Il Braille non è pezzo da museo, di Antonio Quatraro

IRIFOR, Biblioteca di Monza, IAPB, Federazione delle Istituzioni pro Ciechi, centro Helen Keller), ha fatto il punto sul lavoro degli ultimi 5 anni.

Grazie all’impegno dei soci fondatori e di molti dirigenti associativi, il Braille gode di ottima salute. Nella sua attività il Club ha cercato di mettere in pratica i sani principi che fin dalla fondazione della nostra Unione hanno ispirato i nostri padri: farsi conoscere fra il grosso pubblico, rivolgersi ai giovani in formazione, per far conoscere il nostro Braille come uno strumento per la libertà e per l’autonomia, e come una meravigliosa opera d’ingegno, che sa liberare anche chi non ha la vista dai ceppi dell’analfabetismo. Ma soprattutto il camminare insieme, tutti insieme ciascuno con il proprio passo, verso un obiettivo comune, ossia affermare la dignità della persona che non vede e la sua capacità di essere cittadino fra cittadini, se riceve l’aiuto giusto.

Il club ha cercato di inserire le proprie attività non come qualcosa di estraneo ai tempi, o come richiesta di attenzione perché così vuole la nostra Costituzione, ma collegandosi ai principali eventi nazionali, nell’ottica della inclusione sociale. Di qui la scelta di celebrare la giornata del Braille nelle città capitali europee della cultura (Pistoia, Matera), di qui la scelta di presentare il Braille nei luoghi di formazione, coinvolgendo i bambini ed i giovani (scuole, università).

Tutte le iniziative del club poi sono il frutto di un parto “plurigenitoriale”, si può dire? Nel senso che fin dal concepimento delle varie idee, sono state coinvolte tutte le istituzioni che hanno dato vita al club stesso.

Negli ultimi 5 anni infine è aumentato il consenso delle nostre sezioni, e questo non può che incoraggiarci. Ma la strada da fare è ancora lunga, perché ancora troppi sono coloro che vivono il Braille come una iattura, o come un inutile gingillo, retaggio dei tempi passati.

Perché faticare ad imparare il Braille se con la voce sintetica posso leggere di tutto? Perché imparare il Braille se posso leggere con caratteri ingranditi? Proporre il Braille ad un bambino ipovedente grave, per molte famiglie e molti insegnanti è come chiamare il pronto soccorso quando il bimbo ha solo 37 e mezzo di febbre.

La vera difficoltà è quella di comunicare correttamente l’utilità di questo meraviglioso congegno, che ci consente di fuggire dal labirinto, come fece Icaro, e tornare a riveder le stelle.

Come tutte le cose belle, anche il Braille è affascinante a prima vista, ma richiede grande fatica per impararlo bene. Ma anche fare musica è così: tutti più o meno sappiamo cantare o suonare qualche strumento, ma pochi lo sanno fare come si conviene.

Provate voi a leggere un prospetto statistico in forma di tabella solo con la voce.

Voi sapreste giocare a carte senza conoscere il Braille? E sapreste trovare il farmaco giusto senza conoscere il Braille? E ancora: scrivere correttamente è ancora un buon biglietto da visita. Se sbaglia un vedente, lo fa perché è distratto, ma se sbaglia un cieco, lo fa perché è un povero cieco. Si scrive 4 anni fà, o 4 anni fa?

E per dire che qualcuno ha un ruolo importante di mediazione, si scrive alla francese trait-d’union, oppure all’inglese “trade union”? La voce dice più o meno la stessa cosa, ma le due espressioni hanno un significato molto diverso.

Vivrà il Braille? Sì, se i nostri giovani, ciechi o ipovedenti gravi, lo impareranno, lo mostreranno senza pudori e lo ameranno.

Cara Sezione, che fai?, di Massimo Vita

Autore: Massimo Vita

In questo periodo di emergenza ci siamo chiesti come si poteva cercare di non lasciare da soli i soci e gli amici dell’Unione.

Contatto con i soci

Dopo aver chiuso l’ufficio al pubblico con una decisione unanime del Consiglio, abbiamo predisposto i telefoni in modo da essere raggiunti in qualsiasi momento e il nostro personale UICI, I.Ri.Fo.R. e i volontari, sono rimasti a casa ma pronti a rispondere a ogni richiesta.

Abbiamo fissato un appuntamento quotidiano nella sala telefonica e sono stati contattati tutti i soci telefonicamente dando loro tutte le informazioni utili per vivere meglio questo momento.

Sono stati forniti loro numeri utili, consigli burocratici e appuntamenti su iniziative nostre o di altre realtà locali.

Nella stanza telefonica abbiamo trattato più argomenti:

regole da corona virus, regole associative, riferimenti dalla nostra sede regionale e nazionale, ascolto comune della radio web dell’Unione, storia dell’arte, storia popolare, salute, poesia, giochi e ogni altro argomento che i presenti hanno desiderato.

Ogni giorno partecipano una decina di soci in media e la maggioranza sono donne giovani e meno giovani.

Insieme abbiamo festeggiato e riflettuto sul 25 aprile incontrando un partigiano che è nostro socio e due suoi amici che si occupano di divulgazione storica.

Abbiamo programmato per il prossimo futuro alcuni temi come:

usura, medicina, diritto e diritti, incontro con giornalisti del territorio.

L’attività della sezione è proseguita anche nel contatto con le istituzioni locali, con le istituzioni religiose e con le altre associazioni.

Nella sala telefonica abbiamo potuto godere della benedizione del vescovo prima di Pasqua e incontrato il difensore civico regionale.

