Calabria – La vita dei soggetti con Pluriminorazione ai tempi del Covid-19

Il progresso sociale di una comunità, è spesso determinato dal valore delle azioni che ogni individuo attua non solo per il proprio interesse ma anche e soprattutto per uno scopo più ampio, ossia quello di supportare chi purtroppo resta indietro.

La legge Regionale 17/19, licenziata lo scorso Maggio 2019 dal Consiglio Regionale della Calabria che l’ha approvata all’unanimità,  è un esempio di come, quando le parti collaborano costantemente con l’unico obiettivo di portare sollievo a chi ha maggiori difficoltà, si possano realizzare azioni che lascino un segno tangibile nella collettività. Una legge quindi, voluta fortemente dall’IAPB Calabria e dall’UICI, attraverso un iter burocratico farraginoso durato quasi 4 anni ma che in uno dei momenti più bui per la politica Calabrese ha visto invece la Luce divenendo strumento per il sostegno di quella categoria spesso messa ai margini della società, i ciechi pluriminorati.

“Quanto approvato dal Consilio Regionale della Calabria lo scorso Maggio – ha affermato Luciana Loprete – è un tangibile esempio di civiltà e comprensione perché oltre ogni barriera politica, oltre ogni colore e schieramento l’intera assise ha dotato la Calabria di una Legge unica in Italia nel suo genere e che rappresenta una pietra miliare per la categoria dei ciechi pluriminorati”

L’importanza della predetta Legge pertanto che oggi vede le sezioni territoriali dell’UICI coinvolte nella realizzazione delle attività, è ancor più evidente in virtù della crisi sociale, sanitaria ed economica che il nostro paese sta vivendo a causa del COVID19. Infatti, in un momento storico dove i contatti personali sono stati quasi completamente azzerati dal timore del contagio, i soggetti pluriminorati e le loro famiglie hanno potuto continuare ad avere il supporto necessario alle proprie esigenze. Gli operatori infatti, dopo aver dato il proprio benestare, hanno così potuto continuare a sostenere i soggetti ed i loro familiari nei servizi essenziali come OSS, assistenza domiciliare, servizio spesa, supporto psicologico e supporto a distanza attraverso gli strumenti messi a disposizione.

“Ci è stata tolta ogni tipo di sensazione ed emozione – aggiunge Luciana Loprete – perché per noi che viviamo di contatti non avendo il dono della vista, il distanziamento sociale e l’impossibilità di un abbraccio o di una stretta di mano hanno sortito un effetto devastante per cui non potevamo permettere che soggetti ancor più svantaggiati di noi unitamente alle loro famiglie patissero in modo esponenziale questo dramma. Sin da subito quindi ci siamo premurati di trovare forme di sostegno che potessero comunque preservare la salute di tutti ed aiutati dalla guida del Signore siamo riusciti a contenere i disagio degli utenti sostenendo anche i tanti professionisti impiegati che hanno così potuto, anche in questa fase, continuare a lavorare”

Oggi ci appelliamo quindi a tutte le forze politiche Calabresi affinché con lo stesso senso di responsabilità con il quale le nostre strutture hanno continuato ad operare sino ad oggi, si possa superare la difficoltà di sanare i tagli sin oggi effettuati alla legge 17/19 che come anzidetto rappresenta l’unico sostengo per i soggetti ciechi pluriminorati Calabresi, le loro famiglie ed i tanti operatori che grazie a tale finanziamento, in una terra come la Calabria dove il tasso di disoccupazione giovanile tocca il 52,7% hanno trovato la loro occupazione.

Calabria – Esempio concreto di buone prassi

I ciechi pluriminorati non saranno più abbandonati a se stessi, le famiglie dei ciechi pluriminorati potranno godere al pari dei detenuti della loro ora d’aria, la società finalmente con l’approvazione della Legge 17/19 ha compreso l’esistenza e la particolarità di questa categoria di persone con disabilità gravissime che si trovano nel limbo della burocrazia e che spesso sono abbandonati alla sola gestione della propria famiglia.

Si è tenuta lo scorso 15 Novembre nella Sala Oro della Cittadella Regionale, la conferenza stampa di presentazione del primo progetto che l’IAPB e l’UICI Calabria avvieranno con i fondi di quella che oggi è l’unica legge in Italia in favore di progetti specifici per ragazzi disabili e pluriminorati. Una legge, fortemente voluta dall’IAPB e dall’UICI che dopo un farraginoso iter burocratico avviato nel 2015 il 31 Maggio ha visto la sua approvazione nell’assise Regionale.

“Dobbiamo tutti noi un ringraziamento a tutte le forze politiche che oggi governano la Regione – ha asserito Luciana Loprete Presidente IAPB Calabria nel corso del suo intervento – in primis dobbiamo dire grazie al Consigliere Mirabello che come Presidente della commissione politiche sociali ha avviato l’iter in Consiglio Regionale, senza dimenticare il Consigliere Giuseppe Aieta della Commissione Bilancio, le forze politiche di opposizione con a capo Domenico Tallini che ha richiamato i suoi ad un voto unanime, ribadendo che tuttociò non sarebbe stato possibile senza la volontà del Presidente Mario Oliverio e del suo assessore al ramo Angela Robbe che con fare amorevole ogni giorno dimostra un attaccamento raramente percepito nei confronti del sociale e dei suoi attori principali, gli utenti. Oggi è una giornata memorabile – ha infine concluso – perché da oggi le famiglie non saranno più sole e potranno godere anche loro della famosa ora d’aria. Troppo spesso infatti il peso di una situazione così grave sente solo sulle proprie spalle la responsabilità di non lasciare il proprio parente, che sia esso figlio, fratello o genitore”.

Nella conferenza stampa, alla quale hanno partecipato il Presidente della Giunta Regionale Mario Oliverio, il Consigliere Michelangelo Mirabello, l’Assessore Angela Robbe, il Consigliere Nazionale UICI Annamaria Palummo, il Presidente Regionale Pietro Testa, il consulente legale Avv. Annunziato Denisi, si è registrata la presenza di tutti i componenti delle sedi territoriali UICI della Calabria nonché un corposo numero di utenti che ha gremito la sala Oro ed ha potuto percepire l’importanza di tale momento.

Ricchi di contenuto i messaggi portati dagli interventi della Dott.ssa Annamaria Palummo che nel portare i saluti della Presidenza Nazionale ha espresso il suo compiacimento per il risultato ottenuto, facendosi promotrice di esportare tale buona prassi in tutta Italia affinché anche le altre regioni possano recepire quello che, con il mancato rifinanziamento della l. 284/97 è l’unico strumento in favore dei ciechi pluriminorati. Pietro Testa che nel suo saluto ha sottolineato l’importanza dell’iter avviato anni addietro anche grazie alla vicinanza del Presidente Oliverio. Avv. Annunziato Denisi che nelle sue slide ha richiamato l’intero iter che ha portato all’approvazione delle Legge dopo oltre 1000 giorni dal suo avvio, Michelangelo Mirabello che ha voluto sviscerare la legge spiegandone i contenuti e nel contempo ha ringraziato i Presidenti Oliverio ed Irto nonchè colleghi delle commissioni Politiche Sociali e Bilancio che nel convergere nella stessa strada hanno in pieno sposato la causa. Angela Robbe che come anzidetto dimostra ogni giorno un attaccamento particolare al mondo della disabilità, ha illustrato quelle che sono le varie azioni che il dipartimento regionale sta mettendo in campo giorno per giorno nella lotta alla disuguaglianza ed alla povertà ed infine il Presidente Oliverio che si è dimostrato soddisfatto del risultato ottenuto sottolineando tra l’altro l’ottimo lavoro del dipartimento politiche sociali per aver investito e recuperato gran parte dei fondi comunitari disponibili ottenendo anche un bonus dalla comunità europea. Questo in controtendenza se si pensa agli ultimi 10 anni dove si sono accumulati ritardi considerevoli nell’impiego delle somme. Une legge questa – ha concluso – che con soddisfazione abbiamo portato ad approvazione e che in sinergia con gli operanti nel settore sarà di supporto a questa particolare tipologia di utenti.

Interventi tutti magistralmente seguiti e collegati dalla sapiente e professionale Fabrizia Arcuri, affermata giornalista locale che nei suoi intermezzi ha ricordato tra le molteplici attività dell’IAPB e dell’UICI in Calabria anche l’esperienza dell’attività sub-acquea per non vedenti ed il recente progetto realizzato a Catanzaro sull’arte accessibile presentato qualche giorno addietro presso il carcere di Catanzaro.

Calabria – Il cane guida, alfiere di modernità, compagno nel quotidiano, di Pierfrancesco Greco

Autore: Pierfrancesco Greco

Emozioni e contenuti di alto livello al convegno, patrocinato dal Consiglio regionale UICI della Calabria e organizzato dalla Sezione Territoriale UICI di Reggio Calabria, presieduta dal dottor Paolo Marcianò, tenutosi ieri, 16 ottobre, Giornata nazionale del cane guida, nella mattinata della città calabra antistante lo Stretto, all’interno dell’Aula Magna dell’Università per Stranieri “Dante Alighieri”, il cui svolgimento ha offerto un vivido racconto esperienziale, scientifico e normativo su quello che è l’anelito più impegnativo, e nel contempo, più toccante, per chi non ha la possibilità di cogliere con gli occhi l’esteriorità della realtà mondana: vivere pienamente e autonomamente il grande romanzo dell’esistenza.

Una bella giornata di sensibilizzazione, celebrata con un simposio nobilitato da ospiti illustri e autorevoli relatori, i quali hanno efficacemente delineato la centralità di un ausilio, qual è il cane guida, che, per i non vedenti, assurge a indefettibile caposaldo del vivere quotidiano, non solo perché è l’occhio sul mondo per la persona che a lui si affida, che a lui affida la propria possibilità di muoversi, di camminare, di vivere lo spazio circostante, con le opportunità, con le emozioni in esso alberganti, ma anche per il suo essere amico fedele in ogni momento, fugando ogni possibile accenno di solitudine: il convegno, dal tema “Cane guida: Amico… Compagno per la Vita!”, organizzato dalla Sezione Territoriale UICI di Reggio Calabria, presieduta dal dottor Paolo Marcianò, e tenutosi ieri, 16 ottobre, Giornata nazionale del cane guida, nella mattinata della città calabra antistante lo Stretto, all’interno dell’Aula Magna dell’Università per Stranieri “Dante Alighieri”, ha offerto un vivido racconto esperienziale, scientifico e normativo su quello che è l’anelito più impegnativo, e nel contempo, più toccante, per chi non ha la possibilità di cogliere con gli occhi l’esteriorità della realtà mondana: vivere pienamente e autonomamente il grande romanzo dell’esistenza. Un racconto enucleatosi attraverso articolati contributi e circostanziate relazioni, che hanno accompagnato la celebrazione di ieri, patrocinata dal Consiglio regionale UICI della Calabria, presente col suo massimo dirigente, Pietro Testa, e con Luciana Loprete, vicepresidente regionale, nonché presidente della Sezione Territoriale di Catanzaro, e ospitata dal summenzionato ateneo reggino, da un’istituzione che, essendo aperta alle culture, alle sensibilità, alle provenienze esogene, è “un presidio d’integrazione”, adoperando le parole del rettore, professor Salvatore Berlingò, il quale non ha fatto mancare il proprio saluto ai convegnisti, la cui appassionata partecipazione al meeting, moderato dalla dottoressa Francesca Barranca, Consigliere UICI della Sezione Territoriale di Reggio Calabria, ha reso speciale la giornata, che ha registrato anche la partecipazione dei componenti il Consiglio territoriale UICI reggino, tra cui la vicepresidente Francesca Marino, il presidente onorario Fortunato Pirrotta e i consiglieri Salvatore Parisi e Franco Barillà, del Consigliere regionale UICI Armando Paviglianiti, e, in rappresentanza della Polizia di Stato, del Vice Questore di Reggio Calabria, dottor Luciano Rindone. “Una giornata che – come spiegato dalla dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere nazionale dell’UICI – ha un significato particolare, contestualmente alla quale, il presente simposio ha una valenza peculiare, introdotta dal tema: Il cane guida… Amico… Compagno per la Vita. Già, in esso, c’è tutto: il cane guida è veramente un compagno di vita per coloro ai quali gli occhi non regalano la luce. Il tema pone in evidenza, e in ciò sta la peculiarità del taglio impresso al convegno, un elemento ovvio, per noi addetti ai lavori, ma purtroppo socialmente trascurato, ovvero il carattere, la funzione totalizzante, che, nell’universo esistenziale del non vedente, assume il cane guida. Ma andiamo per ordine. Il cane guida, per la persona non vedente, è un ausilio insostituibile; un ausilio, che, purtroppo, in Calabria, rispetto a tutte le altre Regioni, si utilizza poco. Questo perché, paradossalmente, il cane può giungere a costituire un ostacolo, venendo spesso non accettato nei meandri del consesso sociale, in barba alle leggi esistenti al riguardo, le quali permettono l’accesso in tutti gli esercizi pubblici, nelle strutture, sui mezzi di trasporto” come evidenziato, durante i lavori, anche dall’avvocato Annunziato Denisi, consulente legale dell’UICI, il quale, partendo dall’illustrazione della legge n. 37 del 1974, che, per l’appunto, consente l’accesso del cane guida sui mezzi e nei luoghi aperti al pubblico, ha accuratamente argomentato in merito alla normativa internazionale che prevede questa possibilità, nonché relativamente alle detrazioni fiscali sui costi di mantenimento e sull’acquisto del cane guida, soffermandosi, inoltre, su uno specifico disegno di legge regionale, presentato dal Consiglio regionale UICI della Calabria, e sul dovere della persona che si avvale del cane guida di accudire al meglio il proprio amico a quattro zampe. Insomma, l’impianto normativo esiste, ed è pure esaustivo, in merito al cane guida e alla questione della sua accessibilità. Eppure quest’accessibilità non sempre assume fattualità, scontrandosi con assurde barriere mentali; le barriere che inducono a rifiutare il cane e, con esso, la persona, determinando un’esecrabile forma di discriminazione, figlia di una cultura bloccata, chiusa, gretta, foriera di un anacronismo valoriale, di fronte a cui occorre tenere la guardia alta, promuovendo ogni misura, ogni azione possibile finalizzata a relegare tra i refusi del passato, stavolta definitivamente, quella superficialità, quell’indifferenza, quel pregiudizio, tutti quei disvalori marginalizzanti i ciechi e gli ipovedenti, e la disabilità nel suo complesso. “In questo senso – ha affermato la dottoressa Palummo –, il cane guida è un alfiere di modernità, relativamente a cui l’UICI lavora costantemente, al fine di rendere il più possibile sostenibile, per chi lo sceglie come aiuto quotidiano, la sua adozione, il suo mantenimento e la sua cura; un alfiere di modernità che è un amico fedele per i non vedenti, un amico che è facile ottenere e attraverso il quale è facile appropriarsi di una gratificante autonomia, della dolcezza contrassegnante la libertà, insostituibile compagna della dignità, della felicità, della realizzazione di ogni essere umano. Sì, siamo arrivati al punto: il cane guida, per il non vedente, è libertà; in questo senso, il cane guida è realmente un compagno per la vita, la luce in grado di scaldare la gioia, di schiarire le difficoltà, di dare colore al grigiore che, altrimenti, egemonizzerebbe i nostri momenti. Un compagno per la vita, la cui adozione deve trovare maggior diffusione, essendo, essa, una delle strade principali da percorrere verso l’obiettivo di una sempre maggiore integrazione, sociale e professionale dei non vedenti, che, poi, è l’obiettivo a cui la nostra attività, come UICI, è, da quasi cento anni, votata. Un’attività che, del resto, ha nella promozione dell’adozione del cane guida una precipua direttrice e afferentemente a cui è, naturalmente, indispensabile un lavoro collettivo, veicolante instancabilmente un messaggio: l’handicap visivo è quello che creiamo noi, nel momento in cui ci relazioniamo con gli altri; il limite sensoriale, invece, è un limite che può essere superato attraverso diversi ausili, tra i quali un posto distinto è occupato dal cane guida”. Un ausilio eccezionalmente efficiente, che, tuttavia, a volte, suscita timore, diffidenza, dubbi; stati d’animo, questi, totalmente ingiustificati, cagionati dalla non conoscenza, quindi, da un nostro limite, da un ostacolo eretto dalla nostra mente, nella nostra mente, come asserito dalla dottoressa Lavinia Garufi, rappresentante del centro tiflodidattico della Calabria. Un ostacolo da abbattere con la documentazione, con l’informazione, con la presa di coscienza sulle peculiarità di questi cani, il cui addestramento viene curato in strutture di eccellenza, come quelle di Messina, ove è attivo il rinomato Centro Helen Keller, e di Firenze; vere e proprie scuole, dove – ha spiegato l’avvocato Denisi – gli amici a quattro zampe vengono preparati, da personale altamente qualificato, a vivere con la persona non vedente ogni momento della giornata, in un legame molto stretto, assicurando un’adeguata autonomia di movimento e restando, in ogni circostanza, sicuri punti di riferimento; questo, attraverso metodiche volte a rendere questi cani tranquilli, calmi, pronti ad adempiere il compito delicato che viene loro demandato. Essi non solo guide: sono compagni di svago e di lavoro, sono aiuto continuo, sono una presenza rasserenante, una figura, sì, una figura per nulla aggressiva, per nessuno aggressiva, come emerso dalla testimonianza del Signor Antonino Rosace, referente della commissione regionale cani guida dell’UICI, che ha “raccontato” la perfetta simbiosi instauratasi col suo cane Whisky. “Il cane guida – ha concluso la dottoressa Palummo – è, dunque, una figura da rispettare, da accogliere, tenendo sempre presente che accogliendo il cane si accoglie, si accetta e si aiuta la persona non vedente; accogliendo il cane guida si contribuisce a destrutturare ogni paradigma pregiudiziale verso ciò che non si conosce; accogliendo il cane guida si cresce eticamente e si fa crescere il senso morale di una società. Ecco perché noi teniamo a questa giornata di sensibilizzazione: perché vogliamo che si veicoli un messaggio positivo di cultura di accesso, di cultura che include, di cultura confutante ogni forma di discriminazione, di cultura donante linfa ai nobili valori dell’uguaglianza, della libertà, dell’amore”. Quei valori che danno linfa alla nostra esistenza di sorelle e fratelli accomunati dal desiderio di vivere intensamente i tempi della nostra vita, del nostro dono più bello.

