Calabria – Prospettive, azioni e strumenti per “Non lasciare nessuno indietro”, di Pierfrancesco Greco

Un Convegno copioso di contenuti, quello svoltosi lo scorso 13 dicembre presso la prestigiosa cornice della Biblioteca Nazionale di Cosenza, all’interno della Sala Giacomantonio, ove, tra preziosi volumi da sfogliare e pregevoli opere da ammirare, autorevoli relatori hanno messo a disposizione della platea, occupata in larga parte da studenti dell’I.T.I. “A. Monaco” di Cosenza, autori di un progetto, i loro argomenti e i loro pensieri in merito alle azioni, agli atteggiamenti, ai sentimenti, ai metodi, agli strumenti da adottare per dare dimensione di concretezza alla speranza dell’inclusione e dell’autonomia dei disabili visivi. “Il limite individuale è un problema sociale, è una questione di libertà, che chiama tutti a una presa di responsabilità”, ha sottolineato la dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

“Il limite individuale è un problema sociale: è una questione di libertà, che chiama tutti a una concreta presa di responsabilità. È una questione culturale, è un impegno quotidiano. È una prospettiva di vita che ha come direzione l’autonomia, come meta l’integrazione e come sublimazione l’affermazione dell’io. L’approccio a tale prospettiva è una questione di sensibilità, che rende la diversità un’occasione di crescita globale, per superare i nostri limiti, tutti i nostri limiti; quei limiti che non riguardano solo la particolarità della diversità, ma che sono connaturati alla nostra umanità”. La riflessione della dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, compendia perfettamente le emozioni, le analisi, i valori che nella mattinata dello scorso 13 dicembre hanno dato linfa al Convegno svoltosi presso la prestigiosa cornice della Biblioteca Nazionale di Cosenza, all’interno della Sala Giacomantonio, ove, tra preziosi volumi da sfogliare e pregevoli opere da ammirare, autorevoli relatori, introdotti dal giornalista Silvio Rubens Vivone, moderatore dell’iniziativa, hanno messo a disposizione della platea, occupata in larga parte da studenti dell’I.T.I. “A. Monaco” di Cosenza, autori di un progetto presentato nell’occasione, i propri argomenti e i propri pensieri in merito alle azioni, agli atteggiamenti, ai sentimenti, ai metodi, agli strumenti da adottare per “Non lasciare nessuno indietro”: questo il tema del simposio, vertente sul “Potenziamento delle persone con disabilità” e la “garanzia dell’inclusione e dell’uguaglianza”, organizzato, in relazione alla Giornata Internazionale dei diritti delle persone con disabilità, che si celebra il 3 dicembre di ogni anno, dalla Biblioteca Nazionale di Cosenza, in collaborazione col già citato Istituto Tecnico Industriale “A. Monaco” della Città bruzia, il consiglio regionale della Calabria dell’U.I.C.I e la sezione cosentina dell’associazione medesima, col patrocinio dell’Ordine Regionale Calabria degli psicologi. Un tema che è un impegno; di più, è un dovere, riguardante l’intera collettività: un dovere su cui riflettere, su cui lavorare, su cui studiare, su cui investire, alla stregua del predetto Istituto Industriale di Cosenza, “impegnato sul tema della disabilità – ha spiegato la professoressa Terry Currò – con i progetti coordinati dalla professoressa Loredana Naccarato ed elaborati dai nostri studenti, volti a incentivare l’utilizzo di tecnologie funzionali all’abbattimento degli steccati ostacolanti la mobilità e l’autonomia dei non vedenti; tecnologie pensate, inoltre, per dare la possibilità a tutti i ragazzi, siano essi disabili o normodotati, di interagire con profitto nel nostro ambiente scolastico, ove accoglienza e inclusione sono presupposti fondamentali nelle attività didattiche, tra le quali mi piace citare quelle promosse dal nostro laboratorio musicale, nel cui ambito la musica, linguaggio universale e, quindi, per definizione inclusivo, diviene straordinario veicolo di scambio, incontro, collaborazione tra passione, talento e sentimento, contribuendo a creare un ambiente solidale”. Quell’ambiente solidale ove iniziare a vivere quotidianamente la bellezza di progredire insieme, trovando solida sponda