prima ancora che divenisse circolante la moneta unica europea.

Abbiamo insistito, infine, perché sia corrisposta alla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi la terza rata del contributo straordinario concesso con la legge 278/2004, purtroppo mai materialmente erogata.

La mancata erogazione di quella terza rata, infatti, rischia di costituire un ostacolo altissimo per la realizzazione del nostro Centro Nazionale di Alta Specializzazione dedicato alla pluridisabilità.

Strategia, dunque, unitaria, condivisa, collaborativa, con l’Unione chiamata a svolgere il ruolo di rappresentanza e di tutela per tutti, ma con il consenso convinto di tutti.

Aspettative realistiche, commisurate certo alle condizioni della finanza pubblica nazionale, ma volte a garantire le risorse esistenti e a colmare, almeno in parte, quel deficit di supporto che si è determinato negli anni.

Timori, quelli di sempre! Dovuti all’altissima responsabilità di dovere e sapere rappresentare unitariamente le esigenze di tutti, nella consapevolezza dei pericoli immensi insiti nel percorso di una Legge di Bilancio, tanto più in questa occasione praticamente elettorale nella quale ogni gruppo politico mira a conseguire il massimo di visibilità e pubblicità, mentre i portatori di interessi, vecchi e nuovi, si accalcano al “banco delle pretese” con assillante insistenza.

Con la perseveranza dei nostri dirigenti nazionali e territoriali, con il sostegno affettuoso dei nostri Soci, con l’apporto dei tanti amici dei ciechi e dell’Unione, con l’aiuto della Provvidenza, cercheremo di condurre in porto la nostra fragile nave anche quest’anno.

Parliamone… di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Parlare di se stessi e di quello che si fa quotidianamente, per tutti i ciechi e gli ipovedenti, è sempre complicato e qualche volta si corre il rischio di essere autocelebrativi ed allora si sceglie la strada del silenzio per continuare a lottare. In questo momento, però, in cui spira una brezza di leggera follia e di imbarbarimento del vivere nella collettività non possiamo far silenziare il tema della disabilità visiva e la fatica che deve fare un cieco o ipovedente nel tentare di includersi in questa società ammalata di globalismo, spesso ingurgitata dalla forza della politica, dal suo cinismo, dal frequente autoritarismo e, in molti casi, dal disprezzo della vita stessa. Noi non lo accettiamo, ed è per questo che rilanciamo a voce alta, facendo leva su un grande dono consegnatoci da un uomo indimenticabile, Louis Braille, attraverso la combinazione straordinaria di sei magici punti, il concetto che il vivere appartiene anche a chi si arma di punteruolo e non di penna, a chi legge con le mani senza poter usare gli occhi, a chi si fa aiutare da una voce metallica per scrivere o poter leggere con un ausilio tecnologico (Pc, smartphone ecc.). L’affermazione e la consapevolezza della diversità, dunque, diventi esercizio quotidiano di consapevolezza come esortazione alla costruzione di una società globale che sappia far entrare in osmosi la disabilità visiva con la così detta “normalità”. Pur vantandoci di essere super evoluti, abbiamo voluto mettere frettolosamente in soffitta le brutalità e le nefandezze del secolo scorso, propugnando a tutti i costi il credo dell’apparire e della ricchezza quale unico primato della vita, facendo diventare i valori della solidarietà e della tolleranza quasi un “esercizio” di magnificazione, quando non di esaltazione del proprio ego. Queste piccole nicchie di condotta egocentrica, per fortuna, sono minoranza .Tuttavia devono costituire un segnale d’allerta perché è ora per tutti di svegliarsi dall’assopimento. Eppure la storia ci ha insegnato che quando l’uomo riesce a dare il meglio di sé, nascono grandi invenzioni, correnti di pensiero o semplici iniziative che aiutano l’intera umanità a vivere meglio e a condividere la grande magia della vita, riuscendo a raccontare al proprio vicino la bellezza del sole, il colore del mare, il colore di un albero su cui cinguetta felice un uccello, ritrovando così la gioia di vivere e la voglia di condividere. A tale scopo abbiamo deciso di raccontarvi alcuni stralci della nostra vita quotidiana, alternandola con le iniziative che promuoviamo come Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, rinnovando l’appuntamento il 20 settembre con il Premio Braille. Vi invitiamo ad entrare nella nostra casa per trascorrere qualche ora insieme incontrando la nostra gente e persone speciali, che hanno prestato con le loro azioni o attività quotidiana, una particolare attenzione e sensibilità ai ciechi e agli ipovedenti italiani.