Convegno cane guida Reggio Calabria - 16 ottobre 2019 . Foto di Pf Greco

Convegno cane guida Reggio Calabria – 16 ottobre 2019 . Foto di Pf Greco

Vibo Valentia – La Sezione Territoriale dell’UICI organizza un Convegno su disabilità e istruzione, di Pierfrancesco Greco

L’Aula Magna dell’Istituto Alberghiero di Stato di Vibo Valentia farà da proscenio, sabato prossimo, 22 giugno 2019, dalle ore 9.30, al simposio “Disabilità e Istruzione – Sensibilità, Realtà, Possibilità e Sviluppo nell’orizzonte Calabrese”, organizzato dalla Sezione Territoriale vibonese, intitolata all’indimenticato Giovanni Barberio, dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, con il patrocinio della Presidenza Nazionale e del Consiglio Regionale calabrese dell’UICI, della Regione Calabria e della Provincia di Vibo Valentia. Introdotto e coordinato dalla dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’UICI, il convegno vedrà la partecipazione del Presidente Nazionale UICI Mario Barbuto, di quello Regionale Pietro Testa e di Rocco Deluca, massimo dirigente della Sezione UICI di Vibo Valentia, i cui saluti saranno il prologo delle articolate relazioni che riempiranno di contenuti rilevanti e spunti, certamente interessanti, i lavori; contenuti e spunti a cui daranno voce Marco Condidorio, Coordinatore Nazionale della Commissione Istruzione dell’UICI, il quale parlerà degli “Sviluppi pedagogici e didattici nei percorsi d’istruzione, alla luce della normativa vigente e dei lavori condivisi tra MIUR e UICI”, Luciana Loprete, Coordinatrice Istruzione dell’UICI Calabria, che focalizzerà l’attenzione sulla “ Inclusione Scolastica: dati e risposte concrete”, Lavinia Garufi, Responsabile del Centro di Consulenza Tiflodidattica della Calabria, che traccerà un quadro sinottico dei “Percorsi di Inclusione: il C.C.T. e le esperienze sui territori”, e Linda Legname, Coordinatrice Nazionale dei Centri di Consulenza Tiflodidattica, la quale definirà un “Focus sull’inclusione scolastica in Italia, a partire dai centri di consulenza tiflodidattica”. Tematiche complesse, alla cui elaborazione, che animerà il dibattito conclusivo, daranno il contributo anche Sonia Tallarico, Dirigente Generale della Regione Calabria, in rappresentanza dell’Assessorato all’Istruzione e alle Attività Culturali, e Maria Rita Calvosa, Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale. Come afferma la coordinatrice Annamaria Palummo, “sarà un appuntamento da non perdere: per gli addetti ai lavori, un’occasione utile a capire lo stato dell’arte delle politiche inclusive nel mondo scuola; per i disabili visivi calabresi, un’occasione di crescita; per tutti un’opportunità di confronto. Vi aspettiamo!”

Calabria – Proposta di Legge 217/10: “Interventi per l’assistenza a favore dei ciechi pluriminorati”

Il Consiglio Regionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della Calabria, in persona del Presidente pro tempore legale rappresentante, Pietro Testa, intende portare a conoscenza della comunità calabrese, ed in particolare dei ciechi pluriminorati presenti in Calabria che la proposta di Legge n. 217/10, recante “Interventi per l’assistenza a favore dei ciechi pluriminorati”, promossa dall’uici e dall’agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità – IAPB, a cui, nel corso della presente legislatura, ha collaborato con il Presidente della Giunta Regionale Mario Oliverio, il Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, il Presidente della III Commissione Sanità, Attività Sociali, Culturali e Formativa, Michelangelo Mirabello, e il Presidente della II Commissione Bilancio, programmazione economica ed attività produttive, affari dell’unione Europea e Relazioni con l’Estero, Giuseppe Aieta, ha acquisito all’unanimità dei presenti, il parere favorevole delle Commissioni consiliari interessate. “Il voto espresso da tutti i componenti – ha affermato Pietro Testa, Presidente regionale dell’UICI Calabria – evidenzia l’importanza sociale e la bontà dell’iniziativa portata avanti. Si tratta, infatti, di un lavoro lungo quattro anni che, attraverso un cammino tortuoso e pieno di insidie, vede oggi all’orizzonte la possibilità della sua emanazione ed il raggiungimento per la nostra Regione di un duplice traguardo: essere la prima Regione in Italia che adotta, attraverso un testo legislativo, un impegno concreto ed effettivo, con carattere di continuità, per rispondere ad una esigenza dei ciechi pluriminorati, ed essere la prima Regione in Italia ad offrire sostegno e servizi programmati a favore dei ciechi pluriminorati e delle loro famiglie. Il traguardo non è oggi ancora raggiunto e l’ultima difficoltà da superare, in questo momento, è la lotta contro il tempo: la proposta di Legge, infatti, per non perdere tutto il lavoro sin ora svolto, deve essere deliberata dall’assemblea Regionale della Regione Calabria prima della conclusione del quinquennio legislativo. Il voto bipartisan espresso dai componenti delle commissioni coinvolte – indipendentemente dal colore politico e dall’area territoriale di elezione – fa ben sperare. L’UICI Consiglio Regionale della Calabria continuerà nella propria azione nella speranza di poter comunicare alla Comunità Calabrese il raggiungimento del traguardo con l’emanazione della legge regionale riguardante l’assistenza a favore dei ciechi pluriminorati”. “Si tratta – ha, inoltre, sottolineato Luciana Loprete, presidente della IAPB Calabria – di un ulteriore passo verso il giusto riconoscimento ed il giusto sostegno a quelle famiglie che al proprio interno vivono delle condizioni particolarmente gravose legate alla presenza di soggetti affetti da pluri-disabilita. Poche se non nulle sono infatti le attività ed i servizi legati all’aspetto sociale e formativo che la pubblica amministrazione garantisce a questi soggetti se non attraverso quelle poche attività ed azioni possibili solo grazie ad enti privati che finanziano specifici Interventi a supporto di quei genitori che spesso devono abbandonare lavoro ed altri impegni per poter seguire h24 il proprio figlio. Nello specifico l’IAPB attraverso la L. 284/97 insieme alle strutture dell’UICI ha da sempre supportato i soggetti pluriminorati ciechi e ipovedenti attraverso l’istituzione e la realizzazione di attività svolte da personale altamente qualificato. La proposta di legge nello specifico mira quindi ad intervenire nell’ambito familiare, scolastico e sociale attraverso azioni che portano ad una piena integrazione anche attraverso il supporto genitoriale il quale più di ogni altro vive il peso della totale assenza di sostegno. È per questo motivo che da oltre quattro anni lottiamo affinché questa proposta di legge non solo trovi accoglimento nelle commissioni deputate, ma soprattutto diventi legge della regione Calabria e ciò sarà possibile solamente attraverso il pieno supporto dell’intero consiglio regionale che dovrà esprimersi speriamo su tale punti nel prossimo consiglio regionale che pare sia previsto dopo giugno. Giunga pertanto a tutti i consiglieri regionali, alla giunta regionale, ed ai presidenti del consiglio regionale e della giunta il monito di tutti i ciechi pluriminorati calabresi, affinché questo barlume di luce non diventi l’alibi per diatribe di diverso tenore. Speriamo, infatti, in un totale supporto della proposta di legge da parte dell’intero consiglio Soprattutto nell’interesse principale di tutti quei soggetti che oltre alla disabilità visiva purtroppo vivono condizioni di pluri-handicap motori, sensoriali e mentali. Noi dal canto nostro, non ci stancheremo mai di prestare il nostro supporto ricordando tra i tanti temi altrettanto importanti che il Consiglio Regionale discute, anche il pieno supporto alla disabilità soprattutto quando trattasi di situazioni estremamente gravi”.

Calabria – Prospettive, azioni e strumenti per “Non lasciare nessuno indietro”, di Pierfrancesco Greco

Un Convegno copioso di contenuti, quello svoltosi lo scorso 13 dicembre presso la prestigiosa cornice della Biblioteca Nazionale di Cosenza, all’interno della Sala Giacomantonio, ove, tra preziosi volumi da sfogliare e pregevoli opere da ammirare, autorevoli relatori hanno messo a disposizione della platea, occupata in larga parte da studenti dell’I.T.I. “A. Monaco” di Cosenza, autori di un progetto, i loro argomenti e i loro pensieri in merito alle azioni, agli atteggiamenti, ai sentimenti, ai metodi, agli strumenti da adottare per dare dimensione di concretezza alla speranza dell’inclusione e dell’autonomia dei disabili visivi. “Il limite individuale è un problema sociale, è una questione di libertà, che chiama tutti a una presa di responsabilità”, ha sottolineato la dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