Ieri il consiglio ha deciso, all’unanimità di non riaprire la sezione al pubblico e di mantenere il personale a casa con lavoro a distanza ma mettendo in atto tutte le azioni di legge per prepararci alla prossima apertura se sarà possibile.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, di Mario Mirabile

Autore: Mario mirabile

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; lo sancisce in maniera chiara ed esplicita l’articolo 1 della Costituzione Italiana; ovvero il primo articolo della legge fondamentale del nostro Stato a cui i nostri governanti, i rappresentanti delle istituzioni, coloro che a vario titolo sono impiegati nella pubblica amministrazione e, più in generale, tutta la cittadinanza dovrebbe attenersi scrupolosamente in maniera sia formale, ma soprattutto sostanziale. In ossequio all’articolo su citato, ma possiamo dire a tutta la nostra Carta Costituzionale, nel corso dei decenni il Parlamento ha scritto leggi importanti che hanno consentito anche ai disabili di inserirsi nel mondo del lavoro e così di realizzarsi come uomini e come cittadini, contribuendo in tal modo alla crescita del nostro paese. “Il lavoro per un cieco è luce che ritorna”; lo affermava molti decenni or sono Paolo Bentivoglio, uno dei Presidenti dell’Unione Italiana dei Ciechi, proprio a significare che i disabili visivi non devono essere oggetto della sola assistenza, bensì devono poter sviluppare le proprie attitudini ed esprimere le proprie potenzialità attraverso il lavoro, alla pari degli altri cittadini. Purtroppo da troppi anni ormai, le leggi in materia di collocamento mirato e obbligatorio vengono puntualmente disattese ed eluse da enti pubblici e aziende private con la complicità più o meno consapevole delle istituzioni preposte a vigilare sul rispetto delle norme in tali materie. La legge 113 del 1985 in materia di assunzione obbligatoria dei centralinisti telefonici privi della vista, pur se vigente a tutti gli effetti, viene disattesa da troppi enti con scuse più o meno banali: non serve il centralinista, abbiamo installato il voip, non possiamo assumere un disabile visivo per problemi logistici. Tutte giustificazioni, queste, che in una Nazione normale dovrebbero essere facilmente smontate con il solo disposto normativo: quando esiste un centralino dotato di posto operatore, il 51% degli addetti deve essere privo della vista. Per le aziende private, invece, l’obbligo c’è per i centralini con almeno 5 linee urbane. Dunque nulla di più chiaro e nulla di più facilmente verificabile, ma sempre se vivessimo in una Nazione Normale, in cui le leggi vengono scritte per essere applicate e non per essere ignorate, o peggio eluse.  Purtroppo nell’Area Metropolitana di Napoli, da molti, troppi anni ormai le aziende private non assumono più disabili visivi, tante amministrazioni pubbliche cercano in tutti i modi di ignorare il disposto di questa normativa e quel che è peggio è che gli enti preposti alla vigilanza se ne lavano le mani. E pure il Ministero del Lavoro, considerando l’evoluzione tecnologica, con decreto del 10 gennaio 2000  ha introdotto diverse figure equipollenti a quella del centralinista, quali l’operatore telefonico addetto alle pubbliche relazioni, alla gestione di banche dati, al telemarketing e al telesoccorso, tutte mansioni a cui un disabile visivo  adeguatamente formato può essere adibito e se ci fosse solo un po’ di buona volontà ed attenzione, forse tanti ciechi ed ipovedenti potrebbero essere occupati. Lo stesso si può dire per le mancate assunzioni dei fisioterapisti privi della vista, di cui le Aziende sanitarie pubbliche e i centri di riabilitazione privati  ritengono di poter fare a meno nonostante l’obbligo sancito dalla legge n. 29 del 1994, anch’essa vigente. Fin qui ho fatto riferimento soltanto alle professioni per cui esistono specifiche norme che ne disciplinano il collocamento obbligatorio e non ho esaminato le molteplici possibilità derivanti dalle disposizioni sul collocamento mirato, per intenderci dalla legge n. 68 del 1999, né dalle possibilità offerte dallo sviluppo delle nuove tecnologie che, adeguatamente utilizzate, possono contribuire all’inserimento lavorativo dei ciechi e degli ipovedenti. Probabilmente di tutte queste possibilità i rappresentanti delle istituzioni non ne hanno contezza e in molti casi, purtroppo, ignorano un’altra disposizione fondamentale della nostra costituzione secondo cui: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge ed è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3 della Costituzione). Nelle prossime settimane saremo tutti concentrati ad affrontare la “fase 2” dell’emergenza da COVID 19, ma mi farebbe davvero piacere che quanto prima al centro dell’agenda politica possa esserci il tema dell’inserimento lavorativo, anzi il rispetto delle norme vigenti in materia di lavoro per i disabili.

Di necessità, virtù. Il nostro servizio di Intervento Precoce si reinventa in tempi di emergenza sanitaria, di Nicola Stilla

Autore: Nicola Stilla

Ormai da quasi quindici anni, l’I.Ri.Fo.R. (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione) della Lombardia offre alle famiglie dei piccoli con disabilità visiva un servizio riabilitativo e formativo di Intervento Precoce, attivo presso le sedi di Brescia e Milano: un equipe di operatori formata da neuro-psicomotricisti, psicomotricisti, logopedisti, musicoterapisti, osteopati, fisioterapisti, esperti della stimolazione visiva e basale e istruttori di orientamento, mobilità e autonomia personale accompagna i piccoli e i loro genitori in un percorso riabilitativo su misura, secondo un calendario di incontri a cadenza mediamente settimanale. Eccezion fatta per la pausa estiva, in tutti questi anni, il servizio non ha mai visto interruzioni, ma nelle scorse settimane l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Covid-19 ha reso impossibile attuare gli incontri nelle loro consuete modalità: con rammarico, ci siamo trovati costretti a sospendere il servizio fino a data da definirsi.

Per sua natura, l’intervento precoce non è solo un servizio a sportello al quale le famiglie accedono: è anche un momento di dialogo e confronto, una presenza che conforta i genitori, una certezza che conferisce fiducia e spinta motivazionale. Ha un risvolto umano ed emotivo che è imponderabile: la sua assenza, la distanza che si creerà – ci siamo detti – determineranno nel tempo ricadute psicologiche negative per le quasi ottanta famiglie che si trovano nel bel mezzo di un percorso. Abbiamo quindi deciso che, in un modo o nell’altro, avremmo dovuto porre rimedio alla situazione.

