Buona festa, Mamma!

Autore: Linda Legname

Non sono mamma e forse non sono in grado di comprendere in pieno, sempre e subito, quanta forza possa abitare dentro il corpo e l’anima di una donna che diventa mamma; quanto potente riesca a essere l’amore verso un figlio, capace di richiamare risorse inesauribili e di scatenare le energie più profonde di noi, esseri umani di genere femminile. D’accordo, sì, ma sono comunque donna, figlia, zia, madrina e riesco a sentirmi mamma adottiva di tutte le bambine, le ragazze, i bambini, i ragazzi dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

Sembrerà incredibile, ma spesso mi coglie la sensazione di aver visto nascere e crescere ognuno di loro: così, insieme, figli e figlie. Diversi nelle caratteristiche fisiche, nella provenienza geografica, nelle radici sociali, nel carattere, ma uniti da un denominatore comune: avermi aiutato a portare alla luce aspetti di me che non sospettavo nemmeno di possedere, rendendomi forse migliore, a tratti speciale e regalandomi la sensazione immensa di essere mamma mille volte. Sono davvero una donna fortunata!

Figura delicata, semplice, intreccio di amore, cura, sostegno e dedizione. Questa è la mamma! Non ha superpoteri. È semplicemente unica. Ha una dolcezza straordinaria. Una forza insospettabile… È lei, infatti, che ci ha insegnato a sorridere, che ci sa tenere per mano quando occorre… È lei che sa essere e donarci felicità piena, autentica; l’ossigeno della vita. La mamma! Persona che mai riusciremmo a non amare. Sempre con noi, mano nella mano, anche a distanza, anche quando, cresciuti, cammineremo per il mondo, quando la pandemia rende obbligatorio stare separati, perfino quando l’amore della nostra vita ci ha spezzato il cuore. Insieme a lei per la vita e verso la vita.

È vero: abbiamo avuto pareri in contrasto, litigato per il motorino mai acquistato, per un voto negativo a scuola, per i sacrifici richiesti a compensare i soldi mai sufficienti a fine mese, per quelle sigarette nascoste nell’armadio, per non aver rispettato l’orario di rientro la sera, per avere tradito un’aspettativa. Cuore a cuore unico battito; viso a viso lacrime intrecciate. Complici, sorelle, amiche, nemiche… E quando quel batuffolo di vita è divenuto grande, la mamma non si mette a riposo: altre preoccupazioni, altri affanni ne accompagneranno i pensieri e i giorni. E così saremo, figlie che si fanno mamme. Per sempre.

Ma quanta profondità e complessità racchiusa in quella consonante scandita tre volte e quella vocale pronunciata due volte. Quanta intelligenza e consapevolezza in una maternità che non viene invocata e praticata come un diritto o un dovere, ma vissuta dal profondo, come una scelta personale e responsabile; quanta forza, bellezza e tenerezza nelle doglie di un parto che annuncia e consegna la gioia della vita, forse la più sublime. Quanta pena dell’anima, che pure non si fa mai rassegnazione e sconfitta, di fronte a una diagnosi clinica fredda come marmo, lì pronta a negare il «diritto naturale» a diventare mamma. Quanta libertà, coraggio, forza, consapevolezza, nel portare in grembo e far nascere un bambino, sì, anche con disabilità. E che fatica, pazienza, determinazione e organizzazione tutte nuove per gestire i tempi del lavoro, la cucina, i letti da rifare, i suoceri, i cognati, i parenti e ogni tanto, certo, perfino il marito-compagno! E quei sorrisi davanti allo specchio? Per tutte le volte che le sopracciglia appaiono in disordine, la ceretta da fare, mentre fili argentati sempre più numerosi vengono a popolare i capelli e ricordano il tempo che passa inesorabile… E intanto, in tutto questo caos, la mamma non ha mai tempo abbastanza per prendersi cura di sé!

Accade anche di essere mamme e figli di un amore mai esistito, perduto o sfortunato: ma seppur sole nel decidere di accogliere e crescere un figlio, si diventa leonesse, fiere, orgogliose, ancora più belle.

Sommessamente, con il rispetto e la delicatezza che meritano, rivolgo un pensiero felice alle nostre mamme con disabilità visiva: le tante amiche, conoscenti, cieche e ipovedenti impegnate come tutte le altre donne a gestire prima la scelta di una maternità e poi la crescita di un figlio desiderato e amato nello stesso modo in cui lo amano le altre donne. Tutte le donne-mamme del mondo.

Non è facile e non lo è stato per me davanti a quella scelta: ci sono passata.

Ricordo: smarrimento, paura, angoscia, senso d’impotenza, preoccupazioni, limiti reali o immaginari hanno pennellato intere giornate e lunghe notti.

Sì, ho scelto di non essere mamma.

Non ho saputo rassegnarmi all’idea e al pericolo di trasferire in maniera consapevole la mia stessa patologia a una nuova creatura. Il rischio era davvero elevato. Ho messo il mio corpo, la mia anima e la mia testa sottosopra. Ma ho scelto liberamente, con la serenità faticosa di queste circostanze; consapevolmente. E non ho mai avuto ripensamenti o pentimenti. Ma non posso negare che mi sono sentita mancare l’aria quando ho comunicato a me stessa, ad alta voce, la mia decisione, quando ho colto il dolore negli occhi del mio ex marito, quando ho letto nel cuore di mia mamma la sofferenza per una figlia forse realizzata a metà.

Provo, per questo, grande ammirazione per tutte quelle donne con disabilità che hanno fatto scelte opposte alla mia. Ci sono storie bellissime di tante donne cieche e ipovedenti, ma anche con altre disabilità che vivono la maternità con la pienezza, la normalità e la quotidianità di tutte le mamme.

Oggi in occasione della ricorrenza della Festa della mamma è giusto e doveroso ricordare che c’è ancora parecchia strada da fare per garantire diritti maggiori alle donne con disabilità, a prendere decisioni sulla propria maternità. Maggiori informazioni, formazione più adeguata dei professionisti sanitari, sociali e istituzionali. Accade spesso che a scoraggiare una giovane, possibile mamma con disabilità, infatti, non sia tanto la paura legata alla stessa disabilità, ma per esempio, piuttosto il contesto nel quale vive, nel quale anziché trovare sostegno, aiuto, conforto, favore, si creano spesso, piuttosto, barriere insormontabili.

Segnali importanti, quelli provenienti da un sostegno adeguato, che consentirebbero di sgretolare tabù, pregiudizi, stereotipi, leggende metropolitane, per rafforzare, invece, il valore culturale e sociale insito nel proporre e promuovere cambiamenti nella maniera in cui si guardano e si considerano le donne con disabilità che hanno scelto la maternità in modo libero e consapevole, proprio come ogni altra donna.

Ecco: questo diritto di scelta consapevole occorre saper coltivare come una pianticella tenera e ravvivare come fiammella che scalda l’anima. Quel diritto di essere pari tra le pari, cittadine tra cittadine, mamme tra le mamme.

Auguri a tutte le mamme!

Articolo pubblicato il 07/05/2021.