“Il limite individuale è un problema sociale: è una questione di libertà, che chiama tutti a una concreta presa di responsabilità. È una questione culturale, è un impegno quotidiano. È una prospettiva di vita che ha come direzione l’autonomia, come meta l’integrazione e come sublimazione l’affermazione dell’io. L’approccio a tale prospettiva è una questione di sensibilità, che rende la diversità un’occasione di crescita globale, per superare i nostri limiti, tutti i nostri limiti; quei limiti che non riguardano solo la particolarità della diversità, ma che sono connaturati alla nostra umanità”. La riflessione della dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, compendia perfettamente le emozioni, le analisi, i valori che nella mattinata dello scorso 13 dicembre hanno dato linfa al Convegno svoltosi presso la prestigiosa cornice della Biblioteca Nazionale di Cosenza, all’interno della Sala Giacomantonio, ove, tra preziosi volumi da sfogliare e pregevoli opere da ammirare, autorevoli relatori, introdotti dal giornalista Silvio Rubens Vivone, moderatore dell’iniziativa, hanno messo a disposizione della platea, occupata in larga parte da studenti dell’I.T.I. “A. Monaco” di Cosenza, autori di un progetto presentato nell’occasione, i propri argomenti e i propri pensieri in merito alle azioni, agli atteggiamenti, ai sentimenti, ai metodi, agli strumenti da adottare per “Non lasciare nessuno indietro”: questo il tema del simposio, vertente sul “Potenziamento delle persone con disabilità” e la “garanzia dell’inclusione e dell’uguaglianza”, organizzato, in relazione alla Giornata Internazionale dei diritti delle persone con disabilità, che si celebra il 3 dicembre di ogni anno, dalla Biblioteca Nazionale di Cosenza, in collaborazione col già citato Istituto Tecnico Industriale “A. Monaco” della Città bruzia, il consiglio regionale della Calabria dell’U.I.C.I e la sezione cosentina dell’associazione medesima, col patrocinio dell’Ordine Regionale Calabria degli psicologi. Un tema che è un impegno; di più, è un dovere, riguardante l’intera collettività: un dovere su cui riflettere, su cui lavorare, su cui studiare, su cui investire, alla stregua del predetto Istituto Industriale di Cosenza, “impegnato sul tema della disabilità – ha spiegato la professoressa Terry Currò – con i progetti coordinati dalla professoressa Loredana Naccarato ed elaborati dai nostri studenti, volti a incentivare l’utilizzo di tecnologie funzionali all’abbattimento degli steccati ostacolanti la mobilità e l’autonomia dei non vedenti; tecnologie pensate, inoltre, per dare la possibilità a tutti i ragazzi, siano essi disabili o normodotati, di interagire con profitto nel nostro ambiente scolastico, ove accoglienza e inclusione sono presupposti fondamentali nelle attività didattiche, tra le quali mi piace citare quelle promosse dal nostro laboratorio musicale, nel cui ambito la musica, linguaggio universale e, quindi, per definizione inclusivo, diviene straordinario veicolo di scambio, incontro, collaborazione tra passione, talento e sentimento, contribuendo a creare un ambiente solidale”. Quell’ambiente solidale ove iniziare a vivere quotidianamente la bellezza di progredire insieme, trovando solida sponda in istituzioni come la Biblioteca Nazionale di Cosenza, dove, ha affermato la dottoressa Rita Fiordalisi, direttrice della Biblioteca, “recuperare il contatto umano, la voglia di studiare, la conoscenza necessaria a rompere le barriere. Una funzione, questa, verso cui noi mostriamo particolare attenzione, avvalendoci del lavoro assicurato dal dottor Massimo De Buono, responsabile della Sezione Braille della Biblioteca; una sezione che per questa biblioteca è un vanto, essendo noi gli unici in Italia, insieme a Venezia, a disporre di uno spazio come questo, attraverso cui operare attivamente nel campo della condivisione del sapere, collaborando, in tale contesto, con l’UICI regionale, presieduta da Pietro Testa, sempre pronto a offrirci aiuto nel perseguimento della nostra opera”. Un’opera, quella della Biblioteca Nazionale di Cosenza, che “per noi ciechi e ipovedenti – ha asserito il summenzionato Presidente Testa –, impegnati ogni giorno nella lotta per trovare i nostri spazi, significa tanto. Al riguardo, ho notato con piacere che i ragazzi dell’Industriale hanno focalizzato esattamente le difficoltà che noi incontriamo nell’inserimento sociale e professionale, con città che spesso sono, di fatto, a noi precluse e con professioni in cui per noi risulta arduo affermarsi. Difficoltà cagionate da barriere mentali, oltre che fisiche e che costituiscono una zavorra per l’intero consesso civico. Ecco perché iniziative come quella di stamattina sono importanti: esse contribuiscono a dare voce a chi non ha voce, non solo ai disabili; voci che iniziano a sortire qualche risultato, come a Cosenza, città che si sta gradualmente adeguando alle esigenze dei disabili. Certo, la strada è lunga, però credo che, con la nostra forza rivendicativa, riusciremo a liberarci dalle corde che ci legano e ad affermare i nostri diritti”. Quei diritti alla cui affermazione ha dedicato gran parte della sua vita l’architetto Pino Bilotti, storico dirigente calabrese dell’UICI, recentemente scomparso, ricordato da Testa, dalla Palummo e dall’attuale presidente provinciale dell’UICI di Cosenza Franco Motta, il quale ha inteso porre l’accento sulla “paura che spesso suscita la diversità, una paura legata a una percezione sbagliata di tale concetto e che può creare un ostacolo insormontabile alla piena realizzazione dei disabili”. Problematica, quest’ultima, di cui ha parlato, da una prospettiva legata precipuamente al mondo del lavoro, Vito Lorusso, Presidente provinciale dell’ANMIL, “associazione che, oltre a rappresentare gli invalidi, si occupa anche della prevenzione degli incidenti, le cui conseguenze rischiano di compromettere la piena realizzazione della persona e, quindi, la concreta possibilità di stare al passo degli altri. In tal senso, la sicurezza sul lavoro rappresenta una condizione fondamentale nell’ambito di quei principi da salvaguardare per non lasciare nessuno indietro; un obiettivo, questo, riguardo a cui un grande ruolo hanno i volontari, come riaffermato anche dal Presidente della Repubblica Mattarella”. In effetti, “quella dei volontari, che nelle associazioni come l’UICI sono impegnati nei programmi del Servizio Civile – ha affermato la sopraddetta dottoressa Annamaria Palummo – è, come dico spesso, una missione, che porta il riflesso di una stella nel buio. Quella del Servizio Civile – ha sottolineato la dirigente nazionale UICI, rivolgendosi agli studenti dell’Istituto Monaco – è un’esperienza bellissima, che v’invito a vivere, perché tramite essa si entra totalmente nella dimensione della conoscenza delle problematiche relative alla disabilità. Un’esperienza che permette al volontario di entrare in empatia col disabile, di capirne il punto di vista, la criticità del suo vissuto quotidiano e l’opportunità che egli dà ai suoi simili. Stando vicino a un disabile, nello specifico vicino a un cieco, s’inizia a conoscere un mondo diverso. Ecco, vorrei partire da qui, dalla conoscenza di chi siamo; del resto, quella di oggi è una giornata di divulgazione e, nello stesso tempo, una giornata dove le sensibilità sul tema della disabilità si possono incrociare, confrontare, aprendo nuove strade nel percorso di inclusione, che riguarda tutti. Una di queste strade nuove potrebbe rivelarsi il progetto che avete elaborato con i vostri insegnanti. Un progetto che è un viatico di speranza: la speranza di riuscire con il lavoro e la volontà di ognuno ad abbattere le barriere, le quali non sono solo quelle architettoniche, bensì quelle alberganti nella considerazione dell’uomo in quanto uomo e non in quanto diverso. Mi spiego: io rappresento quella categoria di persone che hanno un limite sensoriale; nel mio caso sono ipovedente, quindi ho limite sensoriale visivo. Certamente nella fase preparatoria del vostro progetto vi sarete documentati su tale questione, su tale realtà che noi viviamo quotidianamente; sicuramente siete entrati nella sfera della conoscenza della disabilità visiva, avete iniziato a entrare in questa dimensione, e, ne sono certa, presto sarete in grado di seguire, e anche tracciare, sempre più proficuamente il percorso di cui parlavo prima, quel percorso che non si esaurisce nella giornata di oggi, ma che si sviluppa nella nostra e nella vostra vita di impegno, nella vita di voi giovani, i quali, sicuramente, avrete voglia di portare nel vostro vissuto ciò che conta nella vita. Ecco, la vicinanza e la conoscenza dell’essere umano diverso vi farà capire sempre di più quanto sia errata la declinazione negativa che spesso accompagna la realtà della diversità. Quella diversità che spesso viene percepita negativamente, come limite, come impossibilità nell’agire, come incapacità. Non è esattamente così: l’esperienza accanto a una persona cieca o ipovedente per voi sarà qualcosa di fantastico, perché vi permetterà, da una parte, di capire la natura reale e la portata sociale, riguardante anche voi, e non solo individuale, della dimensione indotta dal limite, e dall’altra, di cogliere ciò che significa l’utilizzo degli altri sensi per la conoscenza. Un utilizzo che nei non vedente è massiccio, totalizzante nel carpire la realtà circostante, nel vivere l’interazione con gli altri, nell’abbeverarsi alla cultura, e che trova supporto nelle azioni, negli strumenti e in un’associazione come l’UICI, la quale, nel corso dei decenni, ha infranto quel velo di solitudine che relegava il cieco a qualcosa di estraneo dalla società: basti pensare al metodo di letto-scrittura braille, che ha aperto ai non vedenti orizzonti sconosciuti e che, insieme a un mutamento della considerazione sociale verso la cecità, ha portato al superamento di quella prassi che, in passato, conduceva le persone interessate da disabilità visiva in specifici istituti, ove si pensava albergassero le condizioni maggiormente congrue alla maturazione del cieco e al suo futuro inserimento nella vita associata e nel mondo del lavoro, con l’aiuto dei supporti e degli strumenti, quale, appunto, il braille, ma anche il bastone bianco e il cane guida. Una prassi, quella della formazione in istituto, che apriva, certamente, qualche strada, vincolando, tuttavia, il processo integrativo in un luogo chiuso, al cui interno il problema di creare i presupposti per l’interazione con l’ambiente circostante diventava un problema a cui doveva far fronte la persona cieca: in realtà, la questione afferente all’interazione non è e non deve essere un problema del cieco; non è e non deve essere un problema che il cieco deve vivere unicamente con gli altri ciechi; il problema del limite visivo è un problema dell’ambiente che abbiamo intorno, del come l’ambiente deve essere attrezzato con gli opportuni supporti, volti a consentire alla persona che vive il limite visivo di esprimersi attraverso tutti gli altri canali sensoriali, dando respiro, quindi, alla sua personalità, al suo modo di essere, al suo bisogno di stare con gli altri, alla sua voglia di crescere, di diventare parte attiva della società, di ottimizzare le sue capacità, facendo in modo, insomma che il limite visivo non si traduca in limite cognitivo. Il limite è solo visivo, non cognitivo: esso, questo deve essere ben chiaro, in una situazione ambientale adeguatamente attrezzata, non costituisce una preclusione alla realizzazione del cieco, il quale trova difficoltà nell’agire quotidiano solo in quegli ambiti sprovvisti degli strumenti, dei valori, dei sentimenti che ci permettono di vedere gli altri, non solo i ciechi, come parte di noi. In tali casi, l’unico vero limite alla piena integrazione per il non vedente è l’impreparazione del contesto ambientale: quell’impreparazione che l’UICI combatte da quasi cento anni con le armi dell’impegno volontario, dello studio, della sensibilizzazione, in un’opera che ha bisogno dell’attenzione delle istituzioni e della cooperazione col mondo scolastico, che è e deve essere il primario volano di un’educazione all’inclusione, sulla base di un adeguamento dei metodi, dei supporti, dei sistemi, a cominciare dall’utilizzo del braille in tutte le discipline, che è essenziale alla solida formazione del non vedente come persona e come cittadino, fugando quelle incomprensioni, quelle difficoltà, quelle frustrazioni di cui una didattica lacunosa, riguardo alla disabilità visiva, è foriera. E’ un’opera di crescita civica, che ha bisogno del vostro entusiasmo, della vostra disponibilità, del vostro modo di vedere questa difficoltà come un problema di tutti, un problema sociale, appunto. Ecco perché studiare, lavorare, vivere con una persona non vedente è un’esperienza sprizzante positività: la prossimità, questo tipo di prossimità, permette – sembra paradossale, però è così – al vedente, quindi, al resto della società, di aprire gli occhi sul limite culturale, che è poi cecità valoriale, di un’umanità sovente refrattaria a guardarsi intorno e a capire i suoi problemi riguardo ad aspetti esistenziali primari quali solidarietà, accoglienza, inclusione. Problemi che iniziative come quella di oggi, promossa da questa Biblioteca, che è all’avanguardia inerentemente alla promozione culturale nella realtà della cecità, aiutano ad affrontare con più forza, vigore, sicurezza, dando a noi operatori la possibilità di verificare concretamente, a ogni livello, locale, partendo dalla nostra città, e nazionale, il contributo che ognuno di noi offre al progetto d’integrazione del disabile nella società, che diventa una frase fatta nell’attimo in cui la declamiamo, in una giornata celebrativa come questa, ma che assurge a impegno quotidiano, di portata enorme, quando prendiamo coscienza di quello che viviamo ogni giorno, iniziando a scardinare gli schemi bloccati dell’indifferenza e dell’ordinario, in altre parole, gli ostacoli che impediscono di conoscere i problemi del cieco, quali la mobilità e l’autonomia: l’autonomia per i ciechi non è un fatto scontato ed è preclusa in quei luoghi ove l’assenza di strumenti, di mappe tattili, di percorsi definiti, non permette l’elaborazione mentale del percorso e, quindi, la sua esecuzione. Su questo occorre lavorare, sull’autonomia intendo, da agevolare con la progettazione e la realizzazione di quei supporti in grado di rendere gli spazi urbani fruibili dalla persona non vedente. Non è una cosa semplice: come accennavo poco fa, è una questione che richiede maturazione culturale, impegno delle istituzioni, risorse e investimenti cospicui, per rimuovere o, almeno, addolcire le barriere sulle quali, nel tempo, sono state costruite le nostre città. Quel tempo in cui non si lavorava sul modo attraverso cui rendere l’ambiente e le città a dimensione di cieco e di disabile; quel tempo in cui la disabilità era considerata erroneamente una malattia, per giunta escludente; quel tempo che dobbiamo lasciarci per sempre alle spalle, riaffermando il paradigma che ha ribaltato, rivoluzionato anacronistiche e superficiali convinzioni: noi disabili non siamo malati con cui rapportarsi in termini assistenzialistici. Siamo semplicemente persone che hanno bisogno di supporti, di sostegni, di strumenti, di ausili, di viatici come quelli progettati dai ragazzi dell’Industriale, in grado di suscitare in noi, riprendendo la considerazione formulata all’inizio di questo intervento, la speranza: la speranza di vivere l’esistenza nei suoi multiformi aspetti. Questo è un discorso moderno di approcciarsi alla disabilità; è un discorso che si coniuga con la voglia di cambiamento, con quella matrice di rispetto, che dovremmo avere tutti nei confronti del nostro prossimo, da tradursi in azioni quotidiane; è un discorso che si coniuga con le azioni, insomma, con le vostre azioni, col vostro lodevole lavoro, cari ragazzi dell’Industriale, con la sensibilità che voi, con i vostri docenti, avete messo a frutto. Tutto dipende, in definitiva, dalla sensibilità con cui decidiamo di occuparci degli altri, vedendo nell’altro non la diversità nella sua definizione negativa, bensì nella sua essenza di valore, veicolante un patrimonio di conoscenza fondamentale alla nostra crescita, al nostro diventare persone migliori”. D’altronde, “conoscere la disabilità ci porta a conoscere l’altro, la sua esperienza” ha evidenziato la dottoressa Maria Antonietta Fasanella, psicologa e musicista, la quale, riprendendo la riflessione della dottoressa Palummo sul concetto di limite, ha asserito come, al riguardo, “il limite peggiore sia quello mentale, quello che ci allontana dall’altro, dal disabile, in questo caso dal disabile visivo. Al contrario, la conoscenza si definisce attraverso l’interazione con l’altro, comunicando con l’altro, entrando nella mappa mentale dell’altro, entrando in empatia, ovvero vedere il mondo come lo vede la persona con il limite visivo, ascoltare come ascolta l’altro e sentire, provare quello che prova l’altro. Tempo fa io mi sono trovata a interagire con una ragazza non vedente, la quale mi ha chiesto di insegnarle a suonare il pianoforte; ecco, per approcciarmi emotivamente con lei mi sono fatta bendare e vi assicuro che ho imparato cose incredibili: nell’escludere il senso della vista, mi sono resa conto che gli altri sensi non li utilizzavo allo stesso modo, neanche l’udito, pur essendo una musicista. Evidentemente ponevo maggiore attenzione, nella rappresentazione dell’esperienza, al senso visivo; da allora, nel vivere le esperienze, ho imparato ad ascoltare, a sentire gli odori i profumi dell’ambiente, a sentire le percezioni, il vento, il fruscio degli alberi. Prima non prestavo attenzione a questi aspetti, non utilizzavo tutti i sistemi rappresentazionali e andavo subito sul visivo, rinunciando a cogliere una parte della realtà; l’interazione con il non vedente, con la sua umanità, con i suoi sentimenti, con le sue difficoltà mi permette, insomma, di accedere a un livello nuovo di conoscenza, attraverso cui risolvere il problema, aiutando questa persona a vivere l’esistenza, a prescindere dal limite visivo. Per me è stata, lo ripeto, un’esperienza straordinaria: la richiesta della ragazza non vedente di imparare il pianoforte mi ha dato l’opportunità di studiare, di capire, di imparare il braille e di arrivare a scrivere e leggere la musica con tale metodo, facendomi, tra l’altro promotrice, presso i conservatori, di un utilizzo sistematico del braille nell’insegnamento di tale sublime forma d’arte, per abbattere quelle barriere mentali, legate al pregiudizio secondo cui un cieco può accostarsi alla musica solo a orecchio; barriere che la ragazza, in Conservatorio, è riuscita, per inciso, ad affrontare e a superare. E’ importante conoscere per aiutare i non vedenti, per aiutare ad affermare quell’io di cui ha parlato con passione la dottoressa Palummo, per evitare che il limite, ossia l’impreparazione, di chi dovrebbe aiutare o formare diventi il limite più ostico a cui va incontro il disabile. Noi dobbiamo andare oltre il limite, come hanno fatto in tanti, come dovremmo fare tutti, senza dimenticare, come ha scritto Gregory Bateson, che la saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”. Uno spunto, quest’ultimo, in cui riecheggia la questione relativa alla corretta interazione con la persona disabile, in questo caso cieca o ipovedente, approfondita ulteriormente dalla dottoressa Carmen Monteleone, psicologa, la quale ha proposto un’interessante lettura del rapporto col diversamente abile in conformità a un approccio sistemico, ragionando in merito alla linea di confine intercorrente fra il “non poter fare” e “il non aver ancora imparato a fare” e offrendo un’analisi delle competenze tiflologiche integrate alla psicoterapia sistemico-familiare e simbolico-esperienziale. “Ci è o ci fa?”: questa, ha affermato la dottoressa Monteleone è “una prima importante domanda. Di certo, la condizione di disabilità, che implica per definizione la presenza di una limitazione o perdita della capacità di base di compiere un’attività, secondo l’ampiezza e le modalità considerate normali, legittima l’ipotesi ragionevole che esisterà una dose di ci è”, a cui, in certi casi, talune lacune formative, nonché alcune dinamiche che s’instaurano tra il disabile e il suo contesto di riferimento, spiegate con chiarezza dalla relatrice, possono portare ad associare un determinato grado di “ci fa”. Partendo da qui, e tenendo ben presente che l’obiettivo di ogni individuo è quello di crescere e diventare autonomo, “l’osservazione del terapeuta sistemico-relazionale mira – ha proseguito la dottoressa Monteleone – a comprendere l’entità della dose di ci è, in rapporto alle variazioni di vita quotidiana”, stabilendo una linea di confine tra il “ci è” e il “se e quanto ci fa. In questo percorso vi sono alcuni aspetti da considerare: le dinamiche emotive e relazionali proprie della famiglia d’origine incidono sulla crescita dell’individuo, influenzando il suo livello di autonomia; per una persona con disabilità, il percorso di acquisizione dell’autonomia è di per sé vincolato a un’ulteriore condizione, che è quella della presenza di una limitazione oggettiva; la famiglia può attivare atteggiamenti e comportamenti che stimolano il disabile a saper fare da solo o altri che invece mantengono il disabile nella condizione del non saper fare da solo, facendo al posto loro. Nel caso specifico di pazienti ciechi, è importante partire da due presupposti: il primo evidenzia che il deficit visivo rispecchia una disabilità di per sé fortemente invalidante. La vista è, infatti, il canale sensoriale attraverso cui riceviamo grandissima parte delle informazioni in entrata e riveste funzioni predominanti in tutto il processo evolutivo della persona, permettendo di ricevere stimolazioni psicomotorie, cognitive e affettive, soprattutto nelle prime fasi: basti pensare all’interazione faccia a faccia, alla possibilità di intercettazione autonoma e a distanza di stimoli ambientali, e così via. Però, e questo è il secondo presupposto, il bambino cieco, nonostante i ritardi a cui vai incontro, può raggiungere livelli di sviluppo normativi, se vengono messe in atto, sin dai primi mesi di vita, azioni educative, strumenti e strategie specifiche. Nonostante l’effetto invalidante del deficit visivo, le persone cieche possono, insomma, raggiungere buoni livelli di autonomia. Eppure, spesso è osservabile il ricorso alla delega e un equilibrio sistemico che rinforza la dipendenza e rende difficile l’autonomia; un fatto, questo, che può essere dovuto, da una parte, a una scarsa conoscenza degli ausili tiflologici e, dall’altra, a un particolare modo di relazionarsi alla persona con disabilità visiva. L’esperienza con i disabili visivi ci ha mostrato come gli effetti invalidanti della cecità siano rinforzati dalla mancanza d’interventi tiflologici. Interventi che non annullano la disabilità, ma possono compensare il deficit e ridurre gli svantaggi che ne derivano in misura molto maggiore di quanto si possa pensare, favorendo il raggiungimento di un adeguato grado di autonomia per la persona, tale da facilitarne il processo di crescita”. Un processo di crescita che si riverbera su tutti noi; un processo di crescita che ci deve pervadere, che ci deve interessare, che ci deve appassionare: e la passione deve essere intensa, come quella che ha animato i ragazzi dell’Istituto “Monaco” di Cosenza, decisi a regalare la loro creatività, la loro fantasia, la loro freschezza al dovere comune di “rendere la disabilità visiva un’opportunità, attraverso un’applicazione che, agevolando la mobilità delle amiche e degli amici non vedenti, vuole essere un soffio forte di vera solidarietà”. Sono stati loro, queste ragazze e questi ragazzi, a rendere speciale un’occasione di conoscenza umana, di riflessione esistenziale, di condivisione valoriale. Un’occasione che, riflettendo bene, si palesa davanti ai nostri sensi sempre, in ogni istante, in ogni sguardo. Un’occasione da cogliere, per vivere quotidianamente una sfida da vincere.