“La tecnologia ci è venuta incontro – dice Simona Roca, la coordinatrice dell’equipe del servizio di Brescia – così le consulenze fisioterapiche, logopediche, psicomotorie, neuropsicomotorie, della stimolazione basale e visiva, nonché l’attività di orientamento, mobilità e autonomia personale sono arrivate a domicilio, nelle case delle famiglie, con la simpatia, la fiducia e la professionalità che ci lega da tanti anni. Ognuno dei professionisti si è messo a disposizione come poteva, con strategie, obiettivi e mezzi che più si addicono alla propria disciplina: commenti condivisi ai video realizzati dai genitori, giochi guidati a distanza in videochiamata, registrazioni audio, etc. etc.…”.

La necessità è stata quella di reinventare il servizio a distanza, puntando su quegli strumenti che tutti utilizziamo in maniera informale e che sono entrati a far parte della nostra quotidianità senza che ci accorgessimo pienamente della loro potenzialità e versatilità: Whatsapp, Facebook, Facetime le infinite app per le conference call e le video chiamate etc…

In tutto questo abbiamo trovato collaboratori d’eccezione: le famiglie. “Grazie alla loro voglia di riprendere l’attività – continua Simona Roca – i genitori si sono rivelati ascoltatori attenti e riflessivi anche sui consigli a distanza; è prezioso il tempo trascorso con loro, anche solo per fare quattro chiacchiere e risentirci vicini; grazie al loro pronto rimboccarsi le maniche, sono “prolungamenti” delle nostre mani e, tutto ciò che hanno appreso ed osservato durante gli anni di viva presenza nelle varie attività, ora lo mettono in pratica”.

È vero: fin dall’inizio abbiamo puntato molto sul coinvolgimento delle famiglie nelle attività riabilitative, ed oggi – purtroppo in un frangente triste e inatteso – ne raccogliamo i frutti. “Ovviamente non è affatto facile, sicuramente non è la stessa cosa degli incontri in presenza, ma è la nostra risposta al nulla… e sta funzionando” conclude Simona.

Anche sul versante milanese la formula ha trovato proficua applicazione. La terapista Gloria Dal Zovo ci conferma che le famiglie hanno accolto l’iniziativa con spirito costruttivo: “È essenziale, soprattutto nel caso dei bambini più piccoli e con maggiore compromissione, che la famiglia collabori – dice Gloria – e nella stragrande maggioranza è stato così”. “In taluni casi, preliminarmente all’incontro virtuale, invio indicazioni e materiale via e-mail, che i genitori possono stampare, ad esempio; nel caso dei bambini più grandi possiamo utilizzare la condivisione dello schermo del computer tramite Skype; insomma, gli obiettivi restano gli stessi, semplicemente vengono utilizzati strumenti e materiali diversi”. “Il nostro è un lavoro che si basa sulla relazione: anche solo il fatto di non interrompere il contatto vocale con il bambino, soprattutto con i più piccoli, è importante”.

Insomma, non solo abbiamo tenuto vicine le famiglie, ma siamo riusciti a proseguire i percorsi terapeutici in maniera efficace. I riscontri pienamente positivi, sia da parte dell’equipe che dei genitori, ci suggeriscono una vera e propria progettualità in questa direzione, per dare una veste nuova ad un servizio che vuole, anzi deve stare al passo con i tempi: i tempi eccezionali che stiamo vivendo mentre scrivo queste righe, ma anche i tempi che abbiamo vissuto fino a pochi mesi fa, nell’auspicio che tornino presto.

Grazie Nouria, volontaria del Servizio civile

A Feltre, in provincia di Belluno, nota per l’elegante Castello di Alboino, per il palio locale e per il bellissimo santuario di San Vittore e Corona, patrono della città, troviamo Nouria Ismael, 29 anni. Nouria, è volontaria del #serviziocivileuniversale ed è impegnata a svolgere il suo anno di attività presso l’UICI (Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti) nel progetto “servizio di accompagnamento ciechi civili – Belluno 3.0”. Nouria si occupa del servizio di accompagnamento, supporto e sostegno alla sig.ra Simona Zanella, che purtroppo ha perduto totalmente le capacità visive. In questo momento difficile per tutto il Paese, Nouria ci racconta: “Ho deciso di non interrompere il servizio civile perché non mi sentivo di lasciarla sola in questo momento, perché Simona avrebbe trascorso la settimana senza avere la possibilità di ricevere aiuti da altre persone. Una delle principali altre attività che ho svolto dall’inizio del servizio civile, a metà novembre, è stata quella di recarmi presso vari istituti delle scuole superiori del feltrino, incontrando i giovani studenti e rispondendo alle loro curiosità. Tutto ciò con lo scopo di informare e sensibilizzare i ragazzi su questa tipologia di disabilità, a molti ignota, in modo che, con una migliore conoscenza, vengano a cadere pregiudizi e barriere psicologiche che spesso rendono difficile l’avvicinamento alle disabilità sensoriali. In questo ultimo periodo in cui, per evitare il diffondersi del COVID 19, gli spostamenti sono stati limitati ed il servizio civile è stato ridotto strettamente alle ore necessarie, ho svolto l’attività quasi totalmente da remoto, con ricerche e videochiamate o, quando necessario, con il recapito della spesa a domicilio. Ritengo che sia proprio in particolari situazioni come queste, che il servizio civile acquista tutta la sua importanza e dimostra la sua utilità”.

Grazie Nouria e grazie a tutti i giovani che si prendono cura delle persone più fragili.

Emergenza di oggi e quale possibile futuro per domani, di Giorgio Ricci

Autore: Giorgio Ricci

Care Amiche, Cari Amici,

mi aggancio all’ultima parte del messaggio inviato dal Presidente nazionale all’Assemblea della Federazione delle istituzioni pro ciechi e in particolare nel passaggio dove si fa riferimento al fatto che probabilmente stiamo vivendo un momento simile a quello post seconda guerra mondiale.

Vedremo se sarà così. Sicuramente la nostra generazione, le nostre generazioni post belliche, vivono per la prima volta una vera e al momento unica e unitaria emergenza globale. Il Virus, questo strano virus che si diverte a farsi chiamare COVID 19, ha unito per la prima volta il mondo. Dall’Alaska al sud Africa, dallo stretto di Bering alla Patagonia e magari ha unito meno la Val Camonica e il Salento. Ma sicuramente tutti, ma proprio tutte le popolazioni hanno oggi lo stesso comune nemico che le unifica nella paura di un domani incerto o molto ma molto più incerto per coloro che già oggi muoiono di diarrea o di una semplice e innocua infezione, se hai i farmaci.