in istituzioni come la Biblioteca Nazionale di Cosenza, dove, ha affermato la dottoressa Rita Fiordalisi, direttrice della Biblioteca, “recuperare il contatto umano, la voglia di studiare, la conoscenza necessaria a rompere le barriere. Una funzione, questa, verso cui noi mostriamo particolare attenzione, avvalendoci del lavoro assicurato dal dottor Massimo De Buono, responsabile della Sezione Braille della Biblioteca; una sezione che per questa biblioteca è un vanto, essendo noi gli unici in Italia, insieme a Venezia, a disporre di uno spazio come questo, attraverso cui operare attivamente nel campo della condivisione del sapere, collaborando, in tale contesto, con l’UICI regionale, presieduta da Pietro Testa, sempre pronto a offrirci aiuto nel perseguimento della nostra opera”. Un’opera, quella della Biblioteca Nazionale di Cosenza, che “per noi ciechi e ipovedenti – ha asserito il summenzionato Presidente Testa –, impegnati ogni giorno nella lotta per trovare i nostri spazi, significa tanto. Al riguardo, ho notato con piacere che i ragazzi dell’Industriale hanno focalizzato esattamente le difficoltà che noi incontriamo nell’inserimento sociale e professionale, con città che spesso sono, di fatto, a noi precluse e con professioni in cui per noi risulta arduo affermarsi. Difficoltà cagionate da barriere mentali, oltre che fisiche e che costituiscono una zavorra per l’intero consesso civico. Ecco perché iniziative come quella di stamattina sono importanti: esse contribuiscono a dare voce a chi non ha voce, non solo ai disabili; voci che iniziano a sortire qualche risultato, come a Cosenza, città che si sta gradualmente adeguando alle esigenze dei disabili. Certo, la strada è lunga, però credo che, con la nostra forza rivendicativa, riusciremo a liberarci dalle corde che ci legano e ad affermare i nostri diritti”. Quei diritti alla cui affermazione ha dedicato gran parte della sua vita l’architetto Pino Bilotti, storico dirigente calabrese dell’UICI, recentemente scomparso, ricordato da Testa, dalla Palummo e dall’attuale presidente provinciale dell’UICI di Cosenza Franco Motta, il quale ha inteso porre l’accento sulla “paura che spesso suscita la diversità, una paura legata a una percezione sbagliata di tale concetto e che può creare un ostacolo insormontabile alla piena realizzazione dei disabili”. Problematica, quest’ultima, di cui ha parlato, da una prospettiva legata precipuamente al mondo del lavoro, Vito Lorusso, Presidente provinciale dell’ANMIL, “associazione che, oltre a rappresentare gli invalidi, si occupa anche della prevenzione degli incidenti, le cui conseguenze rischiano di compromettere la piena realizzazione della persona e, quindi, la concreta possibilità di stare al passo degli altri. In tal senso, la sicurezza sul lavoro rappresenta una condizione fondamentale nell’ambito di quei principi da salvaguardare per non lasciare nessuno indietro; un obiettivo, questo, riguardo a cui un grande ruolo hanno i volontari, come riaffermato anche dal Presidente della Repubblica Mattarella”. In effetti, “quella dei volontari, che nelle associazioni come l’UICI sono impegnati nei programmi del Servizio Civile – ha affermato la sopraddetta dottoressa Annamaria Palummo – è, come dico spesso, una missione, che porta il riflesso di una stella nel buio. Quella del Servizio Civile – ha sottolineato la dirigente nazionale UICI, rivolgendosi agli studenti dell’Istituto Monaco – è un’esperienza bellissima, che v’invito a vivere, perché tramite essa si entra totalmente nella dimensione della conoscenza delle problematiche relative alla disabilità. Un’esperienza che permette al volontario di entrare in empatia col disabile, di capirne il punto di vista, la criticità del suo vissuto quotidiano e l’opportunità che egli dà ai suoi simili. Stando vicino a un disabile, nello specifico vicino a un cieco, s’inizia a conoscere un mondo diverso. Ecco, vorrei partire da qui, dalla conoscenza di chi siamo; del resto, quella di oggi è una giornata di divulgazione e, nello stesso tempo, una giornata dove le sensibilità sul tema della disabilità si possono incrociare, confrontare, aprendo nuove strade nel percorso di