La cerimonia di consegna s’è svolta il 31 agosto scorso, sul proscenio Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria, nell’ambito della Seconda Edizione del “Premio Luigi De Sena”, di Pierfrancesco Greco

UICI, l’ex Presidente Regionale Fortunato Pirrotta insignito dell’onorificenza di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana

Da Reggio Calabria

Servire il prossimo non è una semplice azione, non è un lavoro, una professione; può essere, certo, una vocazione, una lodevole manifestazione di bontà, di sensibilità, di altruismo; può essere questo, anche questo, ma non solo questo: servire il prossimo è altro, addirittura è di più! Servire il prossimo è l’essenza dell’esistenza, è la luce di ogni giorno, è il colore dell’umanità. Servire il prossimo è l’Umanità che si anima, che prende forma dal nostro cuore, che si manifesta in una delle forme più alte d’Amore, quella pura, disinteressata, fraterna, che ci fa percepire ogni individuo come parte del nostro vissuto; quell’Amore che rende il servizio al prossimo non solo e non tanto qualcosa di normale, di naturale, bensì di straordinariamente bello e indescrivibilmente appagante; quell’Amore che da sempre traccia la strada percorsa, o meglio, il servizio elargito al prossimo da Fortunato Pirrotta, storico dirigente dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, il quale, lo scorso 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è stato insignito, dal Presidente della Repubblica, del titolo onorifico di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Un riconoscimento prestigiosissimo, che è stato consegnato dal Prefetto di Reggio Calabria nel tardo pomeriggio del 31 agosto, sul proscenio del Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria, nell’ambito della Seconda Edizione del “Premio Luigi De Sena”. “La notizia – afferma emozionatissimo il Cavalier Pirrotta – mi ha realmente colto di sorpresa, giacché nessuno mai mi aveva preannunciato l’avvio di tale procedura. Di certo, un simile riconoscimento è frutto di tanto affetto, benevolenza e amicizia, che quotidianamente mi vengono manifestati e che, soprattutto nei momenti più difficili, sono divenuti conforto e sostegno indispensabile per me. Sicuramente un ruolo fondamentale nell’iter concessorio, è stato svolto dall’UICI, alla quale mi onoro di appartenere dal 1969, in conseguenza della mia minorazione visiva, e presso la quale ho collaborato per oltre quaranta anni e alla quale sono profondamente grato per il ruolo determinante svolto a favore della mia integrazione sociale e per quella di migliaia di persone affette da disabilità visiva. Tale appartenenza ha particolarmente contribuito alla mia formazione umana e sociale anche grazie al rapporto sempre improntato con tutti sul reciproco rispetto e la fraterna lealtà. A tutti coloro, che mi hanno accompagnato durante i miei sessantaquattro anni di vita, nel mio percorso d’inclusione sociale, esprimo un sentito grazie per avere arricchito di umanità e spirito di solidarietà il percorso della mia esistenza, riempiendo i miei attimi con la gratificante bellezza insita nel servizio alle sorelle e ai fratelli e permettendomi di raggiungere tale imprevisto traguardo”. Un traguardo che sarà sicuramente un altro punto di partenza nell’itinerario del nuovo Cavaliere; un percorso lungo, articolato, esemplare per i valori e la dedizione che l’hanno punteggiato: iscritto alla Sezione UICI di Reggio Calabria dal 1969, Pirrotta, da allora, ha dedicato la sua passione, le sue competenze, la sua umanità al sodalizio, divenendone autorevole punto di riferimento, a livello provinciale, regionale e nazionale. Dopo essere stato nominato, nel 1973, rappresentante per la zona di Bagnara Calabra, nel giugno del 1982 è stato eletto nel Consiglio Provinciale della Sezione UICI di Reggio Calabria, rimanendovi in carica fino al 19 febbraio 2013 e ricoprendo, dal 2001, la carica di Vicepresidente, oltre che, in una prima fase, quella di responsabile del settore anziani e, dall’anno 2000, del settore lavoro. Membro del Consiglio Regionale dell’UICI della Calabria dal 29 aprile 2006, nel giugno dello stesso anno è stato eletto Presidente Regionale dell’Associazione, svolgendo brillantemente, con l’acume e il senso di responsabilità, che, nel tempo, sono andati a connotare la sua indole, le delicate funzioni ascritte a tale figura, sino alla scadenza del mandato, il 13 maggio 2010. Un periodo, questo, durante il quale ha ricoperto anche la carica di Presidente Regionale dell’IRIFOR della Calabria, nonché di Presidente del Comitato Regionale dell’IAPB; soprattutto questa fu una fase intensa e fruttuosa di vita associativa, coronata il 5 aprile 2014, dalla nomina, in seno Consiglio Provinciale dell’UICI di Reggio Calabria, a Presidente Onorario e contrassegnata da numerose altre esperienze amministrative, sociali e politiche, tra cui quelle nell’UNIVOC, nel progetto del Servizio Civile Nazionale, nella Commissione Provinciale Tripartita di Reggio Calabria, su designazione dell’UICI di Reggio Calabria, nella Commissione regionale per l’esame di abilitazione dei centralinisti telefonici privi della vista, in un corso di assistente alla comunicazione promosso dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria e nella Segreteria Aziendale Sindacale della FIBA CISL di Banca Carime di Reggio Calabria, azienda ove ha lavorato fino al 2003. Tante responsabilità, tanti incarichi, tante fasi, tanti risultati che l’hanno fatto assurgere a figura di riconosciuta affidabilità morale e professionale, non solo contestualmente all’UICI, la quale ancora oggi si avvale della sua capacità nell’affrontare e risolvere le problematiche della sfera associativa, e che, prima di spalancargli le porte del recente, meritatissimo cavalierato, l’hanno condotto al San Giorgio d’Oro, massima benemerenza cittadina del Comune di Reggio Calabria, conferitagli nell’aprile del 2016. Adesso questo nuovo riconoscimento, ponente nella giusta luce “il servizio che, caro Fortunato, doni a noi tutti – ha commentato la dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’UICI – ; un servizio che è un merito ancora più grande del cavalierato: sei tu a dare lustro a tale preziosissima onorificenza, che rende orgogliosa la nostra Associazione, la quale avrà ancora a lungo bisogno della tua competenza e, soprattutto, della tua sensibilità. Congratulazioni, carissimo Cavaliere”. Un Cavaliere ancora emozionato all’indomani dell’indimenticabile serata del Teatro Francesco Cilea: “sento il bisogno, per non dire il dovere, di esprimere, a quanti mi hanno manifestato la loro vicinanza con la presenza in sala, o con molteplici messaggi, un sentito e sincero grazie. L’affetto e la stima, così significativamente manifestata rimarrà per sempre incisa nel mio cuore. Ringrazio ancora e non mi stancherò mai di farlo, l’Unione Italiana dei Ciechi e degli ipovedenti, determinante nel processo di inclusione sociale per tutte le persone con disabilità visiva. Un sentito grazie al Presidente Regionale UICI Pietro Testa, presente alla cerimonia anche in rappresentanza del Presidente Nazionale, dottor Mario Barbuto, e un grazie altrettanto sentito al Presidente Provinciale di Reggio Calabria dottor Paolo Marcianò seduto in platea insieme con alcuni dirigenti e disabili visivi del territorio reggino. Naturalmente, non posso concludere senza rivolgere un particolare e altrettanto sentito grazie ai giovani del Servizio Civile in attività nella sede di Reggio Calabria, che con la loro presenza e con il loro significativo e affettuoso gesto hanno contribuito ad accrescere l’emozione. A Dio, luce e guida in ogni momento e a tutti coloro che mi circondano, dal profondo del cuore, va il mio grazie per il sostegno quotidiano, senza il quale mai nulla avrei saputo e potuto fare”. E, invece, Caro Cavalier Pirrotta, tanto ha fatto e tantissimo ancora farà: dovrà e saprà ancora mettersi a disposizione dei suoi affetti, della sua amata UICI, dei suoi amici e di tutti coloro i quali avranno bisogno della sua Umanità e del suo Amore: sì, di quell’Amore che, come scritto poco fa, rende il servizio al prossimo non solo e non tanto qualcosa di normale, di naturale, bensì di straordinariamente bello e indescrivibilmente appagante. Persino più Appagante della Onorificenza più prestigiosa. Ad maiora, Cavalier Fortunato Pirrotta!
Pierfrancesco Greco

L’inclusione scolastica degli studenti disabili visivi, di Pietro Testa

Autore: Pietro Testa

Mercoledì 16 maggio 2018, alle ore 15.00, presso il Grand Hotel Lamezia, si è svolto un incontro dibattito sul tema “l’inclusione scolastica dei bambini e dei ragazzi disabili visivi”, organizzato dall’UICI Consiglio Regionale della Calabria, con larga partecipazione degli operatori del settore e delle famiglie. All’incontro sono intervenuti, al fianco dei Responsabili UICI Regionali e Provinciali del settore Istruzione e della Consigliera Nazionale UICI dottoressa Annamaria Palummo, per l’UICI Nazionale il professore Marco Condidorio – referente UICI presso il MIUR, per l’Ufficio Scolastico Regionale la dottoressa Maria Carmela Siclari, per La Regione Calabria la dottoressa Gabriella Giuliani, anche in qualità di responsabile della Provincia di Vibo Valentia, la dottoressa Lavinia Garufi, quale responsabile del Centro Regionale di Consulenza Tiflodidattica della Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita”, gli insegnati di sostegno impegnati quotidianamente con per rendere effettiva l’inclusione scolastica degli studenti disabili visivi, i genitori di studenti disabili visivi. Il dibattito scaturito, con l’intervento accorato e sentito di tutti i presenti – e non solo per i saluti di rito – ha evidenziato l’esistenza di importati criticità – derivanti dalle norme esistenti in materia o dall’assenza di risorse o dalla non continua collaborazione tra gli operatori del settore – ma contestualmente una certezza: l’inclusione scolastica effettiva e globale è possibile ma solo se il tema viene affrontato con continui e periodici tavoli tecnici e di concertazione tra tutte le parti ed a tutti i livelli, tavoli nei quali l’UICI, quale Associazione Storica di rappresentanza e tutela dei disabili visivi, fa parte a pieno diritto. L’incontro si è concluso con l’impegno da parte di tutti gli intervenuti, ognuno per quanto di propria competenza, di dar seguito ai lavori attraverso un calendario di incontri studio che possa dar vita, già con l’inizio del nuovo anno scolastico, ai primi concreti risultati.