La vera prima e prioritaria emergenza già di oggi, anche nel mondo ricco, è l’emergenza economica e sociale. Innumerevoli nuclei familiari, innumerevoli donne e uomini che si troveranno a combattere contro il dramma della disoccupazione e della non occupazione. La povertà estrema e con essa l’aumento della povertà educativa per i figli di oggi e forse per quelli di domani e dopodomani, imporranno un chiaro ed evidente cambiamento del nostro modo di pensare e di essere comunità, diventando consapevoli dei limiti che dovremo imporci per cercare di non lasciare nel limbo economico, sociale e umano, tutti coloro che non saranno in grado di ritrovare un barlume di luce in questo lungo tunnel di disperazione, cominciando dai più fragili in assoluto.

E come ha detto in questo messaggio il nostro presidente, questo è solo l inizio, poi verranno i veri problemi. E tra le righe vorrei leggere anche un appello a non solo restare uniti e coesi e a smetterla di pensare a quello che oggi appare non prioritario, compresa la data del congresso e ancora prima a cose ancora molto meno importanti se non ridicole e superflue, se viste con l’ottica dell’emergenza e della morte che in alcune regioni ha colpito, colpisce e colpirà molte ancora moltissime persone. Quasi ogni abitante di alcune province conosce o ha conosciuto qualcuno che oggi non c’è più. E allora volere pensare a queste cose, appunto non così fondamentali, oggi è come volessimo giocare a scacchi piuttosto che a briscola sotto un bombardamento del nemico. Ci sarebbe da domandarsi poi, chi mai sarà il vincitore.

Amici miei, adesso e forse dopo troppe parole in breve, vorrei arrivare al cuore o al centro di quello che vorrei esprimervi.

In questi giorni, grazie ad un osservatorio che ho la fortuna e forse sfortuna di vivere, decine, centinaia di singole persone, nuclei familiari, venditori ambulanti, migranti già residenti e in regola con figli piccoli, disperati senza fissa dimora, stanno vivendo in estrema sofferenza questo drammatico momento. Il numero di essi, alla pari dei funghi dopo la pioggia di settembre, appare infinito, incredibilmente e inaspettatamente infinito. Chiedono al momento solo buoni spesa. E per fortuna, in questo nostro paese ancora chi è malato viene curato.

Ci sono già evidenti e chiari segnali e riscontri che la povertà assoluta sarà il vero dramma globale dei prossimi mesi e anni, anche nei paesi più ricchi.

E allora cari amici proviamo con tutta l’onesta intellettuale che ci contraddistingue ed anche riconosciuta, proviamo a pensare questo; a pensare che per fortuna i disabili visivi italiani hanno da tempo acquisito una più che serena e molto più che soddisfacente sicurezza economica e questo grazie alle meravigliose e dure battaglie di chi ha combattuto in questi lunghi decenni.

Da molti anni la sicurezza economica acquisita dai disabili visivi italiani, ha permesso a tutti noi di vivere una vita più che dignitosa, sia dal punto di vista personale che collettivo. Sono convinto che nel nostro paese, difficilmente ci possa essere una persona con disabilità visiva in grave difficoltà economica. Forse, da qualche parte, alcuni non avranno ancora potuto usufruire dei benefici previsti. Ma nella generalità questa è la realtà, e lo sappiamo molto bene. Proviamo a fare mente locale e proviamo a capre se quante delle persone che conosciamo versano in grave situazione economica e bisognose di una urgente fornitura di alimenti o buoni spesa. Probabilmente avremo qualche difficoltà a ricordare.

Ritorno al messaggio di Mario Barbuto e mi permetto di aggiungere. Amici miei noi tutti, ma proprio tutti, dobbiamo veramente fare un passo culturale decisivo. Noi siamo la società che viviamo, ma noi siamo anche la società che dobbiamo aiutare ad uscire da questa nuova e incertissima emergenza globale. Perché solo se siamo soggetti attivi, possiamo continuare a lottare anche per noi stessi e soprattutto per i più fragili tra noi, anche di domani. Forse il primo vero atto d’amore verso gli altri è quello di pensare che moltissimi altri milioni di nostri concittadini, per parlare solo del nostro paese, cominciano ad avere problemi e inquietudini proprie di altre latitudini. Noi, quasi tutti noi, per fortuna non abbiamo bisogno di telefonare ai servizi sociali dei comuni , alla Caritas, alla croce rossa o alla san vincenzo, per avere un pacco viveri. Per fortuna noi siamo economicamente molto più forti. Noi abbiamo bisogno di altro, ma dovremo lavorarci sopra per averlo questo altro. Lavorarci molto e da subito. Perché saranno milioni di persone ad essere fragili e dovremo cominciare a pensare come noi possiamo e potremo aiutare questo popolo infinito e bisognoso a superare queste fragilità Perché noi se vogliamo possiamo fare molto anche per gli altri, ma cominciando dal non chiudersi in noi stessi e nei soli nostri bisogni e necessità.

Nulla è più scontato. Proprio nulla e forse neppure la dignità economica raggiunta con tanta fatica. Un abbraccio a tutte e tutti voi, soprattutto a coloro che più stanno soffrendo questo momento, e perdonatemi anche qualche passaggio provocatorio, ma fatto con il cuore e un po’ di preoccupazione per quello che forse ancora non abbiamo ben compreso.

Un’esperienza da condividere, di Mena Mascia

Autore: Mena Mascia

Vi racconto una storia che mi sta impegnando abbastanza, ma che mi gratifica molto.

Il tutto risale all’inizio della clausura forzata che ancora oggi, e davvero speriamo per poco, vede tutti noi relegati in casa.

In uno dei tanti pomeriggi che stavo trascorrendo immersa nella lettura, mi arrivò una telefonata da una persona della quale non mi sembrò di riconoscere il numero. Più per curiosità che per una reale voglia di comunicare con degli sconosciuti, decisi di rispondere, e feci bene, perché a contattarmi era una capo scout che aveva visto il mio nome sulla rete.