Di nuovo Pasqua, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Un anno fa, con l’arrivo della Pasqua, tutti sospiravamo la fine del lockdown. Poi, invece, non successe. Andammo avanti così, tra incerte aperture e rinnovati timori fino al 3 giugno, quando tutto o quasi parve tornare finalmente alla normalità, mentre ognuno di noi teneva in cuore la speranza di liberarsi di un incubo finito.

Tra giugno e dicembre, sei mesi di passione intensa, coraggio, paura, trepidazione: abbiamo rinnovato tutti i nostri Organi associativi, come da Statuto, facendo ognuno di noi il proprio dovere di socio, dirigente, presidente.

E intanto montava la seconda ondata. E poi la terza…

Ristori, vaccini, recovery fund, supporto, sostegno, didattica a distanza, smart working. Parole che hanno cominciato a incombere nel nostro quotidiano, alle quali ci siamo ormai abituati, ma dalle quali speriamo sempre di liberarci quanto prima.

Da dicembre abbiamo instaurato una interlocuzione con le autorità di Governo per far valere un nostro diritto sacrosanto a conquistare quella priorità vaccinale dovutaci non perché siamo una categoria fragile, ma in quanto persone maggiormente esposte a rischio, costrette come siamo a un uso intenso del tatto e a ridurre spesso il distanziamento fisico dagli altri.

A inizio gennaio, a forza di insistere e perseverare, abbiamo ottenuto una promessa pubblica dal commissario straordinario. Ma poi…

si devono aggiornare le raccomandazioni del Ministero; cambia il Governo; non arrivano i vaccini; le morti sospette…

Poi, finalmente, a metà marzo, con oltre un mese di ritardo sulle previsioni, cominciano anche per noi ciechi e ipovedenti le vaccinazioni.

Per qualcuno rappresentano una nuova barriera protettiva contro il virus; per altri, non sono ancora una soluzione convincente.

Nel frattempo, un nuovo anno e un nuovo ciclo hanno inizio. Con un grande evento abbiamo ricordato e onorato la Giornata nazionale del Braille. L’8 marzo abbiamo reso omaggio alle nostre sorelle e compagne con un appuntamento che ha coinvolto persone e personalità della politica, cultura e società civile in una panoramica di contributi emozionanti e significativi.

E intanto, in parallelo, abbiamo impegnato la credibilità dell’Unione sui progetti relativi al recovery plan, o come si dice formalmente, PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

Abbiamo consultato, interpellato e coinvolto ministri e parlamentari, presentato le nostre proposte e battuto ogni strada per aprire nel PNRR quel canale dedicato alle disabilità, così trascurato, anzi pressoché ignorato, nel testo inviato dal Governo al Parlamento.

Cinque semplici proposte programmatiche tendenti a migliorare in modo stabile le condizioni di vita di ciechi, ipovedenti e persone con disabilità plurime, ma sempre nel contesto di una comunità nazionale tutta, che possa ricevere beneficio dall’attuazione di questi punti di programma:

– Prevenzione della cecità;

– Scuola e Formazione;

– Abilitazione e Riabilitazione per le disabilità plurime;

– Mobilità Sostenibile;

– Cittadinanza Attiva.

Cinque temi che abbiamo declinato e dettagliato con specifiche proposte di intervento corredate di relativi piani finanziari, chiedendo che venga destinata una percentuale dello 0,1% alla loro attuazione. Una somma irrilevante nel contesto delle risorse attese nei prossimi progetti alla voce recovery plan. Una somma che definire esigua sarebbe perfino troppo generoso, ma tuttavia capace di recare miglioramento a circa due milioni di persone e di elevare il livello di servizi e infrastrutture a maggior vantaggio dell’intera comunità nazionale.

Riuscirà il “Governo dei migliori” o chi per esso nel prossimo futuro a dare risposte di concretezza a queste aspettative e necessità?

Un punto interrogativo che abbiamo il dovere di porre, con l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione.

E intanto torna Pasqua. Un altro lockdown. O forse un lockdown senza soluzione di continuità.

Chiudi, apri, limita, consenti, vieta.

Un’altalena da brivido che da un anno ci lascia senza fiato.

Non c’è che dire. Solo un augurio, con il cuore colmo di speranza e i pensieri densi di preoccupazione:

“BUONA PASQUA!!!”

8 Marzo – Il Cammino Insieme

Autore: Linda Legname

di Linda Legname – Vice Presidente Nazionale

“Puoi spararmi con le tue parole,

Puoi tagliarmi con i tuoi occhi,

Puoi uccidermi con il tuo odio,

Ma ancora, come l’aria, mi solleverò”.

Maya Angelou

Non voglio cominciare con il classico e intramontabile “c’era una volta”, ma desidero invece raccontare oggi una storia e una realtà attuale, ben ancorata al presente, fatta di quel bisogno di avere un posto nella comunità alla quale si appartiene, di impegnarsi, riscattarsi, riuscire a costruire il proprio progetto di vita.

Non è e non sarà mai, questo, un argomento da narrazioni del passato, ma un tema di sempre che riconduce alla lotta quotidiana per guadagnare la propria giornata, definire il proprio ruolo sociale e umano, in una parola: realizzare una propria esistenza di libertà e uguaglianza.

Dunque, non “c’era una volta”, ma c’era da sempre e c’è oggi la Donna: madre, lavoratrice, moglie, dirigente, compagna, sorella, amica, figlia, amante, ribelle, creativa, distruttrice, folle, disabile.

Forte come una quercia, fragile come cristallo, delicata come una lacrima, resistente come l’acciaio, sensibile come un nervo scoperto, coraggiosa come una leonessa, leggera come una rondine in volo, timida come una carezza, virtuosa come una santa, volubile come piuma al vento…

Mille aggettivi diversi, mille apprezzamenti e definizioni, mai basteranno, tuttavia, a dare chiarezza e completezza al progetto d’amore che le donne portano con sé. Spesso private e denudate della loro dignità e libertà, eppure sono proprio le donne a riuscire ancora a emozionarsi del sorriso di un bambino; a meravigliarsi dinanzi a un tramonto; a commuoversi per un abbraccio inatteso; a piangere e sorridere, a urlare al mondo intero il proprio amore sviscerato per la vita, nonostante tutto!

Le donne, sì, le donne. Sono forti e coraggiose. Hanno paura, ma ugualmente scelgono di portare in grembo e far nascere un bambino, anche disabile, che molto probabilmente sconvolgerà loro la vita.

Sono le donne a dare vita – e a volte anche la loro vita – a quegli stessi uomini che forse ruberanno il loro sorriso, non di rado, perfino con violenze fisiche e psicologiche.

Sono sempre loro, le donne, a sopportare in silenzio i soprusi, gli abusi, le discriminazioni nei luoghi di lavoro, nei locali pubblici, per strada, spesso tra le mura domestiche. Eppure resistono… E tornano a scegliere un compagno da amare, sfidando la paura per le probabili assenze e il rischio dell’ennesima sconfitta.

Ogni giorno una sfida diversa, una catena di responsabilità piccole e grandi che comportano spesso, troppo spesso, rinvii e rinunce. C’è sempre, infatti, prima di me, prima di noi, qualcos’altro da fare, qualcun altro da accudire, un servizio, un impegno, un compito al quale dover dedicare il tempo, il corpo, l’intelligenza, l’attenzione, l’anima.

E ancora, sì, ci sono loro: le donne con disabilità. Donna e disabilità. Quasi un duplice marchio negativo.