Pietro Testa

Un simposio scientifico

Lo scorso 21 febbraio, in occasione della XI Giornata nazionale del braille, presso l’Aula Magna dell’Università della Calabria, che ha aperto per la prima volta i suoi spazi all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, si è svolto un Simposio dal tema “Il braille: una via d’accesso alla Cultura, all’Umanità, alla Vita”, promosso dal Consiglio Regionale UICI della Calabria, in collaborazione con l’Ateneo medesimo e con le cinque sedi territoriali dell’UICI. “Una tappa importante, per un iniziare cammino comune di crescita culturale, scientifica e sociale”, ha affermato la dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’UICI e coordinatrice dell’iniziativa, che, moderata dalla giornalista Isabella Roccamo, ha registrato la partecipazione di autorevoli relatori e una cospicua presenza di pubblico.

Il braille: Un ponte di punti, un ponte di libertà
di Pierfrancesco Greco
da Arcavacata di Rende (CS)
Un simposio scientifico, un’occasione per capire l’integrazione, per camminare verso il ponte che conduce all’integrazione; perché l’integrazione non è una parola; l’integrazione ha alcuni punti fermi; l’integrazione poggia su alcuni punti magici; i punti della conoscenza, i punti della coscienza di sé e degli altri; i punti pensati e donati all’umanità dall’ingegno di Louis Braille, il cui nome, da poco meno di due secoli, per coloro ai quali le ombre degli occhi rendono invisibili i colori ritempranti i nostri giorni, significa speranza e riscatto. Speranza e riscatto che viaggiano insieme alla volontà e alla capacità di aspergere la collettività con la freschezza di questo metodo di lettura e scrittura, che per i non vedenti è un ponte di luce, aperto su una strada orientata verso un diverso modo di “vedere” il mondo; una “vista” che passa dalle dita, dalle mani, dal tatto e arriva tosto alla mente e al cuore. Già, perché se agli occhi non è dato cogliere i colori, la mente serba la capacità di interrogarsi e comprendere, accarezzare e percepire, sentire e odorare la natura di questi colori, avventurandosi sulle onde delle sensazioni e trovando nel cuore il porto sicuro ove le impressioni dell’esistente diventano poesia, abbracciante la vita, con curiosità e calore, meraviglia e salubre malia: è stata una mattinata feconda di dialettica, competenza, impegno, passione, idee quella che lo scorso 21 febbraio, in occasione della XI Giornata nazionale del braille, ha pigmentato di sospiri, propositi, suggerimenti, olezzanti di crescita civica e d’incoraggiante futuro, l’Aula Magna dell’Università della Calabria, che ha fatto da adeguata ribalta a un Convegno, dal tema “Il braille: una via d’accesso alla Cultura, all’Umanità, alla Vita”, promosso dal Consiglio Regionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Umanistiche e il Servizio Studenti con Disabilità, DSA e BES dell’Ateneo medesimo, oltre, naturalmente, che con le cinque sedi territoriali UICI della Calabria. Curata e coordinata dalla dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’UICI, nonché Coordinatrice della Commissione Servizio Civile in seno al medesimo sodalizio, e moderata dalla dottoressa Isabella Roccamo, reporter dell’emittente Tele Europa Network e volto notissimo del panorama giornalistico regionale, l’iniziativa, che è stata parte del grande mosaico di manifestazioni che il 21 febbraio s’è esteso lungo tutta l’Italia e che ha avuto come tassello centrale il Palazzo della Borsa di Genova dove ha avuto luogo la III mostra, promossa dall’UICI nazionale, “Facciamoci vedere”, ha rappresentato una sorta di manifesto, orientato a tracciare il cammino ancora da compiere verso l’effettiva integrazione sociale dei non vedenti, avente quale punto di svolta la sinergia tra un Ente morale di rappresentanza e tutela che ha tale obiettivo come precipua ragion d’essere della sua quasi centenaria presenza, nella realtà italiana, contrassegnata da lotte, successi e inarrivabile esperienza inerentemente alla dimensione esistenziale e ai bisogni dei non vedenti, qual è l’UICI, e un Ente didattico attivo negli ambiti dell’istruzione, dell’alta formazione, della ricerca e delle attività culturali e scientifiche, preposto, quindi, all’erogazione della conoscenza in seno alla società, qual è l’Università; un manifesto prodromicamente strutturato sulla “funzione insostituibile che ha il braille in tale percorso inclusivo”, come evidenziato dal Presidente Nazionale dell’UICI Mario Barbuto in un messaggio video rivolto ai convegnisti, e vergato dalle esperienze, dall’erudizione e dalla sensibilità di eccelsi relatori, degni alfieri di quegli ambiti, associativo e universitario, che incontrandosi e lavorando insieme potranno spianare nuove strade alla solidarietà, ai diritti, al progresso morale e strutturale della socialità. Una tematica di grande interesse e stringente attualità, quella trattata nel simposio svoltosi all’Unical, che ha catalizzato l’attenzione di addetti ai lavori e associati, giunti in gran numero dalle sedi territoriali UICI di Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia e, logicamente, Cosenza, guidati dal Presidente Regionale, signor Pietro Testa, dai rispettivi presidenti provinciali, dottor Paolo Marcianò, signora Luciana Loprete, signora Giovanna Condoleo, signor Rocco De Luca, architetto Giuseppe Bilotti, e dagli organismi direttivi. Dirigenti e associati che hanno reso viva l’Aula e accanto ai quali, in platea, hanno preso posto anche graditissimi e prestigiosi ospiti, quali il dottor Maurizio Simone, Presidente regionale della FAND, la Federazione tra le Associazioni Nazionali per le Persone con Disabilità, che non ha fatto mancare il suo contributo a margine del meeting, e il dottor Giuseppe Zanfini, Vice Questore aggiunto della Polizia di Stato, il quale, in rappresentanza del Questore della Provincia di Cosenza, dottor Giancarlo Conticchio, ha seguito, fino alla loro conclusione, i lavori con estrema attenzione, dimostrando grande sensibilità verso queste tematiche di somma rilevanza sociale. Sensibilità, che, al contrario, non hanno manifestato altre istituzioni, a iniziare da quelle politiche, le quali hanno disertato, nonostante gli inviti, l’evento scientifico, preferendo, probabilmente, considerata l’imminenza della consultazione elettorale, altri contesti, alla ricerca di un consenso più facile rispetto a quello che si sarebbe potuto riscuotere intervenendo a un’iniziativa come quella dell’UNICAL, di fronte a persone desiderose di risposte, non di promesse. In ogni caso, la rumorosa assenza della politica, pur non costituendo un bel segnale relativamente alla disponibilità, da parte di coloro i quali pretendono di rappresentarci, ad affrontare con la dovuta determinazione le questioni vertenti sul sociale, non ha certo inficiato la riuscita del simposio, che ha offerto interessanti spunti di riflessione e preziose indicazioni, di ampio respiro, non solo regionale, sulle linee direttrici da seguire per massimizzare le potenzialità del braille quale vettore di cultura ed emancipazione per le nostre sorelle e i nostri fratelli ciechi e ipovedenti. Un valore, quello di questo metodo di letto-scrittura, che la legge n. 126 del 3 agosto 2007, con cui si è istituita la Giornata Nazionale del braille, ha inteso sottolineare, come ha avuto cura di far notare la dottoressa Roccamo, “ponendo la sua celebrazione in coincidenza con la Giornata Mondiale dell’identità linguistica, voluta dall’Unesco, e riconoscendo, quindi, al braille la sua valenza, al pari delle altre lingue, di elemento identitario per una collettività, qual è, nel caso specifico, la categoria dei non vedenti”. “In effetti – ha affermato il Presidente Regionale UICI Pietro Testa –, per quanto mi riguarda, la celebrazione di questa giornata non è solo un momento di riflessione o, come nel caso del simposio, di studio. Per me il 21 febbraio è un giorno di forti emozioni, che si sprigionano nel ricordo: il ricordo di quando, da giovane, persi la vista e, soprattutto, di quando mi accostai al sistema braille, ai puntini, che gradualmente iniziai a decifrare, superando le difficoltà proprie di quella fase. Fu necessaria una grande applicazione, che, in seguito, mi ripagò, permettendomi di realizzare la mia individualità, in ogni ambito della vita, di vivere appieno le soddisfazioni nel lavoro e le gioie degli affetti e di essere qui, oggi, a rappresentare l’UICI regionale, questa grande Associazione che è stata ieri, è oggi e sarà domani impegnata nella promozione di un linguaggio che per noi ciechi ha veramente il valore dell’identità, e, quindi, il sapore dell’orgoglio e della dignità”. Un linguaggio, “che – ha acutamente osservato la dottoressa Roccamo – permettendo ai ciechi l’accesso al patrimonio scritto dell’umanità, inerisce all’orizzonte dell’autonomia”, come ha subito dopo ampiamente spiegato, nella sua prolusione, la dottoressa Annamaria Palummo, “il cui lavoro di coordinamento tra il Consiglio Regionale, le varie sedi provinciali dell’Unione e l’Università – ha evidenziato la moderatrice – ha consentito di tenere quest’iniziativa in un luogo carico di significato, soprattutto in considerazione del tema focalizzato nel titolo del Simposio. “Un titolo impegnativo – ha esordito il Consigliere Palummo –, riferibile a una moltitudine di aspetti socio-formativi interessanti la nostra categoria. Una gamma di contenuti così vasta da indurci a pensare di tenere i lavori, questi lavori, tesi ad affrontare alcune delle questioni più stringenti evocate nella dicitura d’intitolazione degli stessi, qui, nell’Università, il luogo della formazione per eccellenza, dove s’insegna, come la denominazione stessa lascia intendere, l’universalità delle scienze: ho voluto, in accordo col Presidente Regionale Pietro Testa, che questo convegno avesse come ribalta l’Aula Magna di quest’Ateneo, trovando, al riguardo, il favore della carissima dottoressa Valenti e degli organismi direttivi universitari e associativi, che sinceramente ringrazio, perché ritengo sia opportuno declinare questo concetto della formazione in vari modi, che sono quelli inerenti alla realizzazione del non vedente come persona, come cittadino, da promuovere e agevolare attraverso percorsi specifici nel settore della pedagogia speciale, com’è avvenuto e avviene oggi e come, ancor di più, dovrà avvenire nel futuro, con le nuove tecnologie e i nuovi sistemi, integrando il sapere empirico in campo tiflologico, a cui ci siamo accostati interiorizzando l’opera di Augusto Romagnoli, che è il nostro maestro, il padre della pedagogia tiflologica, con un approccio metodologico prettamente scientifico. Quello di oggi non è solo un atto celebrativo dell’undicesima Giornata nazionale del braille, ma è anche un’occasione per trattare, o meglio, per aprire alla società civile e alle Istituzioni, anche, come nel nostro caso, a quelle universitarie, i nostri temi, quelli a noi cari, quelli in cui si sostanzia la missione della nostra Associazione, da sempre impegnata a tessere reti di rapporti umani e istituzionali finalizzati alla continua attuazione, verifica e rivendicazione, a livello nazionale, con le tante leggi di riconoscimento e tutela che siamo riusciti a ottenere, e nei vari territori, con il sostegno diretto prestato, attuando i progetti del Servizio Civile, non solo agli associati, ma a tutta la categoria dei disabili visivi, di una vera inclusione, di una vera integrazione tesa, anche in una fase procellosa per quanto riguarda la sfera del welfare, ad appropinquare la realtà esistenziale dei non vedenti a una condizione di normalità, sorretta da diritti, da pari opportunità, da serenità. Purtroppo ancora nel nostro Paese, ed è quello che colgo dal mio punto d’osservazione di Consigliere Nazionale, si è ancora alle prese con una situazione caratterizzata da disomogeneità, tra i territori, e incertezza generalizzata su questi temi, dovuta a un deficit culturale riguardante sia la società civile, in altre parole le famiglie, in seno alle quali la frustrazione e la non accettazione della condizione di disabilità sono circostanze frequentissime e deleterie, inerentemente al sollecito avvio dei percorsi educativi di cui dirò a breve, sia l’ambito istituzionale, che sovente, a parte gli interventi legislativi varati conseguentemente all’insistente attività dell’UICI, appare distante dalle nostre istanze. In questo senso, la manifestazione di oggi, tenuta qui, all’Università, potrebbe essere un inizio, un nuovo inizio, per dare rinnovata forza propulsiva alle idee, agli sforzi, alla passione di chi, come noi e insieme a noi, è in cammino per superare la dimensione della cecità. Una dimensione che è caratterizzata dal buio. Un buio che è barriera, che è limitazione, che non è libertà. Un buio che a lungo ha isolato in maniera pertinace e totalizzante la dimensione della cecità di cui si diceva prima, ovvero la quotidianità dei non vedenti, da quella che io definirei l’umanità vissuta. Certo, tutti, stanziando nel mondo, facciamo esperienza della natura umana: vivere l’umanità, però, è altro, è anche altro. Vivere l’umanità è trovare la gioia di relazionarsi col mondo, di conoscerlo, di riuscire ad assaporare nella piena libertà la luce della quotidianità nella sua poesia, cogliendo la bellezza dell’esistenza in tutta la sua sfolgorante vitalità, la medesima che dona luce all’Amore, trovante nella pienezza della libertà il suo humus ideale, la sua sublimazione. Ecco, a lungo la dimensione della cecità è stata interdetta da tale pienezza esistenziale, da quest’umanità vissuta. Poi, ecco una speranza, che è una via d’accesso, che è un ponte verso essa. Un ponte che ebbe come architetto un genio, rispondente al nome di Louis Braille, che diede a noi disabili della vista una nuova alba, quella illuminante la possibilità di vivere finalmente una vita capace di valicare ogni ostacolo, ogni barriera, ogni muro. Col suo metodo si aprì un mondo. Il mondo della cultura, della conoscenza, dell’Umanità, appunto. Il braille come ponte che ci collega al mondo e all’Umanità, dunque; un ponte in foggia di linguaggio che qui, in questo luogo, in quest’Università, mi risulta facile associare al ponte materiale che attraversa questa vallata d’Arcavacata, collegando i vari dipartimenti, i vari plessi, i luoghi ove si acquisisce il sapere, la cultura, l’attitudine a comprendere e vivere il mondo, e, quindi, l’umanità; una struttura, quella connotante questo campus universitario, che appare, che è perfettamente congruente con l’etimologia della parola Università, derivante dal latino universitas e indicante il complesso di tutte le cose di un tutto, estensivamente l’insieme dello scibile umano, le cui specificità qui si trovano mirabilmente e armonicamente connesse fra loro e a tutto il consesso umano, in cui ognuno di noi, attingendo al patrimonio d’erudizione che c’è dato in dote e che ci viene elargito dalle agenzie preposte a ciò, è chiamato ha trovare il proprio posto, con le proprie emozioni, i propri pensieri, le proprie unicità. Vedete, entrambi i ponti collegano, quindi, le nostre vite al sapere, alla conoscenza, all’esperienza formale, all’umanità, entrambi, nel momento in cui diventano accessibili, finiscono con l’essere essi stessi umanità, umanità da vivere; e questa verità, su cui tornerò più avanti, è, a mio parere, la metafora più bella da cui trarre nuovo slancio ed entusiasmo nel proseguire il lavoro finalizzato a rendere accessibile a tutte le sorelle e a tutti i fratelli, che in ogni attimo della loro vita fanno esperienza del buio, il braille, questo splendido ponte fatto di punti, per mezzo del quale noi vogliamo entrare in collegamento, in modo continuo e definitivo, col settore scolastico e con quello universitario. Una convergenza, un congiungimento di ponti, insomma, che va reso effettivo partendo da un assunto forse banale, ma certamente cruciale: l’apprendimento del braille, come ho scritto pochi giorni fa, necessita di bravi maestri, cioè degli operatori tiflodidattici, la competenza dei quali assume i connotati dell’idoneità nel corso di un lungo percorso di formazione, di cui la Scuola diventa soggetto propulsivo, ma anche critico, in quanto, a differenza del passato, allorché gli istituti per ciechi rivestivano, pur in un contesto problematico relativamente all’integrazione, un ruolo formativo primario, oggi, col superamento di quelle logiche che formavano, ma, nello stesso tempo, marginalizzavano, l’istituzione scolastica è chiamata a promuovere, riguardo alla vera e piena integrazione, nuove metodologie, nuove prassi inclusive, aventi nell’apprendimento guidato del braille il passaggio decisivo verso l’autonomia e la Libertà del cieco, il quale avendo la possibilità di accedere alla conoscenza e all’esperienza formale, di cui dicevo prima, avrà l’opportunità di divenire parte del processo relazionale simbiotico in cui si estrinseca l’esperienza umana condivisa, nel cui ambito ognuno di noi ha la possibilità di trovare la propria ragione d’esistere: ecco la via d’accesso alla Cultura, all’Umanità, alla Vita di cui si fa menzione nel tema del nostro convegno, col quale, guardando verso queste tre categorie, si vuole cercare di addivenire a una sintesi di natura pedagogica, in primis, ma anche di natura scientifica e sociologica in merito alle tappe completate e su quelle ancora d’affrontare nel nostro itinerario di sensibilizzazione e civica evoluzione, ove la via d’accesso di cui si sta trattando sia il viatico, per la persona cieca, di vivere, di essere considerata, o meglio di Essere, sopra ogni altro aspetto, una persona completamente inserita nel consesso sociale, dal punto di vista relazionale, culturale e lavorativo, secondo le attitudini e le aspirazioni di ognuno. Una via d’accesso che, chiaramente, non può che avere lo snodo apicale nell’incontro tra UICI e Università, ovverosia tra il nostro patrimonio d’esperienza specifica e, credo sia opportuno sottolinearlo, volontaria, capace di