Nell’intento di non perdere il contatto con le ragazze della sua squadriglia, anche in tempo di isolamento, le era venuto in mente di proporre loro di imparare a lavorare a maglia e particolarmente ai ferri e si era messa a cercare su youtube, dove tanto tempo fa io avevo inviato a Giuseppe Digrande un video su cosa noi non vedenti potessimo e sapessimo fare.

Mi aveva rintracciata ed eccola lì a chiedermi se fossi disposta a darle una mano per rendere reale l’idea che da qualche giorno le attraversava la mente. Naturalmente l’avremmo concretizzata on line. Benché un po’ timorosa di non farcela, ma non pensandoci troppo, impulsiva come sono, decisi di provarci. Mi spaventava non poco l’impatto che avrei avuto con chi era dall’altra parte del computer, però, se avevo deciso di mettermi in gioco, l’avrei fatto, sfidando la mia autostima che non è molta.

L’esperimento che ancora oggi continua per due volte alla settimana, con la soddisfazione di tutte, ebbe inizio il 14 marzo e terminerà quando ognuna di noi potrà dedicarsi liberamente ad altro.

Gli incontri si concluderanno con l’avere imparato i punti base con cui la fantasia delle piccole apprendiste potrà sbizzarrirsi a creare disegni colorati e forse, chi può dirlo, indumenti da indossare, confezionati con le proprie mani. E’ l’augurio che mi sento di fare loro, perché ricordino positivamente questi mesi d’innegabile disagio, convivere col quale non è stato facile per nessuno.

Non ho mai visto personalmente le ragazze che seguono le mie spiegazioni, e non vi nascondo che la loro presenza fisica mi manca, ma mi risultano piacevoli le loro giovani voci che chiedono, rendendo sempre più gratificante per me ogni incontro con loro.

Se a qualcuna non viene facile un movimento, so che corre a chiedere delucidazioni alla nonna, logicamente se ha la possibilità di averla vicina, assaporando con lei una ritrovata complicità.

Non mi soffermo a commentare oltre un’esperienza bella che ha dato qualche momento di creatività a delle ragazzine, forse non abituate ad usare le mani, se non per digitare compulsivamente sulle icone dello smartphone, ma che ha reso maggiormente orgogliosa me per essere stata in qualche modo capace di trasmettere loro la voglia di cimentarsi con una di quelle belle arti antiche che oggi sono purtroppo scomparse, ma che pretendono calma e riflessione, consentendo alla coordinazione delle mani col cervello dei movimenti armoniosi.

Virus, di Massimo Vita

Un giorno, Enzo Tomatis mi disse: ragazzo, potrai essere un buon dirigente se ti farai colpire da un virus molto forte. Il virus a cui lui faceva e fa riferimento è il virus dell’Unionite.

Non so se io sia stato colpito da quel virus e soprattutto non so se sono un buon dirigente ma so che l’Unione ha un posto importante nella mia vita. Molte volte sono stato tentato di lasciare l’impegno associativo ma poi non ci sono mai riuscito. Ho lasciato la tessera associativa per soli due anni e me ne sono pentito amaramente.

In molte occasioni sono stato trattato male dai dirigenti che nel tempo hanno guidato le strutture a cui appartenevo, ma la mia passione associativa non è mutata. Mi sono sempre battuto per il rinnovamento dell’associazione e sono orgoglioso di aver partecipato all’avventura di Mario fino ad oggi.

Credo che la presidenza di Mario sia stata illuminata e come tutte le esperienze può essere stata punteggiata da qualche errore, ma certamente è stata una boccata di aria nuova. Ci sarà luogo e tempo di discutere sui contenuti di questa esperienza e soprattutto ci sarà tempo per progettare il futuro.

Oggi voglio soffermarmi sugli effetti di questa tragica esperienza pandemica ma solo per quanto riguarda i suoi effetti sulla vita associativa.

Avremmo dovuto e voluto celebrare degnamente il centenario e certamente lo ricorderemo, ma soprattutto per la tragedia che ha coinvolto le nostre famiglie e la nostra comunità. Il distanziamento sociale non so quando ci permetterà di riprendere le attività ma penso che dovremo aspettare molto tempo.

Ho sentite molte ipotesi in merito allo svolgimento delle nostre assemblee territoriali, alle assemblee pre-congressuali e allo stesso congresso. Tutte ipotesi legittime e legate all’incertezza dello stato attuale delle cose.

In ogni parte del mondo si discute su come ripartire, su cosa confermare e cosa rinviare dei tanti eventi programmati e qualche volta già organizzati.

Mi permetto di avanzare una proposta:

il prossimo consiglio nazionale potrebbe decidere di prorogare tutte le attuali cariche associative e gli organi collegiali di un anno per poter ripartire con il nuovo anno in modo sistematico e organizzato al fine di permettere un compiuto, sereno dibattito che ci porti in modo ordinario e ordinato al congresso.

So bene che la mia proposta potrebbe trovare delle obiezioni in merito agli impegni presi con le strutture alberghiere, con il teatro e con lo stesso Bocelli ma penso che se si sono rinviate le olimpiadi, si possa rinviare anche il nostro congresso.

Comunque sono convinto che il presidente nazionale e il Consiglio Nazionale sapranno valutare tutti gli aspetti del problema e decidere di conseguenza.

Un’altra proposta che mi sento di fare è quella di organizzare riunioni online tematiche per aprire un dibattito sereno su:

scuola, riabilitazione pluridisabilità, lavoro e ipovisione.

Concludo con un pensiero affettuoso per quanti ci hanno lasciato a causa di questo virus assassino e per i loro familiari. Un giorno, spero non troppo lontano, potremo recarci alle loro dimore eterne per un degno saluto.

Spero che il virus che è nel nostro cervello, come dice il nostro presidente, non ci logori troppo e ci permetta di ripartire nel segno della nostra gloriosa storia.