inclusione, che riguarda tutti. Una di queste strade nuove potrebbe rivelarsi il progetto che avete elaborato con i vostri insegnanti. Un progetto che è un viatico di speranza: la speranza di riuscire con il lavoro e la volontà di ognuno ad abbattere le barriere, le quali non sono solo quelle architettoniche, bensì quelle alberganti nella considerazione dell’uomo in quanto uomo e non in quanto diverso. Mi spiego: io rappresento quella categoria di persone che hanno un limite sensoriale; nel mio caso sono ipovedente, quindi ho limite sensoriale visivo. Certamente nella fase preparatoria del vostro progetto vi sarete documentati su tale questione, su tale realtà che noi viviamo quotidianamente; sicuramente siete entrati nella sfera della conoscenza della disabilità visiva, avete iniziato a entrare in questa dimensione, e, ne sono certa, presto sarete in grado di seguire, e anche tracciare, sempre più proficuamente il percorso di cui parlavo prima, quel percorso che non si esaurisce nella giornata di oggi, ma che si sviluppa nella nostra e nella vostra vita di impegno, nella vita di voi giovani, i quali, sicuramente, avrete voglia di portare nel vostro vissuto ciò che conta nella vita. Ecco, la vicinanza e la conoscenza dell’essere umano diverso vi farà capire sempre di più quanto sia errata la declinazione negativa che spesso accompagna la realtà della diversità. Quella diversità che spesso viene percepita negativamente, come limite, come impossibilità nell’agire, come incapacità. Non è esattamente così: l’esperienza accanto a una persona cieca o ipovedente per voi sarà qualcosa di fantastico, perché vi permetterà, da una parte, di capire la natura reale e la portata sociale, riguardante anche voi, e non solo individuale, della dimensione indotta dal limite, e dall’altra, di cogliere ciò che significa l’utilizzo degli altri sensi per la conoscenza. Un utilizzo che nei non vedente è massiccio, totalizzante nel carpire la realtà circostante, nel vivere l’interazione con gli altri, nell’abbeverarsi alla cultura, e che trova supporto nelle azioni, negli strumenti e in un’associazione come l’UICI, la quale, nel corso dei decenni, ha infranto quel velo di solitudine che relegava il cieco a qualcosa di estraneo dalla società: basti pensare al metodo di letto-scrittura braille, che ha aperto ai non vedenti orizzonti sconosciuti e che, insieme a un mutamento della considerazione sociale verso la cecità, ha portato al superamento di quella prassi che, in passato, conduceva le persone interessate da disabilità visiva in specifici istituti, ove si pensava albergassero le condizioni maggiormente congrue alla maturazione del cieco e al suo futuro inserimento nella vita associata e nel mondo del lavoro, con l’aiuto dei supporti e degli strumenti, quale, appunto, il braille, ma anche il bastone bianco e il cane guida. Una prassi, quella della formazione in istituto, che apriva, certamente, qualche strada, vincolando, tuttavia, il processo integrativo in un luogo chiuso, al cui interno il problema di creare i presupposti per l’interazione con l’ambiente circostante diventava un problema a cui doveva far fronte la persona cieca: in realtà, la questione afferente all’interazione non è e non deve essere un problema del cieco; non è e non deve essere un problema che il cieco deve vivere unicamente con gli altri ciechi; il problema del limite visivo è un problema dell’ambiente che abbiamo intorno, del come l’ambiente deve essere attrezzato con gli opportuni supporti, volti a consentire alla persona che vive il limite visivo di esprimersi attraverso tutti gli altri canali sensoriali, dando respiro, quindi, alla sua personalità, al suo modo di essere, al suo bisogno di stare con gli altri, alla sua voglia di crescere, di diventare parte attiva della società, di ottimizzare le sue capacità, facendo in modo, insomma che il limite visivo non si traduca in limite cognitivo. Il limite è solo visivo, non cognitivo: esso, questo deve essere ben chiaro, in una situazione ambientale adeguatamente attrezzata, non costituisce una preclusione alla realizzazione del cieco, il quale trova difficoltà nell’agire quotidiano solo in quegli ambiti