arrivare nell’ambito del sociale laddove le istituzioni non riescono, e la linfa della conoscenza universale, attraverso cui aprire, dalla Calabria, grazie al lavoro profuso nelle cinque provincie dall’UICI, nuove piste di eccellenza sulla base di una collaborazione finalizzata alla formazione degli operatori tiflodidattici, alla definizione degli strumenti e al superamento delle relative problematiche, legate all’offerta scolastica, specificamente ai percorsi da seguire per giungere alla conoscenza diffusa e specifica di un metodo di letto-scrittura che per noi è uno strumento tiflologico. In questo ambito, le figure su cui è stata incentrata per lungo tempo la risoluzione dell’apprendimento, delle modalità di apprendimento per l’alunno non vedente, facevano quasi tutte riferimento all’ insegnante di sostegno che è una figura che subentra nell’ordinamento scolastico nella seconda meta degli anni 70, precisamente nel 1977, con la legge 517. Da allora si è originato un lungo dibattito, tuttora vivo, circa il ruolo degli insegnanti di sostegno, degli assistenti alla comunicazione e/o all’autonomia del non vedente, degli insegnanti curriculari che, da parte loro, devono potersi sentire in grado di occuparsi di questa questione, senza demandare il problema specifico a una sola figura. In breve, la discussione investe l’insieme delle linee concernenti la didattica per i disabili della vista; una discussione, questa, come detto, annosa, che si protrae fin dal tempo in cui l’onda lunga della rivoluzione dei costumi e del pensiero, determinatasi diversi lustri addietro nell’humus del sommovimento sessantottino, attingente ispirazione tanto dalla visione illuministica quanto da quella marxista, tanto dal metodo della Montessori quanto dal modello di don Milani, ha dato avvio a quel percorso d’integrazione nelle scuole comuni che, immediatamente, ha messo al centro la necessità di considerare gli alunni disabili come gli altri, finalmente come tutti gli altri, dopo tempi di chiusura, d’isolamento istituzionalizzato. Sennonché, fin da subito, questo percorso d’integrazione ha palesato lacune, risultanti oggi molto marcate. Insomma, senza dilungarci in un excursus contestuale dell’argomento, attualmente, da addetti ai lavori, ci ritroviamo a rilevare una scarsa scolarizzazione relativamente al metodo braille, la cui veicolazione richiede una modalità corretta, che non può assolutamente essere approssimativa e che deve essere strutturata su specifiche competenze. In questo senso il nostro obiettivo come UICI è quello di recuperare ciò che il sistema scolastico prevede ma che non dà in termini concreti e automatici: vorremmo che all’interno di ogni organizzazione, anzi, di ogni autonomia scolastica fossero presenti figure specializzate, le cui competenze possono anche rientrare nelle funzioni dell’insegnante di sostegno, anche se noi sappiamo che, concretamente, non è così, essendo la formazione di questi ultimi, che è delegata all’università, strutturata su dei percorsi e dei programmi che sono molto generici; ed è su questo piano che emerge la specificità della nostra associazione, che fra due anni festeggerà i cento anni di attività, durante i quali ha creato nel suo ambito, con la sua tiflologia, ovvero con il suo metodo specifico, figure che possono superare l’approssimazione, entrando direttamente a contatto con un alunno e fornendogli gli strumenti adeguati per approcciarsi proficuamente al mondo dei puntini; un approccio che ha il punto nodale nella tavoletta Braille e nel punteruolo, al cui utilizzo noi avviamo i bambini fin dalla scuola dell’infanzia, quando, nella tavoletta e con la tavoletta, ci adoperiamo per rendere effettivo un apprendimento diffuso di questo sistema, attraverso cui ciò che è nascosto alla vista lo si può percepire col tatto e dove il movimento della mano diventa, nello stesso tempo, strumento di vita: non solo attività che porta a scorrere i polpastrelli sui puntini, a decifrarli e, quindi, a leggere, ma anche elemento in cui principia la possibilità di essere autonomo in ogni settore del prosieguo esistenziale; un’attività, un elemento in cui si inizia a sperimentare lo spazio. In particolare, il piano di lavoro, che è la tavoletta, richiede e, insieme, permette, nell’atto di usare il punteruolo, tanti movimenti, risultanti fondamentali nella comprensione dei concetti topologici: sopra e sotto, dentro e fuori, destra e sinistra, in alto e in basso sono concetti di cui il cieco, che non può avere l’immediata percezione della dimensione dello spazio, fa la conoscenza empirica per la prima volta proprio sulla tavoletta. È primariamente sulla tavoletta, infatti, che, per quanto riguarda il bambino cieco, si materializza la combinazione tra percezione tattile, per cui gli oggetti toccati suscitano sulla pelle una qualche sensazione, e la propriocezione, derivante dalla posizione della mano rispetto all’oggetto; una combinazione da cui scaturisce la tante volte citata percezione aptica, vale a dire la procedura di riconoscimento degli oggetti per mezzo del tatto, durante la quale l’essere umano entra in contatto con la realtà tangibile prossima al proprio corpo: la percezione aptica che viene sperimentata sulla tavoletta braille diventa, perciò, il momento in cui la sensibilità dell’alunno cieco incontra la percezione della spazialità al di fuori di sé. Un momento determinante, questo, nella maturazione complessiva, oltre che nell’itinerario didattico, dell’educando, che la nostra associazione accompagna fino al completamento del percorso scolastico, quando avrà dimestichezza anche con la tecnologia. Ovviamente, alla base di tutto questo c’è un processo che è molto complesso, essendo, questo tipo di apprendimento non banale, certamente più agevole se ci si approccia al metodo da piccoli, decisamente più arduo nei casi in cui la disabilità visiva sopraggiunge da adulti: in ogni caso, il coronamento di questo processo d’apprendimento sta nell’acquisizione di un’adeguata capacità pertinente la percezione tattile della conoscenza, che si deve sviluppare con esercizio ma allo stesso tempo deve consentire all’alunno di entrare nello specifico di ogni singola materia, non distorcendo quello che è proprio il senso disciplinare, bensì facendo attenzione che quest’ausilio sia utile alla sedimentazione e alla verifica di questo tipo di apprendimento. Questa è l’essenza della missione formativa che portiamo avanti come UICI e che affrontiamo anche oggi, in questo importante convegno, attraverso una serie di relazioni articolate e impegnative, pensate per sviluppare ogni traiettoria della questione e volte a iniziare un cammino che porti le nostre sorelle, i nostri fratelli e tutti noi a percorrere, ad attraversare i ponti di cui ho fatto ampia menzione: un cammino per istituzionalizzare il binomio UICI-Università e trovare nel progetto della Buona Scuola un compimento consono ai nostri obiettivi, capace di anticipare e incalzare i dettami della politica e di superare, una volta per tutte, i paludati fossati di una certa e, quella sì, veramente cieca burocrazia, in relazione a cui dovremmo fare un’analisi più complessiva, che ci porterebbe a esulare dal nostro tema; un cammino, stavo dicendo, che abbia come attori principali coloro i quali credono in questo lavoro, coloro i quali questo lavoro lo sanno fare e lo vogliono fare; un cammino da compiere seguendo i punti del nostro metodo, della nostra tiflodidattica, che nel tempo abbiamo affinato, palesando, anche con la mostra adiacente di ausili tecnici, didattici e bibliografici, curata dal dottor Carlo Bruni, dalla dottoressa Giusi Bartolotto, operatori della sede di Cosenza, e dal dottor Massimo De Buono, responsabile della Braille della Biblioteca Nazionale di Cosenza, la nostra capacità di definire in termini esperienziali e, unitamente, scientifici questo nostro metodo per l’apprendimento, che non deve restare isolato ma che, invece, deve entrare in sinergia con tutti coloro i quali hanno la possibilità, e quindi la responsabilità, di favorire inclusione e integrazione, coniugandosi, anzi collegandosi, ritornando all’immagine metaforica dei ponti adoperata precedentemente, con quella che è la formazione specifica, cioè la formazione che viene erogata e resa fruibile dalle Istituzioni formali come l’Università, per creare, da questa interazione tra esperienze formative, nuovi percorsi e possibilità per tutti, con cui vivere la nostra umanità. Questo simposio è, in definitiva, un’opportunità che risponde a un’esigenza globale di crescita che è nel contempo culturale, scientifica e sociale: è crescendo insieme che potremo stare maggiormente vicino alle famiglie, aiutandole ad affrontare con serenità e determinazione la realtà della disabilità visiva, in modo da aprire, senza inutili procrastinamenti, al bambino non vedente il mondo delle possibilità a cui la conoscenza permette d’accedere; è crescendo insieme che potremo giungere alla definizione territorialmente omogenea di percorsi formativi, tanto per gli insegnanti quanto per gli studenti, universalmente congrui alle diverse esigenze individuali e, più in generale, alla complessità della realtà contemporanea; è crescendo insieme che potremo, anche sulla scorta di una maggiore forza propositiva, trovare nelle istituzioni interlocutori disponibili a dare risposte concrete, anche nei territori, alla nostra domanda di attenzione; è crescendo insieme che potremo scoprire nella dimensione della cecità un sorprendente firmamento di nuovi sogni, di nuovi orizzonti, di nuove prospettive per tutti e ove tutti potremo scorgere una verità, la verità massima, quella – ha concluso la dottoressa Palummo – in grado di far capire al nostro Cuore di essere accomunati da Una dimensione, che è quella umana, quella della solidarietà, quella dell’Amore”. Una disamina appassionata che ha toccato gli elementi chiave dell’argomento oggetto del convegno e da cui emerge come, “nell’ambito dell’acquisizione di nuovi spazi d’autonomia per i non vedenti, attraverso la formazione pedagogica basata sul braille, tanta strada sia stata fatta, grazie all’attività dell’UICI, e tanta resta da fare, prima di superare definitivamente le barriere di cui s’è parlato, che non sono solo sensoriali, ma anche, con riferimento all’ambito sociale e in un’ottica più allargata, che richiederebbe l’apertura di un capitolo a parte, culturali e burocratiche”, ha constatato la dottoressa Roccamo, cogliendo, in particolare “l’importanza di dare corso alla collaborazione tra Ente associativo ed Ente universitario, per intraprendere un costruttivo percorso formativo, sia per gli alunni, sia per gli insegnanti,” con cui dare al braille quella connotazione universale a cui aspirava il suo inventore e in cui trova senso pieno e funzione massima, sul piano dell’inclusione, l’invenzione stessa. Un concetto, questo della formazione direttamente legata alle possibilità d’inclusione del disabile, a cui ha fatto riferimento, nel suo indirizzo di saluto, il professor Armando Paviglianiti, dirigente regionale dell’IRIFOR, l’Istituto Nazionale di Ricerca, Formazione e Riabilitazione per la disabilità visiva, il quale, in quanto rappresentante dell’Ente medesimo, ha tratteggiato un progetto, presentato a livello regionale, per la formazione e l’aggiornamento di insegnanti, educatori e assistenti sulla nuova tiflologia per l’inclusione scolastica, e che è stato analizzato dalla dottoressa Antonella Valenti, docente di Pedagogia speciale presso l’Unical, nella sua relazione, elaborata su un tema capitale, quale “Il ruolo dell’Università nelle persone con disabilità visiva”, in cui, prendendo le mosse dai “tanti e tutti interessantissimi argomenti accennati dalla dottoressa Palummo, ad ognuno dei quali bisognerebbe dedicare un convegno e che sono, tuttavia, tutti connessi all’ambito dell’inclusione, in particolare dell’istruzione, della formazione, del progetto esistenziale per le persone con disabilità visiva. Ambito che è come un grande arazzo, al quale devono, in effetti, lavorare tante mani, dal momento che il solo associazionismo, la sola università, le sole politiche sociali, per quanto disinteressate e sinceramente disponibili ad affrontare le varie questioni, riuscirebbero a fare poco per il bene comune: lavorare soltanto sulla scuola o sul percorso formativo degli insegnanti, quando mancano poi tutti gli altri presupposti, non basta, come non basta solo l’uso e la conoscenza di uno strumento. Magari fosse così! Piuttosto, l’uso e la conoscenza di uno strumento devono essere contestualizzati e utilizzati laddove è stato già seminato. Lavorando a più mani, sinergicamente, è, infatti, possibile dare seguito al percorso, iniziato in Italia prima che negli altri Stati Europei, di attenzione verso il disabile, in un’ottica inclusiva, la medesima che i nostri padri fondatori della pedagogia speciale italiana hanno fatto germogliare, sviluppandola e divulgandola in tutto il mondo. La cornice di riferimento deve essere, quindi, la cultura dell’inclusione, lo sfondo entro il quale si vanno a inserire tutti gli altri elementi dell’arazzo di cui dicevo prima; se manca questa cultura, manca quell’umanità, quella attenzione in grado di farci guardare oltre la patologia del disabile e di concentrarci, invece, sul suo progetto di vita: ecco, al riguardo è fondamentale la scuola, perché parte essenziale del progetto di vita è il progetto pedagogico, che si intraprende in ambito scolastico e familiare e che dovrebbe completarsi all’Università. E l’Università assolve tale compito, offrendo gli strumenti giusti, in conformità a un’analisi accurata in merito ai bisogni dei nostri studenti, con o senza disabilità, non potendo e non dovendo noi operare una distinzione al riguardo. E, dall’analisi dei bisogni degli studenti, emergono esigenze particolari, orientate tutte ad aspirazioni, sogni, progetti, che si devono concretizzare e concludere positivamente alla fine del percorso universitario. Come delegata per la disabilità, oltre che come pedagogista speciale, posso dire che abbiamo potenziato per i nostri studenti, un servizio già avviato fin dal 1999, destinato a far fronte ai bisogni educativi speciali degli studenti muniti di certificazione, e poi allargato, nel 2010, anche agli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento. Sicuramente, nonostante i nostri sforzi, si stenta a mantenere il passo di fronte alle tante e variegate esigenze, che vanno ricondotte a un unico filo conduttore, alla già citata cornice comune, alla cultura dell’inclusione, a questa parola, che non deve diventare uno slogan o un’ideologia fine a se stessa; l’inclusione va realizzata, va resa fattuale, credendo con fermezza in quello che si fa, nel proprio lavoro, cercando le sinergie giuste sul territorio, per operare sempre meglio e colmare certe debolezze, tuttora riscontrabili nella compagine universitaria, riguardanti le competenze specifiche da cui dipende la formazione dei futuri insegnanti di sostegno. Un problema, questo, che vogliamo affrontare con decisione e che siamo pronti a mettere in evidenza a ogni livello, anche a quello ministeriale, perché siamo determinati a mantenere il giusto passo rispetto a esigenze continuamente nuove, cercando di essere concreti, attenti, sensibili al quotidiano dei nostri studenti”. Bisogni quotidiani che nei bambini non vedenti richiedono particolari attenzioni, da parte degli educatori, chiamati a dotare i loro alunni di quel bagaglio formativo indispensabile a farli librare nel lungo volo della vita con quella libertà in cui si enuclea la vera cittadinanza: un aspetto, questo, approfondito dalla dottoressa Katia Caravello, psicologa, membro della Direzione Nazionale e referente del settore Informazione e Comunicazione dell’UICI, nella sua relazione “Il braille. Dall’autonomia nella lettura all’autonomia nella vita”. Un accostamento “che non è affatto azzardato, essendo il braille quello strumento, quel mezzo attraverso cui i bambini sperimentano per la prima vola l’autonomia della lettura, senza una mediazione, in maniera molto diretta”, ha spiegato la relatrice, la quale ha tosto messo a fuoco una delle principali specificità del braille in ambito educativo, che è quella di porre “i bambini con disabilità visiva alla pari con i propri compagni, favorendo il processo della socializzazione, quindi dell’inclusione nelle classi. Classi in cui ragazzi sono messi sullo stesso piano, pur adoperando diverse metodologie di lettura e scrittura, ove la carta, il punteruolo, la dattilobraille e il computer con i display braille hanno, per gli alunni interessati da minorazione visiva, la stessa funzione che la carta, la penna e i tradizionali computer rivestono nel percorso didattico dei compagni normodotati. Insomma, vi è una condivisione quotidiana di sapere, di emozioni, di opinioni. Una condivisione permessa dal braille, che, alla stregua del bastone bianco, è un elemento distintivo delle persone cieche e della cecità in generale; un elemento che fa paura, nel caso dei bambini, soprattutto ai genitori, timorosi che i propri figli possano essere emarginati perché percepiti come diversi: una paura immotivata, dannosa; una paura che è una barriera culturale, a sua volta foriera di altre barriere, anche materiali. Una barriera culturale, il cui superamento passa da un’evoluzione complessiva relativamente all’approccio verso la condizione della disabilità, che non va nascosta, in un’ottica mirata a valorizzare le specificità e le attitudini individuali, adoperando gli strumenti specifici, quali, appunto il braille, questo linguaggio universale e, come ha detto il presidente Barbuto, insostituibile. Senza dubbio, a scuola, occorre un po’ più di sforzo per apprenderlo, ma è uno sforzo che è destinato a dare frutti nell’arco di tutta la vita. Del resto, la scuola è un po’ una palestra, deve essere una palestra, in cui ci si allena a essere autonomi, che, per inciso, non significa fare tutto da soli, bensì essere liberi