Agrigento – Lettera aperta a tutti i dirigenti, di Innocenzo Ferraro

Autore: Innocenzo Ferraro

Durante questo periodo di emergenza sanitaria, un lasso di tempo pesante per ciascun cittadino, diverse richieste di aiuto, hanno messo allo scoperto uno squarcio, visibile alla base di quel rapporto tra dirigenti e dipendenti pubblici o privati, ad oggi oscurato dalla normale quotidianità.

In questo momento fragile, dove il subalterno dovrebbe maggiormente essere tutelato ed indirizzato verso il lavoro agile, in continuità della propria dignità lavorativa, e non dovrebbe subire disinteressatamente, azioni irresponsabili da parte del proprio datore di lavoro.

Un alternativa lavorativa, perché no, anche di pari opportunità, lo (Smart Working), oggi messo in evidenza rispetto ad un recente passato, da particolari coercizioni normative a tutela della salute pubblica.

Mi risulta, che diversi datori di lavoro, hanno immediatamente adottato le disposizioni impartite dal Governo, quella parte di amministratori ligi al proprio dovere, rendendo efficiente la macchina amministrativa.

Quella classe dirigenziale preposti a capo della pubblica amministrazione, meritevoli di ulteriore considerazione da parte delle Istituzioni, per l’attenzione e la sensibilità verso una parte di società, che quotidianamente lavora nonostante le molte difficoltà circostanziali.

Impossibile far “finta di non vedere” e di non sentire, la tutela del diversamente abile, deve essere continuamente al centro dell’attenzione, da quanti oggi occupano una posizione lavorativa dirigenziale, e dagli organi istituzionali, ciascuno con le proprie competenze.

I dirigenti pigri e latitanti, devono non aver compreso la gravità dell’attuale realtà, e delle disposizioni impartite dagli organi di Governo, in cui un giorno, li potrebbe vedere come principali protagonisti sul banco degli imputati.

Al fine di migliorare questo rapporto con la classe dirigenziale, esorto gli stessi, a premurarsi ad attivare quanto necessario per far rimanere i propri lavoratori a casa, come da D.L. Cura Italia del 17 marzo 2020 n. 18 Art. 87, ed invito gli organi di competenza ad aumentare i controlli e sanzionare il dirigente inadempiente.

Concludo, assicurando un mio continuo interesse, e mi attiverò per quanto mi sarà possibile, a monitorare particolari esigenze messi alla luce dai nostri soci.

Il componente del CDA della sezione territoriale UICI di Agrigento, Dott. Innocenzo Ferraro

Lazio – Presentazione tesi Fiorini Giada

Riceviamo e pubblichiamo:

“Presentazione
Prima di illustrare il mio lavoro, vorrei presentarmi e spiegare le motivazioni che mi hanno spinto a stendere un elaborato intitolato “Le figure professionali a sostegno della disabilità visiva” nella mia tesi di laurea magistrale in Scienze Pedagogiche.
Mi chiamo Fiorini Giada, sono un’educatrice e pedagogista, nata a Frosinone il 29/01/1995 e residente a Veroli.
Ho svolto il servizio civile Ad personam nel 2016 e, terminato tale progetto, sono diventata volontaria presso l’U.N.I.Vo.C di Frosinone, ricoprendo tale ruolo tutt’oggi.
Proprio grazie all’osservazione di un mondo a me sconosciuto, ma soprattutto all’affetto ed al legame instaurato con alcune persone non vedenti, ho capito come sia possibile sognare anche al buio. Ho imparato che spesso, noi vedenti, siamo ciechi di fronte a tante cose, mentre il disabile visivo riesce ad andare oltre, guardando tramite un organo più importante, il cuore.
La frequentazione di questo mondo mi ha spinto ad approfondire alcune tematiche, quali appunto gli ausili specifici utilizzati dai non vedenti, e l’importanza delle figure professionali come sostegno valido alla loro autonomia ed indipendenza.
Ci tenevo inoltre, a ringraziare Rita Iannarilli per aver mostrato interesse per il mio lavoro ed avermi spinto a contattare Claudio Cola, il quale ringrazio allo stesso modo per il tempo a me dedicato e per aver reso possibile tale pubblicazione.
Procederò ora all’esposizione del mio lavoro.
Scopo di tale elaborato è quello di sottolineare l’importanza e la necessità dell’indipendenza personale del disabile visivo, sia esso un bambino o un adulto. Maria Montessori infatti affermava: “Non si può essere liberi se non si è indipendenti”, in quanto libertà significa proprio poter disporre di sé, far affidamento alle proprie capacità ed abilità, senza dover essere dipendenti da altri.
Ecco che conquistare la propria indipendenza significa “arrivare a sentirsi capaci di fare da sé, di compiere un’azione utile, importante, senza l’aiuto di altri, potendo risolvere da soli i propri problemi e riuscire ad un fine difficile col proprio sforzo”.
Raggiungere l’indipendenza implica quindi conquistare anche la propria autonomia, anche se per un disabile visivo non è sempre facile. Occorrono ausili specifici da poter utilizzare e figure professionali che possano supportarlo e condurlo alla piena integrazione sociale; ma per poter raggiungere tale obiettivo, bisogna anche sapere cosa sia la disabilità visiva e cosa essa implica nel non vedente.
Ecco che, nella stesura dell’elaborato, nel primo capitolo, ho voluto riportare la definizione di disabilità visiva, termine con il quale si indica un tipo particolare di disabilità in cui il deficit consiste nella minorazione del senso della vista, minorazione che, in relazione alla sua entità, può essere caratterizzata attraverso l’utilizzo di termini specifici come “cecità” o “ipovisione”.
Ho poi delineato le cause di insorgenza di tale deficit, dividendo la disabilità in congenita quando la vista del soggetto è ridotta o mancante sin dalla nascita, ed acquisita quando il deficit insorge nell’infanzia o in seguito, a causa di malattie degenerative, traumi nel sistema visivo o altre patologie come infezioni. Mi sono soffermata ulteriormente su alcune malattie degli occhi come la cataratta, il glaucoma, la degenerazione maculare senile e la retinopatia diabetica ed ho sottolineato l’importanza della prevenzione, sostenuta anche dalla Giornata Mondiale della Vista.
Ho sottolineato l’importanza del cane guida, valido ausilio per l’autonomia e la mobilità per “chi non ha luce nel mondo quotidiano” e descritto il decalogo che occorre osservare in sua presenza; il cane guida è “un’estensione del non vedente stesso, un prolungamento del corpo. E’ chiamato a sostituire gli occhi della persona e pertanto diventa la sua chiave di accesso al mondo”.
Infine, ho posto l’attenzione sulla possibilità di compensazione del deficit visivo attraverso le altre facoltà percettive, ovvero l’udito, il senso cinestesico e l’organo dell’equilibrio, il tatto, il gusto e l’olfatto. Per un non vedente affinare tali sensi rappresenta un’ottima possibilità di compensazione per conoscere il mondo circostante, anche in mancanza della vista. Essa è certamente il mezzo più rapido, abitualmente considerato anche il più efficace, per conoscere il mondo che ci circonda e per guidare le nostre azioni e per questo motivo, finché abbiamo la possibilità di vedere, siamo poco inclini ad usare pienamente le altre facoltà percettive, quindi gli altri nostri sensi non saranno mai potenziati al pari di quelli di un disabile visivo.
Nel secondo capitolo, invece, ho voluto delineare le tappe dello sviluppo del bambino con deficit visivo e la necessità, da parte della famiglia, di “elaborare il lutto”, in quanto i genitori avevano basato sogni e progetti sull’idea di un bambino sano e di uno sviluppo normale ed ora trovano sconvolto il loro ciclo familiare e devono accettare la condizione del proprio bambino. Si passa così dallo shock e dal dolore iniziali, ai sensi di colpa e rabbia, fino ad arrivare ad una fase di “trattativa”, ovvero accettazione del problema ed elaborazione di un progetto.
Si deve anche tener conto che la dilazione di alcune tappe evolutive è ineliminabile, poiché solo con ritmi più lenti, connaturati alle caratteristiche dei sensi residui, il bambino potrà acquisire fiducia e sicurezza. Egli presenterà alcuni ritardi psico-motori, difficoltà nell’alimentazione, difficoltà nel linguaggio e nello sviluppo affettivo.
Spesso sviluppa dei tic, i cosiddetti “ciechismi”, come il ritmico dondolio, perché preferisce dondolarsi avanti ed indietro piuttosto che esplorare l’ignoto. Ciò che lo caratterizza è la “riluttanza all’azione” che consiste “in una caratteristica inerzia motoria riconducibile alla mancata possibilità di esplorare autonomamente il mondo circostante”.
Per quanto concerne il linguaggio, invece, il bambino tende ad utilizzare un linguaggio imitativo, caratterizzato da ripetizioni di frasi, che gli permette di mantenere il contatto comunicativo con l’interlocutore. I bambini non vedenti mostrano anche difficoltà nello sviluppo sociale, nelle regole dello scambio comunicativo, sono meno espressivi ed i loro comportamenti interattivi sono carenti, quindi spesso vengono isolati dai coetanei.
È importante che vi sia sempre un lavoro educativo di stimolazione sensoriale costante, la stimolazione della curiosità verso l’ambiente circostante e la motivazione delle proibizioni. Indispensabile anche l’educazione della mano che ne permette l’uso autonomo come tramite di percezione, quindi è fondamentale fornire al bambino giochi e stimoli piacevoli al tatto.
Ho poi sottolineato l’importanza dell’integrazione scolastica dei minorati visivi ed ho delineato il percorso che l’ha resa effettiva. A partire dal Regio Decreto n.3126 del 1923, che prevedeva per ciechi e sordi l’ingresso nelle scuole speciali o nelle classi differenziali, si è arrivati alla legge 118 del 1971, che formalizzava l’inserimento nelle classi comuni dei disabili, senza però abrogare le classi speciali. Si passò poi alla promulgazione della Legge del 4 agosto 1977, n. 517, che venne considerata l’atto legislativo più importante sul piano dell’integrazione, in quanto aboliva le classi differenziali e le scuole speciali ed apriva le porte della scuola a tutti.
Non potevo poi non citare la legge 104 del 92, che garantisce alle persone disabili il diritto all’educazione in ogni ordine e grado di scuola, università compresa e delinea le modalità operative da mettere in atto, attraverso tre documenti ufficiali: la Diagnosi Funzionale (DF), il Profilo Dinamico Funzionale (PDF) ed il Piano Educativo Individualizzato (PEI).