Un fattore già di per sé causa di discriminazione e pregiudizio, la disabilità moltiplica i suoi effetti negativi sulla persona nel caso si tratti di una donna a esserne portatrice. Spesso infatti, per una donna con disabilità, alla discriminazione di sesso e di genere, si somma quella dovuta alla menomazione fisica, psichica o sensoriale e per aggiungere al danno la beffa, risultano ancora troppo frequenti i pregiudizi degli stessi uomini con disabilità verso le donne nelle loro stesse condizioni.

Fatica immensa e raddoppiata per affermare la propria personalità, farsi riconoscere, guadagnare quel diritto all’esistenza e all’uguaglianza. Una sommatoria, anzi, una moltiplicazione di discriminazioni assurde dinanzi alle quali oggi ancora non riusciamo a mettere la parola “BASTA”.

Alla lotta quotidiana di una donna con disabilità per dare forza e dignità al proprio progetto di vita, in famiglia, a scuola, sul lavoro, con le persone più prossime, si aggiunge, appunto, anche la beffa di una condizione di discriminazione ancora oggi persistente perfino tra di noi, nelle nostre associazioni rappresentative e di tutela, nella nostra Unione.

Abbiamo dovuto, infatti, ricorrere alle cosiddette quote rosa, grazie alle quali abbiamo trovato un po’ di spazio tra i ruoli associativi dirigenti, sempre comunque monopolizzati in larga maggioranza dal genere maschile. Qualcosa comincia a muoversi nelle sezioni territoriali con la presenza di figure femminili alla Presidenza e nei Consigli, ma ancora in misura davvero molto esigua. Per non parlare delle Presidenze dei Consigli regionali, dove la presenza di segno maschile si conferma ben 19 volte su 21.

Certo, tutte persone degne di stima e meritevoli di occupare il posto che occupano, questi presidenti. Ma possibile che si rimanga ancora tanto lontani da percentuali un po’ meno squilibrate?

Nell’ultimo Congresso del novembre scorso, le candidature femminili erano giusto sufficienti a rispettare la quota rosa di un terzo, eppure ben dieci delle undici candidate sono risultate elette. Di conseguenza, in Consiglio Nazionale abbiamo una presenza complessiva di dodici donne e trentatrè uomini, con una percentuale femminile del 25 percento circa che si rispecchia anche nella Direzione dove le donne sono soltanto un quarto del totale.

Tanto cammino ancora da fare, dunque, perché l’altra metà del cielo possa davvero essere una metà.

Luce Irigaray scrive “La prima democrazia comincia a due”, cioè tra uomo e donna.

Sì, un cammino lungo, di civiltà, rispetto e umanità attende ancora le donne per guadagnare quella parificazione vera, autentica, costante e incancellabile, nella nostra Associazione, così come nel resto della Società, perché siamo purtroppo lontani, molto lontani da questo traguardo.

Ho dovuto sperimentare sulla mia pelle, come su quella di tante altre donne come me, la fatica di essere dirigente che per diventare tale è chiamata a mettere tutta se stessa, tutti i talenti a disposizione, pochi o tanti che siano, tutta la passione per il lavoro che si sta facendo. E poi, quando hai messo tutto questo, quando hai conquistato con l’impegno il tuo diritto a stare fianco a fianco con i colleghi dirigenti uomini, ebbene, proprio allora, molte volte devi ancora dimostrare quanto il posto che occupi è frutto delle fatiche tue e non invece il risultato di qualcosa che ti è stato comunque regalato, che hai ottenuto magari con il ricorso ad arti subdole di femmina o perfino peggio.

Ecco, le allusioni ammiccanti, le insinuazioni sleali, quei silenzi di pietra che a volte ti piovono in faccia come pugni, magari entrando non attesa in una stanza dove, chissà, i presenti stanno proprio esprimendo malignità proprio sul conto tuo.

Noi, le donne dell’Unione, le dirigenti territoriali, regionali, nazionali, rivendichiamo con tutta la nostra forza, all’interno dell’Associazione il diritto a essere considerate e giudicate solo ed esclusivamente per il nostro lavoro, per le nostre capacità, per il tempo donato alla causa e l’impegno profuso nell’esercizio del ruolo. E ancora, rivendichiamo il diritto a essere persone, donne, con i nostri sentimenti e affetti, per i quali esigiamo soltanto rispetto e silenzio.

Quante volte dovrà ancora accadere per noi donne di dover essere considerate non solo per le nostre qualità, ma soprattutto per la femminilità che vive in noi e più volgarmente per le nostre parti femminili e per le nostre scelte private? Divenga dunque davvero, questo 8 marzo di pandemia e distanziamento, una occasione di riflessione comune di donne e di uomini sul proprio modo di essere e di interpretare la propria presenza nella comunità che ci accoglie. Andare oltre le mimose, i sorrisi a volte ipocriti, le festicciole, i gentili doni, per un 8 marzo che viva con noi ogni giorno dell’anno nella correttezza e nel rispetto dei sentimenti, delle intelligenze, del corpo, delle scelte, dei desideri, degli inevitabili errori.

Nel mio nuovo ruolo di Vice Presidente Nazionale una riflessione che desidero condividere con tutti voi sui veri pilastri dell’esistenza umana: diritto alla vita, alla libertà, al lavoro, alla felicità, all’amore. Ora e sempre. Per ogni donna, per ogni uomo. Per l’uomo e la donna insieme che sono fatti della stessa sostanza.

Sei puntini e una vita

Autore: Mario Barbuto

Sono trascorsi ormai troppi anni da quando ho varcato per la prima volta la soglia dell’Istituto dei Ciechi Ardizzone Gioeni di Catania e la mia Maestra di allora, indimenticata, mi avviò all’apprendimento del Braille.

Ero indietro rispetto ai miei compagni perché per me l’anno scolastico era iniziato alla fine di gennaio. Eppure quanta voglia di conoscere, scrivere, leggere… mentre il ticchettìo dei punteruoli a forare la carta e il rumore metallico delle tavolette mi divenivano ogni giorno più familiari.

Ricordo con nostalgia i bei giorni della mia infanzia nutrita di giochi condivisi, di corse spericolate a piedi e in bicicletta; le birichinate con i “ragazzacci” del quartiere… ma loro tutti i giorni sparivano dalla circolazione per tre, quattro ore e andavano a scuola e imparavano a leggere e scrivere con penne e quaderni.

Quante mattinate da solo, a casa o in cortile ad aspettare il loro ritorno da scuola.

I primi mesi al Gioeni trascorrevano lenti nel confronto quotidiano con il cibo, con i nuovi compagni di scuola e di giochi, difficili da conoscere per via del mio carattere schivo e introverso. E intanto la curiosità di imparare a leggere e a scrivere mi riempiva l’anima di forza, coraggio, speranza.

A sette anni, così, incontrai per la prima volta quei sei puntini in rilievo sulla carta, grazie alle mani morbide e pazienti della Maestra Raffaella, alla sua voce limpida e ferma.