di fare autonomamente quello che è possibile, sapendo, però chiedere, quando necessario, il giusto aiuto affinché si possano avere le stesse opportunità degli altri. In questo senso – ha concluso la dottoressa Caravello –, riuscire a insegnare oggi ai ragazzi a essere autonomi nell’ambiente scolastico significa offrire loro la possibilità di esserlo domani, fuori, in ogni circostanza, nell’intero percorso della loro vita”. Un percorso fatto di nessi, relazioni, commistioni, confronti, sintesi di cui ha parlato Luciana Loprete, Vice Presidente Regionale dell’UICI Calabria, con delega al settore istruzione, nel suo intervento, tematizzato su “Attività ed Esperienza: nei magici puntini nuove prospettive di conoscenza”, orientato “a far emergere – ha spiegato il dirigente regionale – le connessioni tra le varie dimensioni, le pratiche quotidiane e il Braille nelle sue modalità, con i suoi tempi, il cosa si legge, il cosa si scrive, il piacere che se ne ricava e la sua socialità. La conquista della civiltà, della libertà, dell’emancipazione e del progresso ha un solo nome, ovvero cultura. Eppure, sino ai primi anni dell’ottocento ai disabili visivi, che fossero ciechi assoluti o ipovedenti, non venivano dati strumenti consoni alla propria formazione culturale. La svolta impressa, a partire dagli anni ‘20 del XIX secolo dalla preziosa opera del genio francese, divenuto cieco in età adolescenziale, Louis Braille, con la creazione di un nuovo metodo di scrittura e lettura, che egli coniò basandosi sulle tecniche comunicative militari del tempo, descrittegli dal generale Charles Barbier de la Serre, ha liberato il non vedente dalle vere tenebre, non quelle della cecità ma quelle dell’ignoranza: una tavoletta, un punteruolo, sei punti e le loro molteplici combinazioni, hanno riscattato il non vedente dalla sua condizione di emarginazione, favorendo la sua integrazione sociale, la sua capacità di relazionarsi anche con i vedenti, di potenziare le sue capacità di apprendimento, di favorire l’accesso alla vita politica, economica e culturale, assumendo ruoli anche di primo piano per la sua unicità e la sua adattabilità in ogni ambito, che sia quello letterario, matematico, musicale e addirittura geometrico. Il braille, il cui studio richiede per tutti e ancor più per i ciechi pazienza, costanza e perseveranza, tolleranza alla frustrazione, concentrazione, particolari tecniche di memorizzazione, capacità di ascoltare gli altri e se stessi, spirito critico, è diventato, insomma, lo strumento principale di crescita culturale e sociale per i non vedenti e gli ipovedenti di ogni età, rappresentando un fattore di sviluppo in numerose sfere della persona. Il braille, in particolare, rivela oggi tutta la sua potenza e attualità, dando pieno significato alle nuove conquiste tecnologiche e incentivando il processo di apprendimento, contestualmente a cui l’UICI, nei suoi cento anni di vita, ha lottato duramente e messo in campo tutte le professionalità e competenze affinché anche per i disabili visivi vi fosse la possibilità di accedere all’istruzione, Al riguardo, in un contesto territoriale come il nostro, dove non sono rari fenomeni di marginalizzazione, l’intervento della nostra grande organizzazione, che dall’alto del suo ruolo di rappresentanza, nonché di esperienza reale, interviene direttamente sui territori, è un barlume di speranza. Oggi le nostre sezioni territoriali già dall’età prescolare intervengono dapprima nelle famiglie portando la conoscenza del braille nel contesto familiare e poi nella scuola, con il principale intento di farlo divenire l’alfabeto di tutti. Un impegno che, però, non si deve fermare all’approccio familiare e scolastico, bensì pervadere ogni settore, affinché questo magico alfabeto dei puntini sia divulgato e inserito in tutti gli ambienti sociali, per far sì che anche in Calabria, come in tutta Italia, il cieco possa essere autonomo in tutti gli ambiti, non solo nello studio ma anche sul posto di lavoro o nella situazione banale di accedere ai mezzi di trasporto, in direzione di una larga e costante diffusione, portatrice di benefici non solo ai ciechi, ma all’intera collettività: del resto, un soggetto reso autonomo è in grado di realizzarsi nella vita, al pari degli altri, assurgendo a protagonista attivo della vita associata”. Un obiettivo, questo, che ha come passaggio necessario, nell’ambito formativo, una didattica appropriata, su cui ha argomentato il professor Marco Condidorio, membro della Direzione Nazionale e Coordinatore della Commissione Nazionale Istruzione e Formazione dell’UICI, nella sua trattazione imperniata sul tema “Elementi di teoretica per una didattica strutturata e tiflologica: la didattica è omologazione, emulazione o insegnamento?”, illustrata agli astanti attraverso alcune slide, spiegate efficacemente dal relatore. “La didattica, quale relazione educativa tra docente e discente – ha principiato il professor Condidorio –, presuppone una coerenza nella trasmissione dei contenuti che necessariamente, di fronte a una persona cieca assoluta e/o ipovedente grave debbono riferirsi a una realtà concreta, attinente a elementi della realtà oggettiva che siano esperibili, e il meno possibile astratta o fenomenica, concernente elementi che pur appartenendo, in quanto fenomeni, alla realtà oggettiva, tuttavia non sono esperibili dal cieco assoluto e/o ipovedente grave in quanto fenomeni prettamente ottici determinati da condizioni atmosferiche e/o da movimenti non percepibili dal soggetto. Il nucleo scientifico per ogni didattica si costituisce sulla base di tre paradigmi, il primo dei quali è la proprietà metodologica, che si riferisce a una didattica il cui approccio sarà di tipo tiflologico ed esclusivamente relativo ai contenuti disciplinari, il che significa non lo stravolgimento della didattica disciplinare stessa, in quanto la matematica così come la geometria, piuttosto che l’italiano e la storia, conservano il bagaglio lessicale e concettuale propri di ciascuna disciplina. Diversamente, se venissero stravolti lessico e concetti non potremo più spiegare la matematica e la geometria, ma altro. Appare chiaro, quindi, come l’approccio tiflologico rappresenti la metodologia specifica appropriata alle capacità di apprendimento del discente cieco assoluto e/o ipovedente grave. Tale approccio privilegia strumenti ed esperienze percettive possibili e proprie del discente che non gode della funzione visiva. Questo è il contesto proprio dell’apprendimento disciplinare. Il secondo paradigma è la coerenza dei contenuti e dei materiali disciplinari utilizzati per l’apprendimento, che devono essere presentati al discente nella forma e nel significato; adoperando il linguaggio aristotelico diremmo: “Secondo la scienza e la finalità di cui l’intelletto coglie l’identità”. Ad esempio, pensiamo al triangolo rettangolo, che non può essere spiegato a un discente cieco assoluto attraverso un’esposizione concettuale utilizzata per un alunno vedente. Infine, il terzo elemento paradigmatico afferisce all’autorevolezza rispetto agli obiettivi disciplinari, sia per l’approccio, sia per la capacità di definire gli strumenti per la certificazione delle conoscenze acquisite e di quelli per la valutazione delle stesse, alla luce dei risultati conseguiti dal discente, parametrandoli con quelli degli obiettivi che lo stesso docente si è prefissato. Ciò significa che, nella verifica delle conoscenze e delle competenze acquisite dall’alunno, il docente deve essere in grado di predisporre con il discente un confronto, che, nella richiesta del rispetto delle consegne, tenga altresì conto delle potenzialità rappresentative del discente e la capacità di utilizzare materiali e strumenti che consentano a lui la restituzione dei contenuti appresi, sancendo così il successo formativo, espressione di un apprendimento coerente e di un insegnamento appropriato, non speciale. Insomma – ha riassunto Condidorio -, appare ovvio come una parte del titolo della mia relazione sia una provocazione: una provocazione volta a riaffermare che la didattica per le persone in situazione di disabilità sensoriale, non solo di persone con disabilità visiva, deve essere una didattica degli apprendimenti, quindi una didattica dell’insegnamento, e non deve essere intesa, cosa che molto spesso accade, come una didattica dell’interpretazione, che rischia di trasmettere in modo falsificato contenuti disciplinari non conformi alle stesse discipline. Ripeto, e concludo: la matematica per un non vedente non differisce dalla matematica per un vedente; cambia l’approccio metodologico che consente di trasmettere al non vedente gli stessi contenuti che vengono trasmessi all’alunno vedente”. Un approccio metodologico che ha permesso e permette a tanti studenti non vedenti di cimentarsi con gli studi universitari; cimento con cui sono alle prese Gianfranco Mastroianni, iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro, e Andrea Criserà, studente di Lettere Classiche presso l’Università della Calabria, i quali hanno arricchito i lavori del convegno con due belle testimonianze: in particolare, Criserà ha riaffermato la difficoltà, ma al contempo l’entusiasmo per le possibilità che nella sua vita si sono aperte con l’apprendimento del braille, fondamentale nei suoi studi, lasciando trasparire l’emozione che lo accompagna ogni qualvolta si trova a leggere e scrivere il latino con questo “metodo stupendo, proteso sui sogni e sulle opportunità”. Un metodo della cui bellezza, oltre che importanza, si possono rendere conto tutti, anche i vedenti che hanno la fortuna di ascoltare il professor Vito Romagno, docente di storia e filosofia, oltre che storico dirigente nazionale dell’UICI, il quale, attraverso il braille, “che – ha raccontato -, grazie alla buona volontà, capace di rendere tutto più semplice, ho imparato da piccolo, nel volgere di una settimana”, è riuscito a valorizzare splendidamente le sue capacità, offrendo il suo servizio alla collettività con autorevolezza e rigore: “questa mia esperienza – ha proseguito Romagno – con il braille mi ha portato, infatti, a proseguire gli studi fino alla laurea, dandomi la possibilità di intraprendere le mie attività di docente, di operatore sociale, di funzionario e poi anche politico, sedendo, per un po’ di anni, nel consiglio comunale della mia città. Io sono tra coloro i quali, riprendendo quanto detto prima dalla dottoressa Palummo, possono testimoniare in maniera diretta che sì, il buio si può veramente superare con questo codice di letto-scrittura regalatoci da un giovane francese. Certo, occorre essere forti e lucidi: io fin da subito, successivamente all’incidente, in cui sono incorso dopo aver conseguito la quinta elementare, ho avuto chiara la consapevolezza di dover imparare a convivere con la cecità per mettermi nelle condizioni di avere la meglio su tutte le difficoltà che si sarebbero incontrate. Difficoltà che si sono presentate e che sono riuscito a superare, anche, nel mio caso specifico, integrando la possibilità di interiorizzare il sapere attraverso il braille con la capacità di immaginare, scavando nei miei ricordi di giovanissimo vedente, la bellezza del creato. In ciò io sono stato agevolato e, probabilmente, anche spinto a condividere la mia condizione di cecità coscienzializzata, con cui ho interiorizzato questo metodo, capace di creare nel cieco l’armonia dei movimenti, necessaria a comprendere quello che ci circonda, in ogni suo particolare, sotto ogni aspetto”. Testimonianze importanti e toccanti, come quelle di alcune ragazzine non vedenti presenti in Aula Magna, le quali “incarnano – ha asserito la coordinatrice Palummo – quella forza idonea a vincere la frustrazione che spesso induce tanti nostri ragazzi ad arrendersi di fronte alle difficoltà lastricanti il loro percorso formativo e ad abbandonare gli studi, come se l’apprendimento, per i disabili della vista, costituisca un ostacolo insuperabile: ebbene, niente è insuperabile! A dirlo, in maniera forse più convincente di tutti, è stata una bambina della scuola media, la quale, nel parlarci delle modalità che le hanno permesso l’apprendimento del braille, grazie a tante figure esperte della nostra organizzazione ma anche della scuola, ci ha raccontato come, fin dall’inizio, tutti i suoi compagni di classe abbiano voluto imparare il suo metodo di scrittura e lettura, per evitare che lei si sentisse diversa ed esclusa dalla condivisione della materia, del compito, dell’interrogazione, dell’attività scolastica, insomma, e anche dal fantasticare su ciò che gli studi potranno offrire loro da grandi. Ecco un percorso d’apprendimento esemplare, iniziato all’insegna dell’inclusione e culminato con un risultato eccezionale, grazie alla capacità, di educatori ed educandi, di sapere e volere andare oltre il pur fondamentale processo d’apprendimento del braille, con una ragazzina determinata ad avere le stesse opportunità dei compagni e con questi ultimi disponibili, aperti, pronti a camminare, a correre al suo fianco, adoperando gli stessi mezzi, in un sublime slancio empatico, nell’itinerario verso quell’umanità vissuta di cui vi ho parlato in apertura. Ecco gli esempi, i modelli di cui abbiamo bisogno, noi come categoria, e l’intera collettività, in quanto espressione dell’Umanità. Questa bambina ci ha comunicato che è possibile condividere metodi, strumenti, emozioni. Queste bambina ci ha dimostrato che è davvero possibile realizzare il progetto d’inclusione di cui oggi abbiamo parlato, ove l’UICI dovrà avere il suo ruolo, in sinergia con gli altri attori che abbiamo indicato, sensibilizzando, rivendicando, proponendo, costruendo un nuovo sentimento civico, facendo in modo che gli altri ci conoscano e lasciando che decidano di stare volontariamente, insieme con noi, sulla stessa linea. Sentire tratteggiare, con parole semplici e con la sua innocenza, questa linea da una ragazzina, che ha tanta voglia di andare avanti nella vita e di farcela, rende grondante di speranza la nostra prospettiva di fare del braille un linguaggio di comune padronanza e conoscenza, e con esso, della nostra quotidianità una dimensione di comune coscienza ed esistenza”. Questo il messaggio positivo, in cui ha compendiato i contenuti del Convegno, lanciato dal Consigliere Nazionale Palummo, la quale pochi minuti dopo la conclusione dei lavori, a ideale coronamento di una grande giornata, è stata ospite, insieme al Professor Romagno e alla dottoressa Giusi Bartolotto, della seguitissima trasmissione pomeridiana Direttamente, condotta dalla dottoressa Rosalba Baldino e in onda su Tele Europa Network, rete televisiva che ha dato grandissima risonanza all’evento, così come stazioni quali Radio Sound e Radio Cosenza Nord, che, con il loro lavoro, da sempre offrono grande spazio alle questioni attinenti al progresso culturale e, quindi, sociale del nostro tempo, in linea con quella funzione di servizio civico propria dei media e che, spesso, altre emittenti e giornali, anche di carattere nazionale, non onorano pienamente, lasciando passare sotto silenzio eventi e momenti in cui il pubblico potrebbe trovare elementi di riflessione costruttiva per un’immanenza diversa. Sì, la trasmissione ha costituito il degno coronamento di una grande giornata, resa ancora più efficace, afferentemente alla valorizzazione mediatica dei contenuti scientifici e socio-culturali che la hanno nobilitata, dalla profonda sensibilità, non disgiunta da una rigorosa professionalità, palesate da chi ha seguito e data risonanza all’iniziativa dell’UICI. Sì, veramente il bellissimo coronamento di una giornata importante, arricchita dalla partecipazione di eccellenti relatori, dalla presenza di tanti amici e, soprattutto, dalle sorelle e dai fratelli ciechi e ipovedenti giunti dalle varie sedi territoriali calabresi. “Oggi noi siamo stati all’Unical, a parlare di integrazione e inclusione, sociale e scolastica – ha affermato la dottoressa Palummo, a conclusione dei lavori –, perché vogliamo migliorare il nostro contesto esistenziale. Oggi abbiamo parlato perché vogliamo assolutamente imprimere, con la scienza e con il metodo, ciò che in passato era difficoltà, era approssimazione, era un apprendimento certamente guidato ma insufficiente nel portare a quei risultati che noi auspichiamo per tutti le donne e gli uomini di oggi, in quanto persone coscienti di avere una personalità e un’intelligenza; personalità e intelligenza da utilizzare, con cui realizzare quei sogni di cui hanno parlato i nostri giovani studenti. Quindi il sogno rimane aperto, aperto a tutti, nel senso che tutti dobbiamo lavorare affinchè diventi realtà. Quella di oggi è stata una tappa importante, la tappa in cui l’UICI regionale, per la prima volta, è entrata in maniera formale qui nell’Università e dove l’UICI si è vista confermare, attraverso le parole della professoressa Valenti, la disponibilità ad aprire in maniera formale e rigorosa un cammino comune, in relazione alle tematiche trattate, che, come giustamente da lei sottolineato, necessiterebbero ciascuna di un convegno specifico. E allora l’auspicio, il desiderio mio e di tutti partecipanti ed Enti organizzatori del simposio, è che nel prossimo futuro possiamo continuare a parlare di noi e di tutto il lavoro che con la nostra storia, la nostra esperienza, la nostra competenza e la nostra passione vogliamo portare avanti, affinché la cecità, per nessuno di noi, sia più una barriera di buio, bensì una condizione dell’esistenza con cui non convivere, bensì Vivere la nostra vicenda umana. Grazie a tutti!” Sì, quella del 21 febbraio scorso, è stata una giornata da ricordare, luminosa nonostante la pioggia; pioggia che ha dato linfa alla terra, alla nostra terra, così come i preziosi valori, sgorgati dalla mente e dal cuore di chi ha dato colore al Simposio, hanno dato linfa al nostro Cuore, dissetando quel sospiro di gioia in cui albeggia ogni sentimento d’Amore. Grazie veramente, di vero Cuore.
Pierfrancesco Greco

Apertura dei lavori

Calabria – Convegno “Il braille: una via d’accesso alla Cultura, all’Umanità, alla Vita” del 21 febbraio 2018

Il prossimo 21 febbraio, XI Giornata nazionale del braille, alle ore 9.30, presso l’Aula Magna dell’Università della Calabria, si svolgerà un simposio dal tema “Il braille: una via d’accesso alla Cultura, all’Umanità, alla Vita”, promosso dal Consiglio Regionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, in collaborazione con il Servizio Studenti con Disabilità, DSA e BES dell’Ateneo medesimo e con le cinque sedi territoriali UICI della Calabria. Istituita con la legge n. 126 del 3 agosto 2007, la Giornata Nazionale del braille costituisce un momento importante, di riconoscimento e rivendicazione, contestualmente al lungo cammino intrapreso quasi cento anni addietro dalla nostra Associazione verso l’orizzonte dell’integrazione, nel consesso civico, dei ciechi e degli ipovedenti italiani. Il Convegno calabrese equivarrà a un tassello nel grande mosaico di manifestazioni che giorno 21 febbraio colorerà tutta l’Italia e il cui fulcro sarà la III mostra “Facciamoci vedere”, che si svolgerà dal 20 al 22 febbraio presso il Palazzo della Borsa di Genova. La manifestazione dell’Unical rappresenterà, in questo senso, una sorta di lente volta a focalizzare l’attenzione della platea collettiva e mediatica relativamente all’importanza fondamentale che i magici puntini pensati dal genio di Louis Braille rivestono nella quotidianità di coloro i quali non hanno nella luce degli occhi un collegamento diretto con la realtà circostante, in grado di superare la barriera dell’isolamento eretta dal buio; quel buio che ogni giorno viene agevolmente bypassato da questo prodigioso ponte, da questo metodo di lettoscrittura il cui apprendimento necessita di bravi maestri, o meglio, operatori tiflodidattici, i quali acquisiscono tali competenze solo dopo un lungo percorso di formazione, di cui la Scuola diventa soggetto propulsivo, ma anche critico, in quanto, a differenza del passato, allorché gli istituti per ciechi rivestivano, pur in un contesto poco aperto alla vera integrazione, un ruolo formativo dominante, oggi, col superamento di quelle logiche che formavano, ma, nel contempo, marginalizzavano, l’istituzione scolastica è chiamata a promuovere, riguardo alla vera e piena integrazione, nuove metodologie e anche prassi inclusive, aventi nell’apprendimento guidato del braille l’elemento propulsivo allo spiegamento concreto dell’autonomia e della Libertà del cieco, il quale potendo accedere alla conoscenza, alla Cultura, nel senso più ampio del termine, potrà ambire a divenire parte del processo d’interazione simbiotica in cui consta l’esperienza umana condivisa, nel cui ambito ognuno di noi ha la possibilità di trovare la propria ragione d’esistere: ecco la via d’accesso alla Cultura, all’Umanità, alla Vita di cui si fa menzione nel tema d’introduzione. Una via d’accesso che, chiaramente, non può che avere lo snodo cruciale nell’incontro tra UICI e Università, ovvero tra il patrimonio dell’esperienza e la linfa della conoscenza, attraverso cui aprire, dalla Calabria, grazie al lavoro indefessamente profuso nelle cinque provincie dall’UICI, nuove piste di eccellenza sulla base di una collaborazione finalizzata alla formazione degli operatori tiflodidattici. Queste le tematiche su cui si soffermerà il Convegno, che sarà arricchito dal contributo di autorevoli relatori, da alcune testimonianze dirette e dalle mostre sui materiali, sui libri e sugli ausili oggi disponibili nel percorso di apprendimento. Sarà un importante momento di riflessione e formazione, insomma; un occasione da non perdere nella definizione di nuove strade verso l’integrazione, sia per chi vive la realtà della disabilità visiva, sia per tutti coloro i quali vogliono accostarsi a una tematica di piramidale rilevanza sociale, e sia per coloro i quali, come gli operatori del settore mediatico, sono chiamati a contribuire, attraverso lo strumento dell’informazione, alla sedimentazione di un senso comune aperto all’inclusione, alla solidarietà, alla costruzione di una più giusta società.

Dott.ssa ANNAMARIA PALUMMO
Consigliere Nazionale UICI
e coordinatrice del Simposio

PIETRO TESTA
Presidente regionale UICI Calabria

Locandina invito al Simposio

Locandina invito al Simposio