Per favorire la piena integrazione scolastica è opportuno che la didattica sia differenziata, che il disabile partecipi attivamente a tutte le attività e che vi sia collaborazione ed aiuto reciproco in classe.
Essendo io una pedagogista, ho concluso il secondo capitolo parlando della rivoluzione pedagogica di Augusto Romagnoli, le cui intuizioni sono valide tutt’oggi per progettare percorsi inclusivi a scuola. Egli auspicava che tutti i ragazzi ciechi potessero essere educati insieme ai vedenti e che tra loro vi fosse coeducazione, sottolineava la specificità della minorazione visiva e la necessità di non assumere atteggiamenti di discredito e sottovalutazione delle difficoltà.
Romagnoli, allo stesso modo della Montessori, riteneva che non si può essere liberi se non si è indipendenti ed autonomi; per questo la pedagogia deve guardare con atteggiamento critico e problematizzante alle strategie necessarie per un’effettiva emancipazione che porti ad una concreta e reale attuazione delle pari opportunità anche per i differenti.
Nell’ultimo capitolo infine ho descritto quali sono le figure professionali che possono supportare il disabile visivo verso la propria autonomia.
In primis, l’educatore tiflologico o Typhlology Skilled Educator, che secondo Condidorio “non lotta per ridare la vista al cieco, ma combatte affinché ogni persona cieca sia messa nella condizione di poter guardare il mondo attraverso le proprie abilità”.
Egli si occupa della disabilità visiva nella sua forma assoluta o parziale, al fine di migliorare la situazione sociale e culturale attraverso la didattica, l’informatica e la tecnica, affianca i disabili visivi nell’utilizzo di ausili specifici, e delinea itinerari, strategie e soluzioni volte alla risoluzione dei problemi. Il tiflologo dovrebbe “trarre fuori” dal bambino cieco o ipovedente tutte le abilità, le capacità, le competenze che gli permettono di “fare da sé”, di essere attivo e propositivo, di partecipare e di contribuire alla vita della collettività. Egli consente ad un bambino/ragazzo cieco di stare a scuola, di starci bene e di apprendere. Si serve di uno strumento di programmazione detto PRO.MO, crea un ambiente “su misura” per il bambino e lo affianca nell’utilizzo di ausili tiflodidattici come il Braille, il casellario Romagnoli, il cubaritmo, le mappe a rilievo ecc.
Ho poi delineato la figura del Tiflopedagogista, che rappresenta un operatore altamente specializzato, formatosi presso l’I.Ri.Fo.R attraverso un master di 2° livello. Egli si colloca al centro di una rete di competenze tra le istituzioni e le agenzie educative che ruotano attorno al disabile visivo, e svolge attività di coordinamento per facilitarne il miglior funzionamento. In sostanza, deve svolgere la funzione di sollecitazione e di coordinamento tra le molte competenze disponibili sul territorio, garantendo e promuovendo l’informazione reciproca e la ricerca scientifica, valorizzando la complementarità dei ruoli e promuovendo metodologie di lavoro condivise.
Parlare dell’assistente all’orientamento, alla mobilità e all’autonomia personale era d’obbligo, in quanto egli opera nell’ambito della prevenzione, cura e riabilitazione funzionale dei soggetti affetti da patologie visive degenerative e permanenti ed utilizzando attività espressive, prassico-operative, manuali-rappresentative, ludiche e della vita quotidiana, insegna al non vedente a gestire i movimenti e gli spostamenti nello spazio in modo autonomo.
Per concludere il lavoro ho posto l’attenzione alla figura dell’ad personam, dal momento in cui io stessa ho svolto questo ruolo. Nonostante essa non sia una figura professionale, si tratta di un accompagnatore personale per il non vedente e forse è l’ausilio più utilizzato. Egli deve fornire confort e sicurezza in quanto rappresenta “gli occhi” della persona e ciò permette l’instaurarsi di un rapporto di fiducia e stima reciproca.
Il lavoro svolto essenzialmente tratta di due concetti: “autonomia” ed “integrazione”, in quanto sono questi due gli elementi essenziali che occorrono per far sì che un disabile visivo, cieco o ipovedente che sia, possa sentirsi pienamente realizzato nonostante la disabilità.
Solo essendo autonomo e ben integrato, il disabile visivo può sentirsi parte attiva a scuola, in famiglia, a lavoro e nella società civile in cui è inserito; solo così può evitare di scivolare in situazioni di isolamento ed emarginazione e vivere in modo soddisfacente la propria vita.
Il cammino che porta a tali condizioni non è sempre facile, ma sono stati fatti passi da gigante, sul piano scolastico, sul piano lavorativo, sul piano delle figure professionali, sul piano tecnologico e per la vita di tutti i giorni.
Basti pensare che a scuola, l’alunno disabile visivo può essere affiancato da un tiflodidatta che utilizza strategie per lui adeguate, può accedere ad una didattica differenziata in base alle proprie esigenze e può utilizzare ausili tiflodidattici come la dattilobraille, la stampante Braille, il cubaritmo, il cubo Romagnoli, il piano di gomma, le mappe tattili a rilievo ecc, che gli facilitano il processo di apprendimento, consentendogli di arrivare agli stessi obiettivi dell’intera classe, seppure con strumenti e metodologie differenti.
Questo non è certo di poco conto, se pensiamo che nel lontano 1923, il Regio Decreto n.3126, prevedeva per alunni ciechi e sordi, l’ingresso nelle scuole speciali e nelle classi differenziali. Non si poteva certo parlare di integrazione scolastica, mentre oggi, per fortuna, la scuola è aperta a tutti e privilegia non l’uniformità, bensì le differenze, attraverso una didattica integrata/differenziata.
La svolta non si presenta solamente a scuola, in quanto il non vedente può usufruire di ausili specifici anche nella quotidianità. Pensiamo ai computer e ai telefoni cellulari con la sintesi vocale, alle sveglie e alle bilance parlanti, alle app tecnologiche che attraverso lo screen reader leggono cosa è scritto su un foglio e così via; sono tutti supporti che facilitano la vita di tutti i giorni, rendendo meno difficoltose tutte le situazioni che possono crearsi, come sapere semplicemente chi sta chiamando sul cellulare, o sapere che ore sono.
Possono sembrare attività banali, ma per chi vive al buio è un passo fondamentale per essere autonomi nelle piccole cose. Pensiamo ancor di più all’uso del bastone bianco o del cane guida, ausili che permettono al disabile visivo di essere libero negli spostamenti e nell’orientamento.
Sono tutti passi da gigante che consentono alla persona di non sentirsi smarrito in un mondo in cui le informazioni provenienti sono essenzialmente di tipo visivo. La possibilità di compensare la mancanza della vista, sia con il rafforzamento degli altri sensi percettivi, sia con l’utilizzo degli ausili specifici, rende meno traumatica la vita di chi il mondo non lo vede, o lo vede sfocato.
Ed, a questo punto, come si può non evidenziare l’importanza delle figure professionali a sostegno della disabilità visiva?
Il cieco o l’ipovedente, non hanno un pacchetto delle istruzioni per imparare a vivere al buio, e tanto meno da soli possono essere in grado di acquisire strategie e modalità che gli consentano di vivere al meglio la loro condizione. Grazie alla loro forza di volontà e motivazione, ed al sostegno e supporto di personale altamente specializzato, di cui si è parlato in questo elaborato, è possibile che essi superino la situazione di handicap in cui si trovano e riescano a vivere una vita degna di essere vissuta, nonostante i limiti e le difficoltà che questa disabilità impone.
Si può sognare anche al buio, solo che noi vedenti, spesso, non riusciamo a capirlo o a crederlo possibile. Io, che è possibile lo so, e senza quell’esperienza che nel 2016 mi ha aperto le porte di questo mondo, non l’avrei mai saputo”.