Già a marzo, tornato a casa per il fine settimana, fiero, orgoglioso e un po’ trepidante, dinanzi ai miei genitori incuriositi ed emozionati, lessi la mia prima poesia, in Braille, con le mani sul libro di scuola che finalmente avevo conquistato anch’io, come le mie sorelle, i miei fratelli, i miei compagni di giochi. Certo un libro un po’ speciale. Senza inchiostro e pagine illustrate, ma pur sempre il mio libro, con tanti puntini da toccare.

Da allora il Braille mi è compagno di vita: nelle lunghe e intense giornate di lavoro, nelle notti spesso insonni, nel poco tempo libero dedicato agli adorati libri; in viaggio, in vacanza, nella scrittura di programmi per il computer, nella preparazione di emendamenti, comunicati, documenti, lettere, articoli; all’alba quando leggo qua e là i giornali, su Facebook per ritrovare qualche amico e un po’ di leggerezza.

Sì, sempre con me.

Anche l’armadietto delle medicine e il mio guardaroba conoscono il Braille: camicie, maglioni, giacche, pantaloni, portano sempre un’etichetta segreta, a puntini, che mi ricorda il loro colore.

Dalla mia città natale, Catania, fin dalla primissima infanzia, all’amata Bologna, mia città di adozione, all’Istituto dei Ciechi Cavazza dove inizio a occuparmi della Biblioteca dopo aver appena completato gli studi, dall’inseparabile tavoletta e punteruolo ai più moderni sistemi tecnologici, allo schermo touch a Braille virtuale dello smartphone, il Braille sempre, sempre con me.

Al Braille, pertanto, credo di dovere larga quota della mia formazione umana, preparazione professionale e in definitiva, la persona che sono diventata e che sono oggi.

Non potrei mai immaginare le mie mani private della possibilità di percepire, scoprire e catturare quei puntini sempre tanto attuali e insuperati.

Risuonano spesso in me le parole della Maestra Raffaella: “le mani, devono sapersi muovere, toccare, esplorare, riconoscere, discriminare”.

Un tuffo nel passato che sa di presente e che vive di attualità.

Imparare a leggere e scrivere è un Diritto sacrosanto, un atto essenziale della vita che consolida l’autostima, rafforza quel piacere della scoperta e del fare sul quale incentrare l’intero percorso di crescita di tutti gli esseri umani. Negarlo ai bambini ciechi per scarsa competenza degli insegnanti, per improvvisazione di operatori non specializzati, per superficialità e indifferenziata incapacità di identificare le specifiche esigenze di ognuno, appare come un delitto che riguarda non soltanto la Scuola e le Istituzioni, ma l’intera collettività.

Louis Braille non è soltanto l’inventore di un sistema rivoluzionario, ma il portavoce di un messaggio attuale e universale di umanità e di crescita: credere in se stessi, ricercare e costruire la propria personale identità, desiderare, rischiare per essere felici, scommettere sulle proprie abilità per contribuire al benessere della comunità della quale si è parte.

Oggi ai nostri bambini, alle nostre bambine, ai nostri amici che perdono la vista in età avanzata va insegnato non solo il Braille come mezzo per leggere, scrivere, comunicare, non rimanere indietro, ma soprattutto quel bagaglio umano e quel messaggio intimo e insieme universale che i sei puntini a rilievo portano in giro per il mondo da quasi duecento anni.

Domani…, di Mario Barbuto e Linda Legname

Autore: Mario Barbuto e Linda Legname

Pareva che il 2020 non dovesse avere mai termine. Abbiamo desiderato e sospirato a lungo la fine di un anno bisbetico e indomabile, promettente e traditore.

Gli arcobaleni e le canzoni alle finestre, la corsa affannosa per stare al passo con le nuove tecnologie, la conferma di un sistema sanitario da rifare, la riscoperta di affetti che spesso ci eravamo abituati a dare per scontati, la vicinanza forzata che ha ucciso altri affetti, l’impegno quotidiano di medici, infermieri e volontari che per magia diventano eroi, la scuola che si ferma, si inceppa, zoppica…

Eppure parlando con i nostri nonni scopriamo che loro hanno vissuto anni perfino peggiori. Da loro, dunque impariamo a guardare all’anno che è appena arrivato con fiducia, tenacia, determinazione.

Ci ricordiamo dei buoni propositi di fine anno, formulati per l’anno nuovo? Ebbene: l’anno è arrivato. Facciamo in modo che quei propositi diventino progetti e realtà.

Nel pensare alla nostra Unione, occorre elaborare e far recepire le nostre proposte per il Recovery plan, concretizzare e realizzare le risoluzioni congressuali, dare alla nostra Associazione una veste e un volto completamente nuovi e più accoglienti, dove nessuno venga lasciato indietro.

Un volto e una veste nuova, tuttavia, presuppongono il coraggio del cambiamento, innanzitutto a partire da noi stessi. Cambiare il certo per l’incerto, è vero, può fare paura, suscitare perplessità, alimentare disorientamento, soprattutto se lo si affronta da soli. La forza dell’Unione, invece, consiste nel saperci tenere tutti uniti, mano nella mano, consapevoli di un cammino difficile, ma fiduciosi del traguardo da raggiungere, insieme.

Operatività, efficacia ed efficienza saranno, ora e domani, le parole chiave della nostra azione a qualsiasi livello.

Pronti quindi a fronteggiare gli impegni ordinari e straordinari che ci attendono e disponibili a lavorare per un nuovo modello associativo nel quale ciascuno possa e sappia ritrovarsi.

Intorno a questo modello, infatti, ci ritroveremo in tanti, tantissimi: vecchi e nuovi soci, dirigenti, collaboratori, volontari, per rendere la nostra Unione sempre più bella, forte, moderna; mentre, richiamando alla mente, un po’ per gioco, i versi di una storica canzone:

 “Senza grandi disturbi, qualcuno sparirà. Saranno forse i troppi furbi e i cretini di ogni età”.

Il nuovo anno ha già portato una trasformazione.

Nota del Presidente Nazionale

Il 10 dicembre scorso, la Direzione dell’Unione ha affidato a Linda Legname la carica di Vicepresidente Nazionale.

Insieme a tutti gli altri dirigenti della Direzione e del Consiglio Nazionale, Linda rappresenta una realtà di oggi e una promessa di Domani. Una base solida di quel profondo cambiamento da porre in essere all’Unione, a tutti i livelli.

Per questa ragione ho chiesto a Linda di scrivere e firmare insieme l’articolo di fondo di questo mese e inizio d’anno, in omaggio alla sua elezione e nella speranza che ne seguiranno tanti altri, magari scritti e firmati solo da Lei.

Lettera di una Unione Centenaria

Autore: Mario Barbuto

Cari ragazzi,

e uso il termine “ragazzi”, dall’alto dei miei cento anni.

Avete appena finito di celebrare il mio Congresso. E ho potuto constatare che è stato un successo strepitoso.

Una tecnologia efficiente e impeccabile.

Una presenza di istituzioni e associazioni nazionali e internazionali come non si era mai vista prima.

Una partecipazione qualificata e competente dei congressisti e di tanti soci in ascolto.

Un insieme di risoluzioni finalmente improntate a realismo e concretezza che saranno guida per il Presidente e per i dirigenti appena eletti.

Una maturità comune e condivisa che si è respirata in ogni momento congressuale.

Bene! Complimenti e congratulazioni.