sprovvisti degli strumenti, dei valori, dei sentimenti che ci permettono di vedere gli altri, non solo i ciechi, come parte di noi. In tali casi, l’unico vero limite alla piena integrazione per il non vedente è l’impreparazione del contesto ambientale: quell’impreparazione che l’UICI combatte da quasi cento anni con le armi dell’impegno volontario, dello studio, della sensibilizzazione, in un’opera che ha bisogno dell’attenzione delle istituzioni e della cooperazione col mondo scolastico, che è e deve essere il primario volano di un’educazione all’inclusione, sulla base di un adeguamento dei metodi, dei supporti, dei sistemi, a cominciare dall’utilizzo del braille in tutte le discipline, che è essenziale alla solida formazione del non vedente come persona e come cittadino, fugando quelle incomprensioni, quelle difficoltà, quelle frustrazioni di cui una didattica lacunosa, riguardo alla disabilità visiva, è foriera. E’ un’opera di crescita civica, che ha bisogno del vostro entusiasmo, della vostra disponibilità, del vostro modo di vedere questa difficoltà come un problema di tutti, un problema sociale, appunto. Ecco perché studiare, lavorare, vivere con una persona non vedente è un’esperienza sprizzante positività: la prossimità, questo tipo di prossimità, permette – sembra paradossale, però è così – al vedente, quindi, al resto della società, di aprire gli occhi sul limite culturale, che è poi cecità valoriale, di un’umanità sovente refrattaria a guardarsi intorno e a capire i suoi problemi riguardo ad aspetti esistenziali primari quali solidarietà, accoglienza, inclusione. Problemi che iniziative come quella di oggi, promossa da questa Biblioteca, che è all’avanguardia inerentemente alla promozione culturale nella realtà della cecità, aiutano ad affrontare con più forza, vigore, sicurezza, dando a noi operatori la possibilità di verificare concretamente, a ogni livello, locale, partendo dalla nostra città, e nazionale, il contributo che ognuno di noi offre al progetto d’integrazione del disabile nella società, che diventa una frase fatta nell’attimo in cui la declamiamo, in una giornata celebrativa come questa, ma che assurge a impegno quotidiano, di portata enorme, quando prendiamo coscienza di quello che viviamo ogni giorno, iniziando a scardinare gli schemi bloccati dell’indifferenza e dell’ordinario, in altre parole, gli ostacoli che impediscono di conoscere i problemi del cieco, quali la mobilità e l’autonomia: l’autonomia per i ciechi non è un fatto scontato ed è preclusa in quei luoghi ove l’assenza di strumenti, di mappe tattili, di percorsi definiti, non permette l’elaborazione mentale del percorso e, quindi, la sua esecuzione. Su questo occorre lavorare, sull’autonomia intendo, da agevolare con la progettazione e la realizzazione di quei supporti in grado di rendere gli spazi urbani fruibili dalla persona non vedente. Non è una cosa semplice: come accennavo poco fa, è una questione che richiede maturazione culturale, impegno delle istituzioni, risorse e investimenti cospicui, per rimuovere o, almeno, addolcire le barriere sulle quali, nel tempo, sono state costruite le nostre città. Quel tempo in cui non si lavorava sul modo attraverso cui rendere l’ambiente e le città a dimensione di cieco e di disabile; quel tempo in cui la disabilità era considerata erroneamente una malattia, per giunta escludente; quel tempo che dobbiamo lasciarci per sempre alle spalle, riaffermando il paradigma che ha ribaltato, rivoluzionato anacronistiche e superficiali convinzioni: noi disabili non siamo malati con cui rapportarsi in termini assistenzialistici. Siamo semplicemente persone che hanno bisogno di supporti, di sostegni, di strumenti, di ausili, di viatici come quelli progettati dai ragazzi dell’Industriale, in grado di suscitare in noi, riprendendo la considerazione formulata all’inizio di questo intervento, la speranza: la speranza di vivere l’esistenza nei suoi multiformi aspetti. Questo è un discorso moderno di approcciarsi alla disabilità; è un discorso che si coniuga con la voglia di cambiamento, con quella matrice di rispetto, che dovremmo avere tutti nei confronti del nostro prossimo, da