Il 26 ottobre scorso ho compiuto cento anni e mi avete onorato con medaglie, francobolli, musiche e cerimonie che mi hanno sorpreso e commosso.

Dieci giorni più tardi il Congresso che ha segnato un’epoca.

È arrivato dentro le case di tutti i soci grazie alle tecnologie che avete saputo usare in modo impeccabile e indiscutibile.

Decine e decine di votazioni palesi e perfino l’elezione dei dirigenti e del Presidente, tenute a scrutinio segreto, per le quali abbiamo potuto addirittura vivere quella suspense di sapore antico data dallo spoglio manuale, a una a una, delle singole schede votate.

Un’epoca si chiude e un’altra se ne apre. E io, Unione Centenaria, mi sento sempre al centro, grazie a voi che siete alimento e nutrimento della mia forza.

Al Presidente e ai dirigenti che si accingono a cominciare un lungo cammino di cinque anni, non voglio e non posso insegnare nulla. Se sono arrivata fin qui lo devo anche a loro, ma innanzitutto a quanti ci sono stati e sono venuti prima di loro: Nicolodi, Bentivoglio, Fucà, Kervin, Daniele… E i tanti dirigenti che li hanno aiutati, supportati, sostenuti…

Solo vorrei sommessamente consigliare, anzi, raccomandare a voi dirigenti che vi accingete al nuovo impegno: “ascoltate con il cuore, decidete con la testa”.

Solo vorrei sommessamente consigliare, anzi, raccomandare a voi soci: “continuate ad alimentare il calore della mia fiamma con fiducia e soprattutto con amore”.

Firmato: La vostra Unione Centenaria

Ottobre da vivere, di Mario Barbuto

Ogni adempimento in vista del Congresso è stato effettuato. Ancora pochi dettagli e la macchina sarà pronta a mettersi in moto. Perfino il voto on line è stato messo a punto, sperimentato e certificato dalla nostra Commissione elettorale di garanzia.

Abbiamo completato i cinque Seminari Tematici di Avvicinamento al Congresso e abbiamo avuto una partecipazione molto elevata di persone interessate: fra i 350 e i 400 partecipanti complessivamente.

Persone che si sono appassionate ai temi principali della nostra azione associativa e che, in molti casi, hanno offerto il proprio contributo originale su argomenti quali Lavoro, Istruzione, Mobilità, Organizzazione associativa, Raccolta fondi, Accessibilità, Patrimonio sociale e tanti altri ancora.

Abbiamo ospitato e ascoltato esperti dei vari settori, personalità politiche e illustri docenti che ci hanno aiutato a orientarci nei vari aspetti dei temi trattati, anche per non correre il pericolo di rimanere semplicemente arrotolati su noi stessi a contemplare il nostro ombelico. Queste personalità, infatti, hanno contribuito a mostrarci la porta e la finestra sul mondo. La via per guardare fuori dal recinto entro il quale siamo soliti pascolare, per trovare invece la società di tutti, quella con la quale dobbiamo continuare a imparare a misurarci e confrontarci.

Già, e Genova, intanto? Le celebrazioni del Centenario, il nostro compleanno, il Premio Braille in edizione speciale…

Con l’aiuto dei nostri dirigenti associativi della Liguria, abbiamo finalmente messo a punto il programma della serata del 24 ottobre al Carlo Felice; abbiamo definito col teatro i protocolli di sicurezza, prenotato alberghi per accogliere i soci provenienti dalle varie sezioni d’Italia, effettuato sopralluoghi e intrecciato contatti a non finire per assicurare la buona riuscita dell’evento, comprese le riprese tv della RAI.

Poi i contatti con il vescovo della Basilica delle Vigne per la consegna della campana Aurelia, in memoria del nostro fondatore Aurelio Nicolodi, prevista per domenica 25 alle 17.

E il torneo dimostrativo di scacchi. Sempre domenica dalle 14 alle 19.

Infine, lunedì. Giorno del compleanno. Abbiamo rinunciato alla ricca mostra del Centenario, per evitare complicazioni di carattere sanitario legate alla diffusione del CoronaVirus. Ma l’annullo e l’emissione del francobollo commemorativo del Centenario dell’Unione non possiamo trascurarlo…

Dopo aver opzionato e visionato cinque, sei diverse location, siamo riusciti a mantenere la cerimonia dell’annullo, ovviamente in condizioni di assoluta sicurezza, stanti le disposizioni attuali del momento nel quale scrivo queste note, che pure potrebbero mutare da un momento all’altro.

Ah, e i numerosi decreti legge in cammino nelle aule del Senato e della Camera?

Abbiamo ottenuto limiti di fatturato più bassi per obbligare le aziende al rispetto delle norme sull’accessibilità. Abbiamo lottato con tutte le nostre forze per convincere il Parlamento e il Governo a estendere anche ai ventesimisti i benefìci pensionistici per i ciechi assoluti con reddito non superiore a 8.465 Euro. Ci siamo misurati e scontrati con i calcoli contabili del Ministero di Economia e Finanza che ci sono stati fatali, pur ottenendo un impegno a includere il provvedimento nella prossima legge di Bilancio.

Già, c’è anche quella… L’incubo periodico di questo vostro Presidente che ogni anno, tra ottobre e dicembre, inizia i propri mesi di Passione. Quest’anno segnato dalla crisi sociale e sanitaria, tutto diviene più complicato e a rischio.

Eppure dobbiamo tutelare e difendere le risorse che trasferiamo, in larga misura, al territorio e alle sezioni. Il nostro Irifor che ci consente tutte le azioni riabilitative e abilitative sul territorio, alfabetizzazione informatica, intervento precoce, supporto ai centri di Consulenza Tiflodidattica, corsi di mobilità e autonomia, ricerche a carattere universitario e tanto altro ancora che riusciamo a sostenere finanziariamente nelle sezioni e nelle regioni, grazie al contributo previsto dalla legge 378 del 1993. Il nostro Libro Parlato, grazie al quale possiamo assicurare audiolibri di vario genere, di primo e secondo livello, oltre alla nostra SlashRadio che offre informazione e dona compagnia a tanti e tanti ciechi e ipovedenti ovunque in Italia e anche all’estero.

E poi i nostri enti collegati che necessitano almeno di conferma delle risorse a loro disposizione: Biblioteca di Monza, Federazione pro ciechi, Polo tattile e Stamperia di Catania, Fondazione LIA, IAPB…

Ma ottobre ci riserva ancora altro. La Giornata nazionale del Cane Guida. Tanto difficile da celebrare on line dove i nostri amici a quattro zampe non si possono toccare, accarezzare, ammirare. L’abbiamo legata a una consegna di nuovi cani guida che faremo a Messina, grazie al Centro Helen Keller, il 22 ottobre. Con il supporto della nostra Commissione nazionale Cani Guida, in quella occasione, faremo un collegamento on line e avremo utenti, operatori e scuole di tutta Italia, virtualmente intorno a un tavolo, per parlare di addestramento, unificazione di protocolli e metodologie, normative di tutela e altro.

L’impegno a supporto della campagna di civiltà contro l’uso selvaggio dei monopattini elettrici, rispetto ai quali è stato interpellato il Governo per avere risposte e certezze circa i provvedimenti in adozione per contenere un fenomeno che mette a rischio la nostra incolumità ogni giorno per le vie e sui marciapiedi delle nostre città.

Ma non può bastare!

Per non farci mancare davvero nulla, abbiamo infine anche la candidatura al prossimo Congresso. Quasi me ne dimenticavo, tanto sono costretto, mio malgrado e con tanto rammarico, a riporla in un angolo nascosto e remoto della mia mente…

Trentadue candidati al Consiglio Nazionale, per ventiquattro posti disponibili, si sono riconosciuti attorno al mio nome e alla mia leadership per presentarci insieme per l’Unione in una lista, una squadra con una sola anima e tanti cervelli pensanti.

Questa squadra ha bisogno di riunirsi, parlare, dibattere, per presentarsi al meglio all’appuntamento congressuale, ma soprattutto alle scadenze che ci attendono nei prossimi cinque anni di lavoro e di impegno.

Troveremo il tempo anche per questo, naturalmente. Come è giusto e doveroso, nel rispetto dei congressisti e delle regole.

Restiamo uniti, compatti, determinati e pronti ad affrontare le sfide gigantesche del nostro secondo secolo di esistenza.

Viva l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti del Centenario!

I nostri impegni d’autunno, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Scuola, Lavoro, Accessibilità, pensioni di inabilità e invalidità…

Tanti gli appuntamenti di queste settimane. Tante le norme in discussione e in via di emanazione. Tanta, spesso, la confusione e l’incertezza…

Per la Scuola abbiamo confermato anche per il 2020-2021 il comando di due insegnanti che ci consentiranno di rafforzare il nostro Centro tiflodidattico in Friuli e alto Veneto, oltre ad aprirne uno nuovo in Piemonte, rispondendo all’appello dei dirigenti associativi di quel territorio.

Grazie all’impegno instancabile della nostra commissione nazionale Istruzione e Formazione, in queste settimane abbiamo incontrato per ben due volte le famiglie dei ragazzi, con una presenza di partecipanti superiore alle 170 unità. Ma abbiamo incontrato anche i docenti non vedenti e ipovedenti, offrendo finalmente a questa categoria di lavoratori una occasione preziosa per far sentire la loro voce e rappresentare le problematiche comuni.

Come non mai, è stata restituita dignità a questi lavoratori che faticano forse più di altri a svolgere il proprio compito e compiere la propria missione di insegnamento in autonomia perché le condizioni di lavoro e la strumentazione a disposizione sono spesso ostili, per non dire del tutto inaccessibili e inutilizzabili in modo indipendente.

Questi incontri ci hanno aiutato a produrre un documento di raccomandazioni che abbiamo offerto alle autorità scolastiche in concomitanza con l’apertura del nuovo anno, cercando di dare ogni utile indicazione volta a garantire la migliore accoglienza e la frequenza più proficua per i nostri alunni ciechi, ipovedenti e con disabilità aggiuntive, pur in un momento così complicato.

Abbiamo contribuito a garantire la prosecuzione della cassa integrazione e del lavoro agile per molti nostri lavoratori centralinisti e fisioterapisti, ma cercando al contempo di difendere la dignità del Lavoro e la presenza utile ed efficace dei ciechi e degli ipovedenti nel cuore del tessuto produttivo. Ci sarà infatti un rischio di progressiva riduzione delle opportunità di lavoro per le nostre categorie di persone e questo rischio noi dovremo saper prevedere, prevenire e contrastare con puntiglio, orgoglio e determinazione.

Sulle pensioni stiamo operando per allargare l’attuale platea dei beneficiari degli aumenti scattati dal 20 luglio scorso, che appare davvero troppo ristretta alle condizioni attuali. Dobbiamo inoltre prepararci a una campagna forte e incisiva che preveda un incremento significativo degli assegni pensionistici per i ciechi, ma anche per i ventesimisti e per i decimisti, fin qui forse troppo trascurati.

Sull’accessibilità, abbiamo favorito l’approvazione di una modifica normativa che allarga sensibilmente il numero delle aziende tenute a rispettare i parametri previsti, ma occorrerà fare molto di più nei prossimi mesi per garantire a tutti, finalmente, la possibilità di fruire in autonomia e libertà delle occasioni di informazione proposte tramite siti web, applicazioni, pagine dei social media.

Abbiamo operato ancora, per la realizzazione di una banca dati unica nazionale dei contrassegni H per la circolazione e la sosta dei veicoli autorizzati, ponendo termine, finalmente, a quel tormentone che vede una regola diversa sotto ogni campanile degli ottomila comuni italiani. Forse, inoltre, una apposita applicazione, nel prossimo futuro, segnalerà alle autorità di ciascun comune la presenza e il diritto di circolazione e sosta di qualsiasi veicolo provvisto di contrassegno H.

E intanto si avvicina il tempo della legge di Bilancio. Quell’appuntamento fatale che ogni anno, puntualmente, leva il sonno a questo vostro Presidente per alcune settimane. Siamo ben consapevoli che ogni politica di sostegno delle nostre sezioni sul territorio, ogni iniziativa legata alle attività dell’Irifor, del Libro Parlato, di SlashRadio, dipende dalla nostra capacità di garantire all’Unione le risorse necessarie a livello nazionale per provvedere a una loro ripartizione equa e utile sul territorio, come avviene, per nostra fortuna, già da alcuni anni.

Ci fanno ridere, o forse piangere, quei pochissimi miserabili che ritengono questo un esercizio criticabile. Forse perché costoro non hanno mai svolto funzioni dirigenti nella nostra Associazione e non conoscono i sacrifici legati alla raccolta e gestione di ogni singolo Euro. Forse invece, perché a questi rari sproloquiatori poco importa della solidità finanziaria della nostra Unione e ogni argomento, perfino il più idiota, diviene buono a infangare e denigrare.

E intanto noi, abbiamo completato le Assemblee elettive per rinnovare gli Organi associativi, come Statuto comanda. Abbiamo concluso la fase di insediamento dei Consigli sezionali e praticamente ormai anche quella di tutti i Consigli regionali. Ora siamo pronti per le assemblee precongressuali con i tre argomenti da trattare in vista del nostro appuntamento di novembre:

– titolo e tema del Congresso;

– modifiche allo Statuto sociale;

– candidature alla Presidenza e al Consiglio Nazionale.

E in ottobre terremo anche cinque Seminari Tematici di avvicinamento al Congresso, sui temi più rilevanti del nostro impegno associativo dei prossimi cinque anni: Lavoro, scuola, mobilità, comunicazione, raccolta fondi, patrimonio sociale, assetto organizzativo dell’Unione e tanto altro ancora.

Vogliamo arrivare al Congresso preparati e informati, sì, certo, sulle candidature e sui dirigenti che vorremo scegliere per guidare l’Unione nel prossimo quinquennio, ma soprattutto e ancor di più sui temi principali e portanti che dovranno contrassegnare la nostra azione associativa, intorno ai quali costruire obiettivi ben precisi e raccogliere quei risultati che tutti ci attendiamo.

Ora dobbiamo correre. Il tempo è poco e dobbiamo oltre tutto recuperare i tre mesi perduti a causa dell’emergenza sanitaria.

Eppure qualcuno aveva già cominciato a seminare sconforto, dubbio e sfiducia sulle capacità di tenuta e di reazione della nostra Associazione, invocando a squarciagola il rinvio di tutto, la sospensione di tutto, insomma, in una parola, la chiusura per Covid della nostra Unione.

Abbiamo rifiutato questa insensata prospettiva; abbiamo lottato con tenacia e determinazione nei mesi passati per assicurare a tutto il nostro territorio le condizioni di massima normalità perché si potessero compiere quegli atti di vita associativa e quegli adempimenti statutari previsti e obbligatori.

Noi ci siamo attestati, con caparbia determinazione, sulla linea della difesa delle garanzie democratiche di tutti i soci e della tutela della fisionomia associativa, nel rispetto di regole, scadenze, responsabilità, consuetudini.

Noi siamo rimasti al nostro posto. Ogni giorno.

Noi non siamo fuggiti e non fuggiremo mai dinanzi alle responsabilità e alle emergenze.

I nostri dirigenti e il nostro Congresso, sono certo, sapranno ricordare, valutare, giudicare, scegliere.

L’anno più breve, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

E così… abbiamo vissuto la pandemia virale.

Ci siamo ritirati nelle nostre case. Anzi, siamo stati costretti prigionieri in casa.

Abbiamo bruciato oltre due mesi di attività, restando completamente fermi. Poi abbiamo ripreso. Ma con tanta incertezza: in ordine sparso, con regole confuse, con tanti che rischiano di essere lasciati indietro.

In casa nostra, all’Unione, avevamo ideato per quest’anno speciale tante manifestazioni e attività pensate e progettate per onorare i cento anni di vita di questa nostra Associazione. Appuntamenti in ogni città d’Italia, incontri in ogni piazza e luogo delle istituzioni. Quegli appuntamenti che ancora contiamo di rispettare e vogliamo onorare per rendere omaggio ai nostri Padri Fondatori e ai nostri predecessori.

Ripresici appena dalla quarantena generalizzata, ringraziati il Cielo e la Fortuna per non esserne stati toccati in modo diretto e personale, ci guardiamo intorno e ritroviamo quella Unione che deve rinnovare i propri Organi dirigenti a ogni livello, organizzare e svolgere le assemblee di sezione; provvedere all’insediamento dei Consigli: prima quelli sezionali, poi i regionali; convocare e tenere il proprio Congresso. L’assise che rinnova i massimi vertici associativi e garantisce una guida sicura, scelta da tutti in libertà e consapevolezza.

Un’emozione intensa mi ha preso l’anima nell’aprire a Bologna la prima assemblea di quest’anno: il 20 giugno. In contemporanea con quella di Perugia. Eppure ancora timide e poche erano le presenze, modesta la partecipazione.

Poi subito a Catania. Senza aver avuto nemmeno il tempo di chiudere i lavori di Bologna.

E lì, ai piedi dell’Etna, in una domenica memorabile, 387 persone sono venute a dare il proprio voto a uno dei tanti candidati raccolti e suddivisi in quattro liste concorrenti.

Poi le altre assemblee. A seguire. Susseguirsi. Inseguirsi. Al ritmo incalzante del sabato e della domenica. Perfino con qualche prologo il venerdì e il giovedì e qualche epilogo con seggi aperti in sezione anche il lunedì.

E oggi, con qualche incertezza meno di ieri, comincio a sussurrare a me stesso e a chi mi cammina accanto che forse ci arriviamo, nell’anno in corso, a celebrare il centenario e svolgere il Congresso.

Sì, forse…

Sulla base delle proposte della Direzione, il Consiglio Nazionale, unanime, ha stabilito che a settembre potremo tenere le assemblee precongressuali. A ottobre, la fantasia creativa dei nostri dirigenti ha inventato un nuovo strumento di partecipazione: gli STAC (Seminari Tematici di Avvicinamento al Congresso). Una risorsa di coinvolgimento attivo dei soci e non solo, dialogo, confronto, dibattito, per aiutare il Congresso a definire obiettivi e strategie dei prossimi cinque anni con il contributo straordinario di tutti.

Nei mesi scorsi, durante la segregazione forzata, spesso attanagliato a una delle scrivanie della Sede Nazionale in via Borgognona a Roma, nel silenzio totale delle vie e delle piazze intorno a me, tanti pensieri, mille riflessioni, infinite meditazioni mi hanno tenuto compagnia e hanno popolato a lungo la mia mente.

Ebbene, lo ammetto: a questa Unione sono profondamente attaccato, con un sentimento che cresce e si nutre dei tanti episodi quotidiani.

Quando parlo direttamente con soci e dirigenti, quando sento intorno a me il loro affetto e calore, raccolgo l’attenzione di tanti, misuro le risposte positive della politica, sì, sento intorno a me la simpatia delle persone; sì, rafforzo il mio coraggio e vigore per proseguire il cammino di riforme, rinnovamento e innovazione che abbiamo cominciato qualche anno fa e che abbiamo il dovere di continuare, senza Se e senza Ma.

Poi, invece, talvolta, nei momenti duri e freddi delle decisioni da prendere, quando capisci che un tuo errore potrebbe diventare il guaio e l’affanno di molti, il tuo dubbio l’attesa dei più; quando il bisogno viene a svegliarti la notte con la voce e l’ansia di quanti non hanno quel che serve loro e si sentono ultimi, allora ti domandi se davvero stai facendo le cose giuste, se sai essere sempre all’altezza del compito, se riesci a offrire quel che la gente si attende e desidera.

Ho cercato in questi mesi di interpretare il dovere del mio ruolo senza indugiare o dubitare, nella consapevolezza che in questa fase straordinaria fosse necessario mettere in campo una volontà e una determinazione inusitate e ignote perfino a me stesso. Ho sentito e praticato il dovere di presidiare con la mia presenza i luoghi delle Istituzioni e delle decisioni per rappresentare al meglio le criticità e i problemi della nostra gente con tutta l’energia di cui sono stato capace.

Ora, passata la notte più profonda, anima e corpo, mi sono dato a organizzare le assemblee, infondere coraggio a presidenti e dirigenti giustamente preoccupati; mettere a punto i collegamenti da remoto; far funzionare la macchina delle votazioni a distanza per dare subito all’Unione una opportunità in più di partecipazione per ridurre eventuali effetti di pandemia e isolamento; ma nel frattempo per favorire domani e sempre, il consolidamento di nuovi strumenti per allargare gli spazi di presenza dei soci e i margini di democrazia a disposizione.

Prima della imminente pausa di agosto i tre quarti delle assemblee saranno già state svolte con il conseguente rinnovo dei Presidenti e dei Consigli sezionali.

Il Congresso verrà convocato per il 5 novembre prossimo a Roma, così come deliberato dal Consiglio Nazionale.

Le celebrazioni del Centenario, invece, rimangono confermate a Genova per il 24, 25 e 26 ottobre, in tre giorni intensi per onorare e ricordare il secolo di vita di questa nostra grande Associazione, in quella terra di Liguria dove è stata fondata nel 1920 da Aurelio Nicolodi e dagli altri ufficiali reduci della prima guerra mondiale.

Ai nostri amici dirigenti di Genova e della Liguria chiediamo la pazienza più grande perché non saremo in condizione di gestire oggi un Congresso nella loro città, ma ci attendiamo anche un impegno massimo per dare forza e lustro al nostro Centenario per renderlo un momento memorabile.

L’Unione è la casa Comune alla quale mi sento di appartenere con tutte le mie forze. Ed è proprio l’orgoglio dell’appartenenza che dobbiamo recuperare e rafforzare. Quell’orgoglio che ho sempre coltivato in me e che ho visto crescere nel mio cuore come una pianta d’alto fusto e rafforzarsi proprio nei giorni e nelle settimane della pandemia e dell’isolamento.

Grazie di cuore a chi ha voluto starmi accanto in questi tempi di distanziamento.

Grazie a chi mi ha fatto sentire il suo affetto e mi ha donato la sua comprensione.

Grazie a chi mi ha criticato, dandomi spunto e occasione per riflettere e correggere.

Viva l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti!

Nel Paese inizia la fase tre, di Mario Barbuto

Autore: Mario Barbuto

Ieri pomeriggio, 3 giugno, il Presidente Giuseppe Conte ha introdotto ufficialmente la “fase tre”, ha indirizzato agli italiani parole di certezza e di speranza e ha sottolineato che i mezzi di difesa oggi efficaci contro il Corona virus rimangono il distanziamento fisico e l’uso della mascherina, quando necessario, annunciando, tra l’altro, per settembre la ripresa regolare dell’anno scolastico per tutti.

Il 29 marzo scorso si dovevano tenere elezioni generali in alcune regioni italiane, rinviate a motivo dell’emergenza gravissima allora in atto, ma oggi riproposte perché si possano svolgere in settembre, ottobre, o addirittura in pieno luglio, come qualcuno azzarda.

Per rinviare o sospendere i Diritti democratici delle persone, degli Stati, delle Associazioni, occorrono impedimenti gravissimi e ostacoli insormontabili che possano giustificare l’adozione di misure così estreme. Tutelare il Diritto di tutti, è un dovere di chi governa, non una opzione da esercitare a convenienza con il pretesto dello stato di necessità.

Prolungare di un anno la permanenza di Organi statutariamente scaduti è un atto illegittimo che personalmente non accetto e non condivido e che bene ha fatto il nostro Consiglio Nazionale a non adottare, a maggior ragione, ove il motivo addotto sia la mancanza di tempo per il dibattito.

C’è qualcuno di noi, dunque, disposto a tollerare la sospensione, la messa in quarantena della democrazia per il semplice timore di non avere tempo sufficiente da dedicare al dibattere? Quando si chiede il rinvio di un anno del rinnovo di tutti gli Organi associativi con l’argomento della mancanza di tempo per il dibattito, si sta proponendo esattamente questo: l’ibernazione della certezza del Diritto. Senza dimenticare che la proroga di Organi in scadenza, in termini di legalità degli atti, significherebbe limitarne il potere alla sola adozione dei provvedimenti strettamente necessari per assicurare l’ordinaria amministrazione.

In verità, tra l’altro, di tempo ne abbiamo avuto tanto in queste settimane di confinamento domiciliare, se pensiamo che molte nostre sezioni hanno addirittura cominciato a sperimentare forme di contatto e di discussione con i soci, utili per il presente e che lasciano ben sperare per un futuro di partecipazione molto più ampia di quanto non siamo riusciti a ottenere fino a ora. Al riguardo, mi riprometto comunque di rendere noti i dati della partecipazione alle assemblee del 2015 e il numero dei votanti che hanno rinnovato gli Organi associativi quell’anno perché la comparazione ci potrebbe riservare numeri sorprendenti.

In queste settimane, più di sempre, sento sulla mia persona la fatica dell’operare e la responsabilità del dirigere; ho avvertito, più di sempre, nelle orecchie e nel cuore, così come l’hanno avvertita i nostri dirigenti nazionali e territoriali, la preoccupazione, la paura, la disperazione di tanti nostri soci che hanno temuto di essere lasciati soli, dei nostri ragazzi, degli educatori e delle famiglie alle prese con l’esercizio improbabile della didattica a distanza, delle persone con disabilità plurime, dei loro parenti e genitori presi nell’angoscia dell’isolamento fisico e sociale, delle persone che avevano necessità di andare a lavorare, di uscire per la spesa, di farsi accompagnare per terapie non rimandabili, di chi aspettava a domicilio qualcuno mai arrivato, per le pulizie, le cure, le funzioni essenziali che appartengono alla nostra vita di ogni giorno. Di conseguenza, ora più di sempre, riesco a dare volto e significato a quei comportamenti, per fortuna del tutto minoritari, che mi appaiono davvero irrispettosi delle decisioni dei nostri Organi collegiali e quasi quasi tendenti a promuovere una sorta di disfattismo strisciante, anche al di là delle reali intenzioni.

Continuare infatti a riproporre la litania, il mantra del congelamento di un anno degli Organi associativi, nonostante il dibattito e le decisioni in Consiglio Nazionale, nonostante il lavoro quotidiano e le deliberazioni della Direzione Nazionale, non suona forse come disconoscimento, rifiuto e magari addirittura dileggio delle decisioni e deliberazioni che pure sono state adottate con modalità legittime, da Organi associativi collegiali legittimi?

Abbiamo ora tempo e opportunità per svolgere le assemblee sezionali e procedere al rinnovo degli Organi dirigenti territoriali e regionali, nel rispetto del nostro statuto. Il Presidente Nazionale, consapevole della propria responsabilità nel garantire i diritti di tutti i soci, assicurare l’operatività reale degli Organi associativi e far rispettare le scadenze statutarie ha proposto al Consiglio Nazionale l’adozione di una linea di condotta improntata a prudenza, correttezza, cautela e realismo.

Le autorità politiche, amministrative e sanitarie del Paese confermano la sussistenza delle condizioni per svolgere le nostre assemblee in sicurezza, purché siano rispettate alcune prescrizioni che la Direzione Nazionale ha puntigliosamente elencato nelle linee guida fornite alle sezioni, assicurando addirittura i mezzi tecnici e le risorse finanziarie per favorire la partecipazione dei soci anche a distanza e per fronteggiare eventuali oneri supplementari derivanti dalla necessità di scegliere luoghi più spaziosi del solito.

Adottate dunque le deliberazioni dagli Organi statutari preposti, osservate le procedure decisionali corrette e consolidate, indicate tutte le prescrizioni da rispettare secondo un sano principio di prudenza e cautela, mi domando perché da parte di qualcuno si continua a ripetere e riproporre un argomento ormai superato dagli eventi e comunque privo di consenso in Consiglio Nazionale come quello della conservazione per un altro anno dei dirigenti in decadenza, anzi, di fatto già oggi decaduti?

Nel rispetto appunto delle deliberazioni degli Organi collegiali dell’Unione, a ciascuno di noi si richiede ora un impegno incondizionato perché queste decisioni siano attuate nel migliore dei modi e nei tempi previsti e indicati.

Osservare un principio associativo democratico significa discutere fino all’adozione della decisione, con libertà di pensiero, opinione e proposta. Una volta però pervenuti collegialmente alla decisione, tutti insieme, si lavora e ci si adopera per attuarla: senza Se e senza Ma.

O vogliamo sempre continuare a insinuare con disprezzo che gli Organi collegiali sono costituiti da gente imbecille, soprattutto se e quando, deliberano in modo difforme dalle proprie aspettative?