tradursi in azioni quotidiane; è un discorso che si coniuga con le azioni, insomma, con le vostre azioni, col vostro lodevole lavoro, cari ragazzi dell’Industriale, con la sensibilità che voi, con i vostri docenti, avete messo a frutto. Tutto dipende, in definitiva, dalla sensibilità con cui decidiamo di occuparci degli altri, vedendo nell’altro non la diversità nella sua definizione negativa, bensì nella sua essenza di valore, veicolante un patrimonio di conoscenza fondamentale alla nostra crescita, al nostro diventare persone migliori”. D’altronde, “conoscere la disabilità ci porta a conoscere l’altro, la sua esperienza” ha evidenziato la dottoressa Maria Antonietta Fasanella, psicologa e musicista, la quale, riprendendo la riflessione della dottoressa Palummo sul concetto di limite, ha asserito come, al riguardo, “il limite peggiore sia quello mentale, quello che ci allontana dall’altro, dal disabile, in questo caso dal disabile visivo. Al contrario, la conoscenza si definisce attraverso l’interazione con l’altro, comunicando con l’altro, entrando nella mappa mentale dell’altro, entrando in empatia, ovvero vedere il mondo come lo vede la persona con il limite visivo, ascoltare come ascolta l’altro e sentire, provare quello che prova l’altro. Tempo fa io mi sono trovata a interagire con una ragazza non vedente, la quale mi ha chiesto di insegnarle a suonare il pianoforte; ecco, per approcciarmi emotivamente con lei mi sono fatta bendare e vi assicuro che ho imparato cose incredibili: nell’escludere il senso della vista, mi sono resa conto che gli altri sensi non li utilizzavo allo stesso modo, neanche l’udito, pur essendo una musicista. Evidentemente ponevo maggiore attenzione, nella rappresentazione dell’esperienza, al senso visivo; da allora, nel vivere le esperienze, ho imparato ad ascoltare, a sentire gli odori i profumi dell’ambiente, a sentire le percezioni, il vento, il fruscio degli alberi. Prima non prestavo attenzione a questi aspetti, non utilizzavo tutti i sistemi rappresentazionali e andavo subito sul visivo, rinunciando a cogliere una parte della realtà; l’interazione con il non vedente, con la sua umanità, con i suoi sentimenti, con le sue difficoltà mi permette, insomma, di accedere a un livello nuovo di conoscenza, attraverso cui risolvere il problema, aiutando questa persona a vivere l’esistenza, a prescindere dal limite visivo. Per me è stata, lo ripeto, un’esperienza straordinaria: la richiesta della ragazza non vedente di imparare il pianoforte mi ha dato l’opportunità di studiare, di capire, di imparare il braille e di arrivare a scrivere e leggere la musica con tale metodo, facendomi, tra l’altro promotrice, presso i conservatori, di un utilizzo sistematico del braille nell’insegnamento di tale sublime forma d’arte, per abbattere quelle barriere mentali, legate al pregiudizio secondo cui un cieco può accostarsi alla musica solo a orecchio; barriere che la ragazza, in Conservatorio, è riuscita, per inciso, ad affrontare e a superare. E’ importante conoscere per aiutare i non vedenti, per aiutare ad affermare quell’io di cui ha parlato con passione la dottoressa Palummo, per evitare che il limite, ossia l’impreparazione, di chi dovrebbe aiutare o formare diventi il limite più ostico a cui va incontro il disabile. Noi dobbiamo andare oltre il limite, come hanno fatto in tanti, come dovremmo fare tutti, senza dimenticare, come ha scritto Gregory Bateson, che la saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”. Uno spunto, quest’ultimo, in cui riecheggia la questione relativa alla corretta interazione con la persona disabile, in questo caso cieca o ipovedente, approfondita ulteriormente dalla dottoressa Carmen Monteleone, psicologa, la quale ha proposto un’interessante lettura del rapporto col diversamente abile in conformità a un approccio sistemico, ragionando in merito alla linea di confine intercorrente fra il “non poter fare” e “il non aver ancora imparato a fare” e offrendo un’analisi delle competenze tiflologiche integrate alla psicoterapia sistemico-familiare e simbolico-esperienziale. “Ci è o ci fa?”: questa, ha affermato la dottoressa Monteleone è “una prima importante domanda. Di certo, la condizione di disabilità, che implica per definizione la presenza di una limitazione o perdita della capacità di base di compiere un’attività, secondo l’ampiezza e le modalità considerate normali, legittima l’ipotesi ragionevole che esisterà una dose di ci è”, a cui, in certi casi, talune lacune formative, nonché alcune dinamiche che s’instaurano tra il disabile e il suo contesto di riferimento, spiegate con chiarezza dalla relatrice, possono portare ad associare un determinato grado di “ci fa”. Partendo da qui, e tenendo ben presente che l’obiettivo di ogni individuo è quello di crescere e diventare autonomo, “l’osservazione del terapeuta sistemico-relazionale mira – ha proseguito la dottoressa Monteleone – a comprendere l’entità della dose di ci è, in rapporto alle variazioni di vita quotidiana”, stabilendo una linea di confine tra il “ci è” e il “se e quanto ci fa. In questo percorso vi sono alcuni aspetti da considerare: le dinamiche emotive e relazionali proprie della famiglia d’origine incidono sulla crescita dell’individuo, influenzando il suo livello di autonomia; per una persona con disabilità, il percorso di acquisizione dell’autonomia è di per sé vincolato a un’ulteriore condizione, che è quella della presenza di una limitazione oggettiva; la famiglia può attivare atteggiamenti e comportamenti che stimolano il disabile a saper fare da solo o altri che invece mantengono il disabile nella condizione del non saper fare da solo, facendo al posto loro. Nel caso specifico di pazienti ciechi, è importante partire da due presupposti: il primo evidenzia che il deficit visivo rispecchia una disabilità di per sé fortemente invalidante. La vista è, infatti, il canale sensoriale attraverso cui riceviamo grandissima parte delle informazioni in entrata e riveste funzioni predominanti in tutto il processo evolutivo della persona, permettendo di ricevere stimolazioni psicomotorie, cognitive e affettive, soprattutto nelle prime fasi: basti pensare all’interazione faccia a faccia, alla possibilità di intercettazione autonoma e a distanza di stimoli ambientali, e così via. Però, e questo è il secondo presupposto, il bambino cieco, nonostante i ritardi a cui vai incontro, può raggiungere livelli di sviluppo normativi, se vengono messe in atto, sin dai primi mesi di vita, azioni educative, strumenti e strategie specifiche. Nonostante l’effetto invalidante del deficit visivo, le persone cieche possono, insomma, raggiungere buoni livelli di autonomia. Eppure, spesso è osservabile il ricorso alla delega e un equilibrio sistemico che rinforza la dipendenza e rende difficile l’autonomia; un fatto, questo, che può essere dovuto, da una parte, a una scarsa conoscenza degli ausili tiflologici e, dall’altra, a un particolare modo di relazionarsi alla persona con disabilità visiva. L’esperienza con i disabili visivi ci ha mostrato come gli effetti invalidanti della cecità siano rinforzati dalla mancanza d’interventi tiflologici. Interventi che non annullano la disabilità, ma possono compensare il deficit e ridurre gli svantaggi che ne derivano in misura molto maggiore di quanto si possa pensare, favorendo il raggiungimento di un adeguato grado di autonomia per la persona, tale da facilitarne il processo di crescita”. Un processo di crescita che si riverbera su tutti noi; un processo di crescita che ci deve pervadere, che ci deve interessare, che ci deve appassionare: e la passione deve essere intensa, come quella che ha animato i ragazzi dell’Istituto “Monaco” di Cosenza, decisi a regalare la loro creatività, la loro fantasia, la loro freschezza al dovere comune di “rendere la disabilità visiva un’opportunità, attraverso un’applicazione che, agevolando la mobilità delle amiche e degli amici non vedenti, vuole essere un soffio forte di vera solidarietà”. Sono stati loro, queste ragazze e questi ragazzi, a rendere speciale un’occasione di conoscenza umana, di riflessione esistenziale, di condivisione valoriale. Un’occasione che, riflettendo bene, si palesa davanti ai nostri sensi sempre, in ogni istante, in ogni sguardo. Un’occasione da cogliere, per vivere quotidianamente